Pamela parte 2

scritto il 2026-11-04 tempo di lettura 7 min

di
genere
Prime esperienze, Sentimentali
cura
A

Il peso di un respiro lento
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Dopo l'amplesso, Pamela confessa ad Antonio che il desiderio per lui non si è spento nonostante Marco. Tra lenzuola aggrovigliate e un ritmo lento, i due si riconoscono senza più fingere di non conoscersi.
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Il respiro di Pamela si calma a poco a poco, il battito che le pulsa nel collo rallenta sotto il palmo di Antonio ancora appoggiato lì, tra la clavicola e l'orecchio. Le lenzuola bianche, ora aggrovigliate attorno ai loro corpi, conservano l'impronta dei movimenti di poco prima — il solco dove i suoi talloni hanno scavato, la piega dove il ginocchio di lui ha spinto più a fondo. Antonio rotola su un fianco, trascinandola con sé senza staccare il braccio dal suo fianco. La luce del lampadario del corridoio disegna una striscia obliqua sulla parete color crema, e la tenda si muove appena, portando dentro l'odore del cortile interno — cemento bagnato, lavanda del vicino del terzo piano.

Pamela appoggia la testa nell'incavo della sua spalla. I capelli neri, umidi alle tempie, si appiccicano al petto villoso di Antonio. Lui passa le dita — quelle mani larghe da lavoro all'aperto, ruvide sui polpastrelli — lungo il braccio di lei, seguendo la linea dall'omero al polso, poi indietro. Lei chiude gli occhi un istante. Il rossetto rosso è quasi del tutto scomparso, sbavato sulla guancia, sul cuscino, sulla pelle di lui.

«Da quanto?» chiede Pamela. La voce è bassa, sfilacciata, ancora incerta sul proprio peso nella stanza.

Antonio non risponde subito. Le dita si fermano sul suo gomito. «Da quando ti ho vista portare le buste della spesa su per le scale. Tre piani, senza fermarti. Avevi un vestito a fiori.» La voce gli esce ruvida, il fondo di whisky ancora presente. «Eri a metà del secondo piano, e hai spostato le buste da un braccio all'altro, e il vestito si è teso sul...» Si ferma. Un mezzo sorriso gli taglia la faccia, imbarazzato e diretto insieme.

«Sul sedere» completa Pamela. Apre gli occhi e lo guarda dal basso, il mento appoggiato sul suo petto. «Lo so. Me ne accorgevo. Ogni volta che salivo le scale e tu eri sul pianerottolo, spostavi il peso da un piede all'altro come un ragazzino colto a copiare.»

Antonio ride — una risata breve, gutturale, che gli fa vibrare la cassa toracica sotto l'orecchio di lei. «Non sapevo che fosse così evidente.»

«Evidentissimo. Le donne lo capiscono. Soprattutto quando succede ogni settimana per mesi.»

Restano in silenzio per un po'. Il respiro di Antonio le solleva la testa in un ritmo lento, regolare. Fuori, una persiana sbatte da qualche parte nel palazzo, tre piani sotto. Pamela traccia un cerchio sul suo sterno con l'indice, seguendo la linea di peluria grigia che scende verso l'ombelico.

«Marco» dice lei, e il nome resta sospeso come un oggetto posato con cura su una superficie instabile. «Non è che non pensavo a lui. Ma il corpo... il corpo va avanti per conto suo. Due anni sono lunghi. Troppo, per certe cose.» Si morde il labbro inferiore, dove il rossetto è ormai solo un alone rosa. «Pensavo che sarebbe passato. Che si sarebbe spento da solo, come si spengono certe cose. Invece no.»

Antonio le solleva il mento con due dita. La guarda. Gli occhi di lei, nella mezza luce del corridoio, hanno un fondo lucido che non è lacrima ma qualcosa di vicino — un'ammissione che costa fatica. Lui non dice nulla di rassicurante, non offre frasi di circostanza. Si limita a tenerle il mento tra le dita e a guardarla finché non è lei ad abbassare lo sguardo per prima.

«Io non volevo questo» dice Antonio. «Non esattamente. Volevo te. Ma non sapevo cosa fare con quella voglia. Non sono più un ragazzo. Non volevo sembrare...» Cerca la parola. «Patetico.»

«Non lo sei.» Pamela gli prende la mano dal mento e se la porta alle labbra. Gli bacia le nocche, una per una, sentendo sotto la bocca la ruvidità della pelle screpolata. «Sei stato paziente. Troppo.»

«La pazienza è l'unica cosa che mi resta» dice lui, e c'è una nota asciutta nella voce, non amara ma consapevole, quella di un uomo che ha imparato a misurare ciò che può e ciò che non può permettersi.

Pamela si solleva su un gomito. I capelli le cadono su una spalla, scoprendo il collo. Il reggiseno di pizzo nero è ancora addosso, slacciato davanti ma non tolto, le coppe che pendono vuote sotto i seni. Se lo sfila del tutto e lo lascia cadere oltre il bordo del letto. Antonio la guarda muoversi — non con la fame di prima, ma con un'attenzione diversa, come chi riconosce qualcosa che ha già visto ma non aveva davvero osservato.

«Vieni qui» dice lei.

Antonio si mette seduto contro la testiera. Pamela gli si siede sopra, a cavalcioni, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi. Il contatto della pelle nuda di lei sulle sue cosce lo fa irrigidire un istante — un fremito che parte dal basso della schiena e gli risale lungo le vertebre. Lei lo sente e gli appoggia le mani sulle spalle, i pollici che premono nei muscoli tesi del trapezio.

«Piano» dice Pamela. «Questa volta piano.»

Lui annuisce. Le mani scendono sui suoi fianchi, si fermano lì, grandi abbastanza da coprirli quasi del tutto. Pamela si china in avanti e lo bacia — non con la foga di prima, quando i denti si urtano e il respiro esce in sbuffi corti dal naso. Questo bacio è lento, la lingua di lei che disegna il contorno del labbro superiore di lui, poi si ritrae, poi torna. Antonio la segue. Le sue mani stringono appena, i pollici che disegnano piccoli cerchi sulle ossa iliache.

Pamela si abbassa su di lui centimetro dopo centimetro, gli occhi chiusi, le labbra dischiuse in un'espirazione lunga, controllata. Antonio la guarda in faccia — le palpebre che fremono, la ruga verticale tra le sopracciglia che si approfondisce e poi si rilassa. Le tiene i fianchi con entrambe le mani, non per guidarla ma per starle dietro, per sentire il ritmo che lei sceglie. Quando è completamente su di lui, Pamela emette un suono basso, gutturale, che non è un gemito ma qualcosa di più profondo — un suono che sembra venire dal diaframma, dal punto dove il respiro si forma prima di diventare voce.

Restano fermi così per un momento lunghissimo. Il respiro di lei contro il suo petto, i capelli che gli solleticano il collo. Antonio le bacia la fronte, poi la tempia, poi il punto dietro l'orecchio dove il profumo di gelsomino è più denso, quasi dolce, mescolato al sudore e a qualcosa di muschioso che è solo suo.

Pamela comincia a muoversi. Non su e giù, ma in piccoli cerchi, i muscoli interni che lo stringono e lo rilasciano in un ritmo lento, consapevole, come se stesse imparando una lingua nuova sillaba per sillaba. Antonio espira tra i denti. Le dita le affondano nei fianchi, non per controllare ma per aggrapparsi.

«Lo sento» dice lei, gli occhi aperti adesso, fissi nei suoi. «Ti sento tutto.»

Antonio le prende il viso tra le mani. I palmi ruvidi contro gli zigomi di lei. La bacia, e il bacio sa di caffè e di whisky e di qualcosa di ferroso che è il sapore dei loro corpi mescolati. Pamela accelera appena — non molto, solo quel tanto che basta perché il ritmo cambi da esplorazione a qualcos'altro, qualcosa che ha un peso e una direzione.

La tenda si muove. L'aria della sera entra dalla finestra socchiusa e passa sui loro corpi umidi, facendoli rabbrividire entrambi nello stesso istante. Pamela ride — una risata breve, sorpresa — e Antonio la stringe più forte, la fronte contro la sua, il respiro che si mescola.

«Non andare» dice lui. Non è una richiesta. È una constatazione, detta con la voce di chi ha aspettato mesi per poterla pronunciare.

Pamela non risponde. Si limita a muoversi più lentamente, gli occhi di nuovo chiusi, le mani che gli stringono le spalle, e nel silenzio della stanza si sente solo il respiro di due persone che hanno smesso di fingere di non conoscersi.
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