L'ultima lezione - Capitolo 2 - Adagio Molto Espressivo
di
ErosScritto
genere
dominazione
Julian interruppe il bacio non per allontanarsi, ma per guardarla, per valutare l'effetto della sua presenza devastante su di lei. Si raddrizzò lentamente, metro dopo metro, fino a torreggiare su di lei mentre Elena restava in equilibrio precario sul bordo del pianoforte, con i palmi sudati appoggiati indietro sulla superficie nera e lucida per sostenersi, le braccia che tremavano visibilmente sotto il peso del suo stesso corpo abbandonato.
Il contrasto visivo in quel momento era scioccante, degno di un dipinto barocco: la pelle pallida, quasi traslucida di lei, arrossata in chiazze irregolari sul collo e sul petto per l'emozione, spiccava violentemente contro l’oscurità profonda e laccata dello strumento. I suoi capelli biondi, ormai liberati dallo chignon, erano sparsi come una raggera disordinata sul legno pregiato, un disordine che gridava sottomissione.
Il respiro di Elena era corto, spezzato, una serie di sussulti aritmici; il petto si alzava e abbassava violentemente, cercando ossigeno in una stanza che sembrava esserne stata svuotata, mentre Julian sembrava aver appena recuperato una calma glaciale, quasi terrificante. I suoi occhi grigi, tuttavia, tradivano un fuoco interiore controllato a stento; non la guardavano semplicemente come si guarda una donna desiderabile, ma come un collezionista osserva un'opera d'arte rara che ha appena deciso di acquistare, indipendentemente dal prezzo esorbitante.
Le gambe di Elena erano ancora aperte, le ginocchia piegate ai lati dei fianchi di lui, e lui restava lì, incastrato in quella "V" accogliente, vestito di tutto punto, impeccabile nel suo completo scuro sartoriale, un monolite di autorità e decoro contro la disarmante, caotica vulnerabilità di lei.-----«Adagio,» mormorò Julian. La parola uscì dalle sue labbra non come un suggerimento musicale, ma come un comando ipnotico che rallentò il tempo stesso.
Le sue mani si staccarono dai fianchi di lei, dove avevano lasciato impronte calde, e risalirono lentamente verso il centro del suo petto. Elena tremò, i muscoli dell'addome che si contrassero in aspettativa di uno strappo, di una violenza improvvisa dettata dall'urgenza maschile. Ma Julian la sorprese ancora una volta. Con una lentezza esasperante, quasi crudele, le dita lunghe e abili afferrarono il primo piccolo bottone di madreperla della sua camicetta di seta.
Non lo strappò. Lo fece ruotare, lo spinse attraverso l'asola stretta con una meticolosità chirurgica, usando lo stesso tocco leggero, preciso e calcolato che usava per sfiorare i tasti in un notturno di Chopin.
Elena sentì l'aria fredda della sala da musica colpire il primo triangolo di pelle nuda alla base del collo, facendo indurire dolorosamente i capezzoli sotto il pizzo del reggiseno ancora nascosto. Julian non distolse lo sguardo dai suoi occhi spalancati mentre passava al secondo bottone, poi al terzo. Era una tortura deliziosa e raffinata. Ogni bottone sganciato era una barriera morale che cadeva, un silenzioso assenso alla sua invasione, un pezzo della sua identità di "brava ragazza" che veniva scartato.
«Hai passato mesi a nasconderti dietro la tecnica, Elena,» disse lui, la voce bassa e roca che vibrava contro il petto nudo di lei, penetrando sotto la pelle. «A nascondere questo calore dietro la freddezza dello spartito. Ma la musica non mente. E nemmeno il corpo.»
Sganciò l'ultimo bottone e, con un movimento fluido dei polsi, aprì i lembi della camicetta, facendola scivolare giù dalle spalle di lei. Il tessuto frusciò morbidamente cadendo sui tasti dietro la sua schiena, producendo un suono ovattato, spettrale, un accordo muto di resa.
Ora Elena era esposta dalla vita in su, coperta solo da un balconcino di pizzo nero che, nel suo candore, sembrava osceno. La pelle del suo décolleté si coprì di brividi, ma non per il freddo. Julian abbassò lo sguardo, e lei sentì quel contatto visivo come una carezza fisica, pesante, calda e invadente.
Lui non la toccò subito. Si prese un momento interminabile per ammirare il tremito del suo addome, il modo in cui il suo seno premeva disperatamente contro il pizzo ad ogni respiro ansioso. Poi, sollevò le mani e, invece di slacciare il reggiseno, ne seguì i contorni con i pollici, tracciando la linea rigida del ferretto, sfiorando la pelle morbida che straripava appena sopra la coppa.
«Bellissima,» sussurrò, e in quella singola parola c'era una riverenza profana che fece inarcare Elena verso di lui, affamata di quel tocco che lui le stava negando ancora per qualche, interminabile, secondo.-----Julian fece scivolare le mani dietro la schiena di Elena, i palmi caldi che sfregavano contro la sua pelle fredda. Non ci fu incertezza, nessun armeggiare goffo tipico degli amanti inesperti; le sue dita trovarono il gancetto del reggiseno con la sicurezza cieca di chi conosce la memoria muscolare di ogni gesto, proprio come conosceva ogni intervallo sulla tastiera.
Un clic secco, metallico, risuonò nel silenzio carico di tensione, e la costrizione del pizzo sul torace di lei svanì istantaneamente. Julian sfilò le spalline facendole scivolare giù lungo le braccia pallide e inerti di Elena, lasciando che l'indumento cadesse dimenticato sul pavimento scuro.
Ora era completamente nuda dalla vita in su, i seni tesi, pieni e dai capezzoli turgidi offerti al suo sguardo critico e affamato. Elena sentì il rossore della vergogna e dell'eccitazione divamparle sul collo e sul viso, un calore che contrastava violentemente con l'aria fresca della villa, ma non cercò di coprirsi con le braccia. Al contrario, spinta da un istinto che non sapeva di possedere, inarcò leggermente la schiena, spingendo il petto verso di lui, un'offerta silenziosa e disperata che Julian accettò senza esitazione.
Si chinò verso di lei, ma invece di baciarle le labbra, affondò il viso nell'incavo del suo collo, inspirando profondamente, rumorosamente, il suo profumo naturale, misto al sudore acido dell'ansia e alla dolcezza dell'eccitazione. La sua barba di un giorno, ruvida e ispida come carta vetrata fine, graffiò deliziosamente la pelle sensibile di Elena, strappandole un brivido violento che le percorse la spina dorsale fino alle dita dei piedi contratti nelle scarpe.-----«Deliziosa,» ringhiò lui contro la sua pelle, la voce vibrante che le trasmise una scossa elettrica.
E poi scese. La sua bocca, calda, umida e vorace, tracciò una scia bagnata lungo la clavicola, scendendo lentamente verso la curva del seno sinistro. Elena trattenne il respiro, le mani che stringevano convulsamente le spalle della giacca di lui, artigliando il tessuto costoso per non cadere all'indietro.
Quando finalmente Julian chiuse le labbra attorno al suo capezzolo turgido, il mondo di Elena si restrinse a quel singolo, minuscolo punto di contatto. Non fu un bacio gentile; fu una rivendicazione di proprietà. Julian succhiò con forza, usando la lingua ruvida per tormentare la punta indurita, alternando una pressione ritmica e potente a morsi leggeri e taglienti che la fecero gemere ad alta voce, un suono che si perse nelle volte alte del soffitto.
La sensazione della sua bocca esperta, che la manipolava con la stessa intensità focalizzata con cui dominava un concerto solista, le inviò scosse elettriche direttamente al basso ventre, facendole piegare le dita dei piedi dentro le décolleté. Elena gettò la testa all'indietro, esponendo la gola, persa in una nebbia di piacere accecante, mentre Julian continuava a "suonare" il suo corpo, assaporando ogni gemito come se fosse una nota perfettamente eseguita.
Ma mentre la sua bocca la teneva prigioniera in alto, le sue mani non rimasero inoperose. Julian spostò i palmi grandi e caldi dai fianchi di lei verso il basso, accarezzando la curva delle cosce coperte dalla stretta gonna a matita. Il tessuto sintetico scivolò sotto le sue dita mentre lui ne saggiava la consistenza, cercando l'orlo con l'intento di chi sa esattamente cosa vuole trovare.
Trovò lo spacco laterale e vi insinuò le dita, toccando finalmente la pelle nuda della coscia, appena sopra il ginocchio. Il contrasto tra la sua mano ruvida e la setosità della pelle di Elena fu scioccante per entrambi. Lui non si fermò lì; iniziò a raccogliere la stoffa, facendola risalire lentamente, centimetro dopo centimetro, esponendo le gambe di lei all'aria e al suo tocco possessivo.
Le sue dita risalirono l'interno coscia con una lentezza predatoria, sfiorando appena la zona che pulsava di bisogno liquido, promettendo un contatto che ancora non concedeva, mantenendo Elena in uno stato di sospensione agonizzante mentre la sua bocca continuava, implacabile, a lavorare sul suo seno, succhiando e tirando finché lei non si sentì sul punto di gridare per la frustrazione e il piacere combinati.-----Julian decise improvvisamente che era il momento di svelare il mistero finale, di togliere l'ultimo velo. Con un movimento deciso, staccò la bocca dal seno di Elena, lasciandola ansimante, stordita, con il capezzolo lucido di saliva ed esposto all'aria fredda che lo faceva pulsare di dolore e piacere.
Le sue mani, che avevano pazientemente arricciato la gonna fino a metà coscia, scattarono verso l'alto in un colpo solo, spingendo il tessuto nero fino alla vita, accumulandolo come una cintura scura e inutile attorno ai suoi fianchi pallidi. Julian abbassò lo sguardo, gli occhi ridotti a due fessure scure, aspettandosi di trovare una barriera di pizzo, seta o cotone da dover strappare, spostare o aggirare. Si aspettava la resistenza finale, l'ultimo baluardo della modestia borghese della sua studentessa più disciplinata.
Invece, si bloccò. Le sue mani si fermarono a mezz'aria, le dita ancora contratte dalla sorpresa. Lì, nel triangolo più intimo tra le cosce spalancate di Elena, non c'era nulla. Assolutamente nulla. Niente elastici a segnare i fianchi, niente tessuto a nascondere il sesso. Elena era completamente nuda sotto la gonna severa da concertista. La sua intimità era lì, esposta, di una nudità scioccante, rasata e vulnerabile, offerta a lui come un frutto maturo che aspettava solo di essere colto, o divorato.-----Il silenzio nella stanza cambiò frequenza. Divenne denso, elettrico, quasi irrespirabile. Elena chiuse gli occhi, incapace di sostenere lo sguardo di lui in quel momento di rivelazione totale, le guance in fiamme per la vergogna e per un'eccitazione insopportabile di sentirsi così scoperta, così letta. Sentiva l'aria della stanza accarezzarle le labbra più intime, una sensazione di vulnerabilità così acuta da farle girare la testa.
Julian emise un suono basso, gutturale, una via di mezzo tra una risata incredula e un ringhio di approvazione maschile. «Guarda un po'...» mormorò, e la sua voce era carica di un'oscura, perversa soddisfazione.
Si chinò leggermente in avanti, appoggiando le mani pesanti sulle ginocchia di lei per allargarle ancora di più, forzando un'apertura quasi dolorosa, esponendo ogni segreto alla luce fioca della sala.
«La mia timida, perfetta Elena. La ragazza che arrossisce se sbaglia una nota. Sei venuta a lezione in queste condizioni? Senza niente addosso?» Le sue parole erano lame affilate, mirate a umiliarla ed eccitarla allo stesso tempo. «Mi chiedo... era per comodità, o sapevi esattamente come sarebbe finita questa serata? Lo avevi pianificato mentre ti vestivi allo specchio?»
Non aspettò una risposta. Non ce n'era bisogno. La prova schiacciante era evidente sotto i suoi occhi avidi. Anche senza toccarla, Julian poteva vedere il lucido inequivocabile del suo desiderio. Le labbra del suo sesso erano gonfie, arrossate, e glistevano di un'umidità profusa, tradendo un'eccitazione che doveva essere iniziata molto prima che lui la toccasse, forse nel momento stesso in cui era entrata nella villa, o forse ogni volta che lui l'aveva guardata durante la lezione. Era il segreto sporco della sua allieva modello, sbattuto in faccia al maestro.
Julian passò un dito lungo l'interno coscia, lento, torturante, fermandosi a un millimetro dall'ingresso, raccogliendo una goccia di quel nettare trasparente che stava già scivolando verso il basso. Poi, portò il dito bagnato alle labbra di lei, premendo contro la bocca chiusa finché lei non l'aprì, sporcandole la lingua con il suo stesso sapore, costringendola ad assaggiare la sua lussuria, a riconoscere la sua depravazione.
«Sei fradicia, Elena,» le sussurrò contro le labbra, crudele e magnifico, mentre lei succhiava il dito di lui, gli occhi persi nel vuoto del piacere. «Non c'è bisogno di preludi. Non c'è bisogno di gentilezza. Sei già pronta a farti spaccare in due.»
E con quella sentenza brutale, che suonò come una promessa e una minaccia, Julian si alzò in piedi, slacciandosi la cintura dei pantaloni con la calma terrificante e metodica di un uomo che sta per reclamare ciò che, ormai è chiaro, è legittimamente suo.
Il contrasto visivo in quel momento era scioccante, degno di un dipinto barocco: la pelle pallida, quasi traslucida di lei, arrossata in chiazze irregolari sul collo e sul petto per l'emozione, spiccava violentemente contro l’oscurità profonda e laccata dello strumento. I suoi capelli biondi, ormai liberati dallo chignon, erano sparsi come una raggera disordinata sul legno pregiato, un disordine che gridava sottomissione.
Il respiro di Elena era corto, spezzato, una serie di sussulti aritmici; il petto si alzava e abbassava violentemente, cercando ossigeno in una stanza che sembrava esserne stata svuotata, mentre Julian sembrava aver appena recuperato una calma glaciale, quasi terrificante. I suoi occhi grigi, tuttavia, tradivano un fuoco interiore controllato a stento; non la guardavano semplicemente come si guarda una donna desiderabile, ma come un collezionista osserva un'opera d'arte rara che ha appena deciso di acquistare, indipendentemente dal prezzo esorbitante.
Le gambe di Elena erano ancora aperte, le ginocchia piegate ai lati dei fianchi di lui, e lui restava lì, incastrato in quella "V" accogliente, vestito di tutto punto, impeccabile nel suo completo scuro sartoriale, un monolite di autorità e decoro contro la disarmante, caotica vulnerabilità di lei.-----«Adagio,» mormorò Julian. La parola uscì dalle sue labbra non come un suggerimento musicale, ma come un comando ipnotico che rallentò il tempo stesso.
Le sue mani si staccarono dai fianchi di lei, dove avevano lasciato impronte calde, e risalirono lentamente verso il centro del suo petto. Elena tremò, i muscoli dell'addome che si contrassero in aspettativa di uno strappo, di una violenza improvvisa dettata dall'urgenza maschile. Ma Julian la sorprese ancora una volta. Con una lentezza esasperante, quasi crudele, le dita lunghe e abili afferrarono il primo piccolo bottone di madreperla della sua camicetta di seta.
Non lo strappò. Lo fece ruotare, lo spinse attraverso l'asola stretta con una meticolosità chirurgica, usando lo stesso tocco leggero, preciso e calcolato che usava per sfiorare i tasti in un notturno di Chopin.
Elena sentì l'aria fredda della sala da musica colpire il primo triangolo di pelle nuda alla base del collo, facendo indurire dolorosamente i capezzoli sotto il pizzo del reggiseno ancora nascosto. Julian non distolse lo sguardo dai suoi occhi spalancati mentre passava al secondo bottone, poi al terzo. Era una tortura deliziosa e raffinata. Ogni bottone sganciato era una barriera morale che cadeva, un silenzioso assenso alla sua invasione, un pezzo della sua identità di "brava ragazza" che veniva scartato.
«Hai passato mesi a nasconderti dietro la tecnica, Elena,» disse lui, la voce bassa e roca che vibrava contro il petto nudo di lei, penetrando sotto la pelle. «A nascondere questo calore dietro la freddezza dello spartito. Ma la musica non mente. E nemmeno il corpo.»
Sganciò l'ultimo bottone e, con un movimento fluido dei polsi, aprì i lembi della camicetta, facendola scivolare giù dalle spalle di lei. Il tessuto frusciò morbidamente cadendo sui tasti dietro la sua schiena, producendo un suono ovattato, spettrale, un accordo muto di resa.
Ora Elena era esposta dalla vita in su, coperta solo da un balconcino di pizzo nero che, nel suo candore, sembrava osceno. La pelle del suo décolleté si coprì di brividi, ma non per il freddo. Julian abbassò lo sguardo, e lei sentì quel contatto visivo come una carezza fisica, pesante, calda e invadente.
Lui non la toccò subito. Si prese un momento interminabile per ammirare il tremito del suo addome, il modo in cui il suo seno premeva disperatamente contro il pizzo ad ogni respiro ansioso. Poi, sollevò le mani e, invece di slacciare il reggiseno, ne seguì i contorni con i pollici, tracciando la linea rigida del ferretto, sfiorando la pelle morbida che straripava appena sopra la coppa.
«Bellissima,» sussurrò, e in quella singola parola c'era una riverenza profana che fece inarcare Elena verso di lui, affamata di quel tocco che lui le stava negando ancora per qualche, interminabile, secondo.-----Julian fece scivolare le mani dietro la schiena di Elena, i palmi caldi che sfregavano contro la sua pelle fredda. Non ci fu incertezza, nessun armeggiare goffo tipico degli amanti inesperti; le sue dita trovarono il gancetto del reggiseno con la sicurezza cieca di chi conosce la memoria muscolare di ogni gesto, proprio come conosceva ogni intervallo sulla tastiera.
Un clic secco, metallico, risuonò nel silenzio carico di tensione, e la costrizione del pizzo sul torace di lei svanì istantaneamente. Julian sfilò le spalline facendole scivolare giù lungo le braccia pallide e inerti di Elena, lasciando che l'indumento cadesse dimenticato sul pavimento scuro.
Ora era completamente nuda dalla vita in su, i seni tesi, pieni e dai capezzoli turgidi offerti al suo sguardo critico e affamato. Elena sentì il rossore della vergogna e dell'eccitazione divamparle sul collo e sul viso, un calore che contrastava violentemente con l'aria fresca della villa, ma non cercò di coprirsi con le braccia. Al contrario, spinta da un istinto che non sapeva di possedere, inarcò leggermente la schiena, spingendo il petto verso di lui, un'offerta silenziosa e disperata che Julian accettò senza esitazione.
Si chinò verso di lei, ma invece di baciarle le labbra, affondò il viso nell'incavo del suo collo, inspirando profondamente, rumorosamente, il suo profumo naturale, misto al sudore acido dell'ansia e alla dolcezza dell'eccitazione. La sua barba di un giorno, ruvida e ispida come carta vetrata fine, graffiò deliziosamente la pelle sensibile di Elena, strappandole un brivido violento che le percorse la spina dorsale fino alle dita dei piedi contratti nelle scarpe.-----«Deliziosa,» ringhiò lui contro la sua pelle, la voce vibrante che le trasmise una scossa elettrica.
E poi scese. La sua bocca, calda, umida e vorace, tracciò una scia bagnata lungo la clavicola, scendendo lentamente verso la curva del seno sinistro. Elena trattenne il respiro, le mani che stringevano convulsamente le spalle della giacca di lui, artigliando il tessuto costoso per non cadere all'indietro.
Quando finalmente Julian chiuse le labbra attorno al suo capezzolo turgido, il mondo di Elena si restrinse a quel singolo, minuscolo punto di contatto. Non fu un bacio gentile; fu una rivendicazione di proprietà. Julian succhiò con forza, usando la lingua ruvida per tormentare la punta indurita, alternando una pressione ritmica e potente a morsi leggeri e taglienti che la fecero gemere ad alta voce, un suono che si perse nelle volte alte del soffitto.
La sensazione della sua bocca esperta, che la manipolava con la stessa intensità focalizzata con cui dominava un concerto solista, le inviò scosse elettriche direttamente al basso ventre, facendole piegare le dita dei piedi dentro le décolleté. Elena gettò la testa all'indietro, esponendo la gola, persa in una nebbia di piacere accecante, mentre Julian continuava a "suonare" il suo corpo, assaporando ogni gemito come se fosse una nota perfettamente eseguita.
Ma mentre la sua bocca la teneva prigioniera in alto, le sue mani non rimasero inoperose. Julian spostò i palmi grandi e caldi dai fianchi di lei verso il basso, accarezzando la curva delle cosce coperte dalla stretta gonna a matita. Il tessuto sintetico scivolò sotto le sue dita mentre lui ne saggiava la consistenza, cercando l'orlo con l'intento di chi sa esattamente cosa vuole trovare.
Trovò lo spacco laterale e vi insinuò le dita, toccando finalmente la pelle nuda della coscia, appena sopra il ginocchio. Il contrasto tra la sua mano ruvida e la setosità della pelle di Elena fu scioccante per entrambi. Lui non si fermò lì; iniziò a raccogliere la stoffa, facendola risalire lentamente, centimetro dopo centimetro, esponendo le gambe di lei all'aria e al suo tocco possessivo.
Le sue dita risalirono l'interno coscia con una lentezza predatoria, sfiorando appena la zona che pulsava di bisogno liquido, promettendo un contatto che ancora non concedeva, mantenendo Elena in uno stato di sospensione agonizzante mentre la sua bocca continuava, implacabile, a lavorare sul suo seno, succhiando e tirando finché lei non si sentì sul punto di gridare per la frustrazione e il piacere combinati.-----Julian decise improvvisamente che era il momento di svelare il mistero finale, di togliere l'ultimo velo. Con un movimento deciso, staccò la bocca dal seno di Elena, lasciandola ansimante, stordita, con il capezzolo lucido di saliva ed esposto all'aria fredda che lo faceva pulsare di dolore e piacere.
Le sue mani, che avevano pazientemente arricciato la gonna fino a metà coscia, scattarono verso l'alto in un colpo solo, spingendo il tessuto nero fino alla vita, accumulandolo come una cintura scura e inutile attorno ai suoi fianchi pallidi. Julian abbassò lo sguardo, gli occhi ridotti a due fessure scure, aspettandosi di trovare una barriera di pizzo, seta o cotone da dover strappare, spostare o aggirare. Si aspettava la resistenza finale, l'ultimo baluardo della modestia borghese della sua studentessa più disciplinata.
Invece, si bloccò. Le sue mani si fermarono a mezz'aria, le dita ancora contratte dalla sorpresa. Lì, nel triangolo più intimo tra le cosce spalancate di Elena, non c'era nulla. Assolutamente nulla. Niente elastici a segnare i fianchi, niente tessuto a nascondere il sesso. Elena era completamente nuda sotto la gonna severa da concertista. La sua intimità era lì, esposta, di una nudità scioccante, rasata e vulnerabile, offerta a lui come un frutto maturo che aspettava solo di essere colto, o divorato.-----Il silenzio nella stanza cambiò frequenza. Divenne denso, elettrico, quasi irrespirabile. Elena chiuse gli occhi, incapace di sostenere lo sguardo di lui in quel momento di rivelazione totale, le guance in fiamme per la vergogna e per un'eccitazione insopportabile di sentirsi così scoperta, così letta. Sentiva l'aria della stanza accarezzarle le labbra più intime, una sensazione di vulnerabilità così acuta da farle girare la testa.
Julian emise un suono basso, gutturale, una via di mezzo tra una risata incredula e un ringhio di approvazione maschile. «Guarda un po'...» mormorò, e la sua voce era carica di un'oscura, perversa soddisfazione.
Si chinò leggermente in avanti, appoggiando le mani pesanti sulle ginocchia di lei per allargarle ancora di più, forzando un'apertura quasi dolorosa, esponendo ogni segreto alla luce fioca della sala.
«La mia timida, perfetta Elena. La ragazza che arrossisce se sbaglia una nota. Sei venuta a lezione in queste condizioni? Senza niente addosso?» Le sue parole erano lame affilate, mirate a umiliarla ed eccitarla allo stesso tempo. «Mi chiedo... era per comodità, o sapevi esattamente come sarebbe finita questa serata? Lo avevi pianificato mentre ti vestivi allo specchio?»
Non aspettò una risposta. Non ce n'era bisogno. La prova schiacciante era evidente sotto i suoi occhi avidi. Anche senza toccarla, Julian poteva vedere il lucido inequivocabile del suo desiderio. Le labbra del suo sesso erano gonfie, arrossate, e glistevano di un'umidità profusa, tradendo un'eccitazione che doveva essere iniziata molto prima che lui la toccasse, forse nel momento stesso in cui era entrata nella villa, o forse ogni volta che lui l'aveva guardata durante la lezione. Era il segreto sporco della sua allieva modello, sbattuto in faccia al maestro.
Julian passò un dito lungo l'interno coscia, lento, torturante, fermandosi a un millimetro dall'ingresso, raccogliendo una goccia di quel nettare trasparente che stava già scivolando verso il basso. Poi, portò il dito bagnato alle labbra di lei, premendo contro la bocca chiusa finché lei non l'aprì, sporcandole la lingua con il suo stesso sapore, costringendola ad assaggiare la sua lussuria, a riconoscere la sua depravazione.
«Sei fradicia, Elena,» le sussurrò contro le labbra, crudele e magnifico, mentre lei succhiava il dito di lui, gli occhi persi nel vuoto del piacere. «Non c'è bisogno di preludi. Non c'è bisogno di gentilezza. Sei già pronta a farti spaccare in due.»
E con quella sentenza brutale, che suonò come una promessa e una minaccia, Julian si alzò in piedi, slacciandosi la cintura dei pantaloni con la calma terrificante e metodica di un uomo che sta per reclamare ciò che, ormai è chiaro, è legittimamente suo.
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