Il culo di Sabrina
scritto il 2026-11-08 tempo di lettura 6 min
di
samas2
genere
Feticismo, Tradimenti
cura
A+
Max è a Bologna per lavoro. Torna stasera tardi. Vieni.
Tre frasi, e l'ultima non era una domanda. Giorgio la lesse in ufficio, si inventò una commissione e non si sentì in colpa abbastanza da rallentare.
La villetta di Sabrina era l'ultima di cinque case a schiera color pastello, in una strada di periferia dove il silenzio del pomeriggio faceva risaltare ogni rumore. I vicini erano al lavoro, le persiane socchiuse, ma i muri in comune sembravano ascoltare.
Lei gli aprì scalza, con addosso solo una camicia da uomo, azzurra e sbottonata. I ricci le incorniciavano il viso, il tessuto le scivolava sul seno e ricadeva sulle cosce.
— Sono due settimane che ci penso — disse. — Non ho intenzione di essere gentile.
Lo spinse contro la porta e lo baciò con una violenza che lui non le conosceva. Le mani di Giorgio trovarono la pelle nuda sotto la camicia. Non c'era nient'altro.
— Te l'avevo detto — rise lei contro la sua bocca.
Lo trascinò in camera tirandolo per la cintura. Lo spogliò con una fretta quasi comica e si inginocchiò ai piedi del letto, guardandolo dal basso. A ogni suo sussulto rallentava e sorrideva.
— Ti piace?
— Mi stai facendo impazzire.
— Bene. Ma non ancora. Prima tocca a me.
Si buttò sulla schiena e lo attirò a sé per i capelli. Lui la cercò con la bocca, piano e poi con più fame, finché sentì le sue cosce stringersi e un grido spegnersi contro il muro del vicino.
— Non fermarti.
Non si fermò. Il secondo arrivò più lungo, con le unghie nelle sue spalle. Poi lei lo tirò su, lo fece sdraiare e gli salì sopra. Rimase ferma un istante, a godersi la pienezza, poi si chinò a morderlo sul labbro.
— Voglio una cosa che non ho mai dato a nessuno.
— Dimmi.
— Il culo. Ma piano. E se ti dico basta…
— Mi fermo.
— Lo so. Per questo lo chiedo a te.
Si mise a quattro zampe, il viso nel cuscino.
— Non guardarmi così. Mi fai vergognare.
— Ti vergogni?
— Un po'. E mi piace da morire.
Lui le baciò le reni, poi le natiche, e lei rise e gemette insieme. Fu paziente: andò avanti con la bocca e con le dita finché la sentì cedere un poco alla volta, e le chiese più volte se andava bene. Sabrina rispondeva a monosillabi, poi nemmeno quelli. Quando infine prese il tubetto dal comodino e glielo porse, il gel era freddo e lei sussultò.
Quando entrò, lentamente, lei si irrigidì.
— Aspetta.
Giorgio si fermò. Contò i suoi respiri, una mano sul fianco, la bocca tra le scapole.
— Adesso — disse Sabrina. — Muoviti.
Fu un'altra cosa: stretta, calda, quasi spaventosa. Lei si spinse indietro da sola, prima appena, poi con decisione, e la sua voce cambiò, diventò sporca e liberata. Lui le avvolse i capelli attorno alla mano e perse ogni controllo. Lei venne per prima, con un urlo spezzato, e quel tremito lo trascinò con sé.
Crollarono di lato, ansimando. Fuori era diventato blu. Da qualche parte, oltre il muro, una porta di garage si aprì e si richiuse.
— Non dire niente — sussurrò Sabrina, ancora scossa.
— Non dico niente.
— Neanche con gli occhi.
Lo baciò, e sapeva ancora di lui.
Restarono a lungo in silenzio. Poi lei si alzò, cercò la camicia, la infilò e restò con le mani sui bottoni, come se avesse dimenticato il gesto successivo.
— Tra poco chiama — disse, e non intendeva soltanto Max. Intendeva la vita.
Giorgio si rivestì in fretta. Il pudore tornò a sedersi tra loro come un ospite educato, arrivato troppo presto. In cucina bevvero un bicchiere d'acqua in piedi, senza guardarsi.
— Non mi pento — disse lei a un tratto. — Ho paura di non pentirmi abbastanza.
Sulla porta gli sistemò il colletto, come si fa con un figlio, o con un marito.
— È stato un pomeriggio. Soltanto un pomeriggio.
— Lo so.
Giorgio uscì nella nebbia e, a metà della via, si accorse di avere ancora il suo sapore sulle labbra, e di non volerlo togliere.
Dentro, Sabrina rifece il letto, aprì la finestra per far uscire l'odore e rimise la camicia nel cesto. Alle nove il telefono vibrò.
— Ciao amore. Tutto bene a casa?
— Tutto bene — rispose. — Una giornata come le altre.
* * *
Tre settimane dopo, il tavolo era quello di sempre: otto persone, la tovaglia a quadri di Elena, il vino che Max portava e nessuno osava criticare.
Giorgio arrivò per ultimo, strinse la mano a Max, che gli diede una pacca sulla spalla, e si sedette di fronte a Sabrina. Il caso, o forse Elena, che i posti li assegnava con una certa fantasia.
— Allora, com'è andata a Bologna? — chiese qualcuno.
— Intensa — disse Max. — Non vedevo l'ora che finisse.
Risero. Sabrina tagliò il pane con calma. Aveva i capelli raccolti e un maglione a collo alto, di quelli che non lasciano vedere niente. Giorgio sapeva esattamente cosa nascondeva.
Alzò gli occhi, e lei li lasciò nei suoi, senza sorridere, per un secondo che nessuno al tavolo avrebbe saputo misurare. Poi li abbassò sul bicchiere.
Più tardi Max si alzò per il vino e, passando, le posò una mano sulla spalla. Lei gli sfiorò il polso, un gesto antico, domestico, e intanto guardava Giorgio. Lui fissò il piatto e sentì qualcosa che non era gelosia e non era colpa, ma somigliava a entrambe.
— Ci vorrebbe un pomeriggio libero — disse Sabrina, versandosi l'acqua.
— Esatto — annuì Max. — Un pomeriggio, ogni tanto, serve a tutti.
— Sì — disse Giorgio. — Serve a tutti.
Fu allora che sentì la punta di una scarpa sfiorare la sua, sotto la tovaglia. Lieve, quasi un errore. Poi salì sulla caviglia e si fermò, come una domanda.
Giorgio non si ritrasse. Scese con la mano, mentre con l'altra reggeva il bicchiere e annuiva a Elena, che raccontava di un ginocchio. Trovò il piede di Sabrina, ormai sfilato dalla scarpa, caldo attraverso la calza, e lo strinse. Il pollice premette sull'arco, lento.
Sabrina non cambiò espressione. Solo il respiro si fermò un istante, e le dita del piede si piegarono nel suo palmo, una volta, come un sì.
Rimasero così il tempo di una frase, di una risata, di un brindisi a cui entrambi si unirono con un secondo di ritardo. Poi la mano di lui la lasciò andare, e il piede scivolò via, cercando la scarpa.
— Mi passi il pane? — disse Sabrina, con la voce perfettamente a posto.
Giorgio lo passò. Per il resto della cena tenne la mano destra vicino al piatto, e ogni volta che sollevava il bicchiere sentiva sulle dita ciò che era rimasto: l'odore di nylon caldo e di pelle, quasi niente.
Sulla porta, a fine serata, Max gli strinse la mano.
— Ci vediamo presto, eh.
— Presto.
Oltre la spalla del marito, Sabrina aveva già il cappotto addosso. Si passò appena la lingua sulle labbra, quasi per sbaglio, e si voltò.
In macchina, al buio, Giorgio portò la mano al viso e respirò a lungo, prima di girare la chiave.
Nessuno degli altri poteva capire.
Tre frasi, e l'ultima non era una domanda. Giorgio la lesse in ufficio, si inventò una commissione e non si sentì in colpa abbastanza da rallentare.
La villetta di Sabrina era l'ultima di cinque case a schiera color pastello, in una strada di periferia dove il silenzio del pomeriggio faceva risaltare ogni rumore. I vicini erano al lavoro, le persiane socchiuse, ma i muri in comune sembravano ascoltare.
Lei gli aprì scalza, con addosso solo una camicia da uomo, azzurra e sbottonata. I ricci le incorniciavano il viso, il tessuto le scivolava sul seno e ricadeva sulle cosce.
— Sono due settimane che ci penso — disse. — Non ho intenzione di essere gentile.
Lo spinse contro la porta e lo baciò con una violenza che lui non le conosceva. Le mani di Giorgio trovarono la pelle nuda sotto la camicia. Non c'era nient'altro.
— Te l'avevo detto — rise lei contro la sua bocca.
Lo trascinò in camera tirandolo per la cintura. Lo spogliò con una fretta quasi comica e si inginocchiò ai piedi del letto, guardandolo dal basso. A ogni suo sussulto rallentava e sorrideva.
— Ti piace?
— Mi stai facendo impazzire.
— Bene. Ma non ancora. Prima tocca a me.
Si buttò sulla schiena e lo attirò a sé per i capelli. Lui la cercò con la bocca, piano e poi con più fame, finché sentì le sue cosce stringersi e un grido spegnersi contro il muro del vicino.
— Non fermarti.
Non si fermò. Il secondo arrivò più lungo, con le unghie nelle sue spalle. Poi lei lo tirò su, lo fece sdraiare e gli salì sopra. Rimase ferma un istante, a godersi la pienezza, poi si chinò a morderlo sul labbro.
— Voglio una cosa che non ho mai dato a nessuno.
— Dimmi.
— Il culo. Ma piano. E se ti dico basta…
— Mi fermo.
— Lo so. Per questo lo chiedo a te.
Si mise a quattro zampe, il viso nel cuscino.
— Non guardarmi così. Mi fai vergognare.
— Ti vergogni?
— Un po'. E mi piace da morire.
Lui le baciò le reni, poi le natiche, e lei rise e gemette insieme. Fu paziente: andò avanti con la bocca e con le dita finché la sentì cedere un poco alla volta, e le chiese più volte se andava bene. Sabrina rispondeva a monosillabi, poi nemmeno quelli. Quando infine prese il tubetto dal comodino e glielo porse, il gel era freddo e lei sussultò.
Quando entrò, lentamente, lei si irrigidì.
— Aspetta.
Giorgio si fermò. Contò i suoi respiri, una mano sul fianco, la bocca tra le scapole.
— Adesso — disse Sabrina. — Muoviti.
Fu un'altra cosa: stretta, calda, quasi spaventosa. Lei si spinse indietro da sola, prima appena, poi con decisione, e la sua voce cambiò, diventò sporca e liberata. Lui le avvolse i capelli attorno alla mano e perse ogni controllo. Lei venne per prima, con un urlo spezzato, e quel tremito lo trascinò con sé.
Crollarono di lato, ansimando. Fuori era diventato blu. Da qualche parte, oltre il muro, una porta di garage si aprì e si richiuse.
— Non dire niente — sussurrò Sabrina, ancora scossa.
— Non dico niente.
— Neanche con gli occhi.
Lo baciò, e sapeva ancora di lui.
Restarono a lungo in silenzio. Poi lei si alzò, cercò la camicia, la infilò e restò con le mani sui bottoni, come se avesse dimenticato il gesto successivo.
— Tra poco chiama — disse, e non intendeva soltanto Max. Intendeva la vita.
Giorgio si rivestì in fretta. Il pudore tornò a sedersi tra loro come un ospite educato, arrivato troppo presto. In cucina bevvero un bicchiere d'acqua in piedi, senza guardarsi.
— Non mi pento — disse lei a un tratto. — Ho paura di non pentirmi abbastanza.
Sulla porta gli sistemò il colletto, come si fa con un figlio, o con un marito.
— È stato un pomeriggio. Soltanto un pomeriggio.
— Lo so.
Giorgio uscì nella nebbia e, a metà della via, si accorse di avere ancora il suo sapore sulle labbra, e di non volerlo togliere.
Dentro, Sabrina rifece il letto, aprì la finestra per far uscire l'odore e rimise la camicia nel cesto. Alle nove il telefono vibrò.
— Ciao amore. Tutto bene a casa?
— Tutto bene — rispose. — Una giornata come le altre.
* * *
Tre settimane dopo, il tavolo era quello di sempre: otto persone, la tovaglia a quadri di Elena, il vino che Max portava e nessuno osava criticare.
Giorgio arrivò per ultimo, strinse la mano a Max, che gli diede una pacca sulla spalla, e si sedette di fronte a Sabrina. Il caso, o forse Elena, che i posti li assegnava con una certa fantasia.
— Allora, com'è andata a Bologna? — chiese qualcuno.
— Intensa — disse Max. — Non vedevo l'ora che finisse.
Risero. Sabrina tagliò il pane con calma. Aveva i capelli raccolti e un maglione a collo alto, di quelli che non lasciano vedere niente. Giorgio sapeva esattamente cosa nascondeva.
Alzò gli occhi, e lei li lasciò nei suoi, senza sorridere, per un secondo che nessuno al tavolo avrebbe saputo misurare. Poi li abbassò sul bicchiere.
Più tardi Max si alzò per il vino e, passando, le posò una mano sulla spalla. Lei gli sfiorò il polso, un gesto antico, domestico, e intanto guardava Giorgio. Lui fissò il piatto e sentì qualcosa che non era gelosia e non era colpa, ma somigliava a entrambe.
— Ci vorrebbe un pomeriggio libero — disse Sabrina, versandosi l'acqua.
— Esatto — annuì Max. — Un pomeriggio, ogni tanto, serve a tutti.
— Sì — disse Giorgio. — Serve a tutti.
Fu allora che sentì la punta di una scarpa sfiorare la sua, sotto la tovaglia. Lieve, quasi un errore. Poi salì sulla caviglia e si fermò, come una domanda.
Giorgio non si ritrasse. Scese con la mano, mentre con l'altra reggeva il bicchiere e annuiva a Elena, che raccontava di un ginocchio. Trovò il piede di Sabrina, ormai sfilato dalla scarpa, caldo attraverso la calza, e lo strinse. Il pollice premette sull'arco, lento.
Sabrina non cambiò espressione. Solo il respiro si fermò un istante, e le dita del piede si piegarono nel suo palmo, una volta, come un sì.
Rimasero così il tempo di una frase, di una risata, di un brindisi a cui entrambi si unirono con un secondo di ritardo. Poi la mano di lui la lasciò andare, e il piede scivolò via, cercando la scarpa.
— Mi passi il pane? — disse Sabrina, con la voce perfettamente a posto.
Giorgio lo passò. Per il resto della cena tenne la mano destra vicino al piatto, e ogni volta che sollevava il bicchiere sentiva sulle dita ciò che era rimasto: l'odore di nylon caldo e di pelle, quasi niente.
Sulla porta, a fine serata, Max gli strinse la mano.
— Ci vediamo presto, eh.
— Presto.
Oltre la spalla del marito, Sabrina aveva già il cappotto addosso. Si passò appena la lingua sulle labbra, quasi per sbaglio, e si voltò.
In macchina, al buio, Giorgio portò la mano al viso e respirò a lungo, prima di girare la chiave.
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