Enrica cap 1/4
di
Miss Serena
genere
etero
La società per la quale lavoro mi aveva concesso ben più dei giorni di permesso per lutto, ma del resto dopo la morte di mio marito Fabrizio, ero caduta quasi in uno stato di trance, dal quale ero uscita solo dopo una decina di giorni da quell’infausto giorno.
Mi ritrovavo vedova a trent’anni per fortuna senza figli, con colleghi ed amici che si erano stretti intorno a me più dei pochi parenti che mi erano rimasti, e coi quali del resto non avevo mai avuto buoni rapporti.
Prima di tornare al lavoro ero dovuta passare in banca per le pratiche di rito, ma anche per far scattare la polizza che avrebbe coperto il mutuo restante fatto per comprare il nostro nido d’amore, col direttore che cercò in tutti i modi di strapparmi un sorriso senza però riuscirci.
Negli uffici della “Direspo”, ditta per la quale lavoro da quando mi ero laureata, venni trattata all’inizio con fin troppo rispetto, almeno sino a quando non fui io stessa a chiedere d’avere relazioni normali facendo sì che non sentissi ancor di più la vedovanza. All’inizio, infatti, mi furono date poche e semplici pratiche da sbrigare, col risultato che passai del tempo a sistemare quella che era la nostra sala comune, che usavamo qualche volta come mensa dato che c’era tutto l’occorrente per cucinare almeno un piatto di pasta.
Il primo mese usai il lavoro come una terapia, ero la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via, ma almeno in quei locali sentivo di meno la mancanza di Fabrizio, mentre una volta arrivata a casa passavo fin troppo tempo a piangere, ripensando ai bei momenti passati insieme. Poi con calma cercai di riacquistare una vita normale, facendo un’uscita con le amiche per un cinema, o una passeggiata per i boschi con Loris, l’amico di sempre che sentiva d’avere un debito di riconoscenza con me da quando avevo sostenuto il suo coming out.
Fu proprio lui a spronarmi a “rimettermi in gioco” durante una camminata in collina.
“Enrica tu non puoi fare la vedova a vita già a trent’anni; quindi, muovi quel tuo bel culo e datti da fare.” mi disse con la sua proverbiale schiettezza.
“Loris io non so, ecco non mi sento ancora pronta.”
“Oh sì se lo sei, quindi cercati un uomo e vedi d’uscirci al più presto.”
“Volendo lo sto già facendo, sono fuori casa con te.” risposi cercando di far finire lì il discorso.
“Intendo uno che ti salti addosso e ti scopi !” ribatté ridendo “O finirai per trovarti le ragnatele in mezzo alle gambe.”
Tornata a casa ripensai alle parole del mio amico, che in fondo non aveva tutti i torti, e cercai di capire come funzionavano le varie app d’incontri, trovandole però tutte molto squallide, e quindi lasciai perdere, rimandando la “caccia all’uomo” alla settimana successiva.
Dopo tre mesi dal funerale di Fabrizio, e un paio d’incontri combinati che definire fallimentari è ancora poco, venni chiamata in direzione senza alcun motivo apparente.
Entrai con un po’ di timore nell’ufficio del dottor Iannelli, che invece m’accolse con un gran sorriso, ma soprattutto con vicino un giovane e bel ragazzo.
“Enrica carissima permetta che le presenti il nostro nuovo acquisto, Umberto Smelich fresco di laurea con centodieci e lode, che sarà al suo fianco per almeno un anno, prima di mandarlo nell’azienda madre, dove saprà sicuramente farsi valere.”
“Scusi dottore ma perché proprio io ?” chiesi non capendo la logica di quell’affiancamento “Insomma ho meno titoli di lui avendo la triennale, al limite dell’esperienza in più, ma non so se basti quella, anche perché ci sono colleghi che di fatto sono nati qui.”
“Vede il suo ragionamento non fa una piega, ma lei ha una dote che agli altri manca : la pazienza, il che fa di lei la miglior insegnante che ho a disposizione. Inoltre, la veda come una possibilità di crescita personale, oltre che un grosso favore fatto a me, e lei sa quanto so esser riconoscente quando serve.”
Compresi che non potevo dire di no, così accettai per uscire da quell’ufficio col neoassunto, che tutto aveva tranne l’aria di chi non sa che pesci prendere. Fin dalla prima stretta di mano, infatti, Umberto si dimostrò quasi arrogante, nella sua aria di primo della classe, che però era sorretta da una preparazione a dir poco eccellente.
Anche se si dimostrò sempre gentile ed educato, aveva la faccia di chi gioca al gatto col topo, facendomi nascere la paura di sbagliare anche nelle cose più semplice. Se da un lato non lo potevo vedere proprio per questo suo atteggiamento da essere superiore, dall’altro non potevo non rimanere affascinata dalla sua bellezza e dalla forte personalità, che a volte faceva sembrare me l’allieva e lui il maestro.
Era fin troppo chiaro che alcune colleghe cercassero di flirtare con lui, che però rispediva sempre al mittente l’approccio, facendomi anche pensare che fosse gay.
Tre mesi dopo il suo arrivo compresi fin troppo bene quanto Umberto fosse tutto tranne che gay.
Stavamo infatti studiando i bilanci di una società di calcio che doveva esser comprata da un fondo straniero, ma i conti non tornavano mai, e questo non solo a causa della particolarità della società. Alcuni trasferimenti erano fin troppo gonfiati, mentre altri sembravano fatti durante i saldi di fine stagione, con spese extra completamente fuori controllo come alcune trasferte fatte in strutture a sei stelle, mentre per altre si era economizzato fin troppo.
“Umberto sono io che di calcio ci capisco poco, o qui ci vorrebbe un’indagine da parte della magistratura, perché sono due giorni che giriamo a vuoto senza cavare un ragno dal buco.” gli chiesi non sapendo davvero più cosa pensare.
“Io direi di fare una pausa, anche perché siamo rimasti solo noi due in tutto il piano, visto che sono le sette e io ho bisogno di almeno un caffè.”
“Va bene però io prima devo andare in bagno altrimenti finisce che me la faccio sotto.”
Lasciammo la stanza del mio ufficio, ma mentre io mi fermai al bagno delle donne, lui proseguì sino in fondo al corridoio dove c’era la nostra sala ritrovo.
Una volta finito d’urinare mi diedi una veloce pulita anche con delle salviettine, per poi cercare un po’ di ristoro con l’acqua fresca del lavabo. Quando mi guardai allo specchio vidi una donna che sembrava più vecchia della sua età anagrafica di almeno dieci anni, ma pensai che questo fosse dovuto più alla stanchezza che altro, così decisi che una volta preso il caffè avrei congedato Umberto e me ne sarei tornata a casa.
Quando arrivai da quello che doveva essere il mio allievo, vidi che non aveva ancora preso il caffè, e lo presi come una gentilezza nei miei confronti.
“Allora lo prendiamo questo caffè ?” chiesi senza troppa convinzione cercando una cialda dentro la scatola che ne aveva di diversi tipi.
“Veramente io voglio prendere te.” mi rispose mettendosi alle mie spalle e stringendomi a sé dopo avermi afferrata per la vita.
“Umberto che cazzo stai facendo !” quasi urlai per la rabbia “Vedi di smetterla di fare il cretino e lasciami andare.”
“Smettila tu di fare la vedova inconsolabile.” mi sussurrò piano in un orecchio “Saranno almeno quattro mesi che non scopi, e se continui così non è che torni vergine ma consumi solo vibratori.”
Cercai di lottare ma era fin troppo chiaro che lui era molto più forte di me, così decisi di passare alle minacce per provare a dissuaderlo usando il cervello.
“Sai che potrei denunciarti vero ? E perderesti anche il posto di lavoro perché qui sono molto rigidi in fatto di molestie; quindi, lasciami e mettiamoci una pietra sopra, io non dirò nulla e tutto tornerà come prima.”
“Correrò il rischio perché secondo me sei solo una donna che ha bisogno di una bella razione di cazzo, e voglio esser io a dartela.”
La sua sfacciataggine era oltre l’insopportabile, ma dopo un paio di tentativi di liberami con degli strattoni, decisi di giocarmi l’ultima carta possibile in quei casi, quella dell’indifferenza.
Così rimasi ferma mentre lui m’alzava la gonna per scoprirmi le natiche, ma poi invece di prendermi seduta stante anche strappandomi gli slip, afferrò un cucchiaio di legno per darmelo su una chiappa.
“Meriteresti d’esser violentata solo per le mutande di merda che porti.” mi disse ridendo dei miei slip bianchi da bancarella “Mentre un bel culo come il tuo dovrebbe solo vedere raso e pizzi, altro che cotone da pochi euro.”
In realtà avevo un po’ di lingerie degna di questo nome, ma dalla morte di mio marito avevo finito con l’indossare sempre quella che usavo in palestra, fino a farla diventare l’unica presente nel cassetto, con quella più seria relegata in una scatola in fondo all’armadio.
Io cercavo di rimanere il più impassibile, cercando di non assecondarlo in alcun modo o maniera, sperando così che si stancasse di stare con una statua di ghiaccio. Quando però invece della chiappa mi colpì in mezzo alle gambe, ebbi un sobbalzo, che replicai quando lui centrò nuovamente la mia passera ancora nascosta dagli slip.
A quel punto Umberto con un gesto quasi violento, m’abbassò le mutandine sino a metà delle cosce, per poi riprendere a colpirmi sia sulle natiche, che, anche se più delicatamente sulla passera. Se riuscivo a rimanere impassibile quando mi batteva sul sedere, lo stesso non era nelle mie possibilità quando centrava il monte di Venere, e se era pur vero che non mi stavo eccitando, lo era altrettanto che non mi stava dando alcun fastidio, anzi …
Era come se ogni colpo dato con quel cucchiaio togliesse un po’ di polvere, a degli interruttori che per troppo tempo erano stati fermi, col risultato che iniziai a piegarmi sempre di più sul tavolo, con le gambe che cedevano fin troppo vistosamente.
“Secondo me il culo l’hai dato solo al tuo defunto marito.” mi disse passando una mano proprio sul solco delle natiche “Però stati tranquilla che, anche se me lo prenderò non sentirai alcun dolore, perché l’ultimo dei miei pensieri è farti male e non solo perché non lo meriti.”
Girai la testa per rispondergli, ma non dissi nulla quando lo vidi prendere l’oliera spray, e neppure quando iniziò a usarla per ungermi l’ano, e neanche nel momento in cui iniziò ad infilarmi il manico del cucchiaio nel retto.
Non parlavo non solo perché non provavo alcun dolore, ma soprattutto volevo sapere cos’avrebbe fatto subito dopo, e capire quale gioco avesse in mente per me.
Umberto faceva entrare e uscire qual cucchiaio con una maestria che non credevo possibile, infilandomene dentro sempre un po’ di più, ma in modo quasi del tutto indolore, per fermarsi solo quando un genito più forte degli altri mi scappò dalla bocca.
“Adesso sali sul tavolo e gattona su e giù.” mi disse dopo avermi lasciato quell’utensile nel retto.
“Cos’hai detto ?” risposi più che altro stupita della sua richiesta.
“Hai capito benissimo, sali sul tavolo e muoviti a quattro zampe come una gatta, tanto la coda ce l’hai.”
Se salire sul tavolo non fu affatto facile, tanto che Umberto dovette darmi ben più d’una mano, gattonare fu un mezzo incubo, fosse solo perché ad ogni movimento di una gamba, ne corrispondeva uno del manico del cucchiaio di legno, che mi eccitava nonostante non lo volessi. Dopo quattro “passeggiate” cominciarono a comparire le prime gocce di piacere sulla mia passera, gocce che non scapparono al suo sguardo. Così quando mi girai verso di lui lo trovai con pantaloni e mutande abbassate, ma soprattutto un pene di dimensioni ben superiori alla media, che era già abbastanza in erezione.
“C’è bisogno che ti dica di farmi un bel pompino ?” mi disse prendendomi palesemente in giro.
“No solo da qui sono scomoda.” risposi sperando che mi facesse scendere dal tavolo.
“E tu fammelo diventare duro in fretta, così poi scendi.”
Per un attimo pensai che avrei potuto morderglielo per poi scappare via, ma ebbi paura della sua reazione se non fossi riuscita a metterlo al tappeto, così sperai di cavarmela con un semplice pompino, che iniziai a fare cercando di farlo venire al più presto.
Lui non disse nulla, ma sentivo la sua mazza cresce ed indurirsi fra le mie labbra, tanto da non rendermi conto di quanto fosse cresciuta. Solo quando mi fece scendere dal tavolo vidi che era degna d’un attore porno, ed ebbi paura che mi facesse male, dato che non avevo mai avuto rapporti con un uomo così dotato.
Umberto però non aveva almeno per il momento nessuna intenzione di scoparmi, così mi fece mettere di nuovo piegata contro il tavolo, per riprendere a giocare col cucchiaio di legno, che però infilò dritto nella passera, dove entro come un coltello affilato nel burro.
“Ma guarda un po’ la nostra Enrica.” mi disse facendo roteare il manico del cucchiaio “Fa tanto la santa e poi ha la fica che è un lago, finge d’essere una martire violentata e poi non aspetta altro che la scopi.”
“Non è vero sono qui solo perché sei più forte di me.” risposi cercando di ritrovare un minimo di dignità, ma bastò una rotazione affiancata ad un affondo più profondo per farmi gemere in modo inconfondibile.
Per lui fu come se si fosse acceso il semaforo verde; infatti, fece volare il cucchiaio e mi penetrò completamente con pochi e potenti affondi, favorito dai miei umori che solo una parte del mio cervello si rifiutava di sentire colarmi sulle cosce.
Per un po’ cercai di resistere cercando d’immaginare il volto di Fabrizio davanti a me, ma più Umberto mi scopava, e più quella fotografia si sfocava nel mio cervello, sino a dissolversi nel nulla.
Nonostante tutto cercavo con tutte le mie forze di resistere a quella che consideravo una violenza, anche se il muro che avevo creato fra lui e me, aveva dato già da tempo i primi segnali di cedimento.
Alla fine, bastò che mi sfiorasse con un dito la passera, per far sì che tutte le mie barriere crollassero come una diga sommersa dalle onde, ed il mio “Sì” mi parve che quasi echeggiasse per tutta la stanza.
“Dillo ancora, dì che ti piace che ti scopi.” mi disse sapendo d’avermi oramai in pugno.
“Sì.”
Non dissi altro, ma del resto non ce n’era alcun bisogno, lui aveva vinto la sua scommessa, mentre la mia resistenza passiva aveva perso su tutta la linea del fronte. Nonostante ciò, non riuscii a lasciarmi andare del tutto, ma del resto erano forse troppi mesi che portavo la maschera della vedova inconsolabile, e non posso neanche dire d’aver avuto un vero orgasmo, ma solo ondate di piacere una dopo l’altra.
Umberto continuò a scoparmi senza muoversi di un millimetro, dicendo parole che non comprendevo o che invece non volevo capire. Alla fine, venne schizzandomi il suo orgasmo su una natica, poi quasi scocciato si diede una veloce pulita con un fazzolettino di carta, lasciandomi ancora piegata sul tavolo priva di forze.
“Ciao Enrica ci vediamo lunedì per finire il lavoro.” mi disse uscendo dalla stanza mentre cercavo di darmi anch’io una sistemata, come se non fosse successo nulla, lasciandomi col dubbio su cosa sarebbe successo quando ci saremmo incontrati al rientro dal fine settimana.
Per commenti : miss.serenasdx@yahoo.com
(quelli volgari saranno subito cestinati)
Invito tutti a visitare il mio piccolo blog
http://serenathemiss.wordpress.com/
Mi ritrovavo vedova a trent’anni per fortuna senza figli, con colleghi ed amici che si erano stretti intorno a me più dei pochi parenti che mi erano rimasti, e coi quali del resto non avevo mai avuto buoni rapporti.
Prima di tornare al lavoro ero dovuta passare in banca per le pratiche di rito, ma anche per far scattare la polizza che avrebbe coperto il mutuo restante fatto per comprare il nostro nido d’amore, col direttore che cercò in tutti i modi di strapparmi un sorriso senza però riuscirci.
Negli uffici della “Direspo”, ditta per la quale lavoro da quando mi ero laureata, venni trattata all’inizio con fin troppo rispetto, almeno sino a quando non fui io stessa a chiedere d’avere relazioni normali facendo sì che non sentissi ancor di più la vedovanza. All’inizio, infatti, mi furono date poche e semplici pratiche da sbrigare, col risultato che passai del tempo a sistemare quella che era la nostra sala comune, che usavamo qualche volta come mensa dato che c’era tutto l’occorrente per cucinare almeno un piatto di pasta.
Il primo mese usai il lavoro come una terapia, ero la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via, ma almeno in quei locali sentivo di meno la mancanza di Fabrizio, mentre una volta arrivata a casa passavo fin troppo tempo a piangere, ripensando ai bei momenti passati insieme. Poi con calma cercai di riacquistare una vita normale, facendo un’uscita con le amiche per un cinema, o una passeggiata per i boschi con Loris, l’amico di sempre che sentiva d’avere un debito di riconoscenza con me da quando avevo sostenuto il suo coming out.
Fu proprio lui a spronarmi a “rimettermi in gioco” durante una camminata in collina.
“Enrica tu non puoi fare la vedova a vita già a trent’anni; quindi, muovi quel tuo bel culo e datti da fare.” mi disse con la sua proverbiale schiettezza.
“Loris io non so, ecco non mi sento ancora pronta.”
“Oh sì se lo sei, quindi cercati un uomo e vedi d’uscirci al più presto.”
“Volendo lo sto già facendo, sono fuori casa con te.” risposi cercando di far finire lì il discorso.
“Intendo uno che ti salti addosso e ti scopi !” ribatté ridendo “O finirai per trovarti le ragnatele in mezzo alle gambe.”
Tornata a casa ripensai alle parole del mio amico, che in fondo non aveva tutti i torti, e cercai di capire come funzionavano le varie app d’incontri, trovandole però tutte molto squallide, e quindi lasciai perdere, rimandando la “caccia all’uomo” alla settimana successiva.
Dopo tre mesi dal funerale di Fabrizio, e un paio d’incontri combinati che definire fallimentari è ancora poco, venni chiamata in direzione senza alcun motivo apparente.
Entrai con un po’ di timore nell’ufficio del dottor Iannelli, che invece m’accolse con un gran sorriso, ma soprattutto con vicino un giovane e bel ragazzo.
“Enrica carissima permetta che le presenti il nostro nuovo acquisto, Umberto Smelich fresco di laurea con centodieci e lode, che sarà al suo fianco per almeno un anno, prima di mandarlo nell’azienda madre, dove saprà sicuramente farsi valere.”
“Scusi dottore ma perché proprio io ?” chiesi non capendo la logica di quell’affiancamento “Insomma ho meno titoli di lui avendo la triennale, al limite dell’esperienza in più, ma non so se basti quella, anche perché ci sono colleghi che di fatto sono nati qui.”
“Vede il suo ragionamento non fa una piega, ma lei ha una dote che agli altri manca : la pazienza, il che fa di lei la miglior insegnante che ho a disposizione. Inoltre, la veda come una possibilità di crescita personale, oltre che un grosso favore fatto a me, e lei sa quanto so esser riconoscente quando serve.”
Compresi che non potevo dire di no, così accettai per uscire da quell’ufficio col neoassunto, che tutto aveva tranne l’aria di chi non sa che pesci prendere. Fin dalla prima stretta di mano, infatti, Umberto si dimostrò quasi arrogante, nella sua aria di primo della classe, che però era sorretta da una preparazione a dir poco eccellente.
Anche se si dimostrò sempre gentile ed educato, aveva la faccia di chi gioca al gatto col topo, facendomi nascere la paura di sbagliare anche nelle cose più semplice. Se da un lato non lo potevo vedere proprio per questo suo atteggiamento da essere superiore, dall’altro non potevo non rimanere affascinata dalla sua bellezza e dalla forte personalità, che a volte faceva sembrare me l’allieva e lui il maestro.
Era fin troppo chiaro che alcune colleghe cercassero di flirtare con lui, che però rispediva sempre al mittente l’approccio, facendomi anche pensare che fosse gay.
Tre mesi dopo il suo arrivo compresi fin troppo bene quanto Umberto fosse tutto tranne che gay.
Stavamo infatti studiando i bilanci di una società di calcio che doveva esser comprata da un fondo straniero, ma i conti non tornavano mai, e questo non solo a causa della particolarità della società. Alcuni trasferimenti erano fin troppo gonfiati, mentre altri sembravano fatti durante i saldi di fine stagione, con spese extra completamente fuori controllo come alcune trasferte fatte in strutture a sei stelle, mentre per altre si era economizzato fin troppo.
“Umberto sono io che di calcio ci capisco poco, o qui ci vorrebbe un’indagine da parte della magistratura, perché sono due giorni che giriamo a vuoto senza cavare un ragno dal buco.” gli chiesi non sapendo davvero più cosa pensare.
“Io direi di fare una pausa, anche perché siamo rimasti solo noi due in tutto il piano, visto che sono le sette e io ho bisogno di almeno un caffè.”
“Va bene però io prima devo andare in bagno altrimenti finisce che me la faccio sotto.”
Lasciammo la stanza del mio ufficio, ma mentre io mi fermai al bagno delle donne, lui proseguì sino in fondo al corridoio dove c’era la nostra sala ritrovo.
Una volta finito d’urinare mi diedi una veloce pulita anche con delle salviettine, per poi cercare un po’ di ristoro con l’acqua fresca del lavabo. Quando mi guardai allo specchio vidi una donna che sembrava più vecchia della sua età anagrafica di almeno dieci anni, ma pensai che questo fosse dovuto più alla stanchezza che altro, così decisi che una volta preso il caffè avrei congedato Umberto e me ne sarei tornata a casa.
Quando arrivai da quello che doveva essere il mio allievo, vidi che non aveva ancora preso il caffè, e lo presi come una gentilezza nei miei confronti.
“Allora lo prendiamo questo caffè ?” chiesi senza troppa convinzione cercando una cialda dentro la scatola che ne aveva di diversi tipi.
“Veramente io voglio prendere te.” mi rispose mettendosi alle mie spalle e stringendomi a sé dopo avermi afferrata per la vita.
“Umberto che cazzo stai facendo !” quasi urlai per la rabbia “Vedi di smetterla di fare il cretino e lasciami andare.”
“Smettila tu di fare la vedova inconsolabile.” mi sussurrò piano in un orecchio “Saranno almeno quattro mesi che non scopi, e se continui così non è che torni vergine ma consumi solo vibratori.”
Cercai di lottare ma era fin troppo chiaro che lui era molto più forte di me, così decisi di passare alle minacce per provare a dissuaderlo usando il cervello.
“Sai che potrei denunciarti vero ? E perderesti anche il posto di lavoro perché qui sono molto rigidi in fatto di molestie; quindi, lasciami e mettiamoci una pietra sopra, io non dirò nulla e tutto tornerà come prima.”
“Correrò il rischio perché secondo me sei solo una donna che ha bisogno di una bella razione di cazzo, e voglio esser io a dartela.”
La sua sfacciataggine era oltre l’insopportabile, ma dopo un paio di tentativi di liberami con degli strattoni, decisi di giocarmi l’ultima carta possibile in quei casi, quella dell’indifferenza.
Così rimasi ferma mentre lui m’alzava la gonna per scoprirmi le natiche, ma poi invece di prendermi seduta stante anche strappandomi gli slip, afferrò un cucchiaio di legno per darmelo su una chiappa.
“Meriteresti d’esser violentata solo per le mutande di merda che porti.” mi disse ridendo dei miei slip bianchi da bancarella “Mentre un bel culo come il tuo dovrebbe solo vedere raso e pizzi, altro che cotone da pochi euro.”
In realtà avevo un po’ di lingerie degna di questo nome, ma dalla morte di mio marito avevo finito con l’indossare sempre quella che usavo in palestra, fino a farla diventare l’unica presente nel cassetto, con quella più seria relegata in una scatola in fondo all’armadio.
Io cercavo di rimanere il più impassibile, cercando di non assecondarlo in alcun modo o maniera, sperando così che si stancasse di stare con una statua di ghiaccio. Quando però invece della chiappa mi colpì in mezzo alle gambe, ebbi un sobbalzo, che replicai quando lui centrò nuovamente la mia passera ancora nascosta dagli slip.
A quel punto Umberto con un gesto quasi violento, m’abbassò le mutandine sino a metà delle cosce, per poi riprendere a colpirmi sia sulle natiche, che, anche se più delicatamente sulla passera. Se riuscivo a rimanere impassibile quando mi batteva sul sedere, lo stesso non era nelle mie possibilità quando centrava il monte di Venere, e se era pur vero che non mi stavo eccitando, lo era altrettanto che non mi stava dando alcun fastidio, anzi …
Era come se ogni colpo dato con quel cucchiaio togliesse un po’ di polvere, a degli interruttori che per troppo tempo erano stati fermi, col risultato che iniziai a piegarmi sempre di più sul tavolo, con le gambe che cedevano fin troppo vistosamente.
“Secondo me il culo l’hai dato solo al tuo defunto marito.” mi disse passando una mano proprio sul solco delle natiche “Però stati tranquilla che, anche se me lo prenderò non sentirai alcun dolore, perché l’ultimo dei miei pensieri è farti male e non solo perché non lo meriti.”
Girai la testa per rispondergli, ma non dissi nulla quando lo vidi prendere l’oliera spray, e neppure quando iniziò a usarla per ungermi l’ano, e neanche nel momento in cui iniziò ad infilarmi il manico del cucchiaio nel retto.
Non parlavo non solo perché non provavo alcun dolore, ma soprattutto volevo sapere cos’avrebbe fatto subito dopo, e capire quale gioco avesse in mente per me.
Umberto faceva entrare e uscire qual cucchiaio con una maestria che non credevo possibile, infilandomene dentro sempre un po’ di più, ma in modo quasi del tutto indolore, per fermarsi solo quando un genito più forte degli altri mi scappò dalla bocca.
“Adesso sali sul tavolo e gattona su e giù.” mi disse dopo avermi lasciato quell’utensile nel retto.
“Cos’hai detto ?” risposi più che altro stupita della sua richiesta.
“Hai capito benissimo, sali sul tavolo e muoviti a quattro zampe come una gatta, tanto la coda ce l’hai.”
Se salire sul tavolo non fu affatto facile, tanto che Umberto dovette darmi ben più d’una mano, gattonare fu un mezzo incubo, fosse solo perché ad ogni movimento di una gamba, ne corrispondeva uno del manico del cucchiaio di legno, che mi eccitava nonostante non lo volessi. Dopo quattro “passeggiate” cominciarono a comparire le prime gocce di piacere sulla mia passera, gocce che non scapparono al suo sguardo. Così quando mi girai verso di lui lo trovai con pantaloni e mutande abbassate, ma soprattutto un pene di dimensioni ben superiori alla media, che era già abbastanza in erezione.
“C’è bisogno che ti dica di farmi un bel pompino ?” mi disse prendendomi palesemente in giro.
“No solo da qui sono scomoda.” risposi sperando che mi facesse scendere dal tavolo.
“E tu fammelo diventare duro in fretta, così poi scendi.”
Per un attimo pensai che avrei potuto morderglielo per poi scappare via, ma ebbi paura della sua reazione se non fossi riuscita a metterlo al tappeto, così sperai di cavarmela con un semplice pompino, che iniziai a fare cercando di farlo venire al più presto.
Lui non disse nulla, ma sentivo la sua mazza cresce ed indurirsi fra le mie labbra, tanto da non rendermi conto di quanto fosse cresciuta. Solo quando mi fece scendere dal tavolo vidi che era degna d’un attore porno, ed ebbi paura che mi facesse male, dato che non avevo mai avuto rapporti con un uomo così dotato.
Umberto però non aveva almeno per il momento nessuna intenzione di scoparmi, così mi fece mettere di nuovo piegata contro il tavolo, per riprendere a giocare col cucchiaio di legno, che però infilò dritto nella passera, dove entro come un coltello affilato nel burro.
“Ma guarda un po’ la nostra Enrica.” mi disse facendo roteare il manico del cucchiaio “Fa tanto la santa e poi ha la fica che è un lago, finge d’essere una martire violentata e poi non aspetta altro che la scopi.”
“Non è vero sono qui solo perché sei più forte di me.” risposi cercando di ritrovare un minimo di dignità, ma bastò una rotazione affiancata ad un affondo più profondo per farmi gemere in modo inconfondibile.
Per lui fu come se si fosse acceso il semaforo verde; infatti, fece volare il cucchiaio e mi penetrò completamente con pochi e potenti affondi, favorito dai miei umori che solo una parte del mio cervello si rifiutava di sentire colarmi sulle cosce.
Per un po’ cercai di resistere cercando d’immaginare il volto di Fabrizio davanti a me, ma più Umberto mi scopava, e più quella fotografia si sfocava nel mio cervello, sino a dissolversi nel nulla.
Nonostante tutto cercavo con tutte le mie forze di resistere a quella che consideravo una violenza, anche se il muro che avevo creato fra lui e me, aveva dato già da tempo i primi segnali di cedimento.
Alla fine, bastò che mi sfiorasse con un dito la passera, per far sì che tutte le mie barriere crollassero come una diga sommersa dalle onde, ed il mio “Sì” mi parve che quasi echeggiasse per tutta la stanza.
“Dillo ancora, dì che ti piace che ti scopi.” mi disse sapendo d’avermi oramai in pugno.
“Sì.”
Non dissi altro, ma del resto non ce n’era alcun bisogno, lui aveva vinto la sua scommessa, mentre la mia resistenza passiva aveva perso su tutta la linea del fronte. Nonostante ciò, non riuscii a lasciarmi andare del tutto, ma del resto erano forse troppi mesi che portavo la maschera della vedova inconsolabile, e non posso neanche dire d’aver avuto un vero orgasmo, ma solo ondate di piacere una dopo l’altra.
Umberto continuò a scoparmi senza muoversi di un millimetro, dicendo parole che non comprendevo o che invece non volevo capire. Alla fine, venne schizzandomi il suo orgasmo su una natica, poi quasi scocciato si diede una veloce pulita con un fazzolettino di carta, lasciandomi ancora piegata sul tavolo priva di forze.
“Ciao Enrica ci vediamo lunedì per finire il lavoro.” mi disse uscendo dalla stanza mentre cercavo di darmi anch’io una sistemata, come se non fosse successo nulla, lasciandomi col dubbio su cosa sarebbe successo quando ci saremmo incontrati al rientro dal fine settimana.
Per commenti : miss.serenasdx@yahoo.com
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