L'ultima lezione - Capitolo 3 - Crescendo Appassionato

di
genere
dominazione

Il suono metallico della cerniera che si abbassava squarciò l'aria densa della sala come un accordo spezzato, definitivo e irreversibile. In quel preciso istante, l'autorità intellettuale di Julian Valli, costruita su anni di critica severa e distanza incolmabile, si trasmutò in qualcosa di molto più primordiale, tangibile e minaccioso. Non ci fu alcun tentativo di nascondere l'urgenza o di ammorbidire l'impatto visivo: Julian liberò la sua erezione dai pantaloni sartoriali con un gesto secco, quasi di stizza, lasciando che scattasse fuori, dura e pesante, pulsante di un desiderio trattenuto troppo a lungo e ora libero di esigere il suo tributo.

Elena, con le gambe ancora spalancate e i piedi appoggiati precariamente ai lati della cassa armonica del pianoforte, fissò quella prova tangibile della lussuria del maestro con un misto di terrore riverenziale e fascinazione ipnotica. Le dimensioni erano intimidatorie, una promessa di pienezza dolorosa che il suo corpo bramava a livello istintivo ma che la sua mente razionale faticava a processare. La testa del suo sesso era lucida, violacea, gonfia di sangue, un'arma contundente puntata contro la sua verginità metaforica di studentessa.

Julian non le concesse il lusso di abituarsi all'idea o di ritrovare il respiro. Le afferrò i fianchi con una presa d'acciaio, le dita che affondavano nella carne morbida lasciando segni bianchi che presto sarebbero diventati lividi, e la trascinò verso il bordo dello strumento finché i glutei di lei non furono quasi sospesi nel vuoto, pericolosamente esposti, i talloni che scivolavano sul legno laccato.

«Guardami,» ordinò, ma non aspettò che lei mettesse a fuoco o annuisse. Spinse i fianchi in avanti con una determinazione inesorabile, cieca. La punta del suo sesso trovò l'ingresso bagnato di Elena, già preparato dalla sua stessa eccitazione, e l'invasione iniziò. Non fu un ingresso rapido, dettato dalla fretta di finire; fu una conquista geologica, lenta e inarrestabile.

Elena spalancò la bocca in un urlo muto, gli occhi sbarrati verso il soffitto affrescato ma invisibile nell'ombra, mentre sentiva le pareti interne del suo corpo allargarsi oltre ogni limite conosciuto per accoglierlo. Sentiva ogni millimetro di quella intrusione: la corona che forzava l'apertura, l'asta spessa che stirava i tessuti, reclamando spazio dove spazio non c'era. Era una sensazione di stiramento delizioso e bruciante, una pienezza totale che la riempì completamente, cancellando ogni altro pensiero, ogni memoria di chi fosse prima di quel momento.

Quando Julian affondò fino alla radice, colpendo con un impatto sordo e pesante la profondità del suo ventre, entrambi si bloccarono. Rimasero paralizzati dall'intensità di quell'unione totale, respirando all'unisono in un silenzio carico di elettricità statica. Lui era sepolto in lei, un pilastro di calore vivo; lei era impalata su di lui, aperta, vulnerabile, contenitore del genio e della bestia.

Poi Julian iniziò a muoversi, e il ritmo che impose non aveva nulla della grazia liquida di un notturno o della leggerezza di un valzer. Era una marcia, potente, devastante e militare. Si ritraeva quasi completamente, lasciandola con una sensazione di vuoto improvviso e gelido che le faceva mancare il fiato, per poi spingere di nuovo in avanti con una violenza controllata, facendo sbattere il proprio bacino contro le ossa pubiche di lei.

L'impatto produceva un rumore umido e ritmico, osceno nella sua ripetitività. Clap. Clap. Clap. Il suono della pelle contro pelle divenne presto la colonna sonora dominante della stanza, un metronomo carnale che copriva il rumore della pioggia esterna e il fruscio del vento.

Elena si ritrovò a boccheggiare, incapace di gestire l'afflusso massiccio di sensazioni che le bombardavano il cervello. Sentiva l'attrito ruvido e magnifico di ogni spinta, percepiva i muscoli delle braccia di Julian contrarsi duri come pietra sotto le sue mani mentre lei cercava disperatamente di aggrapparsi ai suoi bicipiti per non scivolare via sulla superficie lucida del pianoforte.

Ad ogni affondo profondo, lo strumento sotto di lei reagiva. Il pianoforte emetteva un gemito ligneo, una risonanza spettrale e profonda, come se la cassa armonica stesse amplificando non solo le note, ma anche i corpi. Le corde all'interno vibravano per simpatia, creando un ronzio quasi impercettibile che le solleticava la pelle della schiena nuda.

Julian la guardava dall'alto, il volto trasfigurato da una concentrazione feroce, i capelli grigi incollati alla fronte dal sudore, la mascella serrata nello sforzo di mantenere il controllo. Non c'era dolcezza nei suoi occhi grigi, solo un possesso assoluto, territoriale.

Elena si sentì liquefare sotto quello sguardo; la sua identità di studentessa modello, di ragazza prodigio, si stava sgretolando spinta dopo spinta, sostituita dalla consapevolezza puramente fisica di essere la femmina del maestro, l'oggetto su cui lui stava scaricando anni di tensione, solitudine e genialità repressa. I suoi gemiti iniziarono a sincronizzarsi con le spinte di lui, creando una melodia di piacere e sottomissione che riempiva il vuoto della sala.

Improvvisamente, proprio quando Elena sentiva l'avvicinarsi di un picco, Julian si fermò a metà di una spinta. La lasciò sospesa sull'orlo di un precipizio sensoriale, negandole il passo finale. Il suo respiro era rauco, spezzato, una serie di sbuffi caldi contro il viso di lei.

«No,» ringhiò, e la parola vibrò contro il collo di lei come una sentenza. «Non così. È troppo comodo. Troppo intimo. Voglio vedere tutto.»

Senza preavviso, uscì dal suo corpo con uno schiocco umido e violento che fece sentire a Elena un senso di perdita immediato e doloroso, un vuoto che urlava di essere riempito di nuovo. Le gambe le ricaddero inerti sul pianoforte, tremanti.

Ma Julian non le diede tempo di lamentarsi o di capire. Con una forza che non ammetteva repliche, le afferrò un braccio e la costrinse a ruotare su se stessa.

«Girati. Mettiti in ginocchio,» comandò, spingendola.

Elena, stordita dalla brusca interruzione e docile per l'eccitazione, obbedì goffamente. Si mise carponi sopra la superficie dura, nera e scivolosa del pianoforte a coda. La nuova posizione cambiò radicalmente la prospettiva e la sensazione.

Davanti ai suoi occhi c'era solo la distesa nera del coperchio sollevato, simile all'ala di un grande uccello notturno, e le corde dorate all'interno che brillavano nella penombra. Ma la sua mente era focalizzata interamente su ciò che accadeva alle sue spalle, fuori dal suo campo visivo. Si sentiva indifesa come un animale.

Sentiva lo sguardo di Julian bruciarle la schiena nuda, scendere lungo la colonna vertebrale madida di sudore, soffermarsi sui glutei esposti e sulla sua intimità ora offerta a lui come un trofeo, spalancata e accessibile.

Julian le posò una mano pesante sulla parte bassa della schiena, premendo verso il basso per inarcarla ancora di più, esponendola totalmente, correggendo la sua postura come se stesse correggendo l'assetto delle mani sulla tastiera.

«Ecco,» sussurrò, e la sua voce arrivava da dietro, carica di un'autorità oscura e compiaciuta. «Questa è la tua vera posizione, Elena. Non seduta sullo sgabello davanti al pubblico. Ma qui, a quattro zampe, sotto di me.»

Quando penetrò di nuovo, l'angolazione fu completamente diversa: più profonda, più diretta, quasi punitiva. Colpì un punto interno che la posizione frontale non aveva raggiunto. Elena gridò, un suono acuto e involontario che si mescolò alla vibrazione dei tasti sotto le sue mani, mentre Julian afferrava i suoi fianchi come maniglie per ancorarsi, riprendendo il ritmo con una ferocia rinnovata, usandola per il suo piacere, trasformando il pianoforte in un altare sacrificale dove la sua innocenza veniva definitivamente consumata.

scritto il
2026-01-07
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