Sonia & Tommaso - Capitolo 42: Il Ritmo del Silenzio
di
Sonia e Tommaso
genere
tradimenti
Cercai di sorridere, un gesto meccanico per mascherare il brivido che quella sua strana accondiscendenza mi aveva scatenato lungo la schiena. «Vado a cambiarmi, dammi dieci minuti e usciamo», mormorai, scivolando via verso la camera da letto come se dovessi sfuggire a un interrogatorio non ancora iniziato.
In camera, mi appoggiai alla porta chiusa, con le mani che tremavano leggermente e la sensazione soffocante di essere stata scoperta. Scelsi un abito sbarazzino, ma la pelle sotto il tessuto sembrava ancora bruciare. Ritoccai il trucco, coprendo accuratamente quel morso sul petto con un tocco deciso di correttore, cercando di riprendere le sembianze della fidanzata perfetta. Quando tornai in salotto, Tommaso era già in piedi, le chiavi della macchina che tintinnavano tra le sue dita in un ritmo ipnotico.
Salimmo in macchina in un silenzio teso, interrotto solo dal ronzio della radio. Dover recitare la parte della ragazza ideale, con ancora il sapore di Antonio sulla lingua, era un supplizio eccitante. Tommaso guidava con una calma piatta, lo sguardo fisso sulla strada, ma avvertivo i suoi occhi scivolare su di me ogni volta che rallentava.
Lo osservavo di profilo, notando come la luce dei lampioni accarezzasse la sua mascella rilassata, chiedendomi se quel sorriso fosse uno scudo o un invito. Ripensando alle notti di Rimini, e a lui disteso accanto mentre venivo posseduta, sentivo un dubbio mordermi lo stomaco: era davvero possibile che non avesse sentito nulla? O forse il suo respiro regolare era solo la colonna sonora di uno spettacolo che stava gustando nel buio?
«Ti vedo pensierosa, Sonia», esordì lui senza staccare gli occhi dalla strada, con un tono così morbido da risultare quasi viscido. «Forse il pomeriggio con la tua amica ti ha stancata troppo. O magari... è il pensiero di cominciare a lavorare con Nicola che ti agita?»
Abbozzai una risposta vaga, lasciando che il paesaggio sfilasse fuori dal finestrino finché non arrivammo al pub. L’odore di birra e fritto stantio mi avvolse come un vecchio vizio; una sensazione un tempo familiare e rassicurante, ma che ora faceva quasi schifo. Ci accomodammo al nostro tavolo, circondati dalle solite facce: Federica e il suo sorriso di plastica, Fabio con la sua malinconia cronica, Giulia e Luciano. Osservare gli amici era come guardare una recita di cui conoscevo già il finale; mi chiesi chi di loro stesse mentendo meglio. Persino lo sguardo lascivo di Luciano, che un tempo trovavo lusinghiero, ora sembrava solo patetico.
«Tutto bene, Sonia? Sembri... altrove», sussurrò Tommaso, avvicinando la bocca al mio orecchio. Il suo fiato, sfiorandomi il collo, mi provocò un brivido che lui non poteva non aver notato.
Gli sorrisi, una smorfia che speravo passasse per dolcezza, mentendo con una naturalezza quasi spaventosa. Eppure, in quella sua apparente ingenuità, iniziavo a scorgere una nota stonata, un compiacimento strano, come se si stesse godendo la mia difficoltà nel reggere la parte.
Ordinai una birra e delle patatine, lasciando che l’amaro mi lavasse la gola, ma la mente fuggiva costantemente verso il mio nuovo dio. Ero lì, un corpo estraneo, sentendomi la schiava di Antonio in mezzo a una folla di ciechi. La partita scorreva in sottofondo sui monitor, le urla degli amici si fondevano in un brusio indistinto, finché lo vidi.
Era al bancone, lo sguardo sfrontato di chi sa di possederti anche a distanza. Antonio. Vederlo lì, nel mio territorio, mi tolse il fiato. I nostri sguardi si incrociarono e il mondo intorno svanì; sentii i capezzoli indurirsi sotto il tessuto leggero dell'abito e un calore umido invadere le mutandine. Lui accennò un movimento del capo, quasi invisibile, prima di dirigersi verso il corridoio dei bagni. Un ordine silenzioso che non poteva essere frainteso.
«Vado un attimo a rinfrescarmi», mormorai a Tommaso, simulando uno sbadiglio annoiato. Lui annuì senza staccare gli occhi dallo schermo, ma la sua mano indugiò un secondo di troppo sul mio fianco, un tocco che mi parve quasi un incoraggiamento silenzioso. Uscire dal cerchio di luci del tavolo e immergermi nell'ombra del corridoio fu come tuffarsi in un abisso.
Antonio, in attesa nell'oscurità del passaggio, afferrò il mio polso trascinandomi nel primo bagno libero, serrando la porta alle nostre spalle. Il fetore di disinfettante e urina aggrediva i sensi, ma lui mi spinse contro il muro, divorandomi la bocca con una foga tale da lasciarmi senza respiro. Con prepotenza, sollevandomi l'abito, espose il mio corpo alla luce cruda del neon.
Guidata dalle sue dita intrecciate selvaggiamente nei miei capelli e costretta in ginocchio su quel lurido pavimento, gli feci un pompino. Succhiare il suo cazzo, mentre fuori gli amici commentavano un fuorigioco, mi fece sentire la più abietta delle puttane. Quasi sul punto di venire, voltandomi bruscamente con la faccia contro le piastrelle fredde, Antonio mi inculò; riempiendomi di sé fino a farmi gridare soffocata contro il muro. Colpi secchi, ritmici, che il mio culo accoglieva con dolore, trasformato istantaneamente in un piacere lacerante.
Quando tornai al tavolo, con le gambe che ancora tremavano e lo sperma che lentamente colava lungo le natiche, inzuppandomi la fica, Tommaso alzò lo sguardo. Mi studiò per un istante lungo un’eternità, soffermandosi sulle mie labbra gonfie e sul rossore delle guance.
«Ti sei persa il gol, amore», disse sfiorandomi la mano con le dita ancora fredde per la condensa del bicchiere e uno strano sorriso negli occhi. «Ma sembri... accaldata. Stai bene? Ero in pensiero, e c’è mancato poco che ti venissi a cercare».
Tenendomi la mano, mi fissava dritto negli occhi, e per un istante ebbi il terrore che volesse annusarmi le dita. Ma non lo fece. Si limitò a tornare alla partita, lasciandomi lì a bruciare nel mio segreto, con il dubbio atroce che lui avesse cronometrato ogni mio secondo di assenza.
In camera, mi appoggiai alla porta chiusa, con le mani che tremavano leggermente e la sensazione soffocante di essere stata scoperta. Scelsi un abito sbarazzino, ma la pelle sotto il tessuto sembrava ancora bruciare. Ritoccai il trucco, coprendo accuratamente quel morso sul petto con un tocco deciso di correttore, cercando di riprendere le sembianze della fidanzata perfetta. Quando tornai in salotto, Tommaso era già in piedi, le chiavi della macchina che tintinnavano tra le sue dita in un ritmo ipnotico.
Salimmo in macchina in un silenzio teso, interrotto solo dal ronzio della radio. Dover recitare la parte della ragazza ideale, con ancora il sapore di Antonio sulla lingua, era un supplizio eccitante. Tommaso guidava con una calma piatta, lo sguardo fisso sulla strada, ma avvertivo i suoi occhi scivolare su di me ogni volta che rallentava.
Lo osservavo di profilo, notando come la luce dei lampioni accarezzasse la sua mascella rilassata, chiedendomi se quel sorriso fosse uno scudo o un invito. Ripensando alle notti di Rimini, e a lui disteso accanto mentre venivo posseduta, sentivo un dubbio mordermi lo stomaco: era davvero possibile che non avesse sentito nulla? O forse il suo respiro regolare era solo la colonna sonora di uno spettacolo che stava gustando nel buio?
«Ti vedo pensierosa, Sonia», esordì lui senza staccare gli occhi dalla strada, con un tono così morbido da risultare quasi viscido. «Forse il pomeriggio con la tua amica ti ha stancata troppo. O magari... è il pensiero di cominciare a lavorare con Nicola che ti agita?»
Abbozzai una risposta vaga, lasciando che il paesaggio sfilasse fuori dal finestrino finché non arrivammo al pub. L’odore di birra e fritto stantio mi avvolse come un vecchio vizio; una sensazione un tempo familiare e rassicurante, ma che ora faceva quasi schifo. Ci accomodammo al nostro tavolo, circondati dalle solite facce: Federica e il suo sorriso di plastica, Fabio con la sua malinconia cronica, Giulia e Luciano. Osservare gli amici era come guardare una recita di cui conoscevo già il finale; mi chiesi chi di loro stesse mentendo meglio. Persino lo sguardo lascivo di Luciano, che un tempo trovavo lusinghiero, ora sembrava solo patetico.
«Tutto bene, Sonia? Sembri... altrove», sussurrò Tommaso, avvicinando la bocca al mio orecchio. Il suo fiato, sfiorandomi il collo, mi provocò un brivido che lui non poteva non aver notato.
Gli sorrisi, una smorfia che speravo passasse per dolcezza, mentendo con una naturalezza quasi spaventosa. Eppure, in quella sua apparente ingenuità, iniziavo a scorgere una nota stonata, un compiacimento strano, come se si stesse godendo la mia difficoltà nel reggere la parte.
Ordinai una birra e delle patatine, lasciando che l’amaro mi lavasse la gola, ma la mente fuggiva costantemente verso il mio nuovo dio. Ero lì, un corpo estraneo, sentendomi la schiava di Antonio in mezzo a una folla di ciechi. La partita scorreva in sottofondo sui monitor, le urla degli amici si fondevano in un brusio indistinto, finché lo vidi.
Era al bancone, lo sguardo sfrontato di chi sa di possederti anche a distanza. Antonio. Vederlo lì, nel mio territorio, mi tolse il fiato. I nostri sguardi si incrociarono e il mondo intorno svanì; sentii i capezzoli indurirsi sotto il tessuto leggero dell'abito e un calore umido invadere le mutandine. Lui accennò un movimento del capo, quasi invisibile, prima di dirigersi verso il corridoio dei bagni. Un ordine silenzioso che non poteva essere frainteso.
«Vado un attimo a rinfrescarmi», mormorai a Tommaso, simulando uno sbadiglio annoiato. Lui annuì senza staccare gli occhi dallo schermo, ma la sua mano indugiò un secondo di troppo sul mio fianco, un tocco che mi parve quasi un incoraggiamento silenzioso. Uscire dal cerchio di luci del tavolo e immergermi nell'ombra del corridoio fu come tuffarsi in un abisso.
Antonio, in attesa nell'oscurità del passaggio, afferrò il mio polso trascinandomi nel primo bagno libero, serrando la porta alle nostre spalle. Il fetore di disinfettante e urina aggrediva i sensi, ma lui mi spinse contro il muro, divorandomi la bocca con una foga tale da lasciarmi senza respiro. Con prepotenza, sollevandomi l'abito, espose il mio corpo alla luce cruda del neon.
Guidata dalle sue dita intrecciate selvaggiamente nei miei capelli e costretta in ginocchio su quel lurido pavimento, gli feci un pompino. Succhiare il suo cazzo, mentre fuori gli amici commentavano un fuorigioco, mi fece sentire la più abietta delle puttane. Quasi sul punto di venire, voltandomi bruscamente con la faccia contro le piastrelle fredde, Antonio mi inculò; riempiendomi di sé fino a farmi gridare soffocata contro il muro. Colpi secchi, ritmici, che il mio culo accoglieva con dolore, trasformato istantaneamente in un piacere lacerante.
Quando tornai al tavolo, con le gambe che ancora tremavano e lo sperma che lentamente colava lungo le natiche, inzuppandomi la fica, Tommaso alzò lo sguardo. Mi studiò per un istante lungo un’eternità, soffermandosi sulle mie labbra gonfie e sul rossore delle guance.
«Ti sei persa il gol, amore», disse sfiorandomi la mano con le dita ancora fredde per la condensa del bicchiere e uno strano sorriso negli occhi. «Ma sembri... accaldata. Stai bene? Ero in pensiero, e c’è mancato poco che ti venissi a cercare».
Tenendomi la mano, mi fissava dritto negli occhi, e per un istante ebbi il terrore che volesse annusarmi le dita. Ma non lo fece. Si limitò a tornare alla partita, lasciandomi lì a bruciare nel mio segreto, con il dubbio atroce che lui avesse cronometrato ogni mio secondo di assenza.
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