Dominato da mia moglie. La storia di Karen e Mike Settimo episodio
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Presi una sedia e poggiai la mia testa sul tavolo per scoppiare poi in un pianto a dirotto. Mi sentivo una perfetta nullità. Mia moglie mi aveva ridicolizzato senza nemmeno sforzarsi troppo. Non era bastato nemmeno coglierla di sorpresa perché lei aveva ribaltato la situazione in pochi secondi. Cosa avrei dovuto fare? La mia mente cercava di trovare una soluzione, ma non riuscivo a trovarne una decente che mi soddisfacesse. E perché mi ero eccitato? Che cazzo ci trovavo nel prendere le botte da mia moglie? Mi tornava in mente il film di quelle due serate, e mi resi conto che, se avesse voluto, avrebbe potuto ridurmi davvero a mal partito. Sì, è vero che la prima volta mi aveva slogato la spalla, ma mi veniva da pensare, e lei stessa lo aveva poi confermato, che fosse stato fortuito e che non fosse riuscita a trattenersi. Insomma, ero dell’idea che non aveva mai avuto l’intenzione di picchiarmi a sangue, ma solo quella di umiliarmi, di dimostrarmi la sua superiorità e rendermi accondiscendente nei suoi confronti. E adesso cosa sarebbe successo? Avrebbe fatto finta di niente come la volta scorsa, oppure avrebbe approfittato del potere che aveva acquisito su di me? La cosa strana era che Karen era sempre stata dolcissima e palesemente innamorata di me. Mi voleva dare una bella lezione per quelle frasi idiote che avevo pronunciato, ma forse poi aveva trovato qualcosa di inspiegabile e di particolarmente eccitante per lei, tanto da aver voluto provocarmi per ripetere la lotta. Avrei avuto bisogno di parlare con qualcuno di tutto ciò che mi stava capitando, e mi venne in mente il mio amico Andrea, uno psicologo. Forse lui sarebbe riuscito a dare a tutto una spiegazione e a darmi un consiglio. In quel momento, non riuscivo a capire cosa volessi. Se, la prima volta, avevo escluso di lasciarla, dopo quello che era accaduto quella sera, con le continue umiliazioni che avevo ricevuto, quell’idea non era più tanto peregrina, e stavo valutando l’ipotesi di andarmene e di riprendere in mano la mia vita.
Inutile dire che riuscii a dormire ben poco. Tra i pensieri che si accavallavano nella mia mente e la mancanza di un letto sul quale sdraiarmi, sarebbe stato difficile per chiunque chiudere gli occhi per riposarsi. Ma c’era una cosa che mi fece pensare. Avevo la faccia impiastricciata dai suoi umori, residui del momento in cui mi aveva obbligato a donarle piacere con la lingua, e non potevo lavarmi. Oppure potevo ma avevo paura di farlo e quindi di sbagliare. Karen mi aveva detto che i suoi odori mi avrebbero dovuto far compagnia per tutta la notte, e non sapevo se era una frase buttata lì o se si trattava proprio della sua volontà di impedirmi di lavarmi. Malgrado quindi mi trovassi in cucina e avendo pertanto l’acqua a disposizione, decisi di non lavarmi in modo che quando avesse deciso di liberarmi, mi avrebbe trovato ancora sporco e non avrebbe trovato una scusa per picchiarmi di nuovo. Avevo quindi paura di mia moglie. Assurdo solo pensarlo venti giorni prima, ma era la sacrosanta verità. Si era trattata di violenza domestica, era inutile girarci intorno, e poco cambiava il fatto che quello violentato e picchiato fossi stato io, il maschio. Il rischio era ovviamente che, alla prima occasione, mi avrebbe picchiato di nuovo. Ormai, non c’erano dubbi sul fatto che Karen fosse molto più forte di me, ed era una sensazione strana, anomala per un uomo. Improvvisamente, capivo come si dovessero sentire le donne accanto a una persona fisicamente superiore. Anzi, ciò che stavo provando io era peggio perché per una donna è normale non essere all’altezza fisicamente del proprio uomo, mentre io mi sentivo una nullità, completamente inadeguato di fronte a mia moglie. Attesi quindi pazientemente che si facesse giorno e, finalmente, sentii la chiave girare. Ovviamente era mia moglie, vestita come quando avevamo lottato ovvero con quella magliettina elasticizzata che delineava perfettamente il suo busto, e le sue minuscole mutandine. Ancora una volta, non potei fare a meno di pensare che avesse un corpo da sballo. Merito di Madre Natura ma anche, probabilmente, della sua fissazione con lo sport. Era allegra e quasi saltellò venendomi incontro
“Buongiorno, amore. Tutto bene? Stavolta non credo che dovrai andare all’ospedale. Sei tutto integro. Sono stata attenta a non farti troppo male.” Accompagnò quelle parole con un bacio sulla bocca e sorrise. “Uh, che sbadata. Sei tutto appiccicoso. Avevo dimenticato che avevi sulla faccia tutti i miei umori. Si sono seccati, ma sono sicura che i miei odori ti hanno fatto un’ottima compagnia. Non è vero amore?”
Ero smarrito. A che gioco stava giocando? Perfida la sera precedente e deliziosa mogliettina la mattina seguente.
“Sì, Karen”, risposi, memore di ciò che mi aveva ordinato la sera precedente. Mi toccai anche il membro che stava per scoppiare dal desiderio di urinare, e mia moglie si mise a ridere.
“Devi andare a fare pipì?” mi chiese osservando il mio movimento e, quando io annuii, lei sorrise proseguendo. “E allora vai, cosa aspetti? E già che ci sei, conviene che ti dai una bella pulita al viso.”
Lo feci ovviamente, e dopo qualche minuto tornai in cucina vedendo mia moglie che si stava preparando la sua veloce colazione come tutte le mattine. Un caffè, uno yogurt e due fette biscottate con il miele. Sospirai e mi sentivo più sollevato. Avevo immaginato che mi desse qualche ordine perentorio, e invece stava facendo da sola come al solito. Non capivo però quel suo comportamento. Mi sembrava assurdo. La sera precedente si era dimostrata cattiva nei miei confronti, e in quel momento sembrava come se la vita le sorridesse come mai aveva fatto in precedenza. Anch’io mi diedi da fare per prepararmi qualcosa per colazione, visto che il mio stomaco borbottava. Sembrava una mattina come tutte le altre se non fosse stato per due particolari: la sua allegria che consideravo assolutamente fuori luogo in quel momento, e la mia completa nudità. Terminata la colazione, mi disse che andava a farsi la doccia e io la fermai.
“Karen, posso… Posso mettermi qualcosa addosso?” Glielo avevo chiesto quasi sussurrando. Non sapevo come comportarmi con lei, e questo mi metteva in grossa difficoltà. Lei mi accarezzò invece teneramente.
“Certo, amore. La punizione era soltanto per la notte. Vai pure a vestirti anche perché… Mmmm, sei particolarmente delizioso in costume adamitico, e se non avessi paura di far tardi al lavoro, ti salterei addosso.”
Era inconcepibile un linguaggio del genere da parte di mia moglie. Beh, non era una suora. Il sesso le piaceva come era normale che fosse, ma non mi aveva mai parlato in quel modo. Anche se poi, durante la penetrazione vera e propria, non le piaceva essere troppo passiva. Anzi, adesso che ci facevo caso, le piaceva mettersi sopra di me e dirigere l’atto amatorio. Non ci avevo mai dato importanza alla cosa, e avevo sempre pensato che, in quella posizione, lei riuscisse a raggiungere l’orgasmo più rapidamente e soprattutto in modo più efficace. E invece, forse si trattava della sua indole dominante che si esprimeva soltanto in quel modo ma che poi, durante la lotta, era venuta fuori prepotentemente.
Ad ogni modo, quello che mi sembrava più importante era il fatto che Karen non aveva intenzione di proseguire con le umiliazioni, e me ne andai in camera per indossare finalmente qualcosa, e optai per una comoda tuta. Poi guardai il suo borsone da palestra. Già, la sua palestra del cazzo, grazie alla quale mi aveva surclassato fisicamente. Per quale motivo non le avevo mai chiesto cosa facesse in palestra? Beh, semplice. Non me ne fregava un cazzo, ecco la verità. E lei, considerando il mio disinteresse, non me lo aveva mai detto. Un po’ come succedeva con gli uomini che andavano a giocare a calcetto e ai quali le mogli non chiedevano niente della partita, preoccupandosi semmai di sapere cosa avesse fatto il marito dopo, se fosse andato a mangiare la pizza e con chi. Ecco, era quello che avevo fatto io qualche volta, chiedendole non cosa facesse in palestra, ma di cosa avesse parlato con le amiche, con le persone che frequentavano quella palestra. Aprii dunque quel borsone e la notai. Una bella cintura nera sopra un kimono completamente bianco. Mia moglie era dunque una cintura nera di qualche arte marziale? Pareva proprio di sì, senza se e senza ma. E questo spiegava molte cose, tra cui la sua abilità nella lotta. Richiusi il borsone per paura che Karen mi potesse notare mentre frugavo tra le sue cose. Non avevo nessuna intenzione di farmi picchiare nuovamente. Me ne andai nel mio studio cercando di riflettere su ciò che avevo scoperto. Non mi intendevo molto di sport. Non seguivo il calcio, figuriamoci le arti marziali. Ma non mi risultava che solo le arti marziali potessero bastare per essere forti fisicamente come si era dimostrata Karen. Per quanto ne sapevo io, le arti marziali insegnavano le mosse, insegnavano a difendersi e a contrattaccare ma, e l’avevo potuto constatare sulla mia pelle, mia moglie era anche notevolmente più forte di me. Questo mi faceva presumere che in palestra non si limitava alle arti marziali, ma faceva anche qualcosa come pesi, body building, sport insomma che sviluppavano il fisico. E non per niente, come avevo potuto ammirare il mattino seguente alla prima lotta, Karen aveva un fisico scolpito, e questo lo sapevo fin dal primo giorno che l’avevo vista nuda, ma anche dotato di muscoli. Piccoli muscoli e non certo simili a quelle cose mostruose che spesso mostravano le body builder professioniste, ma che, a quanto pareva, bastavano per superarmi nettamente in forza fisica. Era ovvio quindi che, di fronte a lei, ero destinato a soccombere sempre. Ero sempre più convinto che, se lei avesse voluto, avrebbe potuto picchiarmi come e quando avrebbe voluto, senza che, uno come me, avrebbe potuto difendersi. Cosa fare quindi? Presi il mio telefonino. Dovevo assolutamente parlare con qualcuno, e la persona più idonea era appunto il mio amico Andrea, compagno di liceo diventato uno stimato psicologo. Con lui potevo sfogarmi, e forse avrebbe potuto darmi il consiglio giusto perché, in quel momento, ero del tutto confuso. Dovetti attendere solo qualche secondo. Sapevo che per via della sua professione era solito rispondere a qualsiasi ora.
“Mike, che sorpresa! Tutto bene?” La sua voce era ovviamente preoccupata. Erano le 7.30 del mattino, e non ero certo abituato a telefonargli a quell'ora.
“Devo parlarti, Andrea. Ce l’hai un buco libero tra i tuoi impegni?”
Silenzio assoluto! Poi sentii il mio amico che schioccò la lingua. “Devo preoccuparmi, Mike?”
“Sto bene, e stanno bene tutti quelli che conosco, se è questa la tua preoccupazione. Ma ho assoluto bisogno di parlarti.”
“Ok, Mike. Facciamo così. Ho un’ora di buco alle 10. Vuoi che ci vediamo nel mio studio? Oppure preferisci che ci prendiamo un caffè al bar? Ce ne è uno rinomato proprio sotto il mio studio.”
“Preferisco al bar. Non ho voglia di mettermi sdraiato sul tuo lettino.”
“Ok. Alle dieci al bar. Ah, farò sicuramente qualche minuto di ritardo. Il paziente che ha appuntamento alle nove non lo posso cacciare a calci nel sedere.”
“D’accordo, Andrea. Ci vedremo alle 10”, dissi concludendo la conversazione. Parlare con Andrea mi avrebbe fatto sicuramente bene anche perché avevo proprio voglia di confidarmi con qualcuno che sapeva capire la mente umana, e il mio amico era davvero in gamba. Sentii intanto il rumore della porta del bagno che si apriva. Era chiaro che Karen avesse terminato la doccia. Accesi il mio computer, ma non riuscivo a fare niente. Né a scrivere qualche riga del mio libro, e né preparare il mio solito cruciverba settimanale da spedire al mio editore. Tutti i miei pensieri erano rivolti a quella situazione tra me e Karen. In più, quella notte in cui avevo dormito al massimo per un paio d’ore, mi aveva spossato. Sentivo comunque i rumori provenire dalla camera da letto, ma non mi mossi da quella sedia. Mi alzai soltanto una decina di minuti dopo, quando Karen entrò nel mio studio. Cazzo! Era semplicemente incantevole. Un tailleur grigio con gonna ben al di sopra del ginocchio e tacchi alti. E, se non bastasse, truccata di tutto punto. Lei mi venne incontro dandomi un lieve bacetto sulla bocca.
“Io vado al lavoro. Mi raccomando, cerca di scrivere qualcosa che da un po’ di giorni non lo fai. Hai il blocco dello scrittore?”
Deglutii nervosamente
“Ehm… Veramente non sono molto ispirato ultimamente.”
“Tranquillo, amore. Tu sei un artista e devi prenderti tutto il tempo che ti serve. A tutto il resto ci penso io.” Si fermò un attimo e poi riprese. “Ah, basta fare lo scemo. Per pranzo non voglio che ti compri niente. Ho fatto la spesa e il frigorifero e la dispensa traboccano. Usa quello che c’è in casa senza andarti a comprare niente.” Mi sorrise e poi fece dietro front lasciandomi il dolce sapore del suo rossetto sulle mie labbra. Mi presi la testa fra le mani. Ma che stava succedendo? Era stata dolcissima, ma aveva anche rimarcato il fatto che fosse lei a portare i soldi a casa. Mi veniva in mente quella frase idiota che le dissi durante la nostra conversazione "Mi darebbe fastidio che gli altri possano pensare che sia mia moglie a portare i pantaloni". E mi resi conto che era proprio lei a portare i pantaloni anche se poi aveva indossato quella minigonna da infarto.
Mi fumai una sigaretta e poi decisi di andarmi a fare una bella doccia ristoratrice, dopodiché mi vestii con calma. Erano le 9.30 quando scesi da casa. Ci misi poco più di venti minuti per arrivare nel punto dove Andrea aveva il suo studio da psicologo, ed ero quindi in anticipo. Nel bar c’erano diversi tavolini liberi, e ne scelsi uno un po’ appartato, situato all’esterno di quel bar. Era quasi primavera e l’aria era ancora un po’ frizzante, ma il cielo era terso, e stare un po’ all’aperto, per uno come me che stava quasi sempre chiuso in casa, sarebbe stato l’ideale.
Per commentare, scrivete a
davidmuscolo@tiscali.it
Inutile dire che riuscii a dormire ben poco. Tra i pensieri che si accavallavano nella mia mente e la mancanza di un letto sul quale sdraiarmi, sarebbe stato difficile per chiunque chiudere gli occhi per riposarsi. Ma c’era una cosa che mi fece pensare. Avevo la faccia impiastricciata dai suoi umori, residui del momento in cui mi aveva obbligato a donarle piacere con la lingua, e non potevo lavarmi. Oppure potevo ma avevo paura di farlo e quindi di sbagliare. Karen mi aveva detto che i suoi odori mi avrebbero dovuto far compagnia per tutta la notte, e non sapevo se era una frase buttata lì o se si trattava proprio della sua volontà di impedirmi di lavarmi. Malgrado quindi mi trovassi in cucina e avendo pertanto l’acqua a disposizione, decisi di non lavarmi in modo che quando avesse deciso di liberarmi, mi avrebbe trovato ancora sporco e non avrebbe trovato una scusa per picchiarmi di nuovo. Avevo quindi paura di mia moglie. Assurdo solo pensarlo venti giorni prima, ma era la sacrosanta verità. Si era trattata di violenza domestica, era inutile girarci intorno, e poco cambiava il fatto che quello violentato e picchiato fossi stato io, il maschio. Il rischio era ovviamente che, alla prima occasione, mi avrebbe picchiato di nuovo. Ormai, non c’erano dubbi sul fatto che Karen fosse molto più forte di me, ed era una sensazione strana, anomala per un uomo. Improvvisamente, capivo come si dovessero sentire le donne accanto a una persona fisicamente superiore. Anzi, ciò che stavo provando io era peggio perché per una donna è normale non essere all’altezza fisicamente del proprio uomo, mentre io mi sentivo una nullità, completamente inadeguato di fronte a mia moglie. Attesi quindi pazientemente che si facesse giorno e, finalmente, sentii la chiave girare. Ovviamente era mia moglie, vestita come quando avevamo lottato ovvero con quella magliettina elasticizzata che delineava perfettamente il suo busto, e le sue minuscole mutandine. Ancora una volta, non potei fare a meno di pensare che avesse un corpo da sballo. Merito di Madre Natura ma anche, probabilmente, della sua fissazione con lo sport. Era allegra e quasi saltellò venendomi incontro
“Buongiorno, amore. Tutto bene? Stavolta non credo che dovrai andare all’ospedale. Sei tutto integro. Sono stata attenta a non farti troppo male.” Accompagnò quelle parole con un bacio sulla bocca e sorrise. “Uh, che sbadata. Sei tutto appiccicoso. Avevo dimenticato che avevi sulla faccia tutti i miei umori. Si sono seccati, ma sono sicura che i miei odori ti hanno fatto un’ottima compagnia. Non è vero amore?”
Ero smarrito. A che gioco stava giocando? Perfida la sera precedente e deliziosa mogliettina la mattina seguente.
“Sì, Karen”, risposi, memore di ciò che mi aveva ordinato la sera precedente. Mi toccai anche il membro che stava per scoppiare dal desiderio di urinare, e mia moglie si mise a ridere.
“Devi andare a fare pipì?” mi chiese osservando il mio movimento e, quando io annuii, lei sorrise proseguendo. “E allora vai, cosa aspetti? E già che ci sei, conviene che ti dai una bella pulita al viso.”
Lo feci ovviamente, e dopo qualche minuto tornai in cucina vedendo mia moglie che si stava preparando la sua veloce colazione come tutte le mattine. Un caffè, uno yogurt e due fette biscottate con il miele. Sospirai e mi sentivo più sollevato. Avevo immaginato che mi desse qualche ordine perentorio, e invece stava facendo da sola come al solito. Non capivo però quel suo comportamento. Mi sembrava assurdo. La sera precedente si era dimostrata cattiva nei miei confronti, e in quel momento sembrava come se la vita le sorridesse come mai aveva fatto in precedenza. Anch’io mi diedi da fare per prepararmi qualcosa per colazione, visto che il mio stomaco borbottava. Sembrava una mattina come tutte le altre se non fosse stato per due particolari: la sua allegria che consideravo assolutamente fuori luogo in quel momento, e la mia completa nudità. Terminata la colazione, mi disse che andava a farsi la doccia e io la fermai.
“Karen, posso… Posso mettermi qualcosa addosso?” Glielo avevo chiesto quasi sussurrando. Non sapevo come comportarmi con lei, e questo mi metteva in grossa difficoltà. Lei mi accarezzò invece teneramente.
“Certo, amore. La punizione era soltanto per la notte. Vai pure a vestirti anche perché… Mmmm, sei particolarmente delizioso in costume adamitico, e se non avessi paura di far tardi al lavoro, ti salterei addosso.”
Era inconcepibile un linguaggio del genere da parte di mia moglie. Beh, non era una suora. Il sesso le piaceva come era normale che fosse, ma non mi aveva mai parlato in quel modo. Anche se poi, durante la penetrazione vera e propria, non le piaceva essere troppo passiva. Anzi, adesso che ci facevo caso, le piaceva mettersi sopra di me e dirigere l’atto amatorio. Non ci avevo mai dato importanza alla cosa, e avevo sempre pensato che, in quella posizione, lei riuscisse a raggiungere l’orgasmo più rapidamente e soprattutto in modo più efficace. E invece, forse si trattava della sua indole dominante che si esprimeva soltanto in quel modo ma che poi, durante la lotta, era venuta fuori prepotentemente.
Ad ogni modo, quello che mi sembrava più importante era il fatto che Karen non aveva intenzione di proseguire con le umiliazioni, e me ne andai in camera per indossare finalmente qualcosa, e optai per una comoda tuta. Poi guardai il suo borsone da palestra. Già, la sua palestra del cazzo, grazie alla quale mi aveva surclassato fisicamente. Per quale motivo non le avevo mai chiesto cosa facesse in palestra? Beh, semplice. Non me ne fregava un cazzo, ecco la verità. E lei, considerando il mio disinteresse, non me lo aveva mai detto. Un po’ come succedeva con gli uomini che andavano a giocare a calcetto e ai quali le mogli non chiedevano niente della partita, preoccupandosi semmai di sapere cosa avesse fatto il marito dopo, se fosse andato a mangiare la pizza e con chi. Ecco, era quello che avevo fatto io qualche volta, chiedendole non cosa facesse in palestra, ma di cosa avesse parlato con le amiche, con le persone che frequentavano quella palestra. Aprii dunque quel borsone e la notai. Una bella cintura nera sopra un kimono completamente bianco. Mia moglie era dunque una cintura nera di qualche arte marziale? Pareva proprio di sì, senza se e senza ma. E questo spiegava molte cose, tra cui la sua abilità nella lotta. Richiusi il borsone per paura che Karen mi potesse notare mentre frugavo tra le sue cose. Non avevo nessuna intenzione di farmi picchiare nuovamente. Me ne andai nel mio studio cercando di riflettere su ciò che avevo scoperto. Non mi intendevo molto di sport. Non seguivo il calcio, figuriamoci le arti marziali. Ma non mi risultava che solo le arti marziali potessero bastare per essere forti fisicamente come si era dimostrata Karen. Per quanto ne sapevo io, le arti marziali insegnavano le mosse, insegnavano a difendersi e a contrattaccare ma, e l’avevo potuto constatare sulla mia pelle, mia moglie era anche notevolmente più forte di me. Questo mi faceva presumere che in palestra non si limitava alle arti marziali, ma faceva anche qualcosa come pesi, body building, sport insomma che sviluppavano il fisico. E non per niente, come avevo potuto ammirare il mattino seguente alla prima lotta, Karen aveva un fisico scolpito, e questo lo sapevo fin dal primo giorno che l’avevo vista nuda, ma anche dotato di muscoli. Piccoli muscoli e non certo simili a quelle cose mostruose che spesso mostravano le body builder professioniste, ma che, a quanto pareva, bastavano per superarmi nettamente in forza fisica. Era ovvio quindi che, di fronte a lei, ero destinato a soccombere sempre. Ero sempre più convinto che, se lei avesse voluto, avrebbe potuto picchiarmi come e quando avrebbe voluto, senza che, uno come me, avrebbe potuto difendersi. Cosa fare quindi? Presi il mio telefonino. Dovevo assolutamente parlare con qualcuno, e la persona più idonea era appunto il mio amico Andrea, compagno di liceo diventato uno stimato psicologo. Con lui potevo sfogarmi, e forse avrebbe potuto darmi il consiglio giusto perché, in quel momento, ero del tutto confuso. Dovetti attendere solo qualche secondo. Sapevo che per via della sua professione era solito rispondere a qualsiasi ora.
“Mike, che sorpresa! Tutto bene?” La sua voce era ovviamente preoccupata. Erano le 7.30 del mattino, e non ero certo abituato a telefonargli a quell'ora.
“Devo parlarti, Andrea. Ce l’hai un buco libero tra i tuoi impegni?”
Silenzio assoluto! Poi sentii il mio amico che schioccò la lingua. “Devo preoccuparmi, Mike?”
“Sto bene, e stanno bene tutti quelli che conosco, se è questa la tua preoccupazione. Ma ho assoluto bisogno di parlarti.”
“Ok, Mike. Facciamo così. Ho un’ora di buco alle 10. Vuoi che ci vediamo nel mio studio? Oppure preferisci che ci prendiamo un caffè al bar? Ce ne è uno rinomato proprio sotto il mio studio.”
“Preferisco al bar. Non ho voglia di mettermi sdraiato sul tuo lettino.”
“Ok. Alle dieci al bar. Ah, farò sicuramente qualche minuto di ritardo. Il paziente che ha appuntamento alle nove non lo posso cacciare a calci nel sedere.”
“D’accordo, Andrea. Ci vedremo alle 10”, dissi concludendo la conversazione. Parlare con Andrea mi avrebbe fatto sicuramente bene anche perché avevo proprio voglia di confidarmi con qualcuno che sapeva capire la mente umana, e il mio amico era davvero in gamba. Sentii intanto il rumore della porta del bagno che si apriva. Era chiaro che Karen avesse terminato la doccia. Accesi il mio computer, ma non riuscivo a fare niente. Né a scrivere qualche riga del mio libro, e né preparare il mio solito cruciverba settimanale da spedire al mio editore. Tutti i miei pensieri erano rivolti a quella situazione tra me e Karen. In più, quella notte in cui avevo dormito al massimo per un paio d’ore, mi aveva spossato. Sentivo comunque i rumori provenire dalla camera da letto, ma non mi mossi da quella sedia. Mi alzai soltanto una decina di minuti dopo, quando Karen entrò nel mio studio. Cazzo! Era semplicemente incantevole. Un tailleur grigio con gonna ben al di sopra del ginocchio e tacchi alti. E, se non bastasse, truccata di tutto punto. Lei mi venne incontro dandomi un lieve bacetto sulla bocca.
“Io vado al lavoro. Mi raccomando, cerca di scrivere qualcosa che da un po’ di giorni non lo fai. Hai il blocco dello scrittore?”
Deglutii nervosamente
“Ehm… Veramente non sono molto ispirato ultimamente.”
“Tranquillo, amore. Tu sei un artista e devi prenderti tutto il tempo che ti serve. A tutto il resto ci penso io.” Si fermò un attimo e poi riprese. “Ah, basta fare lo scemo. Per pranzo non voglio che ti compri niente. Ho fatto la spesa e il frigorifero e la dispensa traboccano. Usa quello che c’è in casa senza andarti a comprare niente.” Mi sorrise e poi fece dietro front lasciandomi il dolce sapore del suo rossetto sulle mie labbra. Mi presi la testa fra le mani. Ma che stava succedendo? Era stata dolcissima, ma aveva anche rimarcato il fatto che fosse lei a portare i soldi a casa. Mi veniva in mente quella frase idiota che le dissi durante la nostra conversazione "Mi darebbe fastidio che gli altri possano pensare che sia mia moglie a portare i pantaloni". E mi resi conto che era proprio lei a portare i pantaloni anche se poi aveva indossato quella minigonna da infarto.
Mi fumai una sigaretta e poi decisi di andarmi a fare una bella doccia ristoratrice, dopodiché mi vestii con calma. Erano le 9.30 quando scesi da casa. Ci misi poco più di venti minuti per arrivare nel punto dove Andrea aveva il suo studio da psicologo, ed ero quindi in anticipo. Nel bar c’erano diversi tavolini liberi, e ne scelsi uno un po’ appartato, situato all’esterno di quel bar. Era quasi primavera e l’aria era ancora un po’ frizzante, ma il cielo era terso, e stare un po’ all’aperto, per uno come me che stava quasi sempre chiuso in casa, sarebbe stato l’ideale.
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