Il profumo del fagiano il finale
scritto il 2026-11-02 tempo di lettura 6 min
di
Angelo B
genere
Corna, Tradimenti
cura
A+
Il sapore del caffè e del ferro
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Aurora, dopo una notte di passione con Angy, cerca di cancellare ogni traccia prima del ritorno di Marco. Ma il ricordo del sapore di caffè e ferro, e il calore del cuscino ancora tiepido, la perseguitano mentre mente al telefono. Il peso del tradimento si insinua sotto la sua pelle, destinato a ri…
---
Il corridoio le sembrò più lungo del solito. Aurora avanzava con i leggings arrotolati a metà coscia, una mano premuta tra le gambe per trattenere il liquido che continuava a colare, l'altra che sfiorava il muro come una guida cieca. Il sudore le pizzicava gli occhi. Ogni passo era una fiamma tra le natiche, un pulsare sordo che le ricordava esattamente cosa aveva appena preso dentro di sé. La maglietta bianca stringata tra le dita le scivolò di mano; la lasciò cadere sul pavimento piastrellato senza voltarsi.
Il bagno era in fondo al corridoio, la porta socchiusa. Aurora la spinse con il gomito. Lo specchio sopra il lavandino le restituì un'immagine che non riconobbe subito: i capelli incollati alle tempie in ciocche scure, il mascara colato in righe nere sotto gli occhi, il viso arrossato come dopo una febbre. Si appoggiò al bordo del lavandino, le nocche bianche. Il rubinetto gocciolava. Lo chiuse con uno scatto secco.
Si sfilò i leggings con un movimento goffo, dovendo sedersi sul coperchio del water perché le gambe non la reggevano. La stoffa era fradicia, appiccicosa, e quando la tirò giù oltre le ginocchia sentì una striscia di sperma scivolarle lungo l'interno della coscia destra. Un grumo biancastro, denso, che le arrivò quasi al polpaccio prima che lo pulisse con il dorso della mano. Si guardò le dita. Lucide. L'odore era forte, ferroso, mescolato all'olio d'oliva che ancora la bruciava dentro.
Si rialzò, nuda, e aprì la doccia. Il primo getto d'acqua fredda la fece urlare. Si ritrasse contro le piastrelle, i capezzoli che si indurivano per il freddo, la pelle d'oca su tutto il corpo. Poi l'acqua si scaldò. Aurora entrò sotto il getto, chiuse gli occhi, e l'acqua le batté sulla nuca e sulle spalle come una mano pesante. Lo sperma si diluì, scivolò via lungo le gambe, scomparve nello scarico. Ma dentro no. Dentro lo sentiva ancora, una presenza calda e viscerale che l'acqua non poteva raggiungere.
Si insaponò con la saponetta al latte di mandorla che Marco comprava sempre. Se la passò tra le gambe, tra le natiche, strofinando forte, quasi con rabbia. La schiuma bianca si mescolò a tracce opache. Si lavò i capelli due volte. Si sciacquò la faccia finché il mascara non scomparve del tutto.
Quando chiuse il rubinetto, il silenzio del bagno le cadde addosso come un peso. Si avvolse in un asciugamano bianco, si guardò allo specchio. Gli occhi erano meno gonfi, la pelle meno rossa. Si passò una mano tra i capelli bagnati. Sembri quasi normale, pensò.
Tornò in cucina. Angy era seduto al tavolo, le gambe accavallate, un bicchiere d'acqua in mano. I caffè freddi erano stati lavati e capovolti sullo scolapiatti. Il pavimento era asciutto. Aveva pulito tutto. Il bigliettino di Marco era ancora attaccato al frigo con la calamita a forma di pomodoro.
Aurora strinse l'asciugamano sul petto. «Devi andare,» disse. La voce le uscì piatta, senza inflessione.
Angy posò il bicchiere. Non la guardò subito. Fissò il tavolo, la superficie di legno dove venti minuti prima l'aveva tenuta ferma per i fianchi e l'aveva scopata finché non aveva smesso di supplicare. Poi alzò gli occhi su di lei. «Lo so.»
Silenzio. Il condizionatore ronzava.
Aurora si morse il labbro inferiore. «Marco torna stasera. Il treno alle sette.»
Angy si alzò. Era alto, i capelli grigi ancora umidi sulle tempie dove si era sciacquato. Si infilò le scarpe senza allacciarle, prese le chiavi della macchina dal piano della cucina. Il metallo tintinnò.
«Aurora.»
Lei non rispose. Lo guardava con gli occhi spalancati, l'asciugamano stretto come uno scudo.
Angy non disse altro. Si avvicinò, le mise una mano dietro la nuca, il palmo calloso e asciutto, e la baciò. Un bacio lento, profondo, la lingua che le entrava in bocca con la stessa sicurezza con cui le era entrato dentro poco prima. Aurora chiuse gli occhi. Le dita si allentarono sull'asciugamano. Sentì il sapore di caffè freddo nella sua bocca, e sotto, qualcosa di più ferroso, qualcosa che era suo.
Poi Angy si ritrasse. Le lasciò la nuca. Si voltò e uscì dalla cucina senza voltarsi. La porta d'ingresso si chiuse con uno scatto.
Aurora rimase immobile. L'asciugamano scivolò di un centimetro. Lo strinse di nuovo. Guardò la sedia dove Angy era seduto, il bicchiere d'acqua con l'impronta delle sue dita, il tavolo con i bordi smussati. Si avvicinò, ci passò sopra la mano. Il legno era fresco. Liscio. Non c'era traccia di nulla.
Si vestì in fretta. Mutande pulite, un paio di jeans, una maglietta a maniche lunghe. Si spruzzò profumo sui polsi e sul collo. Aprì le finestre per cambiare l'aria. L'odore del sesso e del sudore si mescolava a quello del caffè e del detersivo. Spostò le sedie, rimise a posto il tavolo. Controllò il pavimento due volte.
Il telefono vibrò sul piano della cucina. Il nome di Marco lampeggiava sullo schermo. Aurora lo prese con le dita che tremavano appena.
«Ciao amore, sto partendo. Sarò a casa per le sette e mezza. Hai comprato il latte?»
Lei guardò il frigo. Il bigliettino. La calamita a forma di pomodoro.
«Sì,» mentì. «Certo che l'ho comprato. Ti aspetto.»
Riattaccò. Si sedette sulla sedia dove si era seduto Angy. Il cuscino era ancora tiepido. Chiuse gli occhi e sentì tutto: il bruciore tra le gambe, il vuoto nello stomaco, il sapore di caffè e ferro che le era rimasto in bocca. L'ultima notte. L'ultima scopata. Un ricordo che le sarebbe entrato sotto la pelle ogni volta che Marco l'avrebbe toccata, per sempre.
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Aurora, dopo una notte di passione con Angy, cerca di cancellare ogni traccia prima del ritorno di Marco. Ma il ricordo del sapore di caffè e ferro, e il calore del cuscino ancora tiepido, la perseguitano mentre mente al telefono. Il peso del tradimento si insinua sotto la sua pelle, destinato a ri…
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Il corridoio le sembrò più lungo del solito. Aurora avanzava con i leggings arrotolati a metà coscia, una mano premuta tra le gambe per trattenere il liquido che continuava a colare, l'altra che sfiorava il muro come una guida cieca. Il sudore le pizzicava gli occhi. Ogni passo era una fiamma tra le natiche, un pulsare sordo che le ricordava esattamente cosa aveva appena preso dentro di sé. La maglietta bianca stringata tra le dita le scivolò di mano; la lasciò cadere sul pavimento piastrellato senza voltarsi.
Il bagno era in fondo al corridoio, la porta socchiusa. Aurora la spinse con il gomito. Lo specchio sopra il lavandino le restituì un'immagine che non riconobbe subito: i capelli incollati alle tempie in ciocche scure, il mascara colato in righe nere sotto gli occhi, il viso arrossato come dopo una febbre. Si appoggiò al bordo del lavandino, le nocche bianche. Il rubinetto gocciolava. Lo chiuse con uno scatto secco.
Si sfilò i leggings con un movimento goffo, dovendo sedersi sul coperchio del water perché le gambe non la reggevano. La stoffa era fradicia, appiccicosa, e quando la tirò giù oltre le ginocchia sentì una striscia di sperma scivolarle lungo l'interno della coscia destra. Un grumo biancastro, denso, che le arrivò quasi al polpaccio prima che lo pulisse con il dorso della mano. Si guardò le dita. Lucide. L'odore era forte, ferroso, mescolato all'olio d'oliva che ancora la bruciava dentro.
Si rialzò, nuda, e aprì la doccia. Il primo getto d'acqua fredda la fece urlare. Si ritrasse contro le piastrelle, i capezzoli che si indurivano per il freddo, la pelle d'oca su tutto il corpo. Poi l'acqua si scaldò. Aurora entrò sotto il getto, chiuse gli occhi, e l'acqua le batté sulla nuca e sulle spalle come una mano pesante. Lo sperma si diluì, scivolò via lungo le gambe, scomparve nello scarico. Ma dentro no. Dentro lo sentiva ancora, una presenza calda e viscerale che l'acqua non poteva raggiungere.
Si insaponò con la saponetta al latte di mandorla che Marco comprava sempre. Se la passò tra le gambe, tra le natiche, strofinando forte, quasi con rabbia. La schiuma bianca si mescolò a tracce opache. Si lavò i capelli due volte. Si sciacquò la faccia finché il mascara non scomparve del tutto.
Quando chiuse il rubinetto, il silenzio del bagno le cadde addosso come un peso. Si avvolse in un asciugamano bianco, si guardò allo specchio. Gli occhi erano meno gonfi, la pelle meno rossa. Si passò una mano tra i capelli bagnati. Sembri quasi normale, pensò.
Tornò in cucina. Angy era seduto al tavolo, le gambe accavallate, un bicchiere d'acqua in mano. I caffè freddi erano stati lavati e capovolti sullo scolapiatti. Il pavimento era asciutto. Aveva pulito tutto. Il bigliettino di Marco era ancora attaccato al frigo con la calamita a forma di pomodoro.
Aurora strinse l'asciugamano sul petto. «Devi andare,» disse. La voce le uscì piatta, senza inflessione.
Angy posò il bicchiere. Non la guardò subito. Fissò il tavolo, la superficie di legno dove venti minuti prima l'aveva tenuta ferma per i fianchi e l'aveva scopata finché non aveva smesso di supplicare. Poi alzò gli occhi su di lei. «Lo so.»
Silenzio. Il condizionatore ronzava.
Aurora si morse il labbro inferiore. «Marco torna stasera. Il treno alle sette.»
Angy si alzò. Era alto, i capelli grigi ancora umidi sulle tempie dove si era sciacquato. Si infilò le scarpe senza allacciarle, prese le chiavi della macchina dal piano della cucina. Il metallo tintinnò.
«Aurora.»
Lei non rispose. Lo guardava con gli occhi spalancati, l'asciugamano stretto come uno scudo.
Angy non disse altro. Si avvicinò, le mise una mano dietro la nuca, il palmo calloso e asciutto, e la baciò. Un bacio lento, profondo, la lingua che le entrava in bocca con la stessa sicurezza con cui le era entrato dentro poco prima. Aurora chiuse gli occhi. Le dita si allentarono sull'asciugamano. Sentì il sapore di caffè freddo nella sua bocca, e sotto, qualcosa di più ferroso, qualcosa che era suo.
Poi Angy si ritrasse. Le lasciò la nuca. Si voltò e uscì dalla cucina senza voltarsi. La porta d'ingresso si chiuse con uno scatto.
Aurora rimase immobile. L'asciugamano scivolò di un centimetro. Lo strinse di nuovo. Guardò la sedia dove Angy era seduto, il bicchiere d'acqua con l'impronta delle sue dita, il tavolo con i bordi smussati. Si avvicinò, ci passò sopra la mano. Il legno era fresco. Liscio. Non c'era traccia di nulla.
Si vestì in fretta. Mutande pulite, un paio di jeans, una maglietta a maniche lunghe. Si spruzzò profumo sui polsi e sul collo. Aprì le finestre per cambiare l'aria. L'odore del sesso e del sudore si mescolava a quello del caffè e del detersivo. Spostò le sedie, rimise a posto il tavolo. Controllò il pavimento due volte.
Il telefono vibrò sul piano della cucina. Il nome di Marco lampeggiava sullo schermo. Aurora lo prese con le dita che tremavano appena.
«Ciao amore, sto partendo. Sarò a casa per le sette e mezza. Hai comprato il latte?»
Lei guardò il frigo. Il bigliettino. La calamita a forma di pomodoro.
«Sì,» mentì. «Certo che l'ho comprato. Ti aspetto.»
Riattaccò. Si sedette sulla sedia dove si era seduto Angy. Il cuscino era ancora tiepido. Chiuse gli occhi e sentì tutto: il bruciore tra le gambe, il vuoto nello stomaco, il sapore di caffè e ferro che le era rimasto in bocca. L'ultima notte. L'ultima scopata. Un ricordo che le sarebbe entrato sotto la pelle ogni volta che Marco l'avrebbe toccata, per sempre.
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