Dominato da mia moglie. La storia di Karen e Mike Nono episodio
di
Davide Sebastiani
genere
dominazione
Il resto della giornata trascorse nell’assoluta normalità. Mi preparai qualcosa per pranzo anche se, di solito, il nostro pasto principale era la cena, quando lei rientrava dal lavoro e dalla palestra e si stava insieme. Nel pomeriggio ricevetti un ragazzo per fargli delle lezioni, un tipo che non sapeva nemmeno chi avesse scritto i Promessi sposi, rimanendo indeciso tra Pascoli e Leopardi. Roba da far rabbrividire chi, come me, era appassionato di letteratura. E infine provai, senza riuscirci troppo, a proseguire il mio libro. Verso le 19 decisi che sarebbe stato meglio riposarmi davanti alla televisione in attesa del rientro di Karen. Ed ero in apprensione perché non sapevo cosa aspettarmi. Il suo rientro invece fu normalissimo. Venne vicino a me, mi diede un bacio casto sulla bocca, posò il suo borsone da palestra, la sua borsa e alcuni faldoni in camera da letto dove si spogliò di quel suo bel tailleur per mettersi più comoda, con un paio di pantaloncini corti di jeans che comunque facevano risaltare le sue lunghe gambe tornite, e una canotta verde militare. Tornò in cucina.
“Amore, tu prepara il primo mentre io mi do da fare con il secondo e il contorno. Ho una fame da lupo.”
Era una cosa normalissima per noi. Le faccende domestiche erano di competenza di entrambi. Ma, a pensarci bene, non perché avessi creduto, fino ad allora, alla parità di diritti tra uomo e donna, ma semplicemente perché lei lavorava, e mi sembrava il minimo sindacale aiutarla. Mi dicevo però che, se io avessi avuto un lavoro normale e se avessi guadagnato più di lei, forse avrei preteso che facesse tutto da sola. Ma certo, così come stavano le cose, era impossibile immaginare un qualsiasi atto da maschio dominante da parte mia.
Anche mentre mangiavamo, i discorsi furono normalissimi. Lei mi raccontò di alcune situazioni inerenti al suo lavoro, e io le dissi di quel mio allievo che nemmeno conosceva Manzoni, facendola ridere di gusto. A metà cena, lei si mise la mano sulla testa.
“Ah, che sciocca! Ma dove ho la testa? Dimenticavo di dirti che domani mattina devo partire per lavoro. Starò fuori un paio di giorni.”
Io annuii, e lei si alzò per tornare dopo pochi secondi con una delle sue carte di credito.
“Amore, questa è la carta ricaricabile che usiamo per gli acquisti on line. Puoi usarla anche come bancomat. Se dovessi aver bisogno di contanti, o per qualsiasi evenienza, puoi usare questa.” Terminò la frase dandomi un altro bacino sulla bocca. Non era la prima volta che lei doveva partire per lavoro, ma non ero mai stato geloso. Avevo sempre avuto la massima fiducia in mia moglie, ma quella volta sentii come un pugno nello stomaco. E se invece di andare a fare un viaggio di lavoro fosse andata con un altro uomo? Uno più forte di me, uno che la facesse sentire femmina? Ecco, stavo scoprendo cosa significasse l’inadeguatezza. Cercai di rassicurarmi dicendomi che il suo comportamento fosse il più amorevole possibile.
Dopo la cena pulimmo entrambi, come era del resto nostra consuetudine, e ci mettemmo a vedere un po’ di televisione.
Verso le 23 Karen però si alzò dal divano sbadigliando insonnolita. “E’ meglio che vada a letto. Domani ho questo maledetto viaggio di lavoro.”
Mi alzai anche io, dirigendomi verso la nostra camera da letto. Avevo intenzione di abbandonare la camera degli ospiti per dormire di nuovo accanto a mia moglie ma, prima di entrare nella camera, lei si fermò bloccando anche il mio ingresso.
“Cosa c’è, Karen?”
Inizialmente non rispose. Con gesti lievi si tolse il suo pantaloncino per togliersi poi anche il suo slippino. La guardai allargando gli occhi.
“In ginocchio, Mike” La sua voce, prima intrisa di dolcezza, era diventata di nuovo dura e tagliente,
“Che cosa vuoi fare?” le chiesi impaurito. Avevo i battiti del cuore accelerati. Soprattutto quando lei mi prese il viso con la sua mano stringendo.
“Cosa ti avevo detto? Quando ti do un ordine voglio sentirti dire soltanto "Si Karen". Non tollero obiezioni."
“Ma…Ma…” balbettavo miseramente.
“Vuoi che ti costringa con la forza? Sai che posso farlo. Non fare lo stronzo e vedrai che non ti tocco nemmeno con un dito. Altrimenti ti farò piangere di brutto.”
Sapevo che lo avrebbe fatto. Con il cuore che mi batteva sempre più velocemente, mi inginocchiai ai suoi piedi sentendomi una merda d'uomo. Stavo tremando di paura di fronte a mia moglie. Quando lei, come il giorno precedente, mi spinse prendendomi per la nuca per avvicinare la mia bocca al suo sesso, sapevo cosa dovevo fare. La sentivo fremere di desiderio.
“Bravo, ciccio. Stai diventando un leccatore d’eccezione.”
Ancora una volta, accadde quello che non sapevo spiegarmi. Alcune lacrime mi scesero per l’ennesima umiliazione ricevuta da mia moglie e, nello stesso tempo, ebbi una grossa erezione. Allora aveva ragione Andrea che una parte nascosta di me amava ciò che mia moglie mi faceva? Continuai a leccare il suo clitoride per un paio di minuti fino a quando lei esplose in un orgasmo addirittura superiore a quello del giorno precedente. Il risultato fu praticamente identico, con la mia faccia impiastricciata. Attendevo sue direttive senza avere il coraggio di fare anche un solo piccolo gesto senza il suo permesso.
Karen si era intanto appoggiata al muro per riprendersi dal piacere provato, e poi sospirò. “Perfetto! Adesso spogliati del tutto.”
“Perché?” le chiesi. Una domanda innocente, ma che invece provocò una sua reazione. Mi afferrò per un braccio, mi fece rialzare, e infine mi colpì al volto con uno schiaffo di inaudita violenza. Barcollai miseramente, con la testa che sembrava scoppiarmi. Mi toccai la bocca e scoprii che quello schiaffo mi aveva aperto la ferita al labbro. Lei avanzava verso di me che mi ero appoggiato al muro per non cadere, con le braccia pateticamente a coprire il volto. Come se potesse servire a qualcosa. Karen però non proseguì a picchiarmi. Un sorriso sfrontato si dipinse sulla sua bocca, quella bocca meravigliosa che in passato avevo baciato con passione, una bocca che mi aveva dato spesso piacere, ma che, in quel momento, usava solamente per umiliarmi, per dirmi cose che mai avrei immaginato di sentire da mia moglie.
“Allora sei proprio stronzo. Come ti avevo detto che devi rispondermi?”
Il pianto divenne irrefrenabile.
“Si, Karen”, risposi tra i singhiozzi, spogliandomi del tutto e rimanendo completamente nudo, con il mio membro incredibilmente eretto.
Anche Karen, ovviamente, se ne accorse, e sorrise senza però dire niente. Mi ordinò di raccogliere i miei vestiti e se li fece consegnare per gettarli sul letto. “Domani mattina li sistemerai. Adesso vai a dormire di nuovo in cucina. Hai intenzione di obiettare?”
“No”, risposi deglutendo nervosamente. Ma, malgrado la mia risposta, malgrado la mia accettazione, Karen non aveva intenzione di finirla con le umiliazioni. Ancora una volta, un sorriso sfrontato si materializzò sulla sua bocca.
“Molto bene. E perché non devi obiettare?”
“Perché me lo hai ordinato tu”, riuscii a dirle.
Ma non le bastava
“E cosa succederebbe se invece tu dovessi obiettare?”
“Mi picchieresti ancora.”
Stavolta il sorriso le illuminò completamente il volto. Sapeva di aver vinto. “Bravo. Vedrai che imparerai. Prima di quanto tu stesso possa immaginare”, concluse lasciandomi in cucina, nudo come un verme. E infine, sentii le chiavi che mi chiudevano per un’altra notte in cucina.
Inutile dire che, malgrado la spossatezza e la notte precedente trascorsa quasi del tutto sveglio, non riuscii a prendere immediatamente sonno. Perché mi ero eccitato? Perché accettavo tutto passivamente? Mi tornavano in mente le parole di Andrea che sembrava aver azzeccato tutto. Qualcosa di quella situazione mi intrigava ma, nello stesso tempo, il mio orgoglio mi impediva di accettare completamente la situazione. Per qualche misterioso motivo, la mia mente recepiva le direttive di mia moglie, la sua superiorità fisica nei miei confronti, come qualcosa di eccitante, e mettevo a me stesso la scusa della paura nei suoi confronti quando ero costretto ad obbedirle. Se fosse dipeso soltanto dalla paura, avrei avuto il pensiero fisso che, all’indomani, me ne sarei dovuto andare da casa, e invece quello sembrava essere il mio ultimo desiderio. Il mio amico aveva probabilmente indovinato anche il comportamento di Karen. Stava studiando le mie reazioni. Probabilmente, una dominazione troppo violenta e immediata mi avrebbe scosso, e quindi stava procedendo per gradi, con l’intenzione di sottomettermi completamente. La mia vistosa erezione le aveva dato la certezza che io, in un certo senso, apprezzavo ciò che mi faceva. La testa mi scoppiava e non sapevo quale fosse la cosa giusta da fare. Probabilmente, avrei dovuto attendere e capire. Sì, è vero che quelle umiliazioni erano pesanti, ma era altrettanto vero che, se io le avessi prese come un gioco sessuale, ci sarei potuto passare sopra tranquillamente. Piuttosto, mi mancava il sesso. Non lo facevamo più da tanto tempo. Avevo avuto quella famosa eiaculazione contro la mia volontà oltre venti giorni prima, ma ne sentivo la mancanza. Non ero certo il tipo che si andava a masturbare di nascosto, anche se in quel momento ne avrei avuto bisogno, con quell'erezione che continuava a non scemare. Il problema era che io volevo fare sesso con mia moglie, con la mia bellissima Karen. Con quella donna che, per strano che potesse sembrare, da quando era cominciato quello strano rapporto tra di noi, vedevo ancor più bella. E solo quel pensiero me lo fece venire ancora più duro. Mi dissi che avrei avuto un paio di giorni per prendere la mia decisione. Karen sarebbe andata fuori città, e io avrei avuto tutto il tempo per cercare di capire dentro di me. Poggiai la testa sul tavolo della cucina, e quella volta crollai come una pera cotta.
Per discutere sul racconto, scrivete a
davidmuscolo@tiscali.it
“Amore, tu prepara il primo mentre io mi do da fare con il secondo e il contorno. Ho una fame da lupo.”
Era una cosa normalissima per noi. Le faccende domestiche erano di competenza di entrambi. Ma, a pensarci bene, non perché avessi creduto, fino ad allora, alla parità di diritti tra uomo e donna, ma semplicemente perché lei lavorava, e mi sembrava il minimo sindacale aiutarla. Mi dicevo però che, se io avessi avuto un lavoro normale e se avessi guadagnato più di lei, forse avrei preteso che facesse tutto da sola. Ma certo, così come stavano le cose, era impossibile immaginare un qualsiasi atto da maschio dominante da parte mia.
Anche mentre mangiavamo, i discorsi furono normalissimi. Lei mi raccontò di alcune situazioni inerenti al suo lavoro, e io le dissi di quel mio allievo che nemmeno conosceva Manzoni, facendola ridere di gusto. A metà cena, lei si mise la mano sulla testa.
“Ah, che sciocca! Ma dove ho la testa? Dimenticavo di dirti che domani mattina devo partire per lavoro. Starò fuori un paio di giorni.”
Io annuii, e lei si alzò per tornare dopo pochi secondi con una delle sue carte di credito.
“Amore, questa è la carta ricaricabile che usiamo per gli acquisti on line. Puoi usarla anche come bancomat. Se dovessi aver bisogno di contanti, o per qualsiasi evenienza, puoi usare questa.” Terminò la frase dandomi un altro bacino sulla bocca. Non era la prima volta che lei doveva partire per lavoro, ma non ero mai stato geloso. Avevo sempre avuto la massima fiducia in mia moglie, ma quella volta sentii come un pugno nello stomaco. E se invece di andare a fare un viaggio di lavoro fosse andata con un altro uomo? Uno più forte di me, uno che la facesse sentire femmina? Ecco, stavo scoprendo cosa significasse l’inadeguatezza. Cercai di rassicurarmi dicendomi che il suo comportamento fosse il più amorevole possibile.
Dopo la cena pulimmo entrambi, come era del resto nostra consuetudine, e ci mettemmo a vedere un po’ di televisione.
Verso le 23 Karen però si alzò dal divano sbadigliando insonnolita. “E’ meglio che vada a letto. Domani ho questo maledetto viaggio di lavoro.”
Mi alzai anche io, dirigendomi verso la nostra camera da letto. Avevo intenzione di abbandonare la camera degli ospiti per dormire di nuovo accanto a mia moglie ma, prima di entrare nella camera, lei si fermò bloccando anche il mio ingresso.
“Cosa c’è, Karen?”
Inizialmente non rispose. Con gesti lievi si tolse il suo pantaloncino per togliersi poi anche il suo slippino. La guardai allargando gli occhi.
“In ginocchio, Mike” La sua voce, prima intrisa di dolcezza, era diventata di nuovo dura e tagliente,
“Che cosa vuoi fare?” le chiesi impaurito. Avevo i battiti del cuore accelerati. Soprattutto quando lei mi prese il viso con la sua mano stringendo.
“Cosa ti avevo detto? Quando ti do un ordine voglio sentirti dire soltanto "Si Karen". Non tollero obiezioni."
“Ma…Ma…” balbettavo miseramente.
“Vuoi che ti costringa con la forza? Sai che posso farlo. Non fare lo stronzo e vedrai che non ti tocco nemmeno con un dito. Altrimenti ti farò piangere di brutto.”
Sapevo che lo avrebbe fatto. Con il cuore che mi batteva sempre più velocemente, mi inginocchiai ai suoi piedi sentendomi una merda d'uomo. Stavo tremando di paura di fronte a mia moglie. Quando lei, come il giorno precedente, mi spinse prendendomi per la nuca per avvicinare la mia bocca al suo sesso, sapevo cosa dovevo fare. La sentivo fremere di desiderio.
“Bravo, ciccio. Stai diventando un leccatore d’eccezione.”
Ancora una volta, accadde quello che non sapevo spiegarmi. Alcune lacrime mi scesero per l’ennesima umiliazione ricevuta da mia moglie e, nello stesso tempo, ebbi una grossa erezione. Allora aveva ragione Andrea che una parte nascosta di me amava ciò che mia moglie mi faceva? Continuai a leccare il suo clitoride per un paio di minuti fino a quando lei esplose in un orgasmo addirittura superiore a quello del giorno precedente. Il risultato fu praticamente identico, con la mia faccia impiastricciata. Attendevo sue direttive senza avere il coraggio di fare anche un solo piccolo gesto senza il suo permesso.
Karen si era intanto appoggiata al muro per riprendersi dal piacere provato, e poi sospirò. “Perfetto! Adesso spogliati del tutto.”
“Perché?” le chiesi. Una domanda innocente, ma che invece provocò una sua reazione. Mi afferrò per un braccio, mi fece rialzare, e infine mi colpì al volto con uno schiaffo di inaudita violenza. Barcollai miseramente, con la testa che sembrava scoppiarmi. Mi toccai la bocca e scoprii che quello schiaffo mi aveva aperto la ferita al labbro. Lei avanzava verso di me che mi ero appoggiato al muro per non cadere, con le braccia pateticamente a coprire il volto. Come se potesse servire a qualcosa. Karen però non proseguì a picchiarmi. Un sorriso sfrontato si dipinse sulla sua bocca, quella bocca meravigliosa che in passato avevo baciato con passione, una bocca che mi aveva dato spesso piacere, ma che, in quel momento, usava solamente per umiliarmi, per dirmi cose che mai avrei immaginato di sentire da mia moglie.
“Allora sei proprio stronzo. Come ti avevo detto che devi rispondermi?”
Il pianto divenne irrefrenabile.
“Si, Karen”, risposi tra i singhiozzi, spogliandomi del tutto e rimanendo completamente nudo, con il mio membro incredibilmente eretto.
Anche Karen, ovviamente, se ne accorse, e sorrise senza però dire niente. Mi ordinò di raccogliere i miei vestiti e se li fece consegnare per gettarli sul letto. “Domani mattina li sistemerai. Adesso vai a dormire di nuovo in cucina. Hai intenzione di obiettare?”
“No”, risposi deglutendo nervosamente. Ma, malgrado la mia risposta, malgrado la mia accettazione, Karen non aveva intenzione di finirla con le umiliazioni. Ancora una volta, un sorriso sfrontato si materializzò sulla sua bocca.
“Molto bene. E perché non devi obiettare?”
“Perché me lo hai ordinato tu”, riuscii a dirle.
Ma non le bastava
“E cosa succederebbe se invece tu dovessi obiettare?”
“Mi picchieresti ancora.”
Stavolta il sorriso le illuminò completamente il volto. Sapeva di aver vinto. “Bravo. Vedrai che imparerai. Prima di quanto tu stesso possa immaginare”, concluse lasciandomi in cucina, nudo come un verme. E infine, sentii le chiavi che mi chiudevano per un’altra notte in cucina.
Inutile dire che, malgrado la spossatezza e la notte precedente trascorsa quasi del tutto sveglio, non riuscii a prendere immediatamente sonno. Perché mi ero eccitato? Perché accettavo tutto passivamente? Mi tornavano in mente le parole di Andrea che sembrava aver azzeccato tutto. Qualcosa di quella situazione mi intrigava ma, nello stesso tempo, il mio orgoglio mi impediva di accettare completamente la situazione. Per qualche misterioso motivo, la mia mente recepiva le direttive di mia moglie, la sua superiorità fisica nei miei confronti, come qualcosa di eccitante, e mettevo a me stesso la scusa della paura nei suoi confronti quando ero costretto ad obbedirle. Se fosse dipeso soltanto dalla paura, avrei avuto il pensiero fisso che, all’indomani, me ne sarei dovuto andare da casa, e invece quello sembrava essere il mio ultimo desiderio. Il mio amico aveva probabilmente indovinato anche il comportamento di Karen. Stava studiando le mie reazioni. Probabilmente, una dominazione troppo violenta e immediata mi avrebbe scosso, e quindi stava procedendo per gradi, con l’intenzione di sottomettermi completamente. La mia vistosa erezione le aveva dato la certezza che io, in un certo senso, apprezzavo ciò che mi faceva. La testa mi scoppiava e non sapevo quale fosse la cosa giusta da fare. Probabilmente, avrei dovuto attendere e capire. Sì, è vero che quelle umiliazioni erano pesanti, ma era altrettanto vero che, se io le avessi prese come un gioco sessuale, ci sarei potuto passare sopra tranquillamente. Piuttosto, mi mancava il sesso. Non lo facevamo più da tanto tempo. Avevo avuto quella famosa eiaculazione contro la mia volontà oltre venti giorni prima, ma ne sentivo la mancanza. Non ero certo il tipo che si andava a masturbare di nascosto, anche se in quel momento ne avrei avuto bisogno, con quell'erezione che continuava a non scemare. Il problema era che io volevo fare sesso con mia moglie, con la mia bellissima Karen. Con quella donna che, per strano che potesse sembrare, da quando era cominciato quello strano rapporto tra di noi, vedevo ancor più bella. E solo quel pensiero me lo fece venire ancora più duro. Mi dissi che avrei avuto un paio di giorni per prendere la mia decisione. Karen sarebbe andata fuori città, e io avrei avuto tutto il tempo per cercare di capire dentro di me. Poggiai la testa sul tavolo della cucina, e quella volta crollai come una pera cotta.
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