Cuore Spezzato (2)
scritto il 2026-11-08 tempo di lettura 42 min
di
b_bull_and_master
genere
Sentimentali
cura
A
Alle sette e dieci Milano era ancora buia.
La nebbia stava appoggiata sui viali come un lenzuolo bagnato, e i fari delle auto ci scavavano dentro gallerie gialle che si richiudevano subito dietro. Alessandro Visconti guidava con una mano sola, la radio spenta, il riscaldamento al minimo. Non gli piaceva il caldo in macchina: intorpidiva, e lui la mattina voleva arrivare in reparto con la testa fredda.
Aveva dormito poco. Era rientrato tardi, la casa era già buia e la porta della camera chiusa. Non l’aveva aperta. Si era steso sul divano dello studio, come faceva tutte le volte che rientrava a quell’ora, con la giacca ancora addosso e il soffitto bianco sopra di lui. La sveglia del telefono l’aveva tirato su alle sei meno dieci. Doccia, caffè in piedi in cucina, nessun rumore dalle altre stanze. Era uscito senza incontrare nessuno.
Al semaforo di viale Certosa si guardò nello specchietto. La faccia era quella di sempre: rasata, asciutta, il naso aquilino, gli occhi grigio-azzurri appena arrossati sul bordo. Nessuno ci avrebbe fatto caso. In reparto nessuno lo guardava abbastanza a lungo da notare qualcosa.
L’Ospedale San Fedele emerse dalla nebbia tutto in una volta, come una nave: sei piani di cemento e vetro, le finestre accese a scacchiera, l’insegna rossa del pronto soccorso che sanguinava nella foschia. Alessandro entrò nel parcheggio riservato ai dirigenti, girò attorno alla colonna dove qualcuno aveva parcheggiato storto una Panda bianca e si fermò nel suo posto, l’unico con il nome scritto sull’asfalto. Lo aveva preteso lui, otto anni prima, quando era diventato primario. Non per vanità, diceva. Per ordine. Il figlio di un ferroviere di Novara, che aveva studiato con le borse di studio e fatto le notti di guardia medica in mezzo Nord Italia, non aveva mai avuto niente che non si fosse preso da solo. Quel rettangolo d’asfalto era una delle poche cose, a Milano, che portassero il suo nome e non quello della famiglia di sua moglie.
Spense il motore. Restò un momento fermo, le mani sul volante.
Poi aprì il vano portaoggetti, per abitudine. Era vuoto. Lo richiuse.
Nell’atrio l’odore era quello di tutte le mattine: caffè della macchinetta, disinfettante, il fiato stanco della notte che non era ancora uscito dai corridoi. Due infermieri del turno di notte aspettavano l’ascensore con le borse a tracolla e le facce grigie. Lo videro e si raddrizzarono senza volerlo.
«Buongiorno, professore.»
Lui fece un cenno con il mento. Non prese l’ascensore. Saliva sempre a piedi fino al quarto piano, due gradini alla volta, e arrivava in cima senza fiatone. Era una delle cose che il reparto sapeva di lui, insieme a molte altre: che non tollerava i ritardi, che non ripeteva mai una domanda due volte, che aveva fatto piangere più specializzandi di quanti ne avesse promossi. Che era il miglior chirurgo dell’ospedale, e forse della città, e che lo sapeva benissimo.
La Chirurgia Generale occupava tutta l’ala est del quarto piano. Le luci del corridoio erano ancora quelle notturne, basse, e lungo le pareti scivolavano i carrelli della terapia del mattino. Da una stanza arrivava una tosse lunga, catarrosa. Da un’altra la voce di una donna anziana che chiamava qualcuno con un nome che non era di nessuno lì dentro.
Rita Mantovani, la caposala, era già al banco delle consegne. Cinquantotto anni, i capelli corti color ferro, gli occhiali appesi a una catenella. Lavorava in quel reparto da prima che arrivasse lui e, si diceva, ci sarebbe stata anche dopo. Era l’unica persona del piano che non abbassava gli occhi quando lui entrava.
«Buongiorno, professore.»
«Mantovani. Com’è andata la notte?»
«Tranquilla, per essere una notte. Un’appendicite dal pronto soccorso, l’ha operata la Colombo alle tre. Il signor Ghezzi della dodici ha avuto la febbre, trentotto e mezzo, gli abbiamo fatto le emocolture. La signora Ferretti chiede di lei.»
«La signora Ferretti chiede sempre di me.»
«Dice che la dottoressa Vichi le aveva promesso di passare stamattina presto, per spiegarle l’intervento della settimana prossima.»
Alessandro prese la cartellina delle consegne dalle mani di Rita e la sfogliò in piedi, senza sedersi.
«Allora ci passerà la dottoressa Vichi. Quando arriva.»
«Non è ancora arrivata.»
«Sono le sette e venti.»
«Lo so, professore. Di solito alle sette è già qui.»
Lui non rispose. Restituì la cartellina, guardò l’orologio sopra la porta della medicheria, poi il corridoio vuoto dalla parte degli spogliatoi. Rita lo osservava da sopra gli occhiali.
«La riunione alle sette e mezza come sempre?» chiese lei.
«Come sempre.»
Entrò nel suo studio, in fondo al corridoio. Era una stanza piccola per un primario, e lui l’aveva voluta così: una scrivania sgombra, due sedie, una libreria con i trattati in ordine di altezza, alla parete solo il diploma di specializzazione e una vecchia stampa anatomica del Mascagni. Niente fotografie. Niente oggetti personali. Si tolse il cappotto, lo appese, indossò il camice. Infilò in tasca la penna, il telefono, il cercapersone che ormai non usava più nessuno ma che lui continuava a portare.
Prese il telefono e aprì la chat con Elena. L’ultimo messaggio era di lei, delle ventidue e quaranta della sera prima. Una parola sola, senza punto. Lui non aveva risposto. Non rispondeva mai a quei messaggi.
Scrisse: Riunione tra dieci minuti.
Il messaggio partì con una spunta sola, grigia.
Alessandro guardò lo schermo qualche secondo, poi rimise il telefono in tasca e uscì nel corridoio, dove le luci si stavano accendendo una dopo l’altra, piene, bianche, e il reparto cominciava a svegliarsi.
La sala riunioni del reparto era una stanza senza finestre con un tavolo ovale troppo grande, dodici sedie spaiate e un proiettore appeso al soffitto che ronzava come un insetto. Alle sette e ventinove erano già tutti seduti. Alle sette e mezza in punto entrò lui, e il brusio si spense come se qualcuno avesse abbassato un interruttore.
Alessandro non si sedette subito. Fece il giro del tavolo con lo sguardo, una faccia dopo l’altra, come contava gli strumenti alla fine di un intervento.
Fabio Sala, l’aiuto anziano, quarantasei anni e una pancia che il camice non riusciva più a nascondere, aveva davanti un caffè e il tablet con la lista operatoria già aperta. Era bravo, prudente, incapace di contraddirlo. Accanto a lui Monica Gerbaldo, la responsabile dell’anestesia per le sale della chirurgia, le braccia incrociate e la cuffia già in testa: l’unica, a quel tavolo, che lo chiamava per nome quando erano soli. Poi gli specializzandi. Sara Colombo, quarto anno, gli occhi gonfi della notte di guardia, la divisa ancora macchiata sul polsino. Andrea Riva, secondo anno, magro, pallido, le mani che non sapevano dove stare. Altri due del primo anno di cui Alessandro, per scelta, non aveva ancora imparato il nome. Rita Mantovani in piedi vicino alla porta, con il suo blocco.
La sedia alla destra di Sala era vuota.
Alessandro la guardò per un secondo. Poi si sedette a capotavola.
«Consegne. Colombo.»
Sara si schiarì la voce.
«Notte relativamente tranquilla. All’una e quaranta è arrivato dal pronto soccorso un ragazzo di ventitré anni con dolore in fossa iliaca destra, leucocitosi, ecografia compatibile con appendicite acuta. L’ho operato alle tre con il dottor Sala reperibile al telefono. Appendicectomia laparoscopica, appendice flemmonosa, nessuna perforazione. Il paziente sta bene. Il signor Ghezzi, stanza dodici, in seconda giornata dopo emicolectomia destra, ha avuto un rialzo febbrile a trentotto e cinque verso le quattro. Emocolture eseguite, ferita pulita, addome trattabile. Ho chiesto un emocromo e una PCR stamattina. La signora…»
«Il ragazzo dell’appendice. Quanto è durato l’intervento?»
Sara esitò.
«Un’ora e dieci, professore.»
«Un’ora e dieci.» Alessandro lo ripeté lentamente, come per assaggiarne il sapore. «Per un’appendice flemmonosa in un ventitreenne magro. Colombo, l’ha tolta o l’ha intervistata?»
Qualcuno abbassò lo sguardo sul tavolo. Uno degli specializzandi del primo anno fece un mezzo sorriso nervoso e se lo rimangiò subito. Sara diventò rossa fino alle orecchie, ma tenne gli occhi su di lui.
«C’erano aderenze, professore.»
«Ci sono sempre aderenze, quando non si sa dove mettere le mani. Vada avanti.»
Sara finì le consegne con la voce più bassa. Alessandro ascoltava senza guardarla, girando lentamente la penna tra le dita. Quando lei tacque, fece un cenno a Sala.
«Lista.»
Sala proiettò sul muro la tabella della giornata. Due sale. Nella sala uno, alle otto e trenta, una gastrectomia subtotale per adenocarcinoma: signor Carlo Mainardi, sessantotto anni, primo operatore il professor Visconti, aiuto il dottor Sala, secondo aiuto uno specializzando da definire. A seguire, nella stessa sala, un’ernia inguinale in day surgery. Nella sala due, alle otto e trenta, una colecistectomia laparoscopica, primo operatore la dottoressa Vichi, aiuto la dottoressa Colombo. Poi un’altra colecisti, poi una tiroide.
Alessandro fissò il nome di Elena proiettato sul muro, in quei caratteri neri e regolari che il sistema dell’ospedale usava per tutto, per i vivi e per i morti.
«La dottoressa Vichi?»
Un silenzio imbarazzato. Fu Rita a rispondere.
«Non è ancora arrivata, professore. Ho provato a chiamarla due volte. Il telefono è spento.»
«Spento.»
«Sì.»
Alessandro posò la penna sul tavolo con un piccolo colpo secco. Si appoggiò allo schienale. Guardò l’orologio sul polso, un vecchio Omega d’acciaio, come se l’orario potesse cambiare guardandolo meglio.
«Sono le sette e quaranta» disse. «La dottoressa Vichi ha in carico la sala due da quaranta minuti, ha una paziente che la aspetta per una spiegazione che lei stessa le ha promesso, e ha il telefono spento.» Fece una pausa. «Evidentemente la dottoressa Vichi ha deciso che la chirurgia è un hobby. Qualcosa da fare quando non piove.»
Nessuno rise. Monica Gerbaldo inclinò appena la testa, studiandolo.
«Forse sta male, Alessandro» disse piano.
«Se sta male, telefona. Abbiamo tutti un telefono, per quanto mi risulta. Perfino Riva ne ha uno.» Si voltò verso lo specializzando del secondo anno, che sobbalzò. «Vero, Riva?»
«Sì, professore.»
«Bene. Allora lo spenga, perché oggi viene con me.» Alessandro tornò alla lista proiettata. «Cambiamo. Sala due: la colecisti la fa Sala, con la Colombo. Visto che stanotte la Colombo ha tanto tempo, può fare anche la seconda. La tiroide slitta al pomeriggio, la faccio io dopo la gastrectomia. Sala uno: io, Riva primo aiuto.»
Sala alzò gli occhi dal tablet.
«Riva primo aiuto su una gastrectomia?»
«Riva primo aiuto su una gastrectomia. Gli farà bene. O gli farà male, e lo sapremo presto.» Alessandro guardò il ragazzo, che nel frattempo era diventato del colore delle pareti. «Riva, lei terrà il divaricatore e farà esattamente quello che le dico, quando glielo dico. Non un secondo prima. Cerchi di non svenire: la sala è piccola e non abbiamo tempo di raccoglierla da terra.»
Uno dei primi anni rise, questa volta davvero, e se ne pentì subito quando Alessandro girò lentamente la testa verso di lui.
«Lei come si chiama?»
«Bertola, professore.»
«Bertola. Le ha fatto ridere?»
«No, professore. Mi scusi.»
«Non si scusi. Si prepari. Oggi lei va con la Gerbaldo in anestesia, a imparare a contare i battiti. È un’abilità sottovalutata.»
Monica sospirò dal naso. Rita scrisse qualcosa sul blocco senza alzare gli occhi.
Alessandro passò in rassegna gli altri punti con la stessa velocità tagliente: le dimissioni del giorno, i letti da liberare per gli ingressi del pomeriggio, una consulenza chiesta dalla medicina interna che lui liquidò con una frase («Il paziente ha un addome da medico, non da chirurgo. Che se lo tengano»). Poi chiuse il tablet di Sala con due dita, come si chiude un libro che ha annoiato.
«Mantovani, continui a chiamare la Vichi. Quando arriva, la voglio nel mio studio. Prima di entrare in sala, non dopo.»
«Sì, professore.»
«Signori, buona giornata.»
Si alzò, e tutti si alzarono con lui, con quel rumore di sedie trascinate che a lui piaceva più di quanto avrebbe ammesso. Uscendo, passò accanto alla sedia vuota. Per un istante la sua mano sfiorò lo schienale. Nessuno ci fece caso, tranne Monica Gerbaldo, che lo seguì con lo sguardo finché la porta non si chiuse.
Nel corridoio prese di nuovo il telefono. La spunta era ancora una sola, grigia.
Scrisse: Dove sei?
Poi lo cancellò prima di inviarlo, e scrisse invece: Dottoressa Vichi, la aspetto nel mio studio.
Inviò. Una spunta. Grigia.
Rimise il telefono nella tasca del camice, si avviò verso gli spogliatoi del blocco operatorio, e mentre camminava si accorse di stringere la mascella così forte da sentire il dolore salire fino alle tempie.
Nello spogliatoio del blocco operatorio Alessandro si cambiò in silenzio. Divisa verde, zoccoli bianchi, la cuffia di stoffa blu che si portava da casa e che nessun altro in quell’ospedale avrebbe osato indossare: le altre erano tutte di carta, usa e getta. Il telefono rimase nell’armadietto, a faccia in giù.
Al lavandino Riva era già lì, le braccia insaponate fino ai gomiti, e si stava lavando con la concentrazione disperata di chi pensa che basti strofinare più forte per diventare più bravo.
«Riva.»
«Professore.»
«Quanto tempo?»
«Cinque minuti, professore.»
«E lei a quanto è?»
Riva guardò l’orologio sopra lo specchio. «Sei.»
«Allora smetta, prima di arrivare all’osso.»
Alessandro aprì il rubinetto con il ginocchio e cominciò. Spazzolino sulle unghie, una per una, poi le dita, gli spazi tra le dita, il palmo, il dorso, i polsi, gli avambracci. Lo faceva da trent’anni e lo faceva ogni volta nello stesso ordine, con lo stesso numero di passate, senza guardare. Era l’unico momento della giornata in cui la sua testa si svuotava davvero. L’acqua calda, il profumo amaro della clorexidina, il rumore del getto nel lavandino d’acciaio.
Quella mattina non funzionò. Al terzo dito si accorse che stava contando le passate a voce bassa, e si interruppe.
Riva lo guardava di sottecchi.
«Ha bisogno di qualcosa, Riva?»
«No, professore.»
«Allora vada a vestirsi.»
La sala uno era la più grande del blocco, quella che lui usava sempre. Luce bianca, piastrelle verdi, il soffitto basso pieno di bracci snodati, le due lampade scialitiche che pendevano sul letto operatorio come grandi occhi spenti. Il signor Mainardi era già addormentato, intubato, il torace che si sollevava al ritmo regolare del ventilatore. Monica Gerbaldo stava finendo di sistemare le linee al monitor. Bertola, accanto a lei, guardava le curve sullo schermo con l’espressione di chi assiste a un rito religioso di cui non conosce le preghiere.
Luca, lo strumentista, aveva già disposto il tavolo: le pinze in fila, le forbici, i portaaghi, i divaricatori, le suturatrici meccaniche ancora nelle confezioni sigillate. Alessandro entrò con le braccia alzate, le mani davanti al petto, gocciolanti. Luca gli porse il telo sterile per asciugarsi, poi il camice, poi i guanti, misura sette e mezzo. Alessandro infilò le dita con un solo gesto, schioccò i polsini e si avvicinò al campo.
«Time out» disse Monica.
Luca lesse dalla scheda, ad alta voce, come prescriveva la procedura. «Paziente Mainardi Carlo, nato il quattordici febbraio del cinquantotto. Procedura: gastrectomia subtotale per adenocarcinoma dell’antro. Nessuna allergia nota. Profilassi antibiotica eseguita alle otto e dieci. Due unità di emazie disponibili.»
«Confermo» disse Monica.
«Confermo» disse Alessandro. «Bisturi.»
La lama gli arrivò nel palmo con il manico rivolto verso di lui. La sentì, la pesò. Poi tracciò la linea: dall’apice dello sterno fino a poco sopra l’ombelico, un taglio solo, netto, deciso, senza ripensamenti. La pelle si aprì come un libro. Sotto, il giallo del grasso, poi il bianco lucido della fascia.
Riva trattenne il fiato. Alessandro lo sentì.
«Respiri, Riva. Il paziente ha già chi respira per lui.»
Aprirono il peritoneo. Alessandro infilò la mano nell’addome e cominciò l’esplorazione, a occhi quasi chiusi, con la lentezza di un cieco che legge una pagina. Fegato. Superficie liscia, nessun nodulo. Peritoneo parietale. Pulito. Il colon trasverso, l’omento, il fondo dello stomaco. Poi l’antro: la massa era lì, dura, irregolare, grande come una noce.
«Nessuna metastasi epatica visibile, nessuna carcinosi. Procediamo.» Senza alzare gli occhi: «Riva, quella è una valva. Non è un manico di scopa. La tenga in alto e verso di sé. Di più. Ecco. Non si muova finché non glielo dico io.»
Le ore successive ebbero il ritmo di una musica che solo lui sentiva.
Alessandro lavorava in silenzio, interrotto solo dalle richieste a Luca, brevi come comandi militari: «Kelly. Forbice. Legatura. Ancora. Taglio.» Staccò l’omento dal colon trasverso, aprì la retrocavità degli epiploon, risalì lungo la grande curvatura legando i vasi uno dopo l’altro. Identificò l’arteria gastroepiploica destra, la isolò, la legò alla radice. Poi l’arteria gastrica destra. Sezionò il duodeno con la suturatrice lineare: un clic secco, un altro, e il moncone restò chiuso da due file perfette di punti metallici.
Riva sudava sotto la mascherina. Ogni tanto la valva gli scivolava di qualche millimetro, e la voce di Alessandro arrivava immediata, piatta, senza alzarsi di tono.
«Riva, lei ha scelto chirurgia o è stato un errore di compilazione del modulo?»
«Mi scusi, professore.»
«Non si scusi con me. Si scusi con il signor Mainardi, che ha un fegato e preferirebbe tenerlo intero.»
Monica, dalla testa del letto, alzò gli occhi al soffitto. Luca sorrise sotto la mascherina, poi si ricordò di non farlo.
La linfadenectomia era la parte che Alessandro preferiva. Lavorava intorno all’arteria epatica, alla vena porta, al tripode celiaco, staccando i linfonodi dal loro letto di grasso con la punta delle forbici, come chi sfila perle da un filo senza romperlo. Era un lavoro di millimetri. Un errore lì, e il campo si riempiva di sangue in due secondi.
Successe alla vena coronaria dello stomaco.
Un piccolo strappo, un ramo laterale che nessuno avrebbe visto, e il sangue salì scuro, rapido, a riempire la cavità come acqua in una buca scavata sulla sabbia.
«Aspiratore» disse Alessandro. Non aveva cambiato tono.
Riva rimase immobile, la bocca aperta sotto la mascherina.
«Aspiratore, Riva. Adesso.»
Il ragazzo si riscosse, infilò la cannula dove gli veniva indicato. Il gorgoglio dell’aspirazione riempì la sala. Monica guardò il monitor e non disse niente. Alessandro infilò due dita nel sangue, trovò il punto alla cieca, lo schiacciò. Il flusso si fermò.
«Prolene quattro-zero.»
Luca glielo porse già montato sul portaaghi. Alessandro aspettò che Riva aspirasse ancora, sollevò appena le dita, vide il piccolo foro nella parete della vena, lo prese con un punto solo. Annodò. Tagliò. Rilasciò.
Il campo era asciutto.
Tutto era durato meno di un minuto. Nessuno, nella sala, aveva respirato davvero per tutto quel tempo.
«Pressione stabile» disse Monica, e la sua voce, per una volta, aveva qualcosa di simile all’ammirazione.
«Naturalmente» disse Alessandro.
Riprese il lavoro come se niente fosse accaduto. Sezionò l’arteria gastrica sinistra alla radice, completò la linfadenectomia, misurò con gli occhi il margine sopra il tumore e sezionò lo stomaco con la suturatrice. Il pezzo operatorio, quella sacca rosa e grigia con il nodo duro dentro, passò dalle sue mani a quelle di Luca, che lo depose in una bacinella d’acciaio.
Poi la ricostruzione. Un’ansa di digiuno portata su, la Roux, le anastomosi meccaniche. Alessandro lavorava con una precisione che sembrava lentezza e non lo era. Riva, che aveva smesso di sudare e cominciato a guardare davvero, a un certo punto si accorse di aver anticipato una sua richiesta di un secondo: aveva già spostato la valva dove serviva prima che glielo dicesse.
Alessandro lo notò. Non disse niente. Ma per qualche minuto non disse niente nemmeno di crudele, e in quella sala era la cosa più vicina a un complimento.
Verso la fine, mentre Sala, rientrato dalla sala due, si lavava per aiutarlo a chiudere, ci fu un momento di pausa: Luca contava le garze, la sala era silenziosa, si sentiva solo il soffio del ventilatore. Alessandro restò fermo con le mani appoggiate sul bordo del campo, gli occhi fissi su un punto che non era il paziente.
Fu un istante. Poi chiese il filo per la parete, e la sala riprese a respirare.
Alle dodici e quaranta il signor Mainardi lasciò la sala uno su una barella, ancora addormentato, diretto alla terapia intensiva per la notte. Il tubo era già stato rimosso, il torace si muoveva da solo. Monica camminava accanto alla barella con una mano sul monitor portatile, come si tiene la mano a un bambino.
Nella zona filtro, tra la sala e il corridoio del blocco, Alessandro si stava sfilando il camice sterile. Lo appallottolò e lo gettò nel contenitore giallo, poi cominciò a togliersi i guanti, rovesciandoli dal polso verso le dita, uno dopo l’altro. Accanto a lui Riva faceva lo stesso, ma più lentamente, perché le mani gli tremavano ancora: non di paura, adesso, ma di quella stanchezza euforica che viene dopo la prima volta che si è stati davvero utili.
Sala si stava lavando le mani al lavandino. Luca, sulla soglia, compilava il registro delle garze.
La porta del corridoio si aprì e comparve Paola, l’infermiera di sala più giovane del blocco, venticinque anni, una cuffia a fiori e una faccia che quella mattina non aveva colore. Rimase sulla soglia, una mano ancora sulla maniglia.
«Professore.»
Alessandro non si voltò. Stava sfilando il secondo guanto.
«Mi dica.»
«Ha chiamato la caposala. Dalla direzione sanitaria.» Paola deglutì. «La dottoressa Vichi.»
«È arrivata, finalmente?»
«No, professore.» Paola guardò Sala, poi Riva, come se cercasse qualcuno che parlasse al posto suo. Nessuno lo fece. «La dottoressa Vichi è morta. L’hanno trovata stamattina, a casa sua. C’è la polizia.»
Il guanto restò a metà, rovesciato sulle dita.
Per un secondo, nella zona filtro, non si sentì niente. Poi l’acqua del lavandino, che Sala aveva lasciato aperta, scrosciò più forte, o così sembrò a tutti. Riva si portò una mano alla bocca, senza accorgersene, e se la tolse subito, perché era la mano del guanto sporco. Luca abbassò la penna.
«Morta» disse Sala. «Come… morta? Che cosa è successo?»
«Non lo so, dottore. Dicono che…» Paola si fermò. «Non lo so. La caposala ha detto solo che c’è la polizia, e che la direzione vuole parlare con il professore.»
Tutti guardarono Alessandro.
Lui finì di sfilarsi il guanto. Lo gettò nel contenitore, insieme all’altro. Aprì il rubinetto, si sciacquò le mani, le asciugò con due fogli di carta, uno per mano, poi li accartocciò e li buttò. I suoi gesti avevano la stessa velocità e la stessa precisione di sempre.
«Il signor Mainardi resta in terapia intensiva fino a domattina, come previsto» disse. «Sala, controlli lei il drenaggio alle sei. La tiroide del pomeriggio è confermata alle quindici. Riva, lei si cambia e va a scrivere la descrizione dell’intervento. La voglio sulla mia scrivania entro le due.»
Riva lo fissava.
«Professore…»
«Entro le due, Riva.»
Si voltò verso Paola. «Dica alla Mantovani che arrivo.»
Poi uscì dalla zona filtro e si incamminò lungo il corridoio del blocco, con il passo di sempre, senza fretta. Paola si scostò per lasciarlo passare. Quando la porta si fu richiusa dietro di lui, Sala chiuse finalmente il rubinetto e rimase lì, le mani bagnate sospese a mezz’aria.
«Cristo» disse piano. «Neanche una parola.»
Non andò dalla Mantovani.
Andò allo spogliatoio, aprì l’armadietto e prese il cappotto. Lo infilò sopra la divisa verde, senza cambiarsi, e il bavero gli si piegò contro il collo. Mise la mano in tasca. Il pacchetto era ancora lì, dove era sempre stato nelle ultime settimane: Marlboro Gold, schiacciato, mezzo vuoto. Un accendino di plastica rosa infilato dentro, tra le sigarette. Elena lo aveva dimenticato sul sedile della sua macchina un sabato pomeriggio di settembre, e lui non glielo aveva mai restituito. Aveva smesso di fumare dieci anni prima. Non sapeva bene perché lo tenesse.
Scese per le scale di servizio fino al piano terra, attraversò un corridoio che odorava di detersivo industriale e di minestra, spinse con la spalla il maniglione antipanico di un’uscita di sicurezza. Fuori c’era il cortile dei rifornimenti: due cassonetti verdi, una rampa di carico, un camion fermo con il motore spento. La nebbia del mattino si era alzata, ma il cielo restava basso e uniforme, del colore della cenere. Faceva freddo. Lì dietro non veniva mai nessuno a quell’ora, se non qualche cuoco della mensa in pausa.
Alessandro si appoggiò al muro, accanto alla porta. Tirò fuori il pacchetto. Prese una sigaretta e se la mise tra le labbra.
L’accendino non si accese.
Riprovò. La rotella girò a vuoto, una scintilla e niente. Una terza volta. Si accorse che il pollice gli scivolava sulla rotella, e che non era colpa del pollice. Era la mano. Gli tremava. Un tremito sottile, continuo, che partiva dal polso e arrivava fino alla punta delle dita. La guardò come avrebbe guardato la mano di un altro: una mano che, mezz’ora prima, aveva chiuso il foro di una vena con un punto solo.
Alla quarta volta la fiamma si accese. Accostò la sigaretta, aspirò. Il fumo gli graffiò la gola dopo dieci anni di assenza e lo fece tossire, piegato in avanti, una tosse secca, rabbiosa, che gli riempì gli occhi d’acqua.
Quando si raddrizzò, gli occhi erano rimasti bagnati.
Restò immobile con la sigaretta tra le dita, a guardare il camion fermo, i cassonetti, il cielo grigio sopra il tetto della mensa. Respirava a scatti, con il naso, come chi trattiene qualcosa dietro i denti. Il fumo saliva dritto nell’aria ferma.
Poi appoggiò la fronte contro il muro. Il cemento era freddo, ruvido. Rimase così per un tempo che non avrebbe saputo misurare. Dalla sua gola uscì un suono solo, basso, che non somigliava a niente, e che nessuno sentì.
La sigaretta gli si consumò tra le dita fino a scottarlo. La lasciò cadere. Con la scarpa la schiacciò sull’asfalto, piano, a lungo, molto più del necessario.
Quando si staccò dal muro, aveva di nuovo la faccia di sempre.
Tirò fuori il telefono dalla tasca del cappotto. Aprì la chat con Elena. L’ultima cosa che vide fu il suo stesso messaggio della mattina, Dottoressa Vichi, la aspetto nel mio studio, con la spunta grigia, e sopra, la parola sola di lei, delle ventidue e quaranta della sera prima.
La guardò a lungo.
Poi tenne premuto il dito sulla chat, finché non comparve il menu. Elimina chat. Il telefono gli chiese se era sicuro. Lui toccò Elimina. Aprì il registro delle chiamate e cancellò, una per una, le chiamate con il nome di lei. Andò nella galleria, scorse le fotografie degli ultimi mesi, ne trovò tre, le selezionò e le cancellò. Poi andò nella cartella delle foto eliminate e le cancellò di nuovo.
Lo fece con la stessa calma con cui, un’ora prima, aveva legato un’arteria.
Rimise il telefono in tasca, raccolse il mozzicone schiacciato da terra e lo gettò nel cassonetto. Il pacchetto con l’accendino rosa rimase nella tasca del cappotto.
Il suo telefono, adesso, era pulito.
Quello di Elena, in quel momento, era chiuso in un sacchetto della Scientifica, in un ufficio della Questura, e aspettava solo che qualcuno lo accendesse.
La direzione sanitaria stava al primo piano, in un corridoio con la moquette grigia e le piante finte, dove l’odore dell’ospedale arrivava attenuato, come attraverso un filtro. Ugo Bonetti, il direttore sanitario, lo ricevette in piedi, dietro la scrivania, con la cravatta allentata e il telefono ancora in mano.
«Alessandro. Siediti.»
«Sto bene in piedi.»
Bonetti posò il telefono. Era un uomo di sessant’anni, abituato a gestire denunce, sindacati e assessori regionali, e aveva sempre trattato Alessandro con la cautela riservata a un collega più potente di lui. Quel giorno aveva l’aria di chi non sa da che parte cominciare.
«Mi ha chiamato la Questura stamattina alle dieci. Squadra Mobile. Un ispettore, Delpiano, mi pare. L’ho scritto da qualche parte.» Frugò tra i fogli. «Hanno trovato la Vichi nel suo appartamento, in via Solferino. La donna delle pulizie. Era…» Si interruppe. «Non mi hanno dato dettagli. Ma non è una morte naturale, Alessandro. L’ispettore ha parlato di omicidio.»
Alessandro non si mosse.
«Come?»
«Non me l’hanno detto. Mi hanno chiesto l’elenco dei colleghi più stretti, i turni di ieri, gli orari di uscita. Vogliono sentire chi lavorava con lei. Te per primo, ovviamente, sei il suo primario.» Bonetti gli porse un foglietto. «Domattina alle dieci, in Questura, via Fatebenefratelli. Come persona informata sui fatti. È una formalità.»
Alessandro prese il foglietto, lo lesse, lo piegò in quattro e lo mise nella tasca della divisa.
«Va bene.»
Bonetti lo guardò. Si tolse gli occhiali, li pulì con la cravatta, se li rimise.
«Alessandro. Ci conosciamo da tanti anni.»
«Diciotto.»
«Diciotto. Se c’è qualcosa che devo sapere, preferirei saperlo da te. Prima che lo sappia da un poliziotto.»
La stanza rimase in silenzio. Fuori, nel corridoio, qualcuno rideva al telefono.
«Non c’è niente che tu debba sapere, Ugo.»
«Bene.» Bonetti annuì troppe volte. «Bene. Allora domani vai e rispondi alle domande. E se ti serve un avvocato…»
«Perché dovrebbe servirmi un avvocato?»
«Era un modo di dire.»
«Allora non dirlo.»
Nel pomeriggio, il reparto sembrava respirare sottovoce.
La notizia era salita dal pronto soccorso ai piani, di bocca in bocca, cambiando forma a ogni passaggio. Alle due la sapevano tutti. Alle tre circolavano già tre versioni diverse: un malore, una rapina finita male, qualcosa di peggio, che nessuno sapeva dire. Le infermiere parlavano a bassa voce nella stanza del caffè e smettevano quando qualcuno entrava. Due specializzandi del primo anno, nella medicheria, si erano fermati a metà di una frase quando Alessandro era passato sulla porta.
«…dicono che l’hanno trovata nuda, sul letto, e che…»
Bertola. Alessandro si fermò. Lo guardò. Non disse niente. Bertola divenne rosso e poi bianco, e la frase gli morì in bocca. Alessandro proseguì per il corridoio.
Sulla scrivania del suo studio, alle due meno due minuti, c’era la descrizione dell’intervento scritta da Riva. Tre pagine, ordinate, precise. Alessandro la lesse con la penna rossa in mano. Corresse un termine anatomico, poi una virgola, poi si fermò a metà della seconda pagina, la penna sospesa sopra il foglio. Rimase così per un minuto intero. Poi firmò in fondo, senza finire di leggere.
Alle tre operò la tiroide. Una tiroidectomia totale senza storia: i nervi ricorrenti isolati e rispettati, le paratiroidi conservate, l’emostasi perfetta. Cinquanta minuti dall’incisione all’ultimo punto. Sala, che gli faceva da aiuto, lo osservò per tutto il tempo con un’espressione che non aveva mai avuto in diciotto anni: non ammirazione, ma qualcosa di più vicino al disagio. Alessandro non sbagliò un gesto. Non disse una parola che non fosse una richiesta di strumenti. Non fece nemmeno una battuta.
Quando uscì dalla sala, Monica Gerbaldo lo aspettava nella zona filtro, appoggiata al muro, la cuffia in mano.
«Alessandro.»
«Monica.»
Lei aspettò che Sala si allontanasse. Poi parlò piano.
«Vuoi parlarne?»
«Di cosa?»
Monica lo guardò a lungo, con quegli occhi grigi che non si lasciavano impressionare da niente.
«Lo so, Alessandro. Lo sanno tutti, qui dentro. E nessuno dice niente, perché sei tu.»
Alessandro si sfilò i guanti, uno dopo l’altro.
«Allora che continuino a non dirlo.»
Prima di andarsene passò dalla stanza della signora Ferretti. Era una donna di settantaquattro anni, piccola nel letto troppo grande, con un rosario di plastica azzurra sul comodino e la paura negli occhi che hanno tutti la settimana prima di un intervento.
«Professore. La dottoressa Vichi mi aveva detto che passava stamattina. Non è venuta.»
«Lo so, signora. La dottoressa Vichi non potrà venire.»
«Sta male?»
Alessandro si sedette sul bordo della sedia accanto al letto. Non lo faceva mai.
«Le spiego io l’intervento, signora Ferretti. Mi dica che cosa la preoccupa.»
E per venti minuti, con una pazienza che nessuno in quel reparto gli aveva mai visto, rispose a tutte le sue domande.
Uscì dall’ospedale alle sette e un quarto. Era di nuovo buio, come al mattino, come se la giornata non fosse mai cominciata davvero. La nebbia era tornata, più leggera, e i lampioni dei viali avevano un alone sporco intorno alla luce.
Guidò piano. Al semaforo di piazzale Cadorna rimase fermo anche dopo il verde, finché un clacson dietro di lui non lo riscosse. Svoltò in corso Magenta, sfilò davanti alle vetrine illuminate dei negozi, alla facciata scura di Santa Maria delle Grazie. Via Solferino era a un chilometro e mezzo da lì, dall’altra parte di Brera. Non ci pensò. Si impose di non pensarci.
Abitavano all’ultimo piano di un palazzo d’epoca, con un cortile interno e un vecchio ascensore di legno e ottone che il condominio non si decideva a sostituire. Lui lasciò la macchina nel box, salì a piedi anche lì, come in ospedale, cinque piani, e arrivò in cima con il cuore che batteva più forte del solito. Si fermò sul pianerottolo, la chiave in mano, a riprendere fiato. Non gli era mai successo.
Aprì la porta.
La casa sapeva di brodo e di zafferano. Dalla cucina arrivava il rumore di un cucchiaio di legno contro una pentola, e dal soggiorno la voce bassa del televisore acceso sul telegiornale regionale. Le luci erano quelle della sera: le lampade basse, calde, che Livia accendeva una per una al tramonto, sempre nello stesso ordine.
Nell’ingresso, sulla consolle di noce, le fotografie in cornici d’argento raccontavano la famiglia come la raccontano le riviste. Santa Margherita, la barca a vela del nonno Sormani. I ragazzi bambini in tuta da sci a St. Moritz, con le medaglie delle gare del club. Livia e Alessandro il giorno del matrimonio sulla scalinata di Sant’Ambrogio: lei bellissima, lui con lo sguardo di chi non riesce ancora a crederci. I mobili erano quelli di casa Sormani: il cassettone lombardo del Settecento, i tappeti persiani, le vedute del lago di Como dell’Ottocento appese in fila nel corridoio. L’appartamento era di Livia. Lo aveva ereditato dal padre, insieme alla casa al mare e a una quota della tessitura di famiglia in Brianza, venduta con giudizio dieci anni prima. Alessandro ci viveva da venticinque anni e ogni tanto, la sera, entrando, aveva ancora la sensazione di dover chiedere permesso.
Alessandro appese il cappotto all’attaccapanni dell’ingresso. Lo lisciò sulle spalle, senza motivo.
Rosalie comparve dal corridoio di servizio: minuta, il grembiule azzurro, i capelli neri raccolti in uno chignon stretto, attraversato da qualche filo bianco. Cinquantotto anni, filippina di Batangas, in casa Visconti da quando era nato Tommaso. Aveva cresciuto i ragazzi, e in vent’anni nessuno l’aveva mai sentita alzare la voce.
«Buonasera, dottore.»
Gli prese la borsa senza chiedere. Lo guardò un istante più del solito, poi abbassò gli occhi e sparì di nuovo verso la lavanderia.
«Sono io.»
«Sei tu, Ale?» La voce di Livia arrivò dalla cucina subito, come se lo stesse aspettando da tempo. «Ho fatto il risotto allo zafferano. Quello che piace a te.»
La trovò davanti ai fornelli, di spalle, con un maglione di cashmere color crema e un grembiule di lino blu legato in vita. I capelli castani, con qualche filo d’argento che lei non aveva mai voluto tingere, erano raccolti sulla nuca con una pinza di tartaruga. Mescolava un risotto con movimenti lenti, regolari, e accanto a lei sul piano di marmo c’era un calice di vino bianco già a metà. Al collo, sopra il cashmere, portava un filo di perle che era stato di sua madre. Il risotto lo faceva sempre lei: era una delle poche cose che in quella casa non lasciava fare a Rosalie.
Livia Visconti, nata Sormani, aveva cinquantadue anni e ne dimostrava qualcuno di meno, senza fatica apparente. Era alta, asciutta, con la schiena dritta che le avevano insegnato le suore Marcelline, con un viso dagli zigomi netti e una bocca sottile che sorrideva poco e sempre al momento giusto. Faceva l’avvocato matrimonialista da venticinque anni, aveva uno studio in via Vivaio con tre collaboratori e la fama di non perdere mai una causa che decideva di accettare. In tribunale le mogli la adoravano e i mariti la temevano. In casa, però, l’avvocato restava fuori dalla porta. Lì decideva Alessandro: le vacanze, gli amici da invitare, l’ora della cena. Lei aveva imparato tanti anni prima ad assecondarlo senza farlo pesare, ad anticipare quello che voleva prima che lo chiedesse, a fare un passo indietro quando lui ne faceva uno avanti. Le amiche dicevano che era un matrimonio all’antica. Livia sorrideva e non rispondeva.
Si voltò. Lo guardò. Posò il cucchiaio.
«L’hanno detto al telegiornale» disse piano. «All’una. La dottoressa Vichi.»
Alessandro rimase sulla soglia della cucina.
«Sì.»
«Lavorava con te. Nel tuo reparto.»
«Sì.»
Livia si asciugò le mani nel grembiule, gli andò incontro e lo abbracciò. Lui restò rigido per un momento, le braccia lungo i fianchi. Poi le appoggiò una mano sulla schiena. Sentì sotto le dita la morbidezza del cashmere, la linea della spina dorsale, il calore del corpo di lei. Lei profumava di sapone e di zafferano.
«Mi dispiace, Ale» gli disse contro la spalla. «Mi dispiace tanto. Che cosa orribile.»
«Sì.»
«Era giovane?»
«Trentatré anni.»
Livia si staccò e lo guardò in faccia, tenendolo per le braccia, cercando nei suoi occhi qualcosa che le dicesse come comportarsi.
«Era brava?»
Alessandro esitò. Fu un’esitazione brevissima.
«Molto.»
Lei annuì lentamente. Gli passò il pollice sullo zigomo, un gesto rapido, quasi materno, poi tornò ai fornelli e riprese il cucchiaio.
«Siediti. Ti verso un bicchiere.»
Lui si sedette al tavolo della cucina, quello piccolo, di legno chiaro, dove facevano colazione quando i ragazzi erano bambini. Livia gli mise davanti un calice e lo riempì. Lui non lo toccò.
«Domani devo andare in Questura» disse. «Alle dieci. Vogliono sentire tutti quelli che lavoravano con lei.»
Il cucchiaio si fermò per un istante, poi riprese a girare.
«Come persona informata sui fatti?»
«Così ha detto Bonetti.»
«È normale. Sei il suo primario.» Livia aggiunse un mestolo di brodo al risotto, guardò il vapore salire. «Vuoi che venga con te?»
«No.»
«Va bene.» Livia esitò, il mestolo sospeso sopra la pentola. «Posso dirti una cosa? Da avvocato. Rispondi solo a quello che ti chiedono, niente di più. Non cercare di…»
«Non ho bisogno di consigli, Livia.»
Lei abbassò gli occhi sul risotto.
«Hai ragione. Scusa. Deformazione professionale.»
Dal soggiorno, la voce della giornalista del telegiornale regionale cambiò tono. Alessandro sentì il nome di una via, il nome di un ospedale. Livia allungò la mano verso il telecomando appoggiato sulla mensola e abbassò il volume, senza guardare lo schermo.
«Stamattina non ti ho sentito uscire» disse piano.
Alessandro non rispose. Livia non insistette.
«Hai dormito nello studio?» chiese dopo un po’, senza voltarsi.
«Sono rientrato tardi.»
«Certo. Hai fatto bene.»
Prese un cucchiaio pulito, lo immerse nel risotto e glielo porse, con una mano sotto per non far cadere niente, come si fa con un bambino. Lui assaggiò.
«Manca sale.»
«Hai ragione.» Livia aggiunse un pizzico di sale e mescolò ancora. «Manca sempre qualcosa.»
Giulia arrivò per prima, alle otto meno un quarto, con lo zaino su una spalla e le guance rosse di freddo. Diciannove anni, i capelli lunghi e lisci della madre, gli occhi chiari del padre, un piumino nero troppo grande che le dava l’aria di una bambina travestita da adulta. Era minuta, con un viso acqua e sapone senza un filo di trucco e le unghie mangiate fino alla carne, un vizio che Livia aveva cercato di toglierle per tutta l’infanzia. Si era diplomata a luglio con cento e lode e da ottobre frequentava il primo anno di giurisprudenza alla Statale, come la madre.
«Mamma, che profumo. Ciao papà.»
Gli diede un bacio sulla guancia, passando, senza fermarsi. Poi si fermò. Tornò indietro di un passo e lo guardò.
«Papà. Ho letto la notizia sul telefono. Quella dottoressa. Era del tuo reparto?»
«Sì.»
«Oddio. Mi dispiace.» Lo abbracciò di slancio, goffamente, da sopra la spalla. «La conoscevi bene?»
«Era una collega.»
Giulia annuì, gli diede un altro bacio sulla tempia e corse in camera a cambiarsi. Dal corridoio, prima che la porta si chiudesse, si sentì la vibrazione del suo telefono.
Tommaso arrivò alle otto e venti. Lo sentirono prima ancora di vederlo: la porta d’ingresso chiusa troppo forte, le chiavi buttate nella ciotola di ceramica dell’ingresso, i passi pesanti nel corridoio. Ventun anni, alto quasi quanto il padre, le spalle larghe da canottiere che non aveva più tempo di essere. Aveva i capelli scuri e mossi dei Sormani, la barba di tre giorni, il Barbour verde oliva: il bravo ragazzo che le madri delle compagne di liceo avevano sempre adorato. Era al terzo anno di medicina, e da settembre faceva il tirocinio in medicina interna al San Fedele, due piani sotto la chirurgia del padre. In famiglia lo chiamavano il secondo professore, e lui fingeva di trovarlo divertente.
Entrò in cucina con la giacca ancora addosso e il telefono in mano.
«L’avete sentito?»
«Ciao, Tommi» disse Livia, senza voltarsi.
«Ciao, mamma. Papà. L’avete sentito, della Vichi?»
«Lo sappiamo» disse Alessandro.
Tommaso rimase in piedi in mezzo alla cucina. Aveva la faccia tirata, gli occhi un po’ troppo lucidi, e una macchia rossa sul collo, sopra il colletto della camicia, come gli succedeva da bambino quando era agitato. Tirò su col naso, due volte. Aveva le pupille troppo larghe per la luce della cucina. Guardò il padre a lungo.
«In ospedale non si parlava d’altro. Dicono che l’hanno…» Si interruppe. «Dicono un sacco di cose.»
«In ospedale si dicono sempre un sacco di cose» disse Livia piano, guardando il marito. «Ti togli la giacca, Tommi? Tra poco è pronto.»
Il telefono gli vibrò in mano. Tommaso guardò lo schermo, e qualcosa nella sua faccia si chiuse.
«Scusate. Un attimo.»
Uscì sul terrazzo, chiudendosi la portafinestra alle spalle. Dalla cucina lo videro camminare avanti e indietro tra i vasi di limoni coperti dal tessuto bianco per l’inverno, il telefono all’orecchio, la mano libera che si passava continuamente tra i capelli. Parlava a voce bassa, ma a un certo punto alzò il tono, e attraverso il vetro arrivò una parola sola, smorzata, che poteva essere domani o nessuno.
Livia lo osservò per qualche secondo da dietro i fornelli. Poi tornò al risotto.
Quando Tommaso rientrò, aveva il volto di nuovo composto.
«Un compagno di corso. Per gli appunti.»
Nessuno gli chiese niente.
Cenarono in sala da pranzo, al tavolo grande di noce, sotto il lampadario di Murano che Livia aveva ereditato dalla madre. Il televisore del soggiorno, oltre l’arco, era rimasto acceso senza audio: le immagini del telegiornale nazionale scorrevano mute, i volti dei politici, una partita di calcio, una nevicata in Trentino.
Livia aveva apparecchiato con le tovagliette di lino e i bicchieri buoni, come ogni sera. Era una delle sue regole: la cena era l’unico momento in cui la famiglia stava insieme, e si faceva come si deve.
Per qualche minuto si sentì solo il rumore delle posate.
«È buonissimo, mamma» disse Giulia.
Livia non rispose. Guardava il marito, che mangiava in silenzio. Dopo qualche boccone, senza alzare gli occhi, lui disse:
«Il sale.»
Livia gli passò la saliera prima ancora che finisse la parola.
Giulia teneva il telefono appoggiato a faccia in giù accanto al piatto, e ogni tanto lo sfiorava con le dita, come per assicurarsi che ci fosse ancora. A un certo punto vibrò. Lei lo girò, lesse, e sorrise: un sorriso piccolo, privato, che le scaldò la faccia per un attimo. Poi lo rimise giù, a faccia in giù.
«Chi è?» chiese Alessandro.
«Bea. Del corso di diritto privato. Mi chiede se domani studiamo insieme.»
«Al telefono a tavola, Giulia.»
«Scusa, papà.»
Giulia infilò il telefono nella tasca posteriore dei jeans. Il sorriso le rimase ancora un po’ agli angoli della bocca.
Rosalie, che girava intorno al tavolo con la caraffa dell’acqua, si fermò un attimo dietro la sua sedia. Al polso di Giulia, sotto la manica della felpa grigia della Statale, brillava un bracciale d’oro sottile con le piccole viti incise. Un Love di Cartier. Rosalie lo guardò, riempì il bicchiere e passò oltre.
Dall’altra parte del tavolo, anche Livia lo aveva visto. Non disse niente.
Tommaso mangiava poco. Spingeva il riso da una parte all’altra del piatto con la forchetta. Due volte alzò gli occhi verso il padre e due volte li riabbassò.
Quando allungò il braccio per prendere il pane, la manica della camicia scivolò indietro e scoprì un orologio che Alessandro non gli aveva mai visto: un Omega Speedmaster, nuovo, il cinturino d’acciaio ancora lucido di negozio.
«Quello è nuovo.»
«È di un amico. Me l’ha prestato.»
«Un amico generoso.»
«Un amico» ripeté Tommaso, e si tirò giù la manica.
«Papà» disse alla fine. «Domani ti sentono?»
Alessandro posò il bicchiere.
«Chi te l’ha detto?»
«Lo sa tutto l’ospedale. Che la polizia sentirà tutti quelli del reparto. E te per primo.»
Livia guardò il marito, come per chiedergli il permesso di rispondere. Lui non disse niente. «È una formalità» disse lei allora, piano. «Tuo padre era il suo primario. Lo sentiranno come sentiranno gli altri.»
«Lo so che è una formalità. Chiedevo solo.»
«Allora mangia, tesoro.» Livia gli versò dell’acqua nel bicchiere senza che lui l’avesse chiesta. «Sei pallido.»
In quel momento, nel soggiorno, sullo schermo muto del televisore comparve una facciata che tutti e quattro riconobbero: un palazzo signorile, un portone di legno scuro, un nastro bianco e rosso della polizia teso davanti all’ingresso, una volante con il lampeggiante acceso. In sovrimpressione, una scritta bianca su fondo blu: Milano, medico trovato morto in casa. La Procura indaga per omicidio.
Tommaso lasciò cadere la forchetta. Il rumore del metallo contro la porcellana fu fortissimo nella stanza silenziosa.
«Scusate» disse. Si chinò a raccoglierla, anche se non era caduta per terra.
Giulia guardava lo schermo con la bocca socchiusa.
«È lì che abitava? È vicinissimo a qui. In via Solferino ci vado a fare colazione con Bea.»
Sullo schermo, per un secondo, comparve una fotografia: Elena in camice, sorridente, probabilmente presa dal sito dell’ospedale. Poi l’inquadratura tornò al portone, alla volante, al nastro.
Alessandro non guardava il televisore. Guardava il bicchiere di vino che aveva davanti, pieno fino a metà.
«Spegni» disse Alessandro, senza alzare la voce. Livia si alzò subito, andò nel soggiorno, prese il telecomando e spense il televisore. Lo schermo diventò nero, e nel nero si rifletté per un istante tutta la tavola: la famiglia, il lampadario, le luci basse.
Tornò a sedersi senza dire niente. Per un po’ nessuno parlò. Poi fu lei, con la voce gentile di chi rimette a posto una stanza dopo una lite, a rompere il silenzio: «Giulia, raccontaci dell’esame di diritto costituzionale. Quando hai detto che lo dai?»
Giulia esitò, poi rispose. E la cena continuò, lenta, regolare, come doveva continuare.
Alessandro, dall’altro capo del tavolo, vide che Tommaso lo stava fissando. Non distolse gli occhi. Fu il figlio a farlo per primo.
Quella notte dormì nel letto matrimoniale.
Livia era già sotto le coperte quando lui uscì dal bagno, la lampada del suo comodino accesa, un fascicolo dello studio aperto sulle ginocchia, gli occhiali da lettura sulla punta del naso. Leggeva con una matita in mano, sottolineando qua e là. Lui si stese dalla sua parte, sulla schiena, le mani incrociate sul petto. Il soffitto era alto, con le cornici di stucco, e nella penombra sembrava più lontano del solito.
Per un po’ si sentì solo il fruscio delle pagine.
Poi Livia chiuse il fascicolo, lo posò sul comodino, si tolse gli occhiali e li ripiegò con cura.
«Com’è andato il consiglio di dipartimento?» chiese, con la voce piccola di chi ha paura di disturbare. «Ieri sera.»
Alessandro non si mosse.
«Lungo. Inutile.»
«Come sempre» disse Livia.
Allungò la mano e spense la lampada.
Nel buio, Alessandro la sentì sistemarsi sul fianco, dandogli le spalle, il cuscino che si assestava, il respiro che rallentava a poco a poco. Restò immobile ad ascoltarlo finché non diventò lento e regolare.
Non dormì.
Contò le ore con i rintocchi lontani di un campanile che non aveva mai sentito, in tanti anni, e che quella notte sentiva benissimo. L’una. Le due. Ogni volta che chiudeva gli occhi gli tornava davanti la sala riunioni con la sedia vuota. Il nome di lei proiettato sul muro, in caratteri neri. La spunta grigia.
Verso le due e mezza si alzò, piano, senza accendere la luce. Attraversò il corridoio a piedi nudi sul parquet freddo. All’ingresso, il cappotto era appeso dove l’aveva lasciato. Mise la mano in tasca e trovò il pacchetto schiacciato, l’accendino rosa.
Uscì sul terrazzo. L’aria di novembre gli entrò sotto il pigiama come acqua gelata. La città sotto di lui era un mare di tetti e di luci arancioni sciolte nella nebbia; più in là, verso nord, verso Brera, il buio era identico, indistinguibile. Si accese una sigaretta. L’accendino funzionò al primo colpo.
Fumò lentamente, appoggiato alla balaustra, tra i limoni impacchettati nel tessuto bianco come piccoli corpi coperti. Non pianse. Guardava la nebbia verso nord e basta.
Quando ebbe finito, spense il mozzicone nel sottovaso di un limone, lo raccolse, lo avvolse in un fazzoletto di carta. Rimise il pacchetto nella tasca del cappotto, all’ingresso, esattamente dove l’aveva trovato.
Tornò in camera. Si stese di nuovo sul suo lato del letto, sulla schiena, voltato verso la finestra, verso il filo di luce grigia che passava tra le tende.
Accanto a lui, Livia respirava piano, regolare, girata dall’altra parte.
Alessandro le dava le spalle. Non vide che aveva gli occhi aperti.
La nebbia stava appoggiata sui viali come un lenzuolo bagnato, e i fari delle auto ci scavavano dentro gallerie gialle che si richiudevano subito dietro. Alessandro Visconti guidava con una mano sola, la radio spenta, il riscaldamento al minimo. Non gli piaceva il caldo in macchina: intorpidiva, e lui la mattina voleva arrivare in reparto con la testa fredda.
Aveva dormito poco. Era rientrato tardi, la casa era già buia e la porta della camera chiusa. Non l’aveva aperta. Si era steso sul divano dello studio, come faceva tutte le volte che rientrava a quell’ora, con la giacca ancora addosso e il soffitto bianco sopra di lui. La sveglia del telefono l’aveva tirato su alle sei meno dieci. Doccia, caffè in piedi in cucina, nessun rumore dalle altre stanze. Era uscito senza incontrare nessuno.
Al semaforo di viale Certosa si guardò nello specchietto. La faccia era quella di sempre: rasata, asciutta, il naso aquilino, gli occhi grigio-azzurri appena arrossati sul bordo. Nessuno ci avrebbe fatto caso. In reparto nessuno lo guardava abbastanza a lungo da notare qualcosa.
L’Ospedale San Fedele emerse dalla nebbia tutto in una volta, come una nave: sei piani di cemento e vetro, le finestre accese a scacchiera, l’insegna rossa del pronto soccorso che sanguinava nella foschia. Alessandro entrò nel parcheggio riservato ai dirigenti, girò attorno alla colonna dove qualcuno aveva parcheggiato storto una Panda bianca e si fermò nel suo posto, l’unico con il nome scritto sull’asfalto. Lo aveva preteso lui, otto anni prima, quando era diventato primario. Non per vanità, diceva. Per ordine. Il figlio di un ferroviere di Novara, che aveva studiato con le borse di studio e fatto le notti di guardia medica in mezzo Nord Italia, non aveva mai avuto niente che non si fosse preso da solo. Quel rettangolo d’asfalto era una delle poche cose, a Milano, che portassero il suo nome e non quello della famiglia di sua moglie.
Spense il motore. Restò un momento fermo, le mani sul volante.
Poi aprì il vano portaoggetti, per abitudine. Era vuoto. Lo richiuse.
Nell’atrio l’odore era quello di tutte le mattine: caffè della macchinetta, disinfettante, il fiato stanco della notte che non era ancora uscito dai corridoi. Due infermieri del turno di notte aspettavano l’ascensore con le borse a tracolla e le facce grigie. Lo videro e si raddrizzarono senza volerlo.
«Buongiorno, professore.»
Lui fece un cenno con il mento. Non prese l’ascensore. Saliva sempre a piedi fino al quarto piano, due gradini alla volta, e arrivava in cima senza fiatone. Era una delle cose che il reparto sapeva di lui, insieme a molte altre: che non tollerava i ritardi, che non ripeteva mai una domanda due volte, che aveva fatto piangere più specializzandi di quanti ne avesse promossi. Che era il miglior chirurgo dell’ospedale, e forse della città, e che lo sapeva benissimo.
La Chirurgia Generale occupava tutta l’ala est del quarto piano. Le luci del corridoio erano ancora quelle notturne, basse, e lungo le pareti scivolavano i carrelli della terapia del mattino. Da una stanza arrivava una tosse lunga, catarrosa. Da un’altra la voce di una donna anziana che chiamava qualcuno con un nome che non era di nessuno lì dentro.
Rita Mantovani, la caposala, era già al banco delle consegne. Cinquantotto anni, i capelli corti color ferro, gli occhiali appesi a una catenella. Lavorava in quel reparto da prima che arrivasse lui e, si diceva, ci sarebbe stata anche dopo. Era l’unica persona del piano che non abbassava gli occhi quando lui entrava.
«Buongiorno, professore.»
«Mantovani. Com’è andata la notte?»
«Tranquilla, per essere una notte. Un’appendicite dal pronto soccorso, l’ha operata la Colombo alle tre. Il signor Ghezzi della dodici ha avuto la febbre, trentotto e mezzo, gli abbiamo fatto le emocolture. La signora Ferretti chiede di lei.»
«La signora Ferretti chiede sempre di me.»
«Dice che la dottoressa Vichi le aveva promesso di passare stamattina presto, per spiegarle l’intervento della settimana prossima.»
Alessandro prese la cartellina delle consegne dalle mani di Rita e la sfogliò in piedi, senza sedersi.
«Allora ci passerà la dottoressa Vichi. Quando arriva.»
«Non è ancora arrivata.»
«Sono le sette e venti.»
«Lo so, professore. Di solito alle sette è già qui.»
Lui non rispose. Restituì la cartellina, guardò l’orologio sopra la porta della medicheria, poi il corridoio vuoto dalla parte degli spogliatoi. Rita lo osservava da sopra gli occhiali.
«La riunione alle sette e mezza come sempre?» chiese lei.
«Come sempre.»
Entrò nel suo studio, in fondo al corridoio. Era una stanza piccola per un primario, e lui l’aveva voluta così: una scrivania sgombra, due sedie, una libreria con i trattati in ordine di altezza, alla parete solo il diploma di specializzazione e una vecchia stampa anatomica del Mascagni. Niente fotografie. Niente oggetti personali. Si tolse il cappotto, lo appese, indossò il camice. Infilò in tasca la penna, il telefono, il cercapersone che ormai non usava più nessuno ma che lui continuava a portare.
Prese il telefono e aprì la chat con Elena. L’ultimo messaggio era di lei, delle ventidue e quaranta della sera prima. Una parola sola, senza punto. Lui non aveva risposto. Non rispondeva mai a quei messaggi.
Scrisse: Riunione tra dieci minuti.
Il messaggio partì con una spunta sola, grigia.
Alessandro guardò lo schermo qualche secondo, poi rimise il telefono in tasca e uscì nel corridoio, dove le luci si stavano accendendo una dopo l’altra, piene, bianche, e il reparto cominciava a svegliarsi.
La sala riunioni del reparto era una stanza senza finestre con un tavolo ovale troppo grande, dodici sedie spaiate e un proiettore appeso al soffitto che ronzava come un insetto. Alle sette e ventinove erano già tutti seduti. Alle sette e mezza in punto entrò lui, e il brusio si spense come se qualcuno avesse abbassato un interruttore.
Alessandro non si sedette subito. Fece il giro del tavolo con lo sguardo, una faccia dopo l’altra, come contava gli strumenti alla fine di un intervento.
Fabio Sala, l’aiuto anziano, quarantasei anni e una pancia che il camice non riusciva più a nascondere, aveva davanti un caffè e il tablet con la lista operatoria già aperta. Era bravo, prudente, incapace di contraddirlo. Accanto a lui Monica Gerbaldo, la responsabile dell’anestesia per le sale della chirurgia, le braccia incrociate e la cuffia già in testa: l’unica, a quel tavolo, che lo chiamava per nome quando erano soli. Poi gli specializzandi. Sara Colombo, quarto anno, gli occhi gonfi della notte di guardia, la divisa ancora macchiata sul polsino. Andrea Riva, secondo anno, magro, pallido, le mani che non sapevano dove stare. Altri due del primo anno di cui Alessandro, per scelta, non aveva ancora imparato il nome. Rita Mantovani in piedi vicino alla porta, con il suo blocco.
La sedia alla destra di Sala era vuota.
Alessandro la guardò per un secondo. Poi si sedette a capotavola.
«Consegne. Colombo.»
Sara si schiarì la voce.
«Notte relativamente tranquilla. All’una e quaranta è arrivato dal pronto soccorso un ragazzo di ventitré anni con dolore in fossa iliaca destra, leucocitosi, ecografia compatibile con appendicite acuta. L’ho operato alle tre con il dottor Sala reperibile al telefono. Appendicectomia laparoscopica, appendice flemmonosa, nessuna perforazione. Il paziente sta bene. Il signor Ghezzi, stanza dodici, in seconda giornata dopo emicolectomia destra, ha avuto un rialzo febbrile a trentotto e cinque verso le quattro. Emocolture eseguite, ferita pulita, addome trattabile. Ho chiesto un emocromo e una PCR stamattina. La signora…»
«Il ragazzo dell’appendice. Quanto è durato l’intervento?»
Sara esitò.
«Un’ora e dieci, professore.»
«Un’ora e dieci.» Alessandro lo ripeté lentamente, come per assaggiarne il sapore. «Per un’appendice flemmonosa in un ventitreenne magro. Colombo, l’ha tolta o l’ha intervistata?»
Qualcuno abbassò lo sguardo sul tavolo. Uno degli specializzandi del primo anno fece un mezzo sorriso nervoso e se lo rimangiò subito. Sara diventò rossa fino alle orecchie, ma tenne gli occhi su di lui.
«C’erano aderenze, professore.»
«Ci sono sempre aderenze, quando non si sa dove mettere le mani. Vada avanti.»
Sara finì le consegne con la voce più bassa. Alessandro ascoltava senza guardarla, girando lentamente la penna tra le dita. Quando lei tacque, fece un cenno a Sala.
«Lista.»
Sala proiettò sul muro la tabella della giornata. Due sale. Nella sala uno, alle otto e trenta, una gastrectomia subtotale per adenocarcinoma: signor Carlo Mainardi, sessantotto anni, primo operatore il professor Visconti, aiuto il dottor Sala, secondo aiuto uno specializzando da definire. A seguire, nella stessa sala, un’ernia inguinale in day surgery. Nella sala due, alle otto e trenta, una colecistectomia laparoscopica, primo operatore la dottoressa Vichi, aiuto la dottoressa Colombo. Poi un’altra colecisti, poi una tiroide.
Alessandro fissò il nome di Elena proiettato sul muro, in quei caratteri neri e regolari che il sistema dell’ospedale usava per tutto, per i vivi e per i morti.
«La dottoressa Vichi?»
Un silenzio imbarazzato. Fu Rita a rispondere.
«Non è ancora arrivata, professore. Ho provato a chiamarla due volte. Il telefono è spento.»
«Spento.»
«Sì.»
Alessandro posò la penna sul tavolo con un piccolo colpo secco. Si appoggiò allo schienale. Guardò l’orologio sul polso, un vecchio Omega d’acciaio, come se l’orario potesse cambiare guardandolo meglio.
«Sono le sette e quaranta» disse. «La dottoressa Vichi ha in carico la sala due da quaranta minuti, ha una paziente che la aspetta per una spiegazione che lei stessa le ha promesso, e ha il telefono spento.» Fece una pausa. «Evidentemente la dottoressa Vichi ha deciso che la chirurgia è un hobby. Qualcosa da fare quando non piove.»
Nessuno rise. Monica Gerbaldo inclinò appena la testa, studiandolo.
«Forse sta male, Alessandro» disse piano.
«Se sta male, telefona. Abbiamo tutti un telefono, per quanto mi risulta. Perfino Riva ne ha uno.» Si voltò verso lo specializzando del secondo anno, che sobbalzò. «Vero, Riva?»
«Sì, professore.»
«Bene. Allora lo spenga, perché oggi viene con me.» Alessandro tornò alla lista proiettata. «Cambiamo. Sala due: la colecisti la fa Sala, con la Colombo. Visto che stanotte la Colombo ha tanto tempo, può fare anche la seconda. La tiroide slitta al pomeriggio, la faccio io dopo la gastrectomia. Sala uno: io, Riva primo aiuto.»
Sala alzò gli occhi dal tablet.
«Riva primo aiuto su una gastrectomia?»
«Riva primo aiuto su una gastrectomia. Gli farà bene. O gli farà male, e lo sapremo presto.» Alessandro guardò il ragazzo, che nel frattempo era diventato del colore delle pareti. «Riva, lei terrà il divaricatore e farà esattamente quello che le dico, quando glielo dico. Non un secondo prima. Cerchi di non svenire: la sala è piccola e non abbiamo tempo di raccoglierla da terra.»
Uno dei primi anni rise, questa volta davvero, e se ne pentì subito quando Alessandro girò lentamente la testa verso di lui.
«Lei come si chiama?»
«Bertola, professore.»
«Bertola. Le ha fatto ridere?»
«No, professore. Mi scusi.»
«Non si scusi. Si prepari. Oggi lei va con la Gerbaldo in anestesia, a imparare a contare i battiti. È un’abilità sottovalutata.»
Monica sospirò dal naso. Rita scrisse qualcosa sul blocco senza alzare gli occhi.
Alessandro passò in rassegna gli altri punti con la stessa velocità tagliente: le dimissioni del giorno, i letti da liberare per gli ingressi del pomeriggio, una consulenza chiesta dalla medicina interna che lui liquidò con una frase («Il paziente ha un addome da medico, non da chirurgo. Che se lo tengano»). Poi chiuse il tablet di Sala con due dita, come si chiude un libro che ha annoiato.
«Mantovani, continui a chiamare la Vichi. Quando arriva, la voglio nel mio studio. Prima di entrare in sala, non dopo.»
«Sì, professore.»
«Signori, buona giornata.»
Si alzò, e tutti si alzarono con lui, con quel rumore di sedie trascinate che a lui piaceva più di quanto avrebbe ammesso. Uscendo, passò accanto alla sedia vuota. Per un istante la sua mano sfiorò lo schienale. Nessuno ci fece caso, tranne Monica Gerbaldo, che lo seguì con lo sguardo finché la porta non si chiuse.
Nel corridoio prese di nuovo il telefono. La spunta era ancora una sola, grigia.
Scrisse: Dove sei?
Poi lo cancellò prima di inviarlo, e scrisse invece: Dottoressa Vichi, la aspetto nel mio studio.
Inviò. Una spunta. Grigia.
Rimise il telefono nella tasca del camice, si avviò verso gli spogliatoi del blocco operatorio, e mentre camminava si accorse di stringere la mascella così forte da sentire il dolore salire fino alle tempie.
Nello spogliatoio del blocco operatorio Alessandro si cambiò in silenzio. Divisa verde, zoccoli bianchi, la cuffia di stoffa blu che si portava da casa e che nessun altro in quell’ospedale avrebbe osato indossare: le altre erano tutte di carta, usa e getta. Il telefono rimase nell’armadietto, a faccia in giù.
Al lavandino Riva era già lì, le braccia insaponate fino ai gomiti, e si stava lavando con la concentrazione disperata di chi pensa che basti strofinare più forte per diventare più bravo.
«Riva.»
«Professore.»
«Quanto tempo?»
«Cinque minuti, professore.»
«E lei a quanto è?»
Riva guardò l’orologio sopra lo specchio. «Sei.»
«Allora smetta, prima di arrivare all’osso.»
Alessandro aprì il rubinetto con il ginocchio e cominciò. Spazzolino sulle unghie, una per una, poi le dita, gli spazi tra le dita, il palmo, il dorso, i polsi, gli avambracci. Lo faceva da trent’anni e lo faceva ogni volta nello stesso ordine, con lo stesso numero di passate, senza guardare. Era l’unico momento della giornata in cui la sua testa si svuotava davvero. L’acqua calda, il profumo amaro della clorexidina, il rumore del getto nel lavandino d’acciaio.
Quella mattina non funzionò. Al terzo dito si accorse che stava contando le passate a voce bassa, e si interruppe.
Riva lo guardava di sottecchi.
«Ha bisogno di qualcosa, Riva?»
«No, professore.»
«Allora vada a vestirsi.»
La sala uno era la più grande del blocco, quella che lui usava sempre. Luce bianca, piastrelle verdi, il soffitto basso pieno di bracci snodati, le due lampade scialitiche che pendevano sul letto operatorio come grandi occhi spenti. Il signor Mainardi era già addormentato, intubato, il torace che si sollevava al ritmo regolare del ventilatore. Monica Gerbaldo stava finendo di sistemare le linee al monitor. Bertola, accanto a lei, guardava le curve sullo schermo con l’espressione di chi assiste a un rito religioso di cui non conosce le preghiere.
Luca, lo strumentista, aveva già disposto il tavolo: le pinze in fila, le forbici, i portaaghi, i divaricatori, le suturatrici meccaniche ancora nelle confezioni sigillate. Alessandro entrò con le braccia alzate, le mani davanti al petto, gocciolanti. Luca gli porse il telo sterile per asciugarsi, poi il camice, poi i guanti, misura sette e mezzo. Alessandro infilò le dita con un solo gesto, schioccò i polsini e si avvicinò al campo.
«Time out» disse Monica.
Luca lesse dalla scheda, ad alta voce, come prescriveva la procedura. «Paziente Mainardi Carlo, nato il quattordici febbraio del cinquantotto. Procedura: gastrectomia subtotale per adenocarcinoma dell’antro. Nessuna allergia nota. Profilassi antibiotica eseguita alle otto e dieci. Due unità di emazie disponibili.»
«Confermo» disse Monica.
«Confermo» disse Alessandro. «Bisturi.»
La lama gli arrivò nel palmo con il manico rivolto verso di lui. La sentì, la pesò. Poi tracciò la linea: dall’apice dello sterno fino a poco sopra l’ombelico, un taglio solo, netto, deciso, senza ripensamenti. La pelle si aprì come un libro. Sotto, il giallo del grasso, poi il bianco lucido della fascia.
Riva trattenne il fiato. Alessandro lo sentì.
«Respiri, Riva. Il paziente ha già chi respira per lui.»
Aprirono il peritoneo. Alessandro infilò la mano nell’addome e cominciò l’esplorazione, a occhi quasi chiusi, con la lentezza di un cieco che legge una pagina. Fegato. Superficie liscia, nessun nodulo. Peritoneo parietale. Pulito. Il colon trasverso, l’omento, il fondo dello stomaco. Poi l’antro: la massa era lì, dura, irregolare, grande come una noce.
«Nessuna metastasi epatica visibile, nessuna carcinosi. Procediamo.» Senza alzare gli occhi: «Riva, quella è una valva. Non è un manico di scopa. La tenga in alto e verso di sé. Di più. Ecco. Non si muova finché non glielo dico io.»
Le ore successive ebbero il ritmo di una musica che solo lui sentiva.
Alessandro lavorava in silenzio, interrotto solo dalle richieste a Luca, brevi come comandi militari: «Kelly. Forbice. Legatura. Ancora. Taglio.» Staccò l’omento dal colon trasverso, aprì la retrocavità degli epiploon, risalì lungo la grande curvatura legando i vasi uno dopo l’altro. Identificò l’arteria gastroepiploica destra, la isolò, la legò alla radice. Poi l’arteria gastrica destra. Sezionò il duodeno con la suturatrice lineare: un clic secco, un altro, e il moncone restò chiuso da due file perfette di punti metallici.
Riva sudava sotto la mascherina. Ogni tanto la valva gli scivolava di qualche millimetro, e la voce di Alessandro arrivava immediata, piatta, senza alzarsi di tono.
«Riva, lei ha scelto chirurgia o è stato un errore di compilazione del modulo?»
«Mi scusi, professore.»
«Non si scusi con me. Si scusi con il signor Mainardi, che ha un fegato e preferirebbe tenerlo intero.»
Monica, dalla testa del letto, alzò gli occhi al soffitto. Luca sorrise sotto la mascherina, poi si ricordò di non farlo.
La linfadenectomia era la parte che Alessandro preferiva. Lavorava intorno all’arteria epatica, alla vena porta, al tripode celiaco, staccando i linfonodi dal loro letto di grasso con la punta delle forbici, come chi sfila perle da un filo senza romperlo. Era un lavoro di millimetri. Un errore lì, e il campo si riempiva di sangue in due secondi.
Successe alla vena coronaria dello stomaco.
Un piccolo strappo, un ramo laterale che nessuno avrebbe visto, e il sangue salì scuro, rapido, a riempire la cavità come acqua in una buca scavata sulla sabbia.
«Aspiratore» disse Alessandro. Non aveva cambiato tono.
Riva rimase immobile, la bocca aperta sotto la mascherina.
«Aspiratore, Riva. Adesso.»
Il ragazzo si riscosse, infilò la cannula dove gli veniva indicato. Il gorgoglio dell’aspirazione riempì la sala. Monica guardò il monitor e non disse niente. Alessandro infilò due dita nel sangue, trovò il punto alla cieca, lo schiacciò. Il flusso si fermò.
«Prolene quattro-zero.»
Luca glielo porse già montato sul portaaghi. Alessandro aspettò che Riva aspirasse ancora, sollevò appena le dita, vide il piccolo foro nella parete della vena, lo prese con un punto solo. Annodò. Tagliò. Rilasciò.
Il campo era asciutto.
Tutto era durato meno di un minuto. Nessuno, nella sala, aveva respirato davvero per tutto quel tempo.
«Pressione stabile» disse Monica, e la sua voce, per una volta, aveva qualcosa di simile all’ammirazione.
«Naturalmente» disse Alessandro.
Riprese il lavoro come se niente fosse accaduto. Sezionò l’arteria gastrica sinistra alla radice, completò la linfadenectomia, misurò con gli occhi il margine sopra il tumore e sezionò lo stomaco con la suturatrice. Il pezzo operatorio, quella sacca rosa e grigia con il nodo duro dentro, passò dalle sue mani a quelle di Luca, che lo depose in una bacinella d’acciaio.
Poi la ricostruzione. Un’ansa di digiuno portata su, la Roux, le anastomosi meccaniche. Alessandro lavorava con una precisione che sembrava lentezza e non lo era. Riva, che aveva smesso di sudare e cominciato a guardare davvero, a un certo punto si accorse di aver anticipato una sua richiesta di un secondo: aveva già spostato la valva dove serviva prima che glielo dicesse.
Alessandro lo notò. Non disse niente. Ma per qualche minuto non disse niente nemmeno di crudele, e in quella sala era la cosa più vicina a un complimento.
Verso la fine, mentre Sala, rientrato dalla sala due, si lavava per aiutarlo a chiudere, ci fu un momento di pausa: Luca contava le garze, la sala era silenziosa, si sentiva solo il soffio del ventilatore. Alessandro restò fermo con le mani appoggiate sul bordo del campo, gli occhi fissi su un punto che non era il paziente.
Fu un istante. Poi chiese il filo per la parete, e la sala riprese a respirare.
Alle dodici e quaranta il signor Mainardi lasciò la sala uno su una barella, ancora addormentato, diretto alla terapia intensiva per la notte. Il tubo era già stato rimosso, il torace si muoveva da solo. Monica camminava accanto alla barella con una mano sul monitor portatile, come si tiene la mano a un bambino.
Nella zona filtro, tra la sala e il corridoio del blocco, Alessandro si stava sfilando il camice sterile. Lo appallottolò e lo gettò nel contenitore giallo, poi cominciò a togliersi i guanti, rovesciandoli dal polso verso le dita, uno dopo l’altro. Accanto a lui Riva faceva lo stesso, ma più lentamente, perché le mani gli tremavano ancora: non di paura, adesso, ma di quella stanchezza euforica che viene dopo la prima volta che si è stati davvero utili.
Sala si stava lavando le mani al lavandino. Luca, sulla soglia, compilava il registro delle garze.
La porta del corridoio si aprì e comparve Paola, l’infermiera di sala più giovane del blocco, venticinque anni, una cuffia a fiori e una faccia che quella mattina non aveva colore. Rimase sulla soglia, una mano ancora sulla maniglia.
«Professore.»
Alessandro non si voltò. Stava sfilando il secondo guanto.
«Mi dica.»
«Ha chiamato la caposala. Dalla direzione sanitaria.» Paola deglutì. «La dottoressa Vichi.»
«È arrivata, finalmente?»
«No, professore.» Paola guardò Sala, poi Riva, come se cercasse qualcuno che parlasse al posto suo. Nessuno lo fece. «La dottoressa Vichi è morta. L’hanno trovata stamattina, a casa sua. C’è la polizia.»
Il guanto restò a metà, rovesciato sulle dita.
Per un secondo, nella zona filtro, non si sentì niente. Poi l’acqua del lavandino, che Sala aveva lasciato aperta, scrosciò più forte, o così sembrò a tutti. Riva si portò una mano alla bocca, senza accorgersene, e se la tolse subito, perché era la mano del guanto sporco. Luca abbassò la penna.
«Morta» disse Sala. «Come… morta? Che cosa è successo?»
«Non lo so, dottore. Dicono che…» Paola si fermò. «Non lo so. La caposala ha detto solo che c’è la polizia, e che la direzione vuole parlare con il professore.»
Tutti guardarono Alessandro.
Lui finì di sfilarsi il guanto. Lo gettò nel contenitore, insieme all’altro. Aprì il rubinetto, si sciacquò le mani, le asciugò con due fogli di carta, uno per mano, poi li accartocciò e li buttò. I suoi gesti avevano la stessa velocità e la stessa precisione di sempre.
«Il signor Mainardi resta in terapia intensiva fino a domattina, come previsto» disse. «Sala, controlli lei il drenaggio alle sei. La tiroide del pomeriggio è confermata alle quindici. Riva, lei si cambia e va a scrivere la descrizione dell’intervento. La voglio sulla mia scrivania entro le due.»
Riva lo fissava.
«Professore…»
«Entro le due, Riva.»
Si voltò verso Paola. «Dica alla Mantovani che arrivo.»
Poi uscì dalla zona filtro e si incamminò lungo il corridoio del blocco, con il passo di sempre, senza fretta. Paola si scostò per lasciarlo passare. Quando la porta si fu richiusa dietro di lui, Sala chiuse finalmente il rubinetto e rimase lì, le mani bagnate sospese a mezz’aria.
«Cristo» disse piano. «Neanche una parola.»
Non andò dalla Mantovani.
Andò allo spogliatoio, aprì l’armadietto e prese il cappotto. Lo infilò sopra la divisa verde, senza cambiarsi, e il bavero gli si piegò contro il collo. Mise la mano in tasca. Il pacchetto era ancora lì, dove era sempre stato nelle ultime settimane: Marlboro Gold, schiacciato, mezzo vuoto. Un accendino di plastica rosa infilato dentro, tra le sigarette. Elena lo aveva dimenticato sul sedile della sua macchina un sabato pomeriggio di settembre, e lui non glielo aveva mai restituito. Aveva smesso di fumare dieci anni prima. Non sapeva bene perché lo tenesse.
Scese per le scale di servizio fino al piano terra, attraversò un corridoio che odorava di detersivo industriale e di minestra, spinse con la spalla il maniglione antipanico di un’uscita di sicurezza. Fuori c’era il cortile dei rifornimenti: due cassonetti verdi, una rampa di carico, un camion fermo con il motore spento. La nebbia del mattino si era alzata, ma il cielo restava basso e uniforme, del colore della cenere. Faceva freddo. Lì dietro non veniva mai nessuno a quell’ora, se non qualche cuoco della mensa in pausa.
Alessandro si appoggiò al muro, accanto alla porta. Tirò fuori il pacchetto. Prese una sigaretta e se la mise tra le labbra.
L’accendino non si accese.
Riprovò. La rotella girò a vuoto, una scintilla e niente. Una terza volta. Si accorse che il pollice gli scivolava sulla rotella, e che non era colpa del pollice. Era la mano. Gli tremava. Un tremito sottile, continuo, che partiva dal polso e arrivava fino alla punta delle dita. La guardò come avrebbe guardato la mano di un altro: una mano che, mezz’ora prima, aveva chiuso il foro di una vena con un punto solo.
Alla quarta volta la fiamma si accese. Accostò la sigaretta, aspirò. Il fumo gli graffiò la gola dopo dieci anni di assenza e lo fece tossire, piegato in avanti, una tosse secca, rabbiosa, che gli riempì gli occhi d’acqua.
Quando si raddrizzò, gli occhi erano rimasti bagnati.
Restò immobile con la sigaretta tra le dita, a guardare il camion fermo, i cassonetti, il cielo grigio sopra il tetto della mensa. Respirava a scatti, con il naso, come chi trattiene qualcosa dietro i denti. Il fumo saliva dritto nell’aria ferma.
Poi appoggiò la fronte contro il muro. Il cemento era freddo, ruvido. Rimase così per un tempo che non avrebbe saputo misurare. Dalla sua gola uscì un suono solo, basso, che non somigliava a niente, e che nessuno sentì.
La sigaretta gli si consumò tra le dita fino a scottarlo. La lasciò cadere. Con la scarpa la schiacciò sull’asfalto, piano, a lungo, molto più del necessario.
Quando si staccò dal muro, aveva di nuovo la faccia di sempre.
Tirò fuori il telefono dalla tasca del cappotto. Aprì la chat con Elena. L’ultima cosa che vide fu il suo stesso messaggio della mattina, Dottoressa Vichi, la aspetto nel mio studio, con la spunta grigia, e sopra, la parola sola di lei, delle ventidue e quaranta della sera prima.
La guardò a lungo.
Poi tenne premuto il dito sulla chat, finché non comparve il menu. Elimina chat. Il telefono gli chiese se era sicuro. Lui toccò Elimina. Aprì il registro delle chiamate e cancellò, una per una, le chiamate con il nome di lei. Andò nella galleria, scorse le fotografie degli ultimi mesi, ne trovò tre, le selezionò e le cancellò. Poi andò nella cartella delle foto eliminate e le cancellò di nuovo.
Lo fece con la stessa calma con cui, un’ora prima, aveva legato un’arteria.
Rimise il telefono in tasca, raccolse il mozzicone schiacciato da terra e lo gettò nel cassonetto. Il pacchetto con l’accendino rosa rimase nella tasca del cappotto.
Il suo telefono, adesso, era pulito.
Quello di Elena, in quel momento, era chiuso in un sacchetto della Scientifica, in un ufficio della Questura, e aspettava solo che qualcuno lo accendesse.
La direzione sanitaria stava al primo piano, in un corridoio con la moquette grigia e le piante finte, dove l’odore dell’ospedale arrivava attenuato, come attraverso un filtro. Ugo Bonetti, il direttore sanitario, lo ricevette in piedi, dietro la scrivania, con la cravatta allentata e il telefono ancora in mano.
«Alessandro. Siediti.»
«Sto bene in piedi.»
Bonetti posò il telefono. Era un uomo di sessant’anni, abituato a gestire denunce, sindacati e assessori regionali, e aveva sempre trattato Alessandro con la cautela riservata a un collega più potente di lui. Quel giorno aveva l’aria di chi non sa da che parte cominciare.
«Mi ha chiamato la Questura stamattina alle dieci. Squadra Mobile. Un ispettore, Delpiano, mi pare. L’ho scritto da qualche parte.» Frugò tra i fogli. «Hanno trovato la Vichi nel suo appartamento, in via Solferino. La donna delle pulizie. Era…» Si interruppe. «Non mi hanno dato dettagli. Ma non è una morte naturale, Alessandro. L’ispettore ha parlato di omicidio.»
Alessandro non si mosse.
«Come?»
«Non me l’hanno detto. Mi hanno chiesto l’elenco dei colleghi più stretti, i turni di ieri, gli orari di uscita. Vogliono sentire chi lavorava con lei. Te per primo, ovviamente, sei il suo primario.» Bonetti gli porse un foglietto. «Domattina alle dieci, in Questura, via Fatebenefratelli. Come persona informata sui fatti. È una formalità.»
Alessandro prese il foglietto, lo lesse, lo piegò in quattro e lo mise nella tasca della divisa.
«Va bene.»
Bonetti lo guardò. Si tolse gli occhiali, li pulì con la cravatta, se li rimise.
«Alessandro. Ci conosciamo da tanti anni.»
«Diciotto.»
«Diciotto. Se c’è qualcosa che devo sapere, preferirei saperlo da te. Prima che lo sappia da un poliziotto.»
La stanza rimase in silenzio. Fuori, nel corridoio, qualcuno rideva al telefono.
«Non c’è niente che tu debba sapere, Ugo.»
«Bene.» Bonetti annuì troppe volte. «Bene. Allora domani vai e rispondi alle domande. E se ti serve un avvocato…»
«Perché dovrebbe servirmi un avvocato?»
«Era un modo di dire.»
«Allora non dirlo.»
Nel pomeriggio, il reparto sembrava respirare sottovoce.
La notizia era salita dal pronto soccorso ai piani, di bocca in bocca, cambiando forma a ogni passaggio. Alle due la sapevano tutti. Alle tre circolavano già tre versioni diverse: un malore, una rapina finita male, qualcosa di peggio, che nessuno sapeva dire. Le infermiere parlavano a bassa voce nella stanza del caffè e smettevano quando qualcuno entrava. Due specializzandi del primo anno, nella medicheria, si erano fermati a metà di una frase quando Alessandro era passato sulla porta.
«…dicono che l’hanno trovata nuda, sul letto, e che…»
Bertola. Alessandro si fermò. Lo guardò. Non disse niente. Bertola divenne rosso e poi bianco, e la frase gli morì in bocca. Alessandro proseguì per il corridoio.
Sulla scrivania del suo studio, alle due meno due minuti, c’era la descrizione dell’intervento scritta da Riva. Tre pagine, ordinate, precise. Alessandro la lesse con la penna rossa in mano. Corresse un termine anatomico, poi una virgola, poi si fermò a metà della seconda pagina, la penna sospesa sopra il foglio. Rimase così per un minuto intero. Poi firmò in fondo, senza finire di leggere.
Alle tre operò la tiroide. Una tiroidectomia totale senza storia: i nervi ricorrenti isolati e rispettati, le paratiroidi conservate, l’emostasi perfetta. Cinquanta minuti dall’incisione all’ultimo punto. Sala, che gli faceva da aiuto, lo osservò per tutto il tempo con un’espressione che non aveva mai avuto in diciotto anni: non ammirazione, ma qualcosa di più vicino al disagio. Alessandro non sbagliò un gesto. Non disse una parola che non fosse una richiesta di strumenti. Non fece nemmeno una battuta.
Quando uscì dalla sala, Monica Gerbaldo lo aspettava nella zona filtro, appoggiata al muro, la cuffia in mano.
«Alessandro.»
«Monica.»
Lei aspettò che Sala si allontanasse. Poi parlò piano.
«Vuoi parlarne?»
«Di cosa?»
Monica lo guardò a lungo, con quegli occhi grigi che non si lasciavano impressionare da niente.
«Lo so, Alessandro. Lo sanno tutti, qui dentro. E nessuno dice niente, perché sei tu.»
Alessandro si sfilò i guanti, uno dopo l’altro.
«Allora che continuino a non dirlo.»
Prima di andarsene passò dalla stanza della signora Ferretti. Era una donna di settantaquattro anni, piccola nel letto troppo grande, con un rosario di plastica azzurra sul comodino e la paura negli occhi che hanno tutti la settimana prima di un intervento.
«Professore. La dottoressa Vichi mi aveva detto che passava stamattina. Non è venuta.»
«Lo so, signora. La dottoressa Vichi non potrà venire.»
«Sta male?»
Alessandro si sedette sul bordo della sedia accanto al letto. Non lo faceva mai.
«Le spiego io l’intervento, signora Ferretti. Mi dica che cosa la preoccupa.»
E per venti minuti, con una pazienza che nessuno in quel reparto gli aveva mai visto, rispose a tutte le sue domande.
Uscì dall’ospedale alle sette e un quarto. Era di nuovo buio, come al mattino, come se la giornata non fosse mai cominciata davvero. La nebbia era tornata, più leggera, e i lampioni dei viali avevano un alone sporco intorno alla luce.
Guidò piano. Al semaforo di piazzale Cadorna rimase fermo anche dopo il verde, finché un clacson dietro di lui non lo riscosse. Svoltò in corso Magenta, sfilò davanti alle vetrine illuminate dei negozi, alla facciata scura di Santa Maria delle Grazie. Via Solferino era a un chilometro e mezzo da lì, dall’altra parte di Brera. Non ci pensò. Si impose di non pensarci.
Abitavano all’ultimo piano di un palazzo d’epoca, con un cortile interno e un vecchio ascensore di legno e ottone che il condominio non si decideva a sostituire. Lui lasciò la macchina nel box, salì a piedi anche lì, come in ospedale, cinque piani, e arrivò in cima con il cuore che batteva più forte del solito. Si fermò sul pianerottolo, la chiave in mano, a riprendere fiato. Non gli era mai successo.
Aprì la porta.
La casa sapeva di brodo e di zafferano. Dalla cucina arrivava il rumore di un cucchiaio di legno contro una pentola, e dal soggiorno la voce bassa del televisore acceso sul telegiornale regionale. Le luci erano quelle della sera: le lampade basse, calde, che Livia accendeva una per una al tramonto, sempre nello stesso ordine.
Nell’ingresso, sulla consolle di noce, le fotografie in cornici d’argento raccontavano la famiglia come la raccontano le riviste. Santa Margherita, la barca a vela del nonno Sormani. I ragazzi bambini in tuta da sci a St. Moritz, con le medaglie delle gare del club. Livia e Alessandro il giorno del matrimonio sulla scalinata di Sant’Ambrogio: lei bellissima, lui con lo sguardo di chi non riesce ancora a crederci. I mobili erano quelli di casa Sormani: il cassettone lombardo del Settecento, i tappeti persiani, le vedute del lago di Como dell’Ottocento appese in fila nel corridoio. L’appartamento era di Livia. Lo aveva ereditato dal padre, insieme alla casa al mare e a una quota della tessitura di famiglia in Brianza, venduta con giudizio dieci anni prima. Alessandro ci viveva da venticinque anni e ogni tanto, la sera, entrando, aveva ancora la sensazione di dover chiedere permesso.
Alessandro appese il cappotto all’attaccapanni dell’ingresso. Lo lisciò sulle spalle, senza motivo.
Rosalie comparve dal corridoio di servizio: minuta, il grembiule azzurro, i capelli neri raccolti in uno chignon stretto, attraversato da qualche filo bianco. Cinquantotto anni, filippina di Batangas, in casa Visconti da quando era nato Tommaso. Aveva cresciuto i ragazzi, e in vent’anni nessuno l’aveva mai sentita alzare la voce.
«Buonasera, dottore.»
Gli prese la borsa senza chiedere. Lo guardò un istante più del solito, poi abbassò gli occhi e sparì di nuovo verso la lavanderia.
«Sono io.»
«Sei tu, Ale?» La voce di Livia arrivò dalla cucina subito, come se lo stesse aspettando da tempo. «Ho fatto il risotto allo zafferano. Quello che piace a te.»
La trovò davanti ai fornelli, di spalle, con un maglione di cashmere color crema e un grembiule di lino blu legato in vita. I capelli castani, con qualche filo d’argento che lei non aveva mai voluto tingere, erano raccolti sulla nuca con una pinza di tartaruga. Mescolava un risotto con movimenti lenti, regolari, e accanto a lei sul piano di marmo c’era un calice di vino bianco già a metà. Al collo, sopra il cashmere, portava un filo di perle che era stato di sua madre. Il risotto lo faceva sempre lei: era una delle poche cose che in quella casa non lasciava fare a Rosalie.
Livia Visconti, nata Sormani, aveva cinquantadue anni e ne dimostrava qualcuno di meno, senza fatica apparente. Era alta, asciutta, con la schiena dritta che le avevano insegnato le suore Marcelline, con un viso dagli zigomi netti e una bocca sottile che sorrideva poco e sempre al momento giusto. Faceva l’avvocato matrimonialista da venticinque anni, aveva uno studio in via Vivaio con tre collaboratori e la fama di non perdere mai una causa che decideva di accettare. In tribunale le mogli la adoravano e i mariti la temevano. In casa, però, l’avvocato restava fuori dalla porta. Lì decideva Alessandro: le vacanze, gli amici da invitare, l’ora della cena. Lei aveva imparato tanti anni prima ad assecondarlo senza farlo pesare, ad anticipare quello che voleva prima che lo chiedesse, a fare un passo indietro quando lui ne faceva uno avanti. Le amiche dicevano che era un matrimonio all’antica. Livia sorrideva e non rispondeva.
Si voltò. Lo guardò. Posò il cucchiaio.
«L’hanno detto al telegiornale» disse piano. «All’una. La dottoressa Vichi.»
Alessandro rimase sulla soglia della cucina.
«Sì.»
«Lavorava con te. Nel tuo reparto.»
«Sì.»
Livia si asciugò le mani nel grembiule, gli andò incontro e lo abbracciò. Lui restò rigido per un momento, le braccia lungo i fianchi. Poi le appoggiò una mano sulla schiena. Sentì sotto le dita la morbidezza del cashmere, la linea della spina dorsale, il calore del corpo di lei. Lei profumava di sapone e di zafferano.
«Mi dispiace, Ale» gli disse contro la spalla. «Mi dispiace tanto. Che cosa orribile.»
«Sì.»
«Era giovane?»
«Trentatré anni.»
Livia si staccò e lo guardò in faccia, tenendolo per le braccia, cercando nei suoi occhi qualcosa che le dicesse come comportarsi.
«Era brava?»
Alessandro esitò. Fu un’esitazione brevissima.
«Molto.»
Lei annuì lentamente. Gli passò il pollice sullo zigomo, un gesto rapido, quasi materno, poi tornò ai fornelli e riprese il cucchiaio.
«Siediti. Ti verso un bicchiere.»
Lui si sedette al tavolo della cucina, quello piccolo, di legno chiaro, dove facevano colazione quando i ragazzi erano bambini. Livia gli mise davanti un calice e lo riempì. Lui non lo toccò.
«Domani devo andare in Questura» disse. «Alle dieci. Vogliono sentire tutti quelli che lavoravano con lei.»
Il cucchiaio si fermò per un istante, poi riprese a girare.
«Come persona informata sui fatti?»
«Così ha detto Bonetti.»
«È normale. Sei il suo primario.» Livia aggiunse un mestolo di brodo al risotto, guardò il vapore salire. «Vuoi che venga con te?»
«No.»
«Va bene.» Livia esitò, il mestolo sospeso sopra la pentola. «Posso dirti una cosa? Da avvocato. Rispondi solo a quello che ti chiedono, niente di più. Non cercare di…»
«Non ho bisogno di consigli, Livia.»
Lei abbassò gli occhi sul risotto.
«Hai ragione. Scusa. Deformazione professionale.»
Dal soggiorno, la voce della giornalista del telegiornale regionale cambiò tono. Alessandro sentì il nome di una via, il nome di un ospedale. Livia allungò la mano verso il telecomando appoggiato sulla mensola e abbassò il volume, senza guardare lo schermo.
«Stamattina non ti ho sentito uscire» disse piano.
Alessandro non rispose. Livia non insistette.
«Hai dormito nello studio?» chiese dopo un po’, senza voltarsi.
«Sono rientrato tardi.»
«Certo. Hai fatto bene.»
Prese un cucchiaio pulito, lo immerse nel risotto e glielo porse, con una mano sotto per non far cadere niente, come si fa con un bambino. Lui assaggiò.
«Manca sale.»
«Hai ragione.» Livia aggiunse un pizzico di sale e mescolò ancora. «Manca sempre qualcosa.»
Giulia arrivò per prima, alle otto meno un quarto, con lo zaino su una spalla e le guance rosse di freddo. Diciannove anni, i capelli lunghi e lisci della madre, gli occhi chiari del padre, un piumino nero troppo grande che le dava l’aria di una bambina travestita da adulta. Era minuta, con un viso acqua e sapone senza un filo di trucco e le unghie mangiate fino alla carne, un vizio che Livia aveva cercato di toglierle per tutta l’infanzia. Si era diplomata a luglio con cento e lode e da ottobre frequentava il primo anno di giurisprudenza alla Statale, come la madre.
«Mamma, che profumo. Ciao papà.»
Gli diede un bacio sulla guancia, passando, senza fermarsi. Poi si fermò. Tornò indietro di un passo e lo guardò.
«Papà. Ho letto la notizia sul telefono. Quella dottoressa. Era del tuo reparto?»
«Sì.»
«Oddio. Mi dispiace.» Lo abbracciò di slancio, goffamente, da sopra la spalla. «La conoscevi bene?»
«Era una collega.»
Giulia annuì, gli diede un altro bacio sulla tempia e corse in camera a cambiarsi. Dal corridoio, prima che la porta si chiudesse, si sentì la vibrazione del suo telefono.
Tommaso arrivò alle otto e venti. Lo sentirono prima ancora di vederlo: la porta d’ingresso chiusa troppo forte, le chiavi buttate nella ciotola di ceramica dell’ingresso, i passi pesanti nel corridoio. Ventun anni, alto quasi quanto il padre, le spalle larghe da canottiere che non aveva più tempo di essere. Aveva i capelli scuri e mossi dei Sormani, la barba di tre giorni, il Barbour verde oliva: il bravo ragazzo che le madri delle compagne di liceo avevano sempre adorato. Era al terzo anno di medicina, e da settembre faceva il tirocinio in medicina interna al San Fedele, due piani sotto la chirurgia del padre. In famiglia lo chiamavano il secondo professore, e lui fingeva di trovarlo divertente.
Entrò in cucina con la giacca ancora addosso e il telefono in mano.
«L’avete sentito?»
«Ciao, Tommi» disse Livia, senza voltarsi.
«Ciao, mamma. Papà. L’avete sentito, della Vichi?»
«Lo sappiamo» disse Alessandro.
Tommaso rimase in piedi in mezzo alla cucina. Aveva la faccia tirata, gli occhi un po’ troppo lucidi, e una macchia rossa sul collo, sopra il colletto della camicia, come gli succedeva da bambino quando era agitato. Tirò su col naso, due volte. Aveva le pupille troppo larghe per la luce della cucina. Guardò il padre a lungo.
«In ospedale non si parlava d’altro. Dicono che l’hanno…» Si interruppe. «Dicono un sacco di cose.»
«In ospedale si dicono sempre un sacco di cose» disse Livia piano, guardando il marito. «Ti togli la giacca, Tommi? Tra poco è pronto.»
Il telefono gli vibrò in mano. Tommaso guardò lo schermo, e qualcosa nella sua faccia si chiuse.
«Scusate. Un attimo.»
Uscì sul terrazzo, chiudendosi la portafinestra alle spalle. Dalla cucina lo videro camminare avanti e indietro tra i vasi di limoni coperti dal tessuto bianco per l’inverno, il telefono all’orecchio, la mano libera che si passava continuamente tra i capelli. Parlava a voce bassa, ma a un certo punto alzò il tono, e attraverso il vetro arrivò una parola sola, smorzata, che poteva essere domani o nessuno.
Livia lo osservò per qualche secondo da dietro i fornelli. Poi tornò al risotto.
Quando Tommaso rientrò, aveva il volto di nuovo composto.
«Un compagno di corso. Per gli appunti.»
Nessuno gli chiese niente.
Cenarono in sala da pranzo, al tavolo grande di noce, sotto il lampadario di Murano che Livia aveva ereditato dalla madre. Il televisore del soggiorno, oltre l’arco, era rimasto acceso senza audio: le immagini del telegiornale nazionale scorrevano mute, i volti dei politici, una partita di calcio, una nevicata in Trentino.
Livia aveva apparecchiato con le tovagliette di lino e i bicchieri buoni, come ogni sera. Era una delle sue regole: la cena era l’unico momento in cui la famiglia stava insieme, e si faceva come si deve.
Per qualche minuto si sentì solo il rumore delle posate.
«È buonissimo, mamma» disse Giulia.
Livia non rispose. Guardava il marito, che mangiava in silenzio. Dopo qualche boccone, senza alzare gli occhi, lui disse:
«Il sale.»
Livia gli passò la saliera prima ancora che finisse la parola.
Giulia teneva il telefono appoggiato a faccia in giù accanto al piatto, e ogni tanto lo sfiorava con le dita, come per assicurarsi che ci fosse ancora. A un certo punto vibrò. Lei lo girò, lesse, e sorrise: un sorriso piccolo, privato, che le scaldò la faccia per un attimo. Poi lo rimise giù, a faccia in giù.
«Chi è?» chiese Alessandro.
«Bea. Del corso di diritto privato. Mi chiede se domani studiamo insieme.»
«Al telefono a tavola, Giulia.»
«Scusa, papà.»
Giulia infilò il telefono nella tasca posteriore dei jeans. Il sorriso le rimase ancora un po’ agli angoli della bocca.
Rosalie, che girava intorno al tavolo con la caraffa dell’acqua, si fermò un attimo dietro la sua sedia. Al polso di Giulia, sotto la manica della felpa grigia della Statale, brillava un bracciale d’oro sottile con le piccole viti incise. Un Love di Cartier. Rosalie lo guardò, riempì il bicchiere e passò oltre.
Dall’altra parte del tavolo, anche Livia lo aveva visto. Non disse niente.
Tommaso mangiava poco. Spingeva il riso da una parte all’altra del piatto con la forchetta. Due volte alzò gli occhi verso il padre e due volte li riabbassò.
Quando allungò il braccio per prendere il pane, la manica della camicia scivolò indietro e scoprì un orologio che Alessandro non gli aveva mai visto: un Omega Speedmaster, nuovo, il cinturino d’acciaio ancora lucido di negozio.
«Quello è nuovo.»
«È di un amico. Me l’ha prestato.»
«Un amico generoso.»
«Un amico» ripeté Tommaso, e si tirò giù la manica.
«Papà» disse alla fine. «Domani ti sentono?»
Alessandro posò il bicchiere.
«Chi te l’ha detto?»
«Lo sa tutto l’ospedale. Che la polizia sentirà tutti quelli del reparto. E te per primo.»
Livia guardò il marito, come per chiedergli il permesso di rispondere. Lui non disse niente. «È una formalità» disse lei allora, piano. «Tuo padre era il suo primario. Lo sentiranno come sentiranno gli altri.»
«Lo so che è una formalità. Chiedevo solo.»
«Allora mangia, tesoro.» Livia gli versò dell’acqua nel bicchiere senza che lui l’avesse chiesta. «Sei pallido.»
In quel momento, nel soggiorno, sullo schermo muto del televisore comparve una facciata che tutti e quattro riconobbero: un palazzo signorile, un portone di legno scuro, un nastro bianco e rosso della polizia teso davanti all’ingresso, una volante con il lampeggiante acceso. In sovrimpressione, una scritta bianca su fondo blu: Milano, medico trovato morto in casa. La Procura indaga per omicidio.
Tommaso lasciò cadere la forchetta. Il rumore del metallo contro la porcellana fu fortissimo nella stanza silenziosa.
«Scusate» disse. Si chinò a raccoglierla, anche se non era caduta per terra.
Giulia guardava lo schermo con la bocca socchiusa.
«È lì che abitava? È vicinissimo a qui. In via Solferino ci vado a fare colazione con Bea.»
Sullo schermo, per un secondo, comparve una fotografia: Elena in camice, sorridente, probabilmente presa dal sito dell’ospedale. Poi l’inquadratura tornò al portone, alla volante, al nastro.
Alessandro non guardava il televisore. Guardava il bicchiere di vino che aveva davanti, pieno fino a metà.
«Spegni» disse Alessandro, senza alzare la voce. Livia si alzò subito, andò nel soggiorno, prese il telecomando e spense il televisore. Lo schermo diventò nero, e nel nero si rifletté per un istante tutta la tavola: la famiglia, il lampadario, le luci basse.
Tornò a sedersi senza dire niente. Per un po’ nessuno parlò. Poi fu lei, con la voce gentile di chi rimette a posto una stanza dopo una lite, a rompere il silenzio: «Giulia, raccontaci dell’esame di diritto costituzionale. Quando hai detto che lo dai?»
Giulia esitò, poi rispose. E la cena continuò, lenta, regolare, come doveva continuare.
Alessandro, dall’altro capo del tavolo, vide che Tommaso lo stava fissando. Non distolse gli occhi. Fu il figlio a farlo per primo.
Quella notte dormì nel letto matrimoniale.
Livia era già sotto le coperte quando lui uscì dal bagno, la lampada del suo comodino accesa, un fascicolo dello studio aperto sulle ginocchia, gli occhiali da lettura sulla punta del naso. Leggeva con una matita in mano, sottolineando qua e là. Lui si stese dalla sua parte, sulla schiena, le mani incrociate sul petto. Il soffitto era alto, con le cornici di stucco, e nella penombra sembrava più lontano del solito.
Per un po’ si sentì solo il fruscio delle pagine.
Poi Livia chiuse il fascicolo, lo posò sul comodino, si tolse gli occhiali e li ripiegò con cura.
«Com’è andato il consiglio di dipartimento?» chiese, con la voce piccola di chi ha paura di disturbare. «Ieri sera.»
Alessandro non si mosse.
«Lungo. Inutile.»
«Come sempre» disse Livia.
Allungò la mano e spense la lampada.
Nel buio, Alessandro la sentì sistemarsi sul fianco, dandogli le spalle, il cuscino che si assestava, il respiro che rallentava a poco a poco. Restò immobile ad ascoltarlo finché non diventò lento e regolare.
Non dormì.
Contò le ore con i rintocchi lontani di un campanile che non aveva mai sentito, in tanti anni, e che quella notte sentiva benissimo. L’una. Le due. Ogni volta che chiudeva gli occhi gli tornava davanti la sala riunioni con la sedia vuota. Il nome di lei proiettato sul muro, in caratteri neri. La spunta grigia.
Verso le due e mezza si alzò, piano, senza accendere la luce. Attraversò il corridoio a piedi nudi sul parquet freddo. All’ingresso, il cappotto era appeso dove l’aveva lasciato. Mise la mano in tasca e trovò il pacchetto schiacciato, l’accendino rosa.
Uscì sul terrazzo. L’aria di novembre gli entrò sotto il pigiama come acqua gelata. La città sotto di lui era un mare di tetti e di luci arancioni sciolte nella nebbia; più in là, verso nord, verso Brera, il buio era identico, indistinguibile. Si accese una sigaretta. L’accendino funzionò al primo colpo.
Fumò lentamente, appoggiato alla balaustra, tra i limoni impacchettati nel tessuto bianco come piccoli corpi coperti. Non pianse. Guardava la nebbia verso nord e basta.
Quando ebbe finito, spense il mozzicone nel sottovaso di un limone, lo raccolse, lo avvolse in un fazzoletto di carta. Rimise il pacchetto nella tasca del cappotto, all’ingresso, esattamente dove l’aveva trovato.
Tornò in camera. Si stese di nuovo sul suo lato del letto, sulla schiena, voltato verso la finestra, verso il filo di luce grigia che passava tra le tende.
Accanto a lui, Livia respirava piano, regolare, girata dall’altra parte.
Alessandro le dava le spalle. Non vide che aveva gli occhi aperti.
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