Un oggetto da maltrattare - Giulia - (parte 2°)

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genere
dominazione

La mattina dopo mi sveglio verso le otto, scendo dal letto e, mentre preparo la colazione, ripenso a quello che è successo ieri. Continuo a chiedermi se magari sono stato troppo brusco, tanto che lei non mi ha scritto nulla per tutta la sera.
Pazienza… la vita va avanti lo stesso. Dopo essermi vestito, prendo la bicicletta e parto per l’università. Parcheggio, raggiungo il mio gruppetto di studenti – tra cui c’è anche Giulia – e lei mi saluta con un timido cenno. Scoprirò presto che non è timidezza, ma voglia rimasta sospesa dal giorno prima.
Quando uno del gruppo propone di spostarci alla macchinetta del caffè, noi restiamo indietro con la scusa che dobbiamo fermarci un attimo a parlare di un paio di cose.
Sto per chiederle come sta, ma lei mi anticipa, lo sguardo che si accende mentre si morde il labbro: «Ti ricordi Sara, di due anni fa? Quella con cui stavi sempre, no? Ti piace ancora?».
Sorpreso, faccio mente locale: «Sara? Certo che me la ricordo. Perché me lo chiedi?».
Giulia abbassa la voce, arrossendo appena: «Ti prendevo sempre in giro perchè ti piaceva, ricordi? Dicevo che dovevi provarci sul serio con lei, che dovevi portartela in bagno e scopartela qui all’università. Ti facevo ridere, ma… da ieri sera non riesco a smettere di pensarci».
«Come mai continui a ripensarci?», replico, già incuriosito dal suo tono.
«Beh… mi sono immaginata al posto di Sara. Te che mi porti in quel bagno, mi spingi contro il muro e mi scopi senza preavviso. L’ho rivisto in testa mille volte. Stamattina mi sono masturbata prima di uscire di casa, pensando proprio a te che lo facevi con me, lì, come avresti voluto fare con lei».
Resto spiazzato, ma l’erezione è immediata, potente. Non mi aspettavo una Giulia così sfacciata, con gli occhi che brillano. Dopo un paio di battute, cedo: «D’accordo, ma rapidi. Ho lezione e non voglio arrivare tardi. Andiamo di sopra, lì non passa mai nessuno».
Arrivati al piano di sopra, entriamo nel bagno, chiudo la porta dietro di me e lei si gira di scatto per baciarmi, le labbra già socchiuse. «Che fai?», dico secco. Giulia indietreggia: «No, scusa, pensavo…». La interrompo: «Pensavi che facessimo i fidanzatini, come me e Sara? Baci romantici e scopatina dolce in bagno? Ma sei così ingenua? Giulia, al momento sei come un giocattolino nel cassetto: si tira fuori quando serve, si usa e si rimette via».
Lei resta mortificata, guance arrossate e sguardo basso: «Scusami, non volevo rovinare tutto».
«Non hai rovinato niente. Girati: giù pantaloni e mutandine, mani sul muro davanti a te. Guai a te se emetti anche solo un minimo rumore, o ci si ferma subito».
Ed eccoci lì: in quel bagno squallido dell’università, luci anni Ottanta che ronzano, odore di pulito ma anche un po’ di stantio. Lei si gira, abbassa i pantaloncini e le mutandine azzurrine, rivelando il suo bel culo sodo e una figa già bagnata, quasi luccicante. Le mani sulle piastrelle arancioni, le gambe divaricate quel tanto che basta. Mi abbasso i pantaloni e la penetro di colpo, sentendola gemere appena mentre le stringo i fianchi. «Silenzio, ricordatelo».
Tutto sta andando fin troppo bene, ma è troppo lineare: spingo in modo ritmico, lei è bagnata e ogni colpo provoca un leggero rumore, accompagnato dal tintinnio della sua collanina. Ho bisogno di qualcosa di diverso. L’intuizione arriva: «Solleva le mutandine, voglio prenderle». Lei, persa nella foga del momento, con le ginocchia leggermente tremanti, obbedisce senza fiatare, tirandole sù quel tanto da permettermi di afferrarle.
Dopo pochi minuti, la mia idea di finire sulle sue mutandine per rendere la mattinata memorabile è ormai un piano definito, ma che Giulia ancora non conosce. Più ci penso e più sento l’orgasmo montare: «Sto per venire, non ti muovere». Esco di colpo, tiro su le mutandine con un gesto secco, tenendole ben salde. Lei capisce all’ultimo, alza la testa: non fa in tempo a dire un flebile «No, aspetta…» che, con due lamenti rauchi, sto già venendo, schizzando dritto al centro del tessuto azzurrino, impregnandolo all’istante.
Finisco, mi pulisco usando sempre quel bel tessuto e poi indietreggio di un passo: la scena, per me, è pura arte. Giulia è ferma, immobile, mani aggrappate alle piastrelle arancioni sopra il gabinetto, pantaloncini aggrovigliati alle caviglie, mutandine tirate su appena sotto la figa ancora luccicante e leggermente arrossata. Ho centrato l’obiettivo alla perfezione, come un cecchino: il mio seme ha imbevuto il centro, proprio dove il tessuto è leggermente scolorito dall’acidità della sua vagina. Solo un rivolo bianco è finito sulla sua coscia destra. Giulia è imbambolata e con il respiro corto, in attesa del mio prossimo passo.
Per non far colare tutto sui pantaloncini, prendo il rivolo con l’indice e lo spalmo sul bordo delle sue mutandine. «Su su, ho finito, puoi ritornare tra noi e rivestirti». Lei inizia a muoversi, ancora piegata a novanta gradi, cercando con le mani un modo per sfilarsi le mutandine senza sporcarsi. La richiamo subito: «No, Giulia, voglio che le tiri su e le indossi per il resto della giornata. Il mio seme ti farà da promemoria di quello che è successo».
Lei insiste: «Ma sono le dieci di mattina, non torno a casa fino alle diciassette… resto umida e mi sporco tutta».
«Siamo solo al secondo giorno e già mi contesti?». Le afferro i capelli lunghi, tirandola indietro quel tanto da farle inarcare la schiena.
«No, scusami. Hai ragione».
«Bene, ora ricomponiti e vai. Ci vediamo domani o più tardi, non so». Faccio due passi verso la porta, mi giro: «Prima di uscire, masturbati. Tanto sporca lo sei già».
Qualche ora dopo mi arriva un messaggio su WhatsApp: «Grazie. Alla fine sono rimasta nel bagno e sì, mi sentivo veramente sporca e usata da te, con il tuo seme che mi colava addosso per tutto il giorno, ma l’orgasmo che ho provato masturbandomi in così pochi minuti è stato indimenticabile. Non so per quanto dureranno questi momenti, ma grazie di avermi scelta».
scritto il
2026-02-19
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