Dominato da mia moglie. La storia di Karen e Mike Decimo episodio

di
genere
dominazione

I due giorni trascorsero lenti. Non che fossero diversi dalle mie solite giornate, ma quella volta c’era qualcosa di diverso. L’attesa era snervante. Come si sarebbe comportata Karen al suo rientro? E io come avrei voluto che si fosse comportata? Ancora non riuscivo a fare chiarezza dentro di me. L’unica cosa di cui ero convinto, era che non volevo lasciarla, che volevo continuare a vivere con lei, anche se era una relazione del tutto sbilanciata a suo favore.
Come mi aveva promesso, mi aveva chiamato spesso durante quel viaggio di lavoro, e ci eravamo anche videochiamati. Nel vederla così bella, così affascinante, così… donna in carriera, avevo vinto gli ultimi indugi. Se lei non avesse aumentato troppo la sua dominazione, io avrei potuto accettare che lei fosse al comando nel nostro rapporto. E, in fondo, lo avrebbe anche meritato, visto che era superiore a me in tutto ciò che faceva. Il problema era proprio cercare di capire fin dove lei si sarebbe spinta. Comunque, finalmente il momento del suo ritorno arrivò. Il trillo del campanello mi fece rizzare in piedi mentre ero immerso nel cercare di fornire al mio editore un cruciverba decente, e corsi ad aprire la porta. Karen mi buttò le braccia al collo e mi baciò quasi con violenza.
"Tesoro, quanto mi sei mancato!” mi disse dopo il bacio, togliendosi la sua giacca e spingendo la sua valigia all'interno della nostra casa.
“Anche tu mi sei mancata”, dissi a mia volta. Era la sacrosanta verità. Da una parte ne avevo paura, ma dall’altra la sua assenza me l’aveva fatta desiderare allo spasimo. L’aiutai a portare dentro la valigia e tutto il resto, ma Karen iniziò a sbottonarmi la camicia.
“La sistemeremo dopo. Adesso voglio scoparti”, mi disse tirandomi giù anche i pantaloni. Sembrava quasi che volesse violentarmi, e io avevo superato da un bel pezzo la soglia di sopportazione della mancanza di sesso.
“Ok, sistemeremo dopo”, biascicai pieno di desiderio mentre, a mia volta, la spogliavo.
“Mi fa proprio piacere che tu avessi tanta voglia di rivedermi”, mi disse con una buona dose d’ironia quando ormai era rimasta solo col reggiseno e le mutandine. Continuavo a baciarla e a toccarla, La presi per le spalle e poi scesi sulle braccia. Erano incredibilmente dure anche se morbidissime al tatto.
“Come diavolo ho fatto a non accorgermi mai di questi muscoli?” le chiesi affascinato.
Mi guardò negli occhi. “Ce li ho da quando ero adolescente, ma devo ammettere che, ultimamente, mi sono data molto da fare per farli diventare così duri e potenti. Non puoi nemmeno immaginare cosa io riesca a fare.”
Pensai che nemmeno lo volessi sapere. Vidi Karen liberarsi degli indumenti ancora rimasti. Prima si tolse il reggiseno poi fece scendere il suo tanga per gettarlo lontano con un calcio. Provai a fare la stessa cosa senza avere la sua naturalezza a causa della mia goffaggine, ma contava il risultato. Eravamo entrambi nudi. Era perfetta. Le linee del suo corpo non avevano alcun difetto, e il suo viso era diventato ancor più bello da quando aveva iniziato a truccarsi più attentamente. Non era più la ragazza acqua e sapone, ma una bomba sexy non si poteva non desiderare. La trascinai sul letto e mi misi sopra di lei. Non vedevo l’ora di averla. La mia erezione premeva sopra il suo splendido corpo. Pensavo che avremmo fatto l’amore nella maniera classica. La baciavo e lei mi lasciava fare. Aprì persino le gambe che mi fecero pensare a un invito a penetrarla ma, improvvisamente, sentii quelle possenti gambe stringermi i fianchi. Contemporaneamente, mi allacciò le caviglie dietro la schiena. Mi faceva un male cane e non riuscivo a respirare bene,
“Karen, ma cosa stai facendo? Cazzo, mi manca il respiro”, brontolai con quel poco fiato che riuscii a tirar fuori.
“Devo insegnarti alcune cose, ciccio”, mi rispose gelida, per poi, facendo forza con i muscoli della schiena, ribaltarmi completamente. Adesso era lei sopra di me, ma le cose cambiavano poco. Aveva il pieno possesso del mio corpo, e le cose peggiorarono quando fece ancora più forza schiacciandomi sul letto, senza che avessi una chance per liberarmi.
“Karen, ti prego, mi stai facendo male.”
Come se non mi avesse sentito, mi afferrò per il mento. “Adesso stammi bene a sentire. Sono io che ti scopo e che stabilisco cosa fare e come farlo. OK? So che per te è difficile accettarlo, ma devi rassegnarti, che tu lo voglia o no."
“Ma perché? Ormai ho capito quanto sei forte. Mi sono reso conto che sei più forte di me. Io volevo soltanto far l’amore con mia moglie.” La mia voce era una specie di lamento. Le sue cosce erano incredibilmente potenti e continuavano a togliermi il respiro. avvinghiate come spire intorno al mio corpo,
“Bene, sono felice che tu ormai abbia riconosciuto la mia superiorità. Ma non mi basta. Quanto al fatto di fare l’amore… Lo farai, tesoro. Ma a modo mio.”
Provai di nuovo a ribellarmi, ma mi accorsi che era tutto inutile. Riusciva a bloccarmi con estrema semplicità, senza che dovesse nemmeno sforzarsi troppo. Almeno questa era la sensazione che avevo nel vederla tranquilla e sorridente. Poi, come le volte passate, usò il mio corpo sudato per donarsi piacere. Strofinava la sua fica su di me e ansimava dal piacere. Le piaceva. Le piaceva ridurmi in quello stato. Andrea aveva ragione. Non si sarebbe fermata. Io ero sempre più dolorante, e lo divenni ancora di più quando lei, dopo aver avuto il suo orgasmo attraverso il mio corpo, e soprattutto a causa di quelle sensazioni di potenza che la sua superiorità le regalava, mi torse il braccio sinistro. Era la sua mossa ricorrente quando decideva di ridurmi ai minimi termini.
“Adesso ti scopo e dopo mi fai il tuo solito servizietto con la lingua. Tutto chiaro, Mike?”
“Basta, Karen. Non voglio più fare l’amore con te. Non lo voglio fare mai p…” Non riuscii a terminare la frase. Karen aveva stretto ancor di più le sue cosce sul mio torace. Non riuscivo quasi a respirare. Si rinnovava quella sensazione di impotenza che avevo imparato bene a conoscere, ma quella volta era ancora peggio perché mi mancava l’aria. Ciononostante, il mio cazzo era turgido come non mai. Doveva essere per forza perché il magnifico corpo di femmina di mia moglie mi dava stimoli erotici. Non potevo pensare che davvero qualcosa mi piacesse in quello che stavo subendo. Con un agile movimento degno di un’affermata ginnasta, mia moglie si mise in modo da farsi impalare dal mio membro eretto. Malgrado la desiderassi, tentai l’ultima ribellione.
“Non voglio farlo così.”
Per tutta risposta mi arrivò un ceffone violentissimo che mi riaprì la ferita al labbro che mi aveva causato due giorni prima.
“Ti ho già detto che quello che vuoi tu non conta un cazzo. Conta solo quello che voglio io. Ficcatelo bene in testa. A me piace così e così lo faccio. Devi rassegnarti. Prima lo capirai e meglio sarà per te.”
Non potevo fare niente. Mia moglie mi stava violentando e, mentre lo faceva, mi stava facendo sentire un dolore enorme con la sua torsione. Malgrado il dolore, il mio membro sembrava non risentirne affatto, e non potei fare a meno di pensare che il piacere fosse enorme. E doveva esserlo anche per Karen che ansimava di piacere sopra di me. Era qualcosa di animalesco che il lungo digiuno sessuale stava amplificando ancora di più. E’ vero che a lei avevo spesso dato piacere orale ma, evidentemente, anche Karen sentiva la mancanza della penetrazione. Sentivo le sue pareti vaginali grondanti dei suoi umori e questo mi dava la certezza del suo gradimento.
Quella situazione era incredibilmente sensuale. Non opposi più resistenza, e mi lasciai guidare da mia moglie. Probabilmente, il piacere che Karen sentiva, le provocava continue contrazioni che, a loro volta, aumentavano il mio godimento. Era come se il mio cazzo fosse prigioniero della sua vagina. Avevo voglia di venirmene. Tanta voglia e nello stesso tempo tanta paura. La guardai supplicante, quasi a pregarla di farmi arrivare a destinazione. L’avevo sentita godere almeno un paio di volte, ma io ormai ero agli sgoccioli della mia resistenza e, per fortuna, Karen dovette cogliere il mio sguardo perché diede alcune spinte dall’alto verso il basso facendomi esplodere nell’orgasmo più grosso, più potente e più bello che avessi mai avuto nella mia vita, e inondai la sua vagina del mio caldo sperma. Dal canto mio, spinsi in alto il mio bacino per fare in modo che quel piacere durasse ancora più a lungo. Non avevo mai fatto sesso così, e la cosa mi spaventò. Non ebbi però il tempo di riflettere troppo su quella situazione. Karen si alzò togliendosi da sopra il mio membro ancora incredibilmente dritto malgrado l’eiaculazione, per posizionare la sua fica vicino alla mia bocca. Era gocciolante dei suoi umori, del suo sudore e anche del mio sperma. Ebbi un moto di disgusto.
“Karen, ti prego…” Fu l’ultima cosa che riuscii a dire. Si mise a sedere sulla mia faccia impedendomi persino di parlare. In quel momento, mi serrava la testa con le sue potenti cosce e, contemporaneamente, iniziò a strusciare la sua passerina sulla mia faccia. Immaginavo come fosse diventato il mio volto, completamente impiastricciato. Malgrado tutto, il suo odore era afrodisiaco e ormai avevo imparato a riconoscerlo bene, proprio come aveva detto mia moglie. Ma ero ancora riluttante.
Karen colse questa mia riluttanza. “La mia passerina ti triturerà il muso se non l’accontenti, tesoro. E’ inutile che fai resistenza. Alla fine farai ciò che io voglio. Con le buone o con le cattive.”
Non potevo muovere nessuna parte del mio corpo. Karen ci sapeva fare. Ogni suo gesto era studiato apposta per ridurmi all’impotenza. Emisi qualche grugnito, l’unica cosa che potevo fare. Non volevo arrendermi, ma non avevo altra scelta. La mia lingua entrò nella sua vagina fradicia. Appena iniziai a leccare, lei esplose nell’ennesimo orgasmo della serata, e io sentii i suoi umori scendere sulla mia faccia. Ero stanco, distrutto dagli eventi e, quando lei mi ordinò di leccare tutto e pulirle la fica, non obiettai. Dovevo fare quello che lei diceva, ed espletai il suo ordine perverso. Non dovevo essere un bello spettacolo perché lei si sollevò leggermente e si mise a ridere. Pensavo che fosse tutto finito. Aveva voluto che gliela leccassi, e l’avevo fatto, ma mi sbagliavo. Con un’abilità ginnica che non le riconoscevo, si girò completamente. Mi teneva sempre bloccato, ma adesso avevo le sue spalle davanti al mio volto. Si tirò su mettendomi il suo sedere sulla faccia. No, non poteva volere quello.
“Lecca, schiavo”, mi ordinò. Non potevo farlo. Mi dibattei come un ossesso, ma non riuscivo a spostarmi di un centimetro.
“Ti prego, Karen, non puoi umiliarmi fino a questo punto.”
“E invece lo voglio. Posso stare qui fino a domani se non lo fai. Adesso tu metti quella cazzo di lingua nel mio buchetto. Voglio sentirla fino in fondo.”
Non riuscii a trattenermi e, per l’ennesima volta, mi misi a piangere come un bambino. Fui però costretto ad abbandonarmi all’ineluttabile, e infilai la mia lingua nel suo buco del culo. Potevo fare solo quello. La mia lingua era l’unica parte del mio corpo che potevo muovere. Aveva vinto di nuovo lei, e io dovevo servirle per darle quel piacere che anelava. Il suo respiro era calmo, sereno, profondo, di chi era conscio di una netta superiorità. Il mio era ansante, rotto dai singhiozzi, e i nostri respiri erano gli unici rumori che si sentivano nella stanza. Tutto il resto era ovattato. Poi anche il mio respiro si fece calmo. Continuavo a leccare il suo culo, ma smisi completamente di lottare. Adagiai le mie braccia lungo il corpo continuando a compiere quello che lei mi aveva ordinato. Aveva rilassato i glutei in modo che il suo buchetto si allargasse, ma poi li strinse di nuovo e così facendo la mia lingua fu quasi risucchiata all’interno. Proseguii il mio lavoro fino a che non la sentii sussultare. Non potevo vederle il viso, ma me l’immaginavo soddisfatta per essere riuscita a farmi fare cose che nemmeno avrei potuto immaginare di compiere. Mi fermai, ma ottenni soltanto di farle stringere ancor di più il mio povero corpo martoriato.
“Non ti ho detto di smettere. Adesso spingi la tua lingua più a fondo e lecchi bene tutto attorno. Voglio sentire come succhi.”
Lo feci, ovviamente, e con la lingua lambivo le pareti più interne, donandole ancora immenso piacere. La sua superiorità fisica era tale che poteva impormi qualunque cosa, anche gli atti più degradanti, per il suo esclusivo e perverso piacere, senza che io potessi fare niente per impedirglielo. La sentii sussultare di nuovo, segno di un altro orgasmo. Avevo perso il conto di quanti ne avesse avuti, segno inequivocabile del piacere che provasse nel dominarmi con la forza. Rimase però seduta su di me, in silenzio, godendosi probabilmente quelle sensazioni di potere. Solo dopo diversi minuti si alzò liberandomi definitivamente, e si sdraiò accanto a me. Nessuno dei due aprì bocca. C’era poco da dire. Lei mi aveva umiliato per l’ennesima volta, in modo ancora più pesante delle altre volte, obbligandomi a compiere le azioni più degradanti che un essere umano può imporre a un altro essere umano. Eppure, la mia unica preoccupazione in quel momento era capire se mi amasse ancora. La mia mente elaborava milioni di pensieri, ma erano idee confuse che non riuscivo a mettere bene a fuoco. Mi era piaciuto ciò che mi aveva fatto? No. Avevo lottato con tutte le mie forze per non subire ciò che poi mi aveva costretto a fare. Mi aveva eccitato sessualmente? Sì. Sicuramente la più grande eccitazione fisica che io avessi mai avuto nella mia vita. Amavo ancora mia moglie? Sì, malgrado tutto. Certo, la vedevo con occhi diversi. Non potevo più considerarla come la mia dolce mogliettina. Era un essere superiore a me, c’era poco da dire e poco da fare. E in qualche modo, la scoperta della sua totale superiorità, pur avendomi sconvolto, mi aveva eccitato. Sapevo che non si sarebbe fermata, sapevo che avrebbe aumentato la sua dominazione nei miei confronti, ma non avevo idea ancora di ciò che sarei stato disposto ad accettare. Di sicuro, lo scettro del comando era passato completamente a lei, e io avrei dovuto accettare in silenzio se avessi voluto continuare la nostra relazione. Ma che tipo di dominazione mi avrebbe imposto? Fino a quel momento, si era limitata a un tipo di dominazione prettamente sessuale, ma avrebbe virato anche su qualcosa relativo alla nostra vita quotidiana? Tuttavia, mi venne da pensare che, se c’era una persona che meritava di avere il pieno comando nella nostra relazione, non poteva che essere lei. Tutto troppo complicato per me in quel momento, stanco e ancora dolorante.
Rimanemmo in silenzio, sdraiati uno accanto all’altro per diverso tempo, fino a quando vidi mia moglie alzarsi dal letto. Lo feci anche io guardandola per sapere cosa dovessi fare.
Karen mi riguardò a sua volta. “Raccogli tutti i tuoi abiti, mettili nell’armadio e poi chiudi a chiave.”
Lo feci e le consegnai la chiave, consapevole di cosa avrei dovuto fare in seguito. E non ci fu nessuna sorpresa. Mi afferrò per un braccio e mi condusse in cucina
“Anche stanotte dormirai qui completamente nudo. Una sola obiezione e ti riempio di botte.”
Non dissi niente e la vidi sorridere soddisfatta. Sapeva di avermi ormai piegato, ma prima che uscisse dalla cucina la fermai
“ Karen”
Lei si voltò. “Cosa c’è, Mike? Vuoi contestare il mio ordine?”
Scossi la testa. “No. Ho capito che servirebbe soltanto a farmi prendere altre botte. Volevo sapere se tu… Karen, mi farai dormire di nuovo nel tuo letto?”
Lei abbozzò un nuovo sorriso e tornò indietro. Era anche lei interamente nuda, ma la sua nudità era meravigliosa, armoniosa, quasi artistica, ben diversa dalla mia. Mi venne vicino e quasi avevo timore di guardarla negli occhi tanto che lei mi dovette mettere il dito indice sotto il mento per costringermi a farlo. “Può darsi. Dipenderà da te. Quando tu avrai preso coscienza del tuo ruolo, dormirai di nuovo accanto a me.”
Le vidi fare di nuovo dietro front e allontanarsi, ma ancora una volta la bloccai sulla porta.
“Karen...”
Lei sbuffò. “Cosa c’è ancora?”
“Buonanotte, amore.”
Quella volta il suo sorriso si dimostrò aperto, sincero, soddisfatto, ma non cinico, come quello di una madre che ha redarguito suo figlio vedendo però che poi ha imparato la lezione. “Buonanotte, caro.”
Sentii ancora una volta le chiavi che mi imprigionavano in quell’angusto habitat, ma non mi sconvolse più di tanto. Avevo riconosciuto la sua vittoria, il suo potere e sospirai rilassato, come se mi fossi tolto un peso. Certo, erano ancora tante le cose da valutare, ma sapevo che volevo andare avanti per comprendere meglio me stesso e il nostro rapporto. Ero sicuro però di alcune cose: La prima era che io volevo stare ancora accanto a lei. E poi che l'amavo. Forse addirittura più di quanto l'avessi amata prima dell'inizio di tutto quanto.

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davidmuscolo@tiscali.it
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2026-01-17
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