Fan Fiction Mad Men
di
Marcela1979
genere
dominazione
La pioggia tamburellava sul tetto del diner, un ritmo insistente che si mescolava al brusio distante del traffico newyorkese. Don Draper uscì dalla porta sul retro, la sigaretta accesa tra le labbra, il cappotto sbottonato che lasciava intravedere la camicia stropicciata dal whisky e dalla noia. Diana lo seguì, i tacchi che schioccavano sull'asfalto bagnato, il grembiule da cameriera ancora legato in vita come un residuo di normalità che non le apparteneva più. L'aria era densa di umidità, di odore di frittura e di qualcosa di più primitivo, un'elettricità che crepitava tra loro sin dal primo sguardo.
Don si voltò, la afferrò per il polso senza una parola, tirandola nell'ombra del vicolo. Le sue mani erano ruvide, callose dal peso di troppi segreti, e le premettero contro il muro di mattoni freddi, intrisi d'acqua. Diana non resistette; i suoi occhi, scuri e vuoti come pozzi abbandonati, incontrarono quelli di lui, un misto di fame e disperazione. «Non dovremmo», mormorò lei, la voce rauca, spezzata dal respiro accelerato, ma le sue dita già gli artigliavano la schiena, scavando nella stoffa come se volesse strappargli via la pelle.
Lui non rispose. Le sue labbra si schiantarono sulle sue, un bacio violento, denti che mordevano, lingue che si intrecciavano in un groviglio bagnato e salato. Le mani di Don scesero, afferrandole il culo con forza, stringendo la carne morbida sotto la gonna sottile, sollevandola contro di sé. Diana gemette, un suono gutturale che echeggiò nel vicolo, le gambe che si aprivano istintivamente, avvolgendogli i fianchi. Sentiva il cazzo di lui premere contro il suo ventre, duro e insistente attraverso i pantaloni, un'erezione che pulsava come un cuore selvaggio.
Con un gesto rapido, Don le strappò le mutandine, il tessuto che si lacerava con uno strappo secco, esponendola all'aria fredda. Lei ansimò, il freddo che le mordeva la pelle nuda, ma il calore tra le cosce era un fuoco liquido, la figa già bagnata e gonfia, pronta per lui. «Fottimi», sussurrò Diana, le parole crude che le uscivano di bocca come un'esalazione, ispirate a quelle donne fatali dei romanzi di Henry Miller, dove il sesso era una guerra senza prigionieri. Don non esitò: slacciò la cintura con una mano, tirando fuori il cazzo eretto, venoso e turgido, la cappella lucida di pre-eiaculato che brillava sotto la luce fioca di un lampione lontano.
La penetrò con un affondo brutale, spingendo dentro di lei fino in fondo, il corpo di Diana che si inarcava contro il muro, le unghie che gli graffiavano il collo. Il vicolo riecheggiava dei loro suoni: lo schiaffo bagnato della carne contro la carne, i gemiti soffocati di lei, i grugniti profondi di lui mentre la scopava con ritmo forsennato, ogni spinta un'esplosione di rabbia repressa. Diana sentiva il cazzo di Don riempirla, sfregare contro le pareti interne, colpirle quel punto profondo che la faceva tremare, le tette che rimbalzavano sotto la camicetta sbottonata, i capezzoli duri come proiettili contro il tessuto umido.
Sudore e pioggia si mescolavano sui loro corpi, rendendo ogni movimento scivoloso, osceno. Don le morse il collo, lasciando un segno rosso, mentre le sue dita le affondavano nei fianchi, guidandola su e giù sul suo membro. Lei gli afferrò i capelli, tirandoli forte, il dolore che si mescolava al piacere in un turbine che ricordava le scene crude di Ultimo tango a Parigi, dove il sesso era un atto di distruzione reciproca. «Più forte», ringhiò Diana, la voce spezzata, e Don obbedì, martellandola contro il muro, il cazzo che entrava e usciva con violenza, i testicoli che sbattevano contro di lei in un ritmo primordiale.
L'orgasmo la travolse per prima, un'onda che le squassò il corpo, la figa che si contraeva intorno a lui in spasmi violenti, un fiotto caldo che gli bagnava le palle. Don la seguì a ruota, spingendo un'ultima volta, profondo, riversandole dentro il seme in getti caldi e appiccicosi, un grido soffocato che gli sfuggì dalla gola. Rimasero lì, ansimanti, i corpi incollati nel vicolo buio, la pioggia che lavava via il sudore ma non il rimpianto che già si insinuava nei loro sguardi.
Poi, Diana si staccò, sistemandosi la gonna con mani tremanti, gli occhi che evitavano i suoi. «È stato un errore», disse piano, girandosi per andarsene, lasciando Don solo con il sapore amaro del whisky e del sesso sulla lingua. Il vicolo tornò silenzioso, salvo per il gocciolio incessante dell'acqua, un testimone muto di quel momento di pura, cruda disperazione.
Don si voltò, la afferrò per il polso senza una parola, tirandola nell'ombra del vicolo. Le sue mani erano ruvide, callose dal peso di troppi segreti, e le premettero contro il muro di mattoni freddi, intrisi d'acqua. Diana non resistette; i suoi occhi, scuri e vuoti come pozzi abbandonati, incontrarono quelli di lui, un misto di fame e disperazione. «Non dovremmo», mormorò lei, la voce rauca, spezzata dal respiro accelerato, ma le sue dita già gli artigliavano la schiena, scavando nella stoffa come se volesse strappargli via la pelle.
Lui non rispose. Le sue labbra si schiantarono sulle sue, un bacio violento, denti che mordevano, lingue che si intrecciavano in un groviglio bagnato e salato. Le mani di Don scesero, afferrandole il culo con forza, stringendo la carne morbida sotto la gonna sottile, sollevandola contro di sé. Diana gemette, un suono gutturale che echeggiò nel vicolo, le gambe che si aprivano istintivamente, avvolgendogli i fianchi. Sentiva il cazzo di lui premere contro il suo ventre, duro e insistente attraverso i pantaloni, un'erezione che pulsava come un cuore selvaggio.
Con un gesto rapido, Don le strappò le mutandine, il tessuto che si lacerava con uno strappo secco, esponendola all'aria fredda. Lei ansimò, il freddo che le mordeva la pelle nuda, ma il calore tra le cosce era un fuoco liquido, la figa già bagnata e gonfia, pronta per lui. «Fottimi», sussurrò Diana, le parole crude che le uscivano di bocca come un'esalazione, ispirate a quelle donne fatali dei romanzi di Henry Miller, dove il sesso era una guerra senza prigionieri. Don non esitò: slacciò la cintura con una mano, tirando fuori il cazzo eretto, venoso e turgido, la cappella lucida di pre-eiaculato che brillava sotto la luce fioca di un lampione lontano.
La penetrò con un affondo brutale, spingendo dentro di lei fino in fondo, il corpo di Diana che si inarcava contro il muro, le unghie che gli graffiavano il collo. Il vicolo riecheggiava dei loro suoni: lo schiaffo bagnato della carne contro la carne, i gemiti soffocati di lei, i grugniti profondi di lui mentre la scopava con ritmo forsennato, ogni spinta un'esplosione di rabbia repressa. Diana sentiva il cazzo di Don riempirla, sfregare contro le pareti interne, colpirle quel punto profondo che la faceva tremare, le tette che rimbalzavano sotto la camicetta sbottonata, i capezzoli duri come proiettili contro il tessuto umido.
Sudore e pioggia si mescolavano sui loro corpi, rendendo ogni movimento scivoloso, osceno. Don le morse il collo, lasciando un segno rosso, mentre le sue dita le affondavano nei fianchi, guidandola su e giù sul suo membro. Lei gli afferrò i capelli, tirandoli forte, il dolore che si mescolava al piacere in un turbine che ricordava le scene crude di Ultimo tango a Parigi, dove il sesso era un atto di distruzione reciproca. «Più forte», ringhiò Diana, la voce spezzata, e Don obbedì, martellandola contro il muro, il cazzo che entrava e usciva con violenza, i testicoli che sbattevano contro di lei in un ritmo primordiale.
L'orgasmo la travolse per prima, un'onda che le squassò il corpo, la figa che si contraeva intorno a lui in spasmi violenti, un fiotto caldo che gli bagnava le palle. Don la seguì a ruota, spingendo un'ultima volta, profondo, riversandole dentro il seme in getti caldi e appiccicosi, un grido soffocato che gli sfuggì dalla gola. Rimasero lì, ansimanti, i corpi incollati nel vicolo buio, la pioggia che lavava via il sudore ma non il rimpianto che già si insinuava nei loro sguardi.
Poi, Diana si staccò, sistemandosi la gonna con mani tremanti, gli occhi che evitavano i suoi. «È stato un errore», disse piano, girandosi per andarsene, lasciando Don solo con il sapore amaro del whisky e del sesso sulla lingua. Il vicolo tornò silenzioso, salvo per il gocciolio incessante dell'acqua, un testimone muto di quel momento di pura, cruda disperazione.
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