La Nipote puttanella
scritto il 2026-11-07 tempo di lettura 8 min
di
Angelo B
genere
Incesti
cura
A+
Sale sulla pelle, pioggia sui tetti
---
Nicole giace ancora sul letto della stanza d'albergo quando sussurra «Zio» nella luce grigia dell'alba. Fuori piove sul borgo, dentro lui la possiede di nuovo: la fame nei suoi occhi neri non chiede permesso, e la pioggia non copre i gemiti.
---
La luce dell'alba si era fatta più decisa, tagliando le persiane in strisce dorate che si stendevano sul lenzuolo aggrovigliato. Lui era ancora sopra di lei, il peso del corpo parzialmente scaricato sul gomito sinistro, il respiro che le sfiorava la nuca a intervalli lenti e regolari. Nicole giaceva a faccia in giù, le braccia abbandonate lungo i fianchi, i capelli neri sparsi sul cuscino come alghe su una spiaggia. La pelle delle sue spalle conservava il sapore del sale, e lui lo sentiva sulle labbra mentre le baciava la base del collo, ancora una volta, senza urgenza.
Il condizionatore ronzava con la sua nota costante. Fuori, il cielo si stava colorando di un grigio perla che preannunciava pioggia. Nicole emise un suono basso, qualcosa tra un sospiro e un mugolio, e girò la testa di lato. I suoi occhi scuri erano aperti, mezzi velati, e lo guardarono da sopra la spalla con un'espressione che non chiedeva nulla e non offriva nulla — era semplicemente lì, presente, abbandonata.
Lui si sollevò lentamente, scivolando fuori da lei con un movimento che la fece sussultare. Il suo cazzo, ancora mezzo duro, uscì dal suo culo con un suono umido e morbido. Nicole chiuse gli occhi un istante, le labbra che si schiudevano in un respiro più profondo. Lui si mise a sedere sul bordo del letto, i piedi nudi contro il pavimento fresco della stanza d'albergo, e si passò una mano sul viso.
Si alzò. Andò verso la finestra e aprì le persiane del tutto. Il cielo era una lastra di piombo basso sulle colline lontane, e una nebbia sottile si stava alzando dai tetti del borgo sottostante, strisciando lungo i comignoli come fumo freddo. L'aria che entrò era umida, densa, e portava con sé un odore di terra bagnata e foglie marce. Nicole si girò sulla schiena, il lenzuolo di seta che scivolava fino a scoprirle il ventre e il pube, e lo guardò stagliarsi contro la luce grigia della finestra.
«Zio.» La parola uscì roca, ancora impastata di sonno e di tutto quello che avevano fatto. Lui non si voltò subito. Rimase a guardare la nebbia che saliva lungo i colli, i tetti di terracotta che si scurivano sotto il piovigginare che cominciava a picchiare sulle tegole. Poi si girò verso di lei.
Nicole si era messa a sedere, le ginocchia piegate, le braccia attorno alle gambe. I suoi piccoli seni erano ancora arrossati dai morsi e dalle mani di lui, i capezzoli scuri tesi. Lo guardava con quella fame che lui aveva imparato a riconoscere — non la fame di una ragazza di vent'anni che scopre il sesso, ma qualcosa di più preciso, più affilato, la fame di chi ha trovato il proprio posto e non vuole lasciarlo.
«Vieni qui,» disse lui. Non era una domanda.
Nicole scivolò giù dal letto e camminò verso di lui. I suoi passi erano nudi sul pavimento, leggeri, e il suo corpo si muoveva con una naturalezza che non aveva più nulla di timido. Quando gli fu davanti, lui le prese il mento tra il pollice e l'indice e le sollevò il viso. La guardò negli occhi — quegli occhi neri che non abbassavano mai lo sguardo, nemmeno quando lui la chiamava troia o puttanella — e la baciò. Lentamente, con la lingua che le esplorava la bocca assaporando il residuo di se stesso e di lei, un sapore salato e metallico che li univa.
Lei gli posò le mani sul petto, le dita che gli sfioravano i peli e i muscoli tesi. Lui le fece scivolare la mano dal mento alla nuca, stringendo una manciata dei suoi capelli neri, e la tirò indietro appena per guardarla.
«Sei bagnata?» chiese.
Nicole non rispose con le parole. Prese la sua mano libera, quella che non le teneva i capelli, e se la portò tra le gambe. Lui trovò la sua figa con le dita — calda, gonfia, fradicia. Le labbra erano ancora aperte, tumefatte dalla scopata di prima, e quando le infilò due dita dentro, Nicole emise un gemito basso e si appoggiò a lui, la fronte contro il suo petto.
«La mia puttanella è sempre pronta,» mormorò lui, muovendo le dita dentro di lei con una lentezza deliberata. Il suo pollice trovò il clitoride e lo sfregò in cerchi lenti, sentendolo indurirsi sotto il tocco.
«Sempre,» confermò Nicole, la voce che vibrava contro il suo petto. «La mia figa è tua. Non si asciuga mai per te.»
Lui la spinse dolcemente indietro finché lei non urtò il muro accanto alla finestra. La luce grigia del mattino piovoso le cadeva addosso, delineando ogni curva del suo corpo — i fianchi stretti, il ventre piatto, la linea scura del pube. Lui si inginocchiò davanti a lei. Nicole lo guardò dall'alto, le labbra dischiuse, il respiro che si faceva più corto.
Le aprì le cosce con le mani e si chinò in avanti. La sua lingua trovò la fessura della sua figa e la percorse dal basso verso l'alto, lentamente, raccogliendo il suo sapore — acre, dolce, muschiato. Nicole gemette e gli afferrò i capelli con entrambe le mani, stringendo. Lui leccò più a fondo, spingendo la lingua dentro di lei, poi risalì al clitoride e lo succhiò tra le labbra.
«Zio...» Il gemito di Nicole era alto, rotto. Le sue unghie gli graffiavano il cuoio capelluto. Lui continuò a succhiarle il clitoride mentre le infilava due dita dentro, muovendole a uncino contro la parete anteriore della sua vagina, trovando quel punto ruvido che la faceva tremare.
Nicole inarcò la schiena contro il muro. I suoi fianchi si mossero da soli, scopandogli la faccia con movimenti corti e disperati. Lui non si fermò — aumentò il ritmo delle dita, la lingua che batteva sul clitoride con una rapidità precisa e brutale. I muscoli delle cosce di Nicole tremavano, e i suoi gemiti diventavano sempre più acuti, sempre più frammentati.
«Cazzo, zio, sto per...» Non finì la frase. Il suo corpo si tese, le cosce si strinsero attorno alla testa di lui, e venne con un grido strozzato che rimbalzò contro il muro. La sua figa si contrasse attorno alle sue dita in spasmi rapidi e forti, e lui sentì un fiotto caldo di liquido bagnarle la mano e il mento. Nicole rabbrividì, le ginocchia che cedevano, e lui la sostenne con il braccio libero mentre continuava a leccarla più piano, facendola godere fino all'ultimo fremito.
Quando si rialzò, Nicole era appoggiata al muro, gli occhi chiusi, il respiro affannoso. Lui le baciò la bocca, e lei gli leccò le labbra, assaporando se stessa dalla sua lingua. Fuori, la pioggia si era intensificata, e batteva contro la finestra con un suono di ghiaia gettata contro il vetro. La nebbia aveva inghiottito le colline.
«In ginocchio,» disse lui.
Nicole aprì gli occhi e lo guardò. Poi scivolò lungo il muro fino a trovarsi in ginocchio davanti a lui, il viso all'altezza del suo cazzo, che era di nuovo completamente duro, la punta turgida e lucida. Lei lo prese in mano senza esitazione, lo guardò per un momento con un'espressione di adorazione vorace, e lo prese in bocca. Lui le afferrò i capelli e iniziò a muovere i fianchi, scopandole la bocca con colpi lenti ma profondi, sentendo la sua lingua lavorare la parte inferiore del glande mentre la gola si apriva per accoglierlo.
«La tua bocca è il mio buco preferito,» ringhiò lui, spingendo più a fondo. Nicole emise un suono soffocato e deglutì attorno a lui, gli occhi che lacrimavano leggermente ma senza mai staccarsi dai suoi. Lui continuò a scoparle la faccia, ogni spinta più profonda della precedente, finché non si fermò sull'orlo dell'orgasmo e si ritrasse, il cazzo che pulsava all'aria fredda della stanza.
«Non ancora,» disse, ansimando. «Voglio venirti nel culo.»
Nicole si asciugò la bocca con il dorso della mano e si voltò, mettendosi a quattro zampe sul pavimento, la schiena inarcata, il culo sollevato verso di lui. Lui la guardò — il buco del suo ano era ancora leggermente aperto dalla notte prima, rosso, invitante — e si inginocchiò dietro di lei. Sputò sulla mano e si unse il cazzo, poi le premette la punta contro l'ingresso.
«Sfondami, zio,» sussurrò Nicole, e lui spinse.
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Nicole giace ancora sul letto della stanza d'albergo quando sussurra «Zio» nella luce grigia dell'alba. Fuori piove sul borgo, dentro lui la possiede di nuovo: la fame nei suoi occhi neri non chiede permesso, e la pioggia non copre i gemiti.
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La luce dell'alba si era fatta più decisa, tagliando le persiane in strisce dorate che si stendevano sul lenzuolo aggrovigliato. Lui era ancora sopra di lei, il peso del corpo parzialmente scaricato sul gomito sinistro, il respiro che le sfiorava la nuca a intervalli lenti e regolari. Nicole giaceva a faccia in giù, le braccia abbandonate lungo i fianchi, i capelli neri sparsi sul cuscino come alghe su una spiaggia. La pelle delle sue spalle conservava il sapore del sale, e lui lo sentiva sulle labbra mentre le baciava la base del collo, ancora una volta, senza urgenza.
Il condizionatore ronzava con la sua nota costante. Fuori, il cielo si stava colorando di un grigio perla che preannunciava pioggia. Nicole emise un suono basso, qualcosa tra un sospiro e un mugolio, e girò la testa di lato. I suoi occhi scuri erano aperti, mezzi velati, e lo guardarono da sopra la spalla con un'espressione che non chiedeva nulla e non offriva nulla — era semplicemente lì, presente, abbandonata.
Lui si sollevò lentamente, scivolando fuori da lei con un movimento che la fece sussultare. Il suo cazzo, ancora mezzo duro, uscì dal suo culo con un suono umido e morbido. Nicole chiuse gli occhi un istante, le labbra che si schiudevano in un respiro più profondo. Lui si mise a sedere sul bordo del letto, i piedi nudi contro il pavimento fresco della stanza d'albergo, e si passò una mano sul viso.
Si alzò. Andò verso la finestra e aprì le persiane del tutto. Il cielo era una lastra di piombo basso sulle colline lontane, e una nebbia sottile si stava alzando dai tetti del borgo sottostante, strisciando lungo i comignoli come fumo freddo. L'aria che entrò era umida, densa, e portava con sé un odore di terra bagnata e foglie marce. Nicole si girò sulla schiena, il lenzuolo di seta che scivolava fino a scoprirle il ventre e il pube, e lo guardò stagliarsi contro la luce grigia della finestra.
«Zio.» La parola uscì roca, ancora impastata di sonno e di tutto quello che avevano fatto. Lui non si voltò subito. Rimase a guardare la nebbia che saliva lungo i colli, i tetti di terracotta che si scurivano sotto il piovigginare che cominciava a picchiare sulle tegole. Poi si girò verso di lei.
Nicole si era messa a sedere, le ginocchia piegate, le braccia attorno alle gambe. I suoi piccoli seni erano ancora arrossati dai morsi e dalle mani di lui, i capezzoli scuri tesi. Lo guardava con quella fame che lui aveva imparato a riconoscere — non la fame di una ragazza di vent'anni che scopre il sesso, ma qualcosa di più preciso, più affilato, la fame di chi ha trovato il proprio posto e non vuole lasciarlo.
«Vieni qui,» disse lui. Non era una domanda.
Nicole scivolò giù dal letto e camminò verso di lui. I suoi passi erano nudi sul pavimento, leggeri, e il suo corpo si muoveva con una naturalezza che non aveva più nulla di timido. Quando gli fu davanti, lui le prese il mento tra il pollice e l'indice e le sollevò il viso. La guardò negli occhi — quegli occhi neri che non abbassavano mai lo sguardo, nemmeno quando lui la chiamava troia o puttanella — e la baciò. Lentamente, con la lingua che le esplorava la bocca assaporando il residuo di se stesso e di lei, un sapore salato e metallico che li univa.
Lei gli posò le mani sul petto, le dita che gli sfioravano i peli e i muscoli tesi. Lui le fece scivolare la mano dal mento alla nuca, stringendo una manciata dei suoi capelli neri, e la tirò indietro appena per guardarla.
«Sei bagnata?» chiese.
Nicole non rispose con le parole. Prese la sua mano libera, quella che non le teneva i capelli, e se la portò tra le gambe. Lui trovò la sua figa con le dita — calda, gonfia, fradicia. Le labbra erano ancora aperte, tumefatte dalla scopata di prima, e quando le infilò due dita dentro, Nicole emise un gemito basso e si appoggiò a lui, la fronte contro il suo petto.
«La mia puttanella è sempre pronta,» mormorò lui, muovendo le dita dentro di lei con una lentezza deliberata. Il suo pollice trovò il clitoride e lo sfregò in cerchi lenti, sentendolo indurirsi sotto il tocco.
«Sempre,» confermò Nicole, la voce che vibrava contro il suo petto. «La mia figa è tua. Non si asciuga mai per te.»
Lui la spinse dolcemente indietro finché lei non urtò il muro accanto alla finestra. La luce grigia del mattino piovoso le cadeva addosso, delineando ogni curva del suo corpo — i fianchi stretti, il ventre piatto, la linea scura del pube. Lui si inginocchiò davanti a lei. Nicole lo guardò dall'alto, le labbra dischiuse, il respiro che si faceva più corto.
Le aprì le cosce con le mani e si chinò in avanti. La sua lingua trovò la fessura della sua figa e la percorse dal basso verso l'alto, lentamente, raccogliendo il suo sapore — acre, dolce, muschiato. Nicole gemette e gli afferrò i capelli con entrambe le mani, stringendo. Lui leccò più a fondo, spingendo la lingua dentro di lei, poi risalì al clitoride e lo succhiò tra le labbra.
«Zio...» Il gemito di Nicole era alto, rotto. Le sue unghie gli graffiavano il cuoio capelluto. Lui continuò a succhiarle il clitoride mentre le infilava due dita dentro, muovendole a uncino contro la parete anteriore della sua vagina, trovando quel punto ruvido che la faceva tremare.
Nicole inarcò la schiena contro il muro. I suoi fianchi si mossero da soli, scopandogli la faccia con movimenti corti e disperati. Lui non si fermò — aumentò il ritmo delle dita, la lingua che batteva sul clitoride con una rapidità precisa e brutale. I muscoli delle cosce di Nicole tremavano, e i suoi gemiti diventavano sempre più acuti, sempre più frammentati.
«Cazzo, zio, sto per...» Non finì la frase. Il suo corpo si tese, le cosce si strinsero attorno alla testa di lui, e venne con un grido strozzato che rimbalzò contro il muro. La sua figa si contrasse attorno alle sue dita in spasmi rapidi e forti, e lui sentì un fiotto caldo di liquido bagnarle la mano e il mento. Nicole rabbrividì, le ginocchia che cedevano, e lui la sostenne con il braccio libero mentre continuava a leccarla più piano, facendola godere fino all'ultimo fremito.
Quando si rialzò, Nicole era appoggiata al muro, gli occhi chiusi, il respiro affannoso. Lui le baciò la bocca, e lei gli leccò le labbra, assaporando se stessa dalla sua lingua. Fuori, la pioggia si era intensificata, e batteva contro la finestra con un suono di ghiaia gettata contro il vetro. La nebbia aveva inghiottito le colline.
«In ginocchio,» disse lui.
Nicole aprì gli occhi e lo guardò. Poi scivolò lungo il muro fino a trovarsi in ginocchio davanti a lui, il viso all'altezza del suo cazzo, che era di nuovo completamente duro, la punta turgida e lucida. Lei lo prese in mano senza esitazione, lo guardò per un momento con un'espressione di adorazione vorace, e lo prese in bocca. Lui le afferrò i capelli e iniziò a muovere i fianchi, scopandole la bocca con colpi lenti ma profondi, sentendo la sua lingua lavorare la parte inferiore del glande mentre la gola si apriva per accoglierlo.
«La tua bocca è il mio buco preferito,» ringhiò lui, spingendo più a fondo. Nicole emise un suono soffocato e deglutì attorno a lui, gli occhi che lacrimavano leggermente ma senza mai staccarsi dai suoi. Lui continuò a scoparle la faccia, ogni spinta più profonda della precedente, finché non si fermò sull'orlo dell'orgasmo e si ritrasse, il cazzo che pulsava all'aria fredda della stanza.
«Non ancora,» disse, ansimando. «Voglio venirti nel culo.»
Nicole si asciugò la bocca con il dorso della mano e si voltò, mettendosi a quattro zampe sul pavimento, la schiena inarcata, il culo sollevato verso di lui. Lui la guardò — il buco del suo ano era ancora leggermente aperto dalla notte prima, rosso, invitante — e si inginocchiò dietro di lei. Sputò sulla mano e si unse il cazzo, poi le premette la punta contro l'ingresso.
«Sfondami, zio,» sussurrò Nicole, e lui spinse.
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