L'alibi

scritto il 2026-11-05 tempo di lettura 17 min

di
genere
Incesti, Scambio di coppia
cura
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La nebbia saliva dai noccioleti come il fumo di un incendio spento male. Arrivammo alla cascina che erano le cinque e già non si vedeva il fondo della strada: solo i fari della macchina di Marco davanti a noi, due macchie gialle che sparivano a ogni curva e ricomparivano più avanti, e l'odore che entrava dai bocchettoni dell'aria, legna bagnata, foglie marce, il mosto di qualche cantina giù a valle che fermentava ancora.

Silvia teneva il telefono in grembo. A Bra le arrivò un messaggio, lo lesse, sorrise da un lato solo e capovolse lo schermo sulla coscia. Non le chiesi niente. In quindici anni di matrimonio non le avevo mai chiesto chi le scrivesse, e non avevo intenzione di cominciare sulla statale per Alba.

La cascina era di quelle rifatte da chi ha i soldi e vuole che non si veda: travi a vista, cotto vecchio recuperato chissà dove, il camino acceso nella sala grande senza che nessuno l'avesse chiesto. Le camere erano due, ai due capi della casa. Una nel vecchio fienile, con una vetrata che dava sui filari. L'altra in cima alla torretta, dove si arrivava per una scala di pietra così stretta che bisognava salirla di lato.

«La torre è per gli sposi» disse Chiara, sfilandosi il cappotto. «Dieci anni. Me la sono guadagnata.»

Marco rise e le baciò la nuca. Aveva quarantatré anni, le spalle di uno che a vent'anni ha giocato a rugby e non se l'è mai dimenticato, e il modo di ridere di chi non si è mai chiesto se gli altri lo trovino simpatico. Lo trovavano tutti simpatico. Anche io. Mentre rideva cercò Silvia con gli occhi, da sopra la testa della moglie, e Silvia abbassò i suoi un istante prima che si incontrassero.

Chiara è mia cugina. Sua madre e mio padre erano fratelli, e per tutte le estati dell'infanzia siamo stati spediti tutti e due dai nonni, nella cascina di Vignale, dal giorno dopo la fine della scuola fino a settembre. Io ero il più piccolo dei cugini maschi, piccolo davvero, uno scricciolo con le ginocchia sbucciate, e mia nonna mi chiamava Pulce. Poi un inverno sono cresciuto di venti centimetri e il nome se n'è andato con lei. L'unica che ha continuato a usarlo è Chiara. Lo usa ancora, con i quarantadue anni che ho e il metro e novanta che porto in giro, e lo usa solo quando siamo soli.

Silvia non lo sa. In quindici anni le ho raccontato tutto di quelle estati: i nonni, il fico dietro la stalla, il cane che si chiamava Bandito, la volta che sono caduto nel pozzo asciutto e mi hanno tirato fuori con la corda del secchio. Pulce no. Non c'è un motivo che saprei dire. È l'unica cosa di quella casa che ho tenuto per me.

O quasi l'unica.

La cena ce la servirono davanti al camino: tajarin al burro con il tartufo grattato al tavolo da un uomo anziano che non diceva una parola, un brasato al barolo che si sfaceva sotto la forchetta, e le bottiglie. Marco aveva fatto le cose in grande. Un Barbaresco per cominciare, poi un Barolo che doveva costare quanto la camera. Alla seconda bottiglia Silvia rideva con la testa rovesciata all'indietro, e Marco le versava da bere guardandole la bocca.

Si piacevano da anni. Lo avevo sempre preso per quel gioco innocuo e pubblico che hanno certe coppie di amici: le battute, la mano sul braccio un secondo di troppo, il lento un po' stretto al matrimonio di qualcuno. Silvia a quarant'anni era più bella di quando l'avevo conosciuta. Portava i capelli corti, adesso, la nuca scoperta, e aveva un modo di accavallare le gambe che a Marco faceva perdere il filo dei discorsi. Quella sera, per la prima volta, il gioco non mi sembrò innocuo.

Fu al brasato. Il telefono di Silvia si illuminò accanto al suo piatto, e lei lo girò sulla tovaglia con due dita, senza guardarlo, con un gesto troppo rapido per essere distratto. Nello stesso momento Marco, di fronte a lei, si rimise il suo in tasca. Anche Chiara, accanto a lui, si stava sistemando il tovagliolo in grembo. Io guardavo solo Marco.

Ricordo di aver pensato, con una lucidità che mi spaventò: da quanto? E subito dopo, con meno lucidità: e perché proprio qui, davanti a me, la sera del suo anniversario?

Chiara aspettò il dolce. Lo aspettò proprio, lo capii dopo: aspettò che l'uomo del tartufo se ne andasse, che il fuoco si abbassasse, che Silvia si togliesse le scarpe e si raccogliesse sulla panca con le gambe sotto di sé. Poi posò il bicchiere.

«Facciamo una cosa» disse. «Per l'anniversario.»

«Un altro brindisi» disse Marco.

«No.» Chiara si passò la lingua sulle labbra, lenta. Aveva trentanove anni e la stessa bocca di quando ne aveva venti, larga, un po' storta quando sorrideva da un lato solo. «Voi due vi volete. Da cinque anni. Si vede da Torino.» Indicò Silvia e Marco con il bicchiere vuoto. «E io sono stanca di far finta di non vederlo.»

Marco si era fatto rosso fino alle orecchie e non diceva niente.

«Stanotte ci scambiamo» disse Chiara. «Una notte. Tra di noi, almeno, ci fidiamo.»

Il fuoco scoppiò su un nodo del legno. Nessuno rise.

Guardai mia cugina e pensai di averla capita. Sapeva anche lei, aveva visto anche lei i telefoni girati e gli occhi bassi, e invece di fare una scenata stava andando a vedere il loro bluff davanti a tutti: volete farlo, fatelo, ma con il mio permesso, sotto il mio tetto, e domani mattina me lo guardate in faccia. Era da Chiara. Era esattamente da lei.

«Sei ubriaca» dissi.

«Un po'. Ma ci pensavo da sobria.»

Silvia non guardò me. Guardò Chiara, a lungo, con un'espressione che non le conoscevo, attenta, quasi seria, come si guarda qualcuno che sta facendo una cosa difficile. Poi disse: «Le regole?»

Fu così rapida che Marco tossì nel bicchiere. Fu così rapida che a me si chiuse lo stomaco.

Chiara le contò sulle dita. «Una notte sola. Ognuno va nella camera dell'altro: io e Davide in torre, voi due nel fienile. Domani a colazione non se ne parla, e non se ne parla mai più.» Si fermò sul quarto dito, lo tenne alzato un momento. «E niente baci in bocca. Quelli restano a casa.»

«Perché?» chiese Marco.

«Perché sì.»

«Davide?» disse Silvia.

Avrei dovuto dire di no. Avrei dovuto alzarmi, prendere le chiavi della macchina, chiedere a mia moglie chi le scriveva da Bra. Invece guardai lei, che aveva gli occhi lucidi di vino e di qualcos'altro, e Marco, che mi sorrideva impacciato come uno che ha appena chiesto un prestito, e mi venne una rabbia fredda, pulita, quasi piacevole. Volevano un alibi. Gliel'avrei dato. E poi sarei stato a guardare fin dove avevano il coraggio di arrivare.

«Va bene» dissi.

Marco si alzò per primo. Disse «Allora» e non seppe come finire la frase, e Silvia rise e lo prese per mano e se lo portò via verso il fienile come si porta via un ragazzo da una festa. Sulla porta si voltò. Non verso di me: verso Chiara. Si guardarono un secondo, da un capo all'altro della sala, e io lo presi per una sfida tra due donne. Poi la porta si chiuse.

La scala della torre aveva quaranta gradini. Li contai. Chiara saliva davanti a me con le scarpe in mano, e non si voltò mai. In cima c'era una stanza quadrata con il letto in mezzo, una stufa di ghisa che qualcuno aveva acceso prima di noi e quattro finestre piccole su quattro lati di nebbia. Sembrava di essere chiusi dentro una nuvola.

Lei posò le scarpe e si sedette sul bordo del letto. Io rimasi in piedi vicino alla porta, con le mani in tasca.

«Da quanto lo sai?» chiesi.

«Cosa?»

«Di loro due.»

Chiara mi guardò come si guarda un bambino che ha sbagliato i conti. Poi rise, piano, con la testa bassa, e quando la rialzò aveva gli occhi bagnati.

«Sei sempre stato tonto, Pulce.»

Era la prima volta in tutta la sera che lo diceva. Lo disse e restò in silenzio, e in quel silenzio, nella torre, con la stufa che ticchettava, mi tornò addosso tutto quello che per diciannove anni avevo tenuto fermo.

Le estati sono finite l'agosto in cui hanno venduto la cascina dei nonni. Io avevo ventitré anni, Chiara venti. Eravamo saliti noi due a svuotarla, perché gli altri avevano da fare e perché a noi due, insieme, nessuno diceva mai di no. L'ultima notte abbiamo dormito nel fienile, sulle balle, come da bambini, con una bottiglia di barbera presa in una cantina che ormai non era più di nessuno. Non so chi dei due abbia cominciato. So che c'era un caldo che non si respirava, che lei aveva la pelle che sapeva di fieno e di sudore, e che quando sono entrato dentro di lei ha detto il mio nome, quello vecchio, piano, come una domanda.

La mattina dopo, mentre caricavamo gli scatoloni in macchina, mi ha detto: «Non è successo, Pulce.»

E non è successo. Ci siamo sposati tutti e due, a un anno di distanza, e siamo stati testimoni l'uno dell'altra. Abbiamo fatto i Natali, i battesimi, i funerali dei genitori, i traslochi. Ci vogliamo bene e ce lo diciamo anche, senza imbarazzo, davanti a tutti. Non abbiamo mai, mai nominato il fienile.

«Chiara» dissi.

Lei si slacciò il primo bottone della camicetta. Poi il secondo. Aveva le mani ferme. «Ho chiesto il permesso, Davide. A tutti. A mio marito, a tua moglie, a te. Hanno detto di sì. Hai detto di sì.» Il terzo bottone. «Vent'anni fa non l'avevo chiesto a nessuno, e ci siamo vergognati per vent'anni. Stavolta è tutto in regola.»

Si alzò, si sfilò la camicetta e la lasciò cadere sul cotto. Aveva un reggiseno nero, semplice, e la pelle un po' più morbida di come la ricordavo, la pancia appena tonda, il segno degli anni e di un figlio. Era più bella.

«Adesso vieni qui e scopami» disse, «che sono vent'anni che aspetto.»

Me lo disse così, con quella voce bassa e roca che aveva preso dal nonno, la stessa con cui ai pranzi di Natale raccontava le barzellette sporche per far arrossire le zie. Feci un passo. Poi un altro. Le misi le mani sui fianchi e sentii la sua pelle calda sotto i palmi, e lei chiuse gli occhi.

E poi si irrigidì.

Me ne accorsi dalle spalle, prima che dal viso. Si sciolse dalle mie mani, raccolse la camicetta da terra e se la tenne contro il petto, come una ragazza sorpresa.

«No» disse. «Non posso. Torniamo giù.»

Andò alla porta e la aprì. Dalla scala salì l'aria fredda della pietra, e con l'aria, da molto lontano, nient'altro: il fienile era all'altro capo della casa, e la casa era muta. Rimasi in mezzo alla stanza con le mani ancora aperte, e provai due cose insieme, così forti che non sapevo quale fosse più grande. Un sollievo enorme. E una disperazione che non avevo mai provato, nemmeno quella mattina di diciannove anni prima, davanti agli scatoloni.

Ecco, pensai. Va a finire come deve finire.

Chiara rimase sulla soglia a lungo. Teneva la maniglia con una mano e la camicetta con l'altra, e guardava giù, nel pozzo della scala, come se potesse vedere fino al fienile. Poi richiuse la porta. Piano. Ci si appoggiò con la schiena.

«Spegni la stufa» disse. «E la luce.»

«Perché?»

«Perché allora era buio. Voglio che sia come allora.» Lasciò cadere la camicetta. «E niente baci. Quella resta.»

Spensi la luce. La stufa la chiusi girando la valvola, e la fiamma dietro il vetro si abbassò fino a un punto rosso, poi a niente. Il buio non era completo: dalla nebbia arrivava un chiarore sporco, il lampione del cortile disciolto nell'umido, e di lei vedevo solo una forma più chiara contro la porta. Sentivo il suo respiro. Sentivo il fruscio dei jeans che scendevano lungo le gambe, il suo piede che li spingeva via, il gancio del reggiseno.

Venne lei da me. Mi trovò al buio con le mani, mi aprì la camicia, mi slacciò la cintura e poi si fermò, e la sentii sorridere contro il mio collo.

«Sei sempre stato negato con i bottoni» disse. «Ma qui almeno non c'è da cercare.»

Mi cercò con la mano e mi trovò già duro, e mi tenne così, ferma, senza muoversi, per un tempo che mi sembrò lunghissimo, come si soppesa una cosa che si è persa e poi ritrovata.

«Me lo ricordavo più piccolo» disse.

«Avevo ventitré anni.»

«Sei sempre stato una pulce.»

Mi spinse sul letto. Si inginocchiò tra le mie gambe e mi prese in bocca senza fretta, fino in fondo, e nel buio era tutto più grande: il calore umido della sua bocca, la lingua che saliva lenta lungo tutta la mia durezza e poi tornava giù, il suono bagnato e basso che faceva, il suo respiro dal naso contro il mio ventre. Le misi una mano tra i capelli. Lei la prese e me la riportò sul lenzuolo, come per dire: questa la guido io. Pensai a Marco, per un secondo. Pensai che lui quella bocca l'aveva tutte le sere da dieci anni. Pensai a Marco e a mia moglie, giù, nel fienile, e me li immaginai con una precisione che mi fece male, la nuca scoperta di Silvia, le sue mani grandi. Poi Chiara fece una cosa con la lingua e smisi di pensare a chiunque.

La rovesciai sulla schiena. Scesi su di lei a tentoni, con la bocca, il collo, il seno, il ventre, e la trovai già gonfia e bagnata, aperta, il sesso caldo come un frutto rimasto al sole. Quando la toccai con la lingua fece un suono che non le avevo mai sentito, nemmeno nel fienile, un suono di gola che finì in una bestemmia sottovoce. Mi teneva per i capelli, adesso, e mi spostava. «Lì» diceva, al buio. «No, più su. Lì. Non ti fermare, ti prego, non adesso.» Venne la prima volta così, con le cosce strette intorno alla mia testa e un tremito lungo che le saliva dalle ginocchia, e io la sentii pulsare contro la bocca, e non c'era niente da vedere, c'era solo da sentire.

Poi mi tirò su. Mi prese in mano e mi guidò dentro di lei, piano, fino in fondo, e restammo fermi. La sentivo stringersi intorno a me, calda, il cuore che le batteva fin dentro il ventre. Il suo fiato era sulla mia bocca, a un palmo, a meno di un palmo. Fuori la nebbia premeva contro i vetri.

«Muoviti» disse.

Mi mossi. Piano all'inizio, poi meno. Lei mi teneva per i fianchi e mi tirava dentro, più forte, più a fondo, e diceva cose che non avrei mai immaginato nella sua voce, e al buio la sua voce era tutto quello che avevo di lei: prendimi, sì, così, fammelo sentire tutto, più forte, Davide, più forte. Il letto batteva contro il muro con un colpo sordo a ogni spinta. A un certo punto mi rovesciò sulla schiena con una spinta delle gambe e mi salì sopra, mi riprese dentro di sé con la mano e cominciò a muoversi, lenta e poi no, le mani piantate sul mio petto, e io non la vedevo, la sentivo soltanto: il peso, il bagnato, il ritmo, i capelli che mi sfioravano la faccia, il respiro che le si spezzava sempre più vicino alla mia bocca.

Fu lei a romperla, la regola. Si chinò di colpo, mi prese la faccia tra le mani e mi baciò. Non fu un bacio. Mi mangiò la bocca, la lingua dentro, i denti, il fiato che sapeva di Barolo e di me. Mi baciò come se fosse lei, e non io, a dover rendere conto di qualcosa a qualcuno. E mentre mi baciava cominciò a venire, la sentii stringersi a ondate intorno a me, e contro le mie labbra, piano, come una domanda, come allora, disse:

«Pulce.»

Le venni dentro. Non me l'aveva chiesto e non me l'aveva vietato. Venni tenendola per la nuca, con la sua bocca sulla mia, e fu la cosa più lunga e più violenta che avessi mai sentito passarmi nel corpo, e quando finì avevo gli occhi bagnati e non sapevo perché. Al buio, almeno, non lo vide nessuno.

Rimase sopra di me a lungo. Il sudore le si raffreddava sulla schiena e io glielo asciugavo con il palmo della mano, lentamente, dalle scapole ai fianchi, come si liscia una tovaglia.

«Avevi detto niente baci» dissi.

«L'avevo detto per me.» La sentii sollevarsi su un gomito. «Era l'unica cosa per cui non ero sicura di avere il permesso.»

«Il permesso di chi?»

Non rispose. Mi sfiorò la bocca con il pollice, come per pulirla. «Domani a colazione non se ne parla» disse. «E non se ne parla mai più.»

Lo rifacemmo verso le quattro, piano, su un fianco, lei di schiena contro di me con la mia mano stretta sotto il seno, quasi senza muoverci, quasi dormendo, come se avessimo paura di svegliare qualcuno. Quella volta non disse niente. Quella volta fui io a dire il suo nome, quello vero, e lei mi rispose stringendomi le dita fino a farmi male.

Quando mi svegliai era già chiaro e lei era in bagno, con l'acqua aperta. Non la chiamai. Mi vestii e scesi i quaranta gradini da solo.

La colazione la servivano nella sala del camino, che di giorno era un'altra stanza: luce grigia dalle finestre, tovaglie a quadretti, l'odore del caffè e di una torta di nocciole ancora tiepida. Marco era già seduto. Si alzò quando entrai, poi si risedette, poi disse «Buongiorno» con una voce troppo alta. Aveva gli occhi pesti e la faccia di uno che ha dormito poco, e io lo guardai e mi preparai a odiarlo.

«Tua moglie è un mostro» disse. «Mi ha battuto a briscola fino alle tre. Tre partite su tre. Non mi ha lasciato neanche l'onore.» Si mise a imburrare una fetta di pane con un'attenzione enorme. «Poi si è addormentata sulla poltrona e io ho dormito sul divanetto. Ho la schiena da buttare.»

Silvia scese dopo di me. Aveva i capelli ancora bagnati di doccia. Mi baciò sulla guancia. Profumava del sapone dell'agriturismo.

Chiara arrivò per ultima. Si sedette di fronte a me, si versò il caffè, disse che la nebbia si stava alzando e che forse si poteva fare un giro a Neive prima di pranzo. Marco disse che ad Alba c'era la fiera del tartufo. Silvia disse che lei voleva solo comprare il vino e tornare a casa prima del traffico. Parlammo dei parcheggi di Alba per dieci minuti buoni.

Bevvi il primo caffè amaro. Lo bevo sempre amaro, tranne quando ho dormito poco. Allungai la mano verso la zuccheriera, che era dall'altra parte del tavolo, accanto alla tazza di Chiara.

Silvia stava tagliando la torta. Non alzò gli occhi dal coltello.

«Chiara, passagli lo zucchero» disse. «Pulce stanotte non ha dormito.»

Marco continuò a imburrare il suo pane.

Chiara mi passò la zuccheriera senza guardarmi. In tutta la vita, era la prima volta che la vedevo arrossire.
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