L'ultima lezione - Capitolo 1 - La Dissonanza

di
genere
dominazione

Il silenzio che seguì l'errore fu peggiore di qualsiasi urlo, più pesante di una lastra di marmo calata improvvisamente sulla cassa toracica. Nella vasta sala della musica di Villa Arcore, un ambiente che sembrava progettato appositamente per amplificare le insicurezze, l’unica cosa che Elena riusciva a sentire era il rombo assordante del proprio sangue nelle orecchie e il ticchettio implacabile, quasi sadico, della pioggia autunnale contro le alte finestre gotiche. Aveva mancato un si bemolle. Una sciocchezza, un’imperfezione microscopica, quasi impercettibile all'orecchio umano medio, nel mezzo di un passaggio della Sonata in Si minore di Liszt che richiedeva una precisione non solo tecnica, ma spirituale.

Ma per Julian Valli non esistevano imperfezioni microscopiche. Per il Maestro, l'uomo che aveva rifiutato le più grandi orchestre d'Europa per ritirarsi in quell'isolamento aristocratico, esisteva solo la perfezione assoluta o il fallimento totale.

Elena rimase immobile, pietrificata, le mani sospese come artigli inutili sopra la tastiera d’avorio ingiallito dal tempo, con i muscoli della schiena contratti in un’attesa dolorosa. Non osava voltarsi. Non osava nemmeno respirare. Sapeva che lui era lì, in piedi da qualche parte nell'ombra dietro di lei, una presenza oscura e torreggiante che assorbiva tutto l'ossigeno della stanza. Poteva percepire fisicamente la sua disapprovazione, un'onda gelida che le colpiva la nuca. Eppure, paradossalmente, sentiva anche il calore del suo corpo irradiarsi verso di lei, contrastando con l'aria fredda e umida della villa, un calore animale che le faceva formicolare la pelle scoperta del collo, nuda perché aveva, forse con una sconsideratezza inconscia, deciso di raccogliere i capelli biondi in uno chignon disordinato che lasciava esposta la sua vulnerabilità. L'odore di Julian iniziò a saturare lo spazio intorno a lei — una miscela complessa, inebriante e severa di tabacco da pipa aromatizzato alla ciliegia, legno antico lucidato a cera e una nota pungente, metallica, di colonia costosa — riempendole le narici, annebbiandole per un istante la lucidità, facendole girare la testa come se avesse bevuto a stomaco vuoto. Era l'odore dell'autorità, l'odore di un uomo che non chiedeva permesso, e le fece tremare le mani in modo incontrollabile.-----«Ancora,» disse lui.

La sua voce non era alta; non ne aveva bisogno. Era un baritono basso, vibrante, levigato da anni di comando, un sussurro roco che le scivolò lungo la spina dorsale come una goccia di ghiaccio bollente, bypassando ogni barriera razionale per colpire direttamente il sistema nervoso. Non c'era rabbia manifesta nel tono, solo un comando assoluto, privo di emozioni, che esigeva obbedienza immediata e totale.

Elena deglutì a vuoto, cercando disperatamente di lubrificare la gola improvvisamente arida come carta vetrata. Le sue dita tremavano visibilmente sopra i tasti. Calmati, si ordinò mentalmente, chiudendo gli occhi per un secondo. Sei qui per imparare. Sei qui perché sei la migliore del tuo corso, e lui è l'unico che può portarti oltre, nel territorio dei grandi. Ma la verità, quella scomoda verità che pulsava basso e pesante nel suo ventre ogni volta che lo sguardo grigio e penetrante di Valli si posava su di lei, era molto più complicata e pericolosa.

Abbassò di nuovo le mani sui tasti, cercando di ritrovare il focus, di isolare la musica dal desiderio, ma la consapevolezza della sua vicinanza era una distrazione fatale.

Julian fece un passo avanti. Il rumore dei suoi passi sul parquet di quercia secolare fu lento, deliberato, il suono di un predatore che non ha fretta perché sa che la preda non ha via di scampo. Elena sentì il tessuto ruvido dei pantaloni di lui sfiorare quasi impercettibilmente la seta sottile della sua camicetta sulla spalla, un contatto elettrico che la fece sussultare.

«Sei rigida, Elena,» mormorò Julian, e questa volta la voce le arrivò direttamente all'orecchio destro, calda, umida, intima, infrangendo ogni distanza professionale. «La tecnica è inutile se il corpo è un blocco di marmo. Liszt non si suona con le dita, ragazza sciocca. Si suona con il sangue. Con i fianchi. Con il respiro. Devi violentare lo strumento, non accarezzarlo.»

Prima che lei potesse formulare una scusa patetica, sentì le mani di lui posarsi sulle sue spalle. Erano mani grandi, pesanti, mani che avevano creato musica sublime e distrutto carriere. Le dita lunghe premettero con autorità sui trapezi contratti. Non fu un tocco gentile. Fu un tocco di possesso, di correzione brutale. I pollici di Julian affondarono nella carne tesa, massaggiando con una pressione che stava esattamente, deliziosamente, sul confine sottile tra il dolore acuto e il piacere profondo, costringendola a lasciar andare un sospiro spezzato che risuonò osceno nel silenzio della stanza.

«Rilassati,» ordinò, e le sue mani scivolarono lentamente dalle spalle giù verso le braccia, sfiorandole la pelle attraverso la seta con una lentezza esasperante, fermandosi appena sopra i gomiti per tirarla indietro, aggiustare la sua postura, costringendola ad inarcare la schiena e ad esporre il petto in un'offerta involontaria. In quella posizione, con le braccia bloccate e il petto spinto in fuori, Elena si sentì improvvisamente, totalmente vulnerabile, un oggetto nelle sue mani.-----Julian non si ritrasse dopo la correzione. Al contrario, il cigolio sinistro del legno laccato annunciò la sua prossima mossa prima ancora che Elena potesse processarla mentalmente. Con un movimento fluido, quasi liquido, che tradiva una grazia fisica inaspettata per un uomo della sua stazza, si sedette sullo sgabello accanto a lei. Non c’era abbastanza spazio per due persone su quella panca imbottita di velluto cremisi, non senza infrangere ogni regola di decoro e prossemica, ma a Julian non sembrava importare minimamente. La sua coscia destra premette contro la sinistra di lei, un muro di muscoli solido e caldo che bruciava attraverso il tessuto leggero della gonna a matita di Elena e i pantaloni di lui.

Lei istintivamente cercò di farsi piccola, di ritrarre i gomiti per non toccarlo, ma lui glielo impedì con una fermezza immediata.

«Non scappare,» le ordinò, la voce ora priva di quella distanza pedagogica, carica di una sfumatura più scura, più roca, un timbro che faceva vibrare l'aria stessa.

Julian allungò le braccia, circondandola completamente per raggiungere la tastiera davanti a lei. In quell’abbraccio forzato, il petto ampio di lui aderì alla schiena di lei, intrappolandola in una gabbia di calore, muscoli e profumo maschile. Elena sentì il respiro di lui muoverle i capelli fini sulla nuca, un ritmo lento, pesante, che sembrava sincronizzarsi con il battito impazzito e disordinato nel suo basso ventre.

«Metti le mani in posizione. Ora,» sussurrò lui contro la pelle sensibile sotto il suo orecchio.

Tremando come una foglia, Elena obbedì, posizionando le dita sulla tastiera. Immediatamente, le grandi mani di Julian si posarono sulle sue, coprendole interamente, inghiottendole. La differenza di dimensioni era erotica di per sé: le mani di lei sembravano fragili, quasi infantili, sotto la presa larga, venosa e possente del maestro. Ma non si limitò a guidarle. Intrecciò le dita con le sue, forzando i polpastrelli di Elena a premere sui tasti con una violenza controllata che lei non aveva mai osato usare.

«Senti questa resistenza?» mormorò Julian, spingendo giù le sue mani per strappare un accordo grave, scuro e dissonante al pianoforte, un suono che sembrò un lamento. «La musica è tensione e rilascio, Elena. Come fai a capire il rilascio se hai paura della tensione? Se hai paura di sporcarti le mani?»

Mentre parlava, la sua bocca sfiorò il lobo dell'orecchio di lei, umida e bollente, e poi scese lungo la linea della mandibola. Elena ansimò, la testa che le girava, le dita che diventavano molli sotto il comando di lui, ma Julian strinse la presa, facendole quasi male alle nocche.

Poi, l'iniziativa divenne sfacciata, inequivocabile.

Julian smise di guardare i tasti. Spostò la mano sinistra, staccandola da quella di lei, e la fece scivolare lungo il fianco di Elena, risalendo lentamente, deliberatamente, sentendo le costole una ad una attraverso la seta, fino a fermarsi appena sotto la curva morbida del seno. Il pollice disegnò un cerchio lento, possessivo, proprio sopra il battito frenetico del suo cuore che minacciava di esplodere.

«Il tuo cuore va molto più veloce del metronomo, piccola,» le disse all'orecchio, e per la prima volta Elena sentì la pressione inequivocabile, dura e insistente, dell'erezione di lui che premeva contro la base della sua schiena.

Non c'era più spazio per i dubbi, per le scuse o per la musica: la lezione era finita.

Julian le morse delicatamente la pelle d'oca sotto l'orecchio, facendola inarcare la schiena contro di lui, contro quella durezza che la reclamava.

«Dimmi,» soffiò lui contro la sua pelle, la mano sul costato che stringeva possessivamente la carne, «hai paura che io ti fermi... o hai il terrore che io non mi fermi affatto?»

scritto il
2026-01-06
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