Pamela 1 parte

scritto il 2026-11-04 tempo di lettura 7 min

di
genere
Prime esperienze, Sentimentali
cura
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Gelsomino e caffè
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Antonio, 61 anni, invita la vicina Pamela per un caffè. Tra il profumo di gelsomino e le tazzine sul marmo, lei gli confessa senza filtri: «Sono due anni che non scopo». Il rossetto si sbava, la zip scende, e la cucina crema diventa il preludio di una notte attesa da mesi.
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Le chiavi tintinnano nella mano di Antonio mentre infila la serratura del portone. Il pianerottolo del quarto piano sa di detergente al pino e di qualcosa di dolce — un profumo che riconosce prima ancora di alzare lo sguardo. Pamela sta uscendo dal suo appartamento con la borsa della spesa in una mano e il telefono nell'altra. Indossa un vestito nero aderente che le arriva sopra il ginocchio, e i tacchi la fanno sembrare ancora più alta di quel metro e settanta che lui conosce bene. I capelli neri le cadono sulle spalle in onde morbide, e le labbra — rosso scuro, piene — si curvano in un sorriso quando lo vede.

"Antonio, buonasera."

"Pamela." Lui richiude il portone alle sue spalle e resta lì, con la borsa a tracolla e il fiato che sa del whisky del bar. La guarda negli occhi, poi lo sguardo scivola giù di un centimetro, due, fino al punto in cui il tessuto del vestito segue la curva dei fianchi. Lei se ne accorge. Se ne accorge sempre.

"Stai rientrando tardi," dice lei, appoggiando la spesa contro il muro del pianerottolo.

"Riunione. Le solite cose." Antonio ha sessantuno anni e il viso segnato di chi ha lavorato tutta la vita all'aperto. Le tempie grigie, le mani grandi. Si passa una mano sulla nuca. "Senti, ti va un caffè? Ho bisogno di parlare con qualcuno che non sia un collega."

Pamela lo studia un momento. Due anni sola, da quando Marco se ne va in quel modo — un infarto, un martedì pomeriggio, senza preavviso. Il lutto le ha scavato il viso per mesi, ma adesso la pelle è tornata luminosa, gli occhi scuri hanno ripreso quella profondità che attira gli sguardi degli uomini nel palazzo. Anche quelli molto più giovani di Antonio.

"Va bene," dice. Recupera la spesa, la posa davanti alla sua porta. "Dammi cinque minuti."

La cucina di Antonio è piccola, ordinata. Una finestra che dà sul cortile interno, i muri color crema, una caffettiera napoletana sul fornello. Pamela si siede sullo sgabello accanto al bancone e accavalla le gambe. Il vestito risale di qualche centimetro, scoprendo la linea del polpaccio e l'inizio della coscia. Antonio versa il caffè in due tazzine bianche e le posa sul marmo.

"Zucchero?"

"Uno."

Lui glielo passa. Le loro dita si sfiorano. La mano di Pamela è calda, asciutta, e indugia un secondo più del necessario prima di ritirarsi.

Parlano del palazzo — il riscaldamento che fa schifo, l'amministratore che non risponde mai. Parlano del mercato del quartiere, del fruttivendolo che alza i prezzi ogni settimana. Pamela racconta della sua giornata in studio — fa la commercialista, ha clienti che la chiamano alle nove di sera per questioni che potevano aspettare lunedì. Antonio ascolta, annuisce, beve il caffè a piccoli sorsi.

Ma c'è una cosa che non dice. Una cosa che resta sospesa tra loro come il vapore della caffettiera. Pamela lo vede dal modo in cui lui le guarda la bocca quando parla, dal modo in cui il suo sguardo scende verso il décolleté quando lei si china per prendere la tazzina, dal modo in cui si agita sullo sgabello quando lei si gira per appoggiare la tazza e il vestito si tende sul sedere.

Lei lo sa. Lo sa da mesi. Ogni volta che si incrociano sulle scale, ogni volta che lui la saluta con quel sorriso un po' troppo lungo, ogni volta che lo sorprende a guardare il suo culo mentre sale i gradini davanti a lui. Antonio non è discreto. E lei non ha mai fatto niente per fermarlo.

Pamela posa la tazzina. Si alza dallo sgabello. Si avvicina ad Antonio, che è rimasto in piedi vicino al fornello, e gli si ferma davanti. Il profumo che lui aveva sentito sul pianerottolo è più forte adesso — gelsomino, vaniglia, qualcosa di muschiato sotto. Lei alza il viso. Le labbra rosse si schiudono.

Lo bacia. Non sulla guancia, non sulla bocca. Proprio in quel punto tra i due, dove la pelle è ruvida di barba e morbida allo stesso tempo. Un bacio lento, con le labbra che restano un attimo di troppo sulla sua pelle.

Antonio non si muove. Il respiro gli si ferma nel petto.

Pamela si stacca appena. Lo guarda negli occhi. La voce le esce bassa, roca, con un accento che lui non le ha mai sentito.

"Antonio. Sono due anni che non scopo." Le parole cadono nel silenzio della cucina come sassi nell'acqua. "E tu mi guardi sempre in modo strano. Guardi sempre il mio culo." Solleva una mano e gliela posa sul petto, sentendo il cuore che batte forte sotto la camicia. "Bene. È arrivato il momento che dia sfogo alle mie voglie."

Per un istante, Antonio resta immobile. Poi la mano destra si alza e le prende il mento tra le dita. Il pollice le sfiora il labbro inferiore, sbavando il rossetto. La guarda — gli occhi scuri, la bocca piena, il collo lungo che si protende verso di lui.

La bacia.

Non è un bacio delicato. Le labbra di Antonio si aprono su quelle di lei, la lingua entra, trova la sua, la intreccia. Pamela emette un suono basso — un gemito che le vibra in gola — e gli afferra la camicia con entrambe le mani, tirandolo verso di sé. I corpi si incontrano. Il petto di lui contro il seno di lei, i fianchi che si incastrano, e Pamela sente attraverso la stoffa dei pantaloni che Antonio è già duro, già pronto, già oltre ogni esitazione.

Le mani di lui scendono lungo la schiena di lei, seguendo la linea della spina dorsale attraverso il tessuto sottile del vestito, fino a raggiungere la curva del sedere. Lo prende a due mani, lo stringe, lo attira contro di sé. Pamela si inarca, gli getta le braccia al collo, e la sua lingua diventa più insistente, più profonda.

"Di qua," mormora Antonio contro le sue labbra.

La prende per mano. Attraversano il corridoio — le loro ombre si allungano sulla parete alla luce della lampada da terra — e Antonio spinge la porta della camera da letto. Il materasso è sfatto, le lenzuola bianche, la finestra socchiusa con la tenda che si muove nella brezza della sera.

Pamela si ferma ai piedi del letto. Si volta verso di lui. Con un gesto lento, si abbassa la zip del vestito sulla schiena. Il tessuto nero si allenta, scivola giù dalle spalle, scopre la pelle chiara, il reggiseno di pizzo nero che contiene un seno pieno — una terza misura che riempie le coppe e le fa traboccare leggermente. Il vestito cade a terra e rimane un mucchio di stoffa sul pavimento.

Antonio la guarda. Le pupille dilatate, il respiro corto. Si sfila la camicia, la getta sulla sedia. Il torace è largo, irsuto, con i segni dell'età e del sole. Pamela gli posa le mani sul petto, le fa scendere verso l'addome, fino alla cintura. Le dita lavorano alla fibbia con una sicurezza che non tradisce alcuna incertezza.

"Due anni," ripete lei, con la voce che le trema appena. "Due anni senza niente. Senza nessuno."

Antonio le prende il viso tra le mani. La bacia di nuovo — più piano, questa volta, con una tenerezza che fa contrarre qualcosa nel petto di Pamela. Poi la fronte contro la sua, il respiro che si mescola.

"Adesso ci sono io."

La spinge delicatamente verso il letto. Pamela si siede sul materasso, poi si sdraia, i capelli neri sparsi sul cuscino bianco come inchiostro sulla carta. Antonio si inginocchia tra le sue gambe, le mani che le risalgono lungo le cosce, i pollici che disegnano cerchi sulla pelle morbida dell'interno gamba. Pamela chiude gli occhi. Le labbra si schiudono. E la notte, finalmente, comincia.
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