Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 19

scritto il 2026-10-31 tempo di lettura 30 min

di
genere
fantascienza
cura
A

Sono da solo nella capanna, mi sono svegliato da poco e ho deciso di prendermela più comoda del previsto. Entro in quella specie di buco chiamato bagno e inizio a lavarmi con tutta la calma del mondo. Mi passo il palmo bagnato sul viso, eliminando le ultime tracce di sapone dagli occhi.
Dal corridoio arriva il rumore dei passi. La porta principale della capanna si apre, poi si chiude subito. La sbarra di legno cade nel gancio di ferro con un colpo che fa vibrare la parete.
Un secondo dopo, la porta di compensato del bagno viene spinta all'interno.
Meave si ferma sulla soglia.

«Ah, sei tu,» dico, mentre mi strofino il collo con la pezza.
«Sì. Perché, volevi che entrasse un'altra persona?»
«Ma che dici.»

Lascio cadere la pezza nel secchio. Sono nudo, l'acqua mi cola lungo i pettorali e l'addome. Meave non perde tempo. Si sfila il giubbotto pesante e lo getta sull'unica sedia di legno accanto al lavello. Poi aggancia il bordo della maglia e se la sfila, facendola cadere a terra insieme ai pantaloni.

«Hai lasciato la porta della capanna aperta,» dice, rimanendo in intimo. «E questa del bagno era socchiusa. Poteva entrare chiunque.»
«Anche qui dentro poteva esserci chiunque.»
«Mmh, è mattina,» risponde, sfilandosi le mutande con le punte delle dita. «Hanno tutti un posto dove stare e del lavoro da fare. L'unico che non ha niente da fare la mattina sei tu. Almeno per questa settimana.»

Si fa avanti. Il piccolo vano è illuminato solo dal mozzicone di una candela piantato su un barattolo e dalla luce grigia che entra dalla fessura della finestra in alto.

Meave si avvicina. Si solleva sulle punte e mi afferra la nuca e mi bacia. I suoi seni si schiacciano contro il mio petto bagnato; sento la pelle dei suoi capezzoli farsi rigida, reattiva al contatto con la mia pelle ancora umida.
Faccio scivolare le mani bagnate dai fianchi fino alle sue natiche. Stringo la carne e la tiro a me, adoperandomi per annullare ogni spazio tra i nostri bacini.
Lei non aspetta. Afferra il mio polso destro, sposta la mia mano verso il basso e mi guida le dita tra le sue cosce.

«Toccami,» mormora a un centimetro dalle mie labbra. Poi si passa la punta della lingua sul labbro superiore, fissandomi con uno sguardo privo di incertezze. «Ho voglia di essere toccata, stamattina.»

Prendo la sua mano e la porto sul mio cazzo, lei lo afferra e avvolge la mano intorno a me.
Con la sinistra prendo la spugna di pezza dal fondo del secchio. È ancora carica d'acqua. La sollevo sopra le sue spalle e la strizzo d'un colpo. L'acqua cola lungo il collo di Meave, scivola tra i seni e scende sulla pancia. Ha un sussulto; la pelle le si ricopre subito di pelle d'oca per lo sbalzo termico.
Raddoppio il ritmo delle dita. Premendo sulla sua carne bagnata, spingo più a fondo. Meave geme nel buio della stanza, la bocca aperta contro la mia, il respiro caldo che mi si infila nella gola. Lavora con la sua mano su di me, muovendosi in fretta, con una pressione costante.
Aumento la spinta del pollice. Il suo bacino ha due scosse brevi, poi le gambe le cedono. Un urlo le esce dalla gola, acuto; per evitare che la voce attraversi le assi di compensato, mi chino e la zittisco con un bacio. La tengo sollevata per le natiche finché le sue gambe non smettono di tremare. Mi stacco di poco da lei, le nostre bocche restano comunque a breve distanza.

«Invece sai di cosa ho voglia io?» le chiedo.
Meave riapre gli occhi e sorride con un solo angolo della bocca.
«Qualche idea ce l'ho. Ma voglio che tu me lo faccia vedere.»

La prendo per le spalle e la giro di scatto. La spingo in avanti verso il grosso barile di legno dell'acqua. Meave piega il busto a novanta gradi, appoggiando i gomiti e i palmi sul bordo del contenitore.
Mi piazzo dietro di lei. Le afferro i fianchi con forza, ed entro in lei con una sola spinta.
Meave inarca la schiena lasciando uscire un grido che rimbomba tra le travi.
Le pianto la mano destra sulla bocca prima che possa emetterne un altro. Meave gira la testa di lato, mi afferra le dita con i denti e stringe, per poi prenderne due in bocca per succhiarmele.
Spingo di nuovo. Il bacino batte contro le sue natiche. L'acqua dentro il barile si increspa a ogni impatto, riflettendo il bagliore della candela.
Sento l'orgasmo che sale rapido. Aumento ancora le spinte, tenendola ferma per i fianchi. Prima dell'ultima contrazione, la afferro per la vita, mi sfilo da lei e mi svuoto sul sui suoi glutei. Il mio liquido le cola anche sulle cosce. Tre, quattro getti caldi che colano giù lungo la pelle bagnata.
Resto piegato su di lei per un paio di secondi, con le mani sulle sue anche e i polmoni che lavorano per recuperare aria.
Meave si raddrizza lentamente dal barile. Non si ripulisce subito. Si gira verso di me, mi guarda negli occhi con il viso ancora arrossato dal calore. Poi raccoglie la pezza dal secchio, la bagna e comincia a strofinarsi le cosce. Dopo averla sciacquata, mi passa il tessuto sul petto e sulle spalle con movimenti lenti.
Non dice nulla. Si limita a guardarmi, con un espressione rilassata.
Prendo il secchio dell'acqua e ne verso un po' su Meave. L'acqua scivola lungo le sue scapole, lavando via la pellicola di sudore. Lei non sussulta; tiene la testa inclinata all'indietro e le mani appoggiate al mio corpo lasciando che il calore le apra i pori della pelle.
Prendo la spugna di pezza, la intingo e la passo sul suo collo, scendendo lungo le spalle. Meave ruota il busto di lato per facilitarmi il movimento. Nel farlo, il suo seno bagnato sfiora il mio petto nudo; il capezzolo turgido preme contro la mia pelle.

«Stai ancora pensando a quello che è successo quella notte?» chiedo, muovendo la stoffa tra le sue omoplate.
Meave non risponde subito. Toglie lo straccio dalle mie mani e lo inzuppa di nuovo nel barile.
«Secondo te? Pensi che basti scoparmi e farmi godere per farmi dimenticare quello che hai fatto?» Si gira del tutto verso di me. Le gocce d'acqua scorrono lungo il suo addome fino al pube. Si avvicina ancora. Con la pezza comincia a lavarmi il torace, premendo con un vigore che sfiora il fastidio, raschiando via lo sporco dai miei muscoli.
«Non ti sto chiedendo di dimenticare,» dico. «Ma forse è arrivato il momento di voltare pagina, no?»
Meave scende con la pezza verso la mia pancia. Per sciacquarmi la parte alta delle cosce si sposta di lato, e la curva del suo fondoschiena sfiora la mia coscia destra.
La sua mano scivola più in basso. Le dita bagnate, avvolte nella stoffa della spugna, poi risalgono lungo l'interno coscia e sfiorano il sacco e la base del cazzo, indugiando per un secondo di troppo.
Meave alza lo sguardo e mi fissa.

«Ho sempre quell'immagine in testa, Trevis!» mormora, quasi contro la mia pelle.
«Meave, tu devi capire che...»
«Che lo hai fatto per proteggerci, sì, Trevis! Ho capito.» Risale con lo straccio verso il mio collo, strusciando il petto contro il mio. Sento il suo battito regolare contro le mie costole. «Ti voglio bene, ma tu devi capire che hai colpito la mia fiducia. Mi serve tempo.»

La guardo mentre parla. Le sue parole cercano sempre di ferirmi, di farmi sentire in colpa. È proprio quella resistenza che mi fa montare il sangue alla testa, il bisogno di farla mia finché non tornerà a guardarmi come prima, senza quell'ombra di rancore negli occhi.
Meave prende la pentola e si versa sulla testa l'acqua rimasta sciacquandosi capelli.

Senza più il calore dell'acqua, la stanza torna gelida.
Prendo il mio panno asciutto e lo passo sulle spalle, sulle gambe e sulla schiena, cercando di asciugarmi in fretta perché l'aria della capanna gela la pelle in un attimo. Meave fa lo stesso. E infine ci rivestiamo.
Meave si infila il giubbotto pesante. Ha ritrovato la sua solita postura distante.

«Io vado in serra,» dice, con la voce piatta di sempre.
«Va bene. Ci vediamo dopo,» rispondo, infilandomi gli stivali.
«Sì, a dopo.» Solleva la sbarra dalla porta ed esce nel piazzale, lasciandosi dietro l'odore di sapone e la porta che sbatte piano contro lo stipite.

Esco poco dopo e vado verso la capanna di Ji-Soo e busso tre volte con le nocche. La porta si apre di una spanna. Ji-Soo ha le maniche tirate sui gomiti, le dita macchiate d'inchiostro, due occhiaie che le scavano gli zigomi. Probabilmente non dorme da giorni.

«Entra.»

Dentro puzza di cera. Sul tavolo ci sono i registri delle scorte, fogli sparsi, la lampada spenta. Accanto alla stufa c'è la sedia di Tae-Soo, quella con lo schienale alto.

«Dimmi come siamo messi.»
«A secco.» Ji-Soo batte la matita sul registro. «Ci serve carburante per i veicoli e il generatore beve gasolio giorno e notte. Poi il cibo: scatolame, legumi, farina. La serra rende, ma non copre nemmeno l'intero fabbisogno della comunità.»
«Ci sono dei posti da esplorare?»
«Tre, sulla mappa. Due già ripuliti dai recuperanti, il terzo è a un'ora dalla Stirpe.» Si strofina gli occhi col polso. «Non è un bel momento,Trevis. Dobbiamo trovare queste cose in fretta. Organizzerò anche una squadra per la caccia. La selvaggina si trova sempre.»

Due colpi leggeri alla porta. Si apre senza aspettare risposta.

«Chi è?» grida Ji-Soo.
«Sono Nancy.»
«È aperto, entra.»

Nancy resta sulla soglia con le mani nelle tasche della giacca. Ha i capelli raccolti in fretta.

«Scusa il ritardo, Ji-Soo.»
«Non fa niente, vieni qui e siediti,» dice Ji-Soo
«L'hai chiamata tu?» Mi rivolgo a Ji-Soo
«Sì, ieri mi aveva detto che conosceva un posto dove è possibile recuperare carburante,» risponde.
«Ah... ok! Ben venga.»
«Sì, esatto. Io un posto lo conosco.» Nancy entra, ma resta in piedi, a un passo da me. «Baneberry. Un deposito di forniture agricole sulla provinciale, forse a trenta minuti da qui. Mi ricordo che c'erano dei silos, una tettoia e una pompa privata, di quelle per i trattori.»
Ji-Soo si china sulla mappa.
«Baneberry? Fammi vedere.»
«Ci sono passata con Jason, prima che Trevis mi trovasse.» Nancy guarda la carta, non me. «Lui voleva fermarsi a dare un'occhiata. Io ho detto di tirare dritto. Avevamo appena evitato un veicolo dei cannibali. Ieri quando ti ho sentito parlare del carburante mi é tornato in mente. Forse è un azzardo, ma vale la pena prenderla in considerazione.»
«Non abbiamo molte alternative,» dice Ji-Soo.
«Proviamo,» dico
«Vengo con voi,» dice Nancy.
«No!» rispondo, alzando la voce.

Nancy si volta. Mi guarda per intero, senza fretta, come se il mio no fosse una cosa da misurare prima di rispondere.

«Non ti ho chiesto il permesso, Trev.»
«È un momento delicato. Può succedere di tutto!»
«Conosco quella zona, e conosco gli accessi. Faremo in fretta.» Abbassa il tono. «E se resto un altro giorno a sbucciare patate in quella cucina, impazzisco. Ho bisogno di uscire. E di uscire con qualcuno di cui mi fido.»

L'ultima frase la dice a me, a bassa voce, tenendo gli occhi fissi nei miei un secondo più del necessario. Ji-Soo alza lo sguardo dalla mappa, poi lo riabbassa. Una smorfia le attraversa la bocca e sparisce.

«Decidete voi,» dice. «Io ho una lista da chiudere. Squadra di sette, due mezzi. Sarai tu, Nick, Dennis, Garrett e altri tre.»

Esco con Nancy accanto. Nel viale lei cammina alla mia stessa velocità.

«Se fai di testa tua, ti riporto indietro,» le dico.
«Lo so.»
«Dico sul serio.»
«Anch'io.» Il suo sorriso dura un attimo. «Non sono una sprovveduta. Sono stata lì fuori e so starci.»

Mezz'ora dopo i due pick-up sono pronti. Il fumo dello scarico si arriccia nel gelo. Nick controlla la pressione di una gomma battendoci sopra il tacco dello stivale. Infilo il caricatore da trenta nel mio fucile e inserisco la sicura.
Meave è in serra dalle sei. Non l'ho avvisata.

«Il giubbotto,» dico a Nancy. «Vieni qui.»
«Non mi serve.»
«Non cominciare.»
Nancy tende le braccia.
«Va bene, va bene.»

Glielo infilo sopra la testa, poi tiro i tiranti laterali, uno per lato. Nancy mi guarda e non sposta gli occhi dalla mia faccia.
«Stringi di più.»
«Ti sta ancora largo?»
«Un po'.»

Tiro. Sento il suo respiro sul collo. Quando chiudo l'ultima fibbia lascio le mani sulle sue spalle e lei non fa un passo indietro.

«Devi dirmi qualcosa?»
«No.» Le dita le si chiudono un istante sul mio polso, poi lo lasciano. «Solo che so cavarmela da sola. Volevo che lo sapessi.»
«Bene»
«Andiamo.»

Nick si schiarisce la gola alle mie spalle. Ha gli occhi sul cofano, la faccia di uno che finge di non aver visto niente.

«Ti portiamo perché conosci la zona,» dice. Poi si volta verso di lei e le punta un dito addosso. «Ma se ti allontani da noi, quel cancello non lo varchi più. Chiaro?»
«Chiarissimo.»
«Forza, salite.»

Mi metto alla guida del primo pick-up. Nancy si siede accanto a me, Nick dietro con il fucile sulle ginocchia. Il cancello si apre e usciamo sullo sterrato.
Per metà strada nessuno parla. Si sentono le gomme tassellate sulla ghiaia e i caricatori di Nancy che sbattono contro la portiera a ogni buca. Lei tiene lo sguardo sul parabrezza, ma ogni tanto si volta verso di me senza dire nulla.

«Stai meglio?» dice a un certo punto.
«Ho bisogno di distrarmi e concentrarmi su altro. Stare sempre in cucina a fare la stessa cosa non mi aiuta.»
«Capisco.» Guardo lo specchietto retrovisore. «Però ti vedo meglio. L'altra sera eri uno straccio.»
«Avevi ragione.»
«Su cosa?»
«Sul fatto di parlarne con qualcuno.»
«Ah, sì. Ho capito.»
«Grazie.»
«Figurati.» Nancy si volta e mi sorride.

Baneberry appare dopo una curva a gomito, tra le sterpaglie. Una campata unica in lamiera grecata, tre silos di acciaio, un piazzale recintato da rete da cantiere. Vicino alla porta degli uffici c'è la pompa: colonna in ferro battuto, tubo nero arrotolato sul perno.
Fermo il pick-up e spengo il motore. Il secondo mezzo si affianca.

«Mi raccomando, tenete gli occhi aperti e non sottovalutate i rumori. Non andate mai da soli. Siamo in sette. Facciamo due squadre da due e una da tre,» dico, scendendo con il fucile in mano. Dal bosco arriva solo il vento che piega i rami secchi. Nessuna sagoma in movimento.

«Dennis, Garrett, voi ai silos. Guardate se nelle coclee c'è ancora grano o granoturco, e caricate i sacchi. Nick e Ronald, coprite il perimetro.»
«Ricevuto.»

«Nancy e Jeremiah con me al serbatoio.»

Il tappo d'ispezione cede alla chiave a tazza. Dal foro sale l'odore secco e pungente del gasolio.

«C'è roba,» dice Jeremiah, inginocchiandosi con la pila. «Sembra che ce ne sia abbastanza., sempre che non sia acqua.»
«Ok, cominciate a tirarlo fuori con pompa a stantuffo e taniche.»

Nancy si china accanto al bocchettone di ghisa e cala il tubo d'aspirazione nel buio. Il suo fianco si appoggia al mio ginocchio e ci resta. Alza la testa, si sposta una ciocca bionda dietro l'orecchio.

«Allora?» dice piano, con le mani sulla canna d'ottone. «Avevo ragione o no, su questo posto?»
«I conti si fanno alla fine, Nan.»
«Che antipatico, mammamia.» Si volta a guardare la tanica che si riempie.

Il cassone del pick-up di Garrett balla a ogni buca. Le taniche piene battono contro le casse di scatolame e il gasolio sciacqua dentro la plastica. Nel silos il grano era nero di muffa, ma i cento litri bastano a giustificare l'uscita.
Garrett si trova venti metri davanti a noi. Gli stop si accendono, il mezzo rallenta e si ferma sul margine sterrato, e spegne il motore all'improvviso.
Pianto il piede sul freno e spengo i fari. Garrett scende dall'abitacolo curvo, la testa tra le spalle, e risale la fiancata del mio pick-up a passi corti, con la mano sulla lamiera.

«Spegni,» sussurra. «Guarda giù, a destra. Sono loro.»

Il motore è già spento. Tiro il freno a mano e allungo il braccio dietro il sedile per prendere l'HK416.

«Nancy. Tasca sinistra dello zaino.»

Mi passa la custodia senza fare domande. Monto l'EOTech sulla slitta, serro la leva e spingo di lato il magnificatore col pollice. Scendo, mi appoggio con i gomiti al tetto e porto l'ottica all'occhio. Il magnificatore mi permette di aumentare lo zoom del mirino da 1× a 3×.

In lontananza sotto la strada, in una radura tra i pini, c'è un pick-up con il cofano rivolto verso di noi. Tre uomini trascinano per le zampe un wapiti maschio, impigliato nei rovi. Hanno le mani occupate e i fucili a tracolla. Un quarto li affianca con tre scoiattoli legati per la coda. Un quinto sta appoggiato al cofano con una carabina in spalla. Il sesto è al volante, finestrino abbassato e sigaretta in mano.
Il vento viene da loro verso di noi. Il sole ci sta alle spalle e a loro negli occhi. Il bosco ci copre fino a quindici metri da lì.
Non potevano scegliere un momento peggiore per girare tutti insieme dalla stessa parte.
Rientro con il busto nell'abitacolo.

«Sei uomini. Cinque hanno le mani impegnate. Il sesto fuma dentro una cabina con un solo accesso.»
«Sono quelli della Stirpe?» chiede Garrett.
«Sì, sono loro. Il tipo che è nel veicolo era in fila con i cinque.» Controllo il caricatore. «Gli avevo detto di non farsi vedere da queste parti.»
«Quindi che facciamo?»
«Voi niente. Tu torni a Hilton River con il carico. Porti via Nancy, Ronald e Jeremiah. Non fermatevi per nessun motivo.» Mi giro verso di lei. «Passa sul suo mezzo.»

«Trevis, siamo in sette, loro sono sei,» dice Garrett. «Perché rischiare un tre contro sei?»

«In realtà loro sono già in quattro. È il bello dell'effetto sorpresa. Quello sul veicolo e l'altro che sta sul cofano non faranno neanche in tempo a realizzare cosa sta succedendo. Gli altri si spaventeranno e in più non possono sapere quanti siamo.» Gli faccio cenno di sbrigarsi. «Lascia Dennis con me e Nick.»
«No.» Nancy mi prende la manica. «Trevis! Non fare cazzate.»

«Ti ho lasciata venire, sei stata utile. Adesso però fai quello che dico io.»
«Ho una pistola e so usarla.»
«Nancy.» Abbasso la voce, ma le tolgo la mano dal braccio. «Sull'altro veicolo ci sono duecento litri di gasolio e il cibo di due settimane. Se qualcuno spara a una tanica, saltiamo in aria tutti. Ho bisogno di qualcuno in cui mi fido che lo porti a casa.»

Lei mi fissa con la mascella serrata. Poi molla, scende e va verso il fuoristrada di Garrett senza voltarsi. Apre lo sportello del passeggero. Lo richiude piano, senza sbatterlo.
Dennis ci raggiunge con il fucile a pompa. Nick è già sul ciglio, in ginocchio, con la canna bassa.

«Ascoltate. Scendiamo e arriviamo fino a quegli alberi in modo da restare ancora abbastanza distanti. Dennis, tieni il fianco sinistro. Nick, a destra. Non sparate finché non sparo io. Il mio primo colpo è il segnale.»
«E dopo?» chiede Nick.
«Voi pensate a tenere la linea e a coprirmi le spalle. Io cerco di eliminarne il più possibile da quella distanza. Qualcuno ha domande?» Nessuno parla. «Bene. Quel wapiti farà trecento chili, serve più a noi che a loro. Se hanno fame possono sempre mangiarsi tra di loro.»

Il fuoristrada di Garrett si accende e parte, cerca di far meno rumore possibile avanzando piano sulla ghiaia.
Scivoliamo nel canale di scolo, gli stivali nel fango gelato, la scarpata che ci copre fino alle spalle. Cammino con il peso sull'avampiede. Poi gli faccio cenno di rallentare una volta arrivati a pochi passi dalla nostra postazione.
Porto il mirino all'occhio. Il guidatore ha i gomiti sul finestrino. Il suo collo si piega verso il compagno che gli dice qualcosa. Gli altri trascinano il wapiti, un passo, una pausa, un passo. Quello con la carabina ha il pollice infilato nella cinghia.
Il resto viene tutto naturale. La memoria muscolare fa tutto da sé. Il punto rosso si ferma sulla tempia del guidatore.
Inspiro, butto fuori metà dell'aria, trattengo il resto.

BAM.

Il vetro si sbriciola. La testa del guidatore sbalza all'indietro poi si appoggia sul volante e il clacson parte, una nota continua che riempie la radura. Quello con la carabina si gira verso il rumore sbagliato: il clacson. Sposto il punto rosso sulla sua testa e nell'istante in cui si ferma per un secondo, premo di nuovo.

BAM.

Cade contro il cofano. Gli altri quattro mollano il wapiti. Spingo il punto sulla gomma anteriore sinistra del pick-up.

BAM. BAM.

La gomma si affloscia con un soffio e il cerchio affonda nel terreno. Adesso non possono neanche scappare.
Nella radura qualcuno urla un nome. Poi partono i primi colpi, alla cieca, verso la scarpata, ben sopra le nostre teste. Hanno una vaga idea di dove siamo, e nessuna idea di quanti.
Cambio posizione prima che possano sistemarsi. Mi sposto di due pini sulla destra, abbasso il baricentro e li conto. Stanno già cercando tutti un riparo. Il quarto è già scappato verso le rocce, a sinistra: sulla linea di Dennis.

Mi accuccio e giro la testa a destra. A tre metri dietro di me, accucciata dietro il tronco di una quercia, c'è Nancy.
Ha la pistola in mano, le mani strette sull'impugnatura, la canna puntata.
Ha aspettato che scendessimo di qualche metro e poi ci ha seguiti. Sono incazzato, ma non riesco a dire niente.

«Nancy, ma che cazzo fai?!» dico a bassa voce.
«Dopo, Trev.» Si sposta per ripararsi meglio. «Non preoccuparti per me.»

Mi stendo sulla cresta, tra l'erba gialla e i rametti secchi che si confondono con il tessuto del giaccone. Due uomini si sono accucciati dietro il pick-up. Da lì vedono la scarpata, ma non vedono la cresta, perché abbiamo il sole alle spalle.
Non sparo. Aspetto che uno dei due commetta l'errore.
Dopo una ventina di secondi uno dei due si scopre per localizzarci. Una spanna, non di più. Ma a me basta e avanza. Sparo due colpi in rapida successione.
Il primo colpo lo prende al centro del torace. Il secondo, per correggere il rinculo, gli spezza la clavicola mentre cade. Il corpo rimbalza contro la ruota e scivola nella polvere.

«Tre,» mormoro.

Da sinistra arrivano quattro colpi in botta e risposta. È Nick, dietro la sua roccia. Alza due dita senza voltarsi: un altro è a terra. Ne restano due, più quello che si è buttato nel fosso verso Dennis.
Quello lo vedo un secondo dopo. Corre a balzi, curvo, in giacca scura, dritto verso la posizione di Dennis. Calcolo il suo passo, anticipo di mezzo metro e premo il grilletto tre volte. Due proiettili lo prendono alla coscia. L'uomo perde l'appoggio e rotola nella sterpaglia urlando. Dennis esce da dietro l'albero con il fucile in mano e lo finisce con due colpi di fucile a pompa. Farà fatica ad alzarsi anche trasformato da errante.

«Dennis, basta! È andato!» dico, cercando di calmarlo.
«Mi sono spaventato.»
«Calmati. Respira.»

Cerco l'ultimo guardandomi attorno da dietro un albero. Vedo il pick-up, la carcassa del wapiti, le rocce, e poi niente.

«Sinistra! Sta salendo dal fosso!» urla Nancy. È lei che lo ha visto per prima. La sua voce arriva da dietro la quercia.

«Nick, alla tua sinistra!» urlo.

Nancy si è esposta troppo con la pistola tesa a due mani e spara tre colpi verso la roccia. Non prende niente, ma l'uomo si ritrae per riflesso e perde mezzo secondo. Nick si butta di lato. Il colpo di rimando cerca Nancy e la trova.
La spalla sinistra le scatta all'indietro, la pistola le scivola di mano e lei cade di schiena sulla ghiaia con un verso strozzato.
Corro a falcate lunghe, il fucile già alzato. Mi pianto di traverso tra il suo corpo e il fosso e inquadro la testa che si sta ricomponendo oltre il ciglio.

«Getta l'arma.» Non alzo la voce. «Un colpo e il secondo dopo sei morto. Prendi me e muori. Prendi chiunque altro e muori. Fossi in te non farei cazzate.»

L'uomo guarda dritto verso il mio mirino e lascia la carabina cadere nel fango. Si alza con i palmi aperti e sale sul ciglio un passo alla volta.
Gli arrivo addosso prima che metta il piede in piano. Lo prendo per il colletto e lo butto a terra. Dopodiché lo colpisco con il calcio dietro l'orecchio. Crolla con la faccia nella terra.

«Legatelo! Polsi e caviglie, subito!»

Mi giro e mi inginocchio accanto a Nancy. Ha la mano destra serrata sulla spalla, le nocche bianche. Il giaccone è già scuro fino all'ascella.

«Guardami. Stai ferma.»
«Fa male, cazzo!»
«Lo so che fa male.» Le sposto la mano. «Fammi vedere.»

Taglio la giacca e la maglia con il coltello, dal colletto alla manica. Il proiettile è entrato nel deltoide e uscito dietro, senza toccare l'osso. Il foro d'uscita sanguina troppo. Non è una ferita da lasciare così.
La tiro su sotto le ascelle e la appoggio con la schiena a un pino.
Lei urla per il dolore.
Mi tolgo il giubbotto, poi anche il maglione. Con il coltello strappo tutta la manica del mio maglione, e la utilizzo come fasciatura, facendo pressione su entrambi i fori.

«AHIA! No! Fermati! Trevis!» Nancy urla e mi colpisce con l'altra mano.
«Non posso Nan. Devi resistere per un po'.»

Mi tolgo il guanto con i denti e glielo spingo tra le labbra. Lei lo morde. È straziante sentirla urlare di dolore, ma è necessario per non farle perdere troppo sangue. Quando la stoffa smette di inzupparsi tiro fuori la benda elastica dal kit e le fascio la ferita con tre giri stretti, passando sotto l'ascella per tenere il tampone.
Lei sputa il guanto e respira a scatti, con la fronte coperta di sudore.

«Il peggio è passato, dai.»
«Mi dispiace,» sussurra. «Mi sono scoperta. Sono stata stupida a non ascoltarti.»
«Ehi, quello che è fatto, è fatto. Sei viva e questo è ciò che conta.» Le tengo il viso per un secondo, poi lo lascio. «E Nick è ancora in piedi grazie a te.»
«Ma tu hai detto...»
«Ho detto che dovevamo coprirci le spalle a vicenda. Tu l'hai visto e hai fatto il possibile, ok? Pensa a questo.» Alzo un dito. «Ti sei scoperta troppo, questo è stato il tuo errore. Questa volta è andata bene, ma devi stare più attenta.»
«Quindi...?»
«Quindi hai salvato Nick e ti sei fatta sparare. Devi imparare a fare soltanto la prima.»

Lei ride, e la risata le costa una smorfia. Una lacrima le scende piano sullo zigomo.

«Fattelo dire, però. Sei un pessimo infermiere.»
«Non è il mio mestiere.»

La carico di peso, il suo braccio sano sulla mia spalla, e la porto fino al sedile del passeggero. Le metto un panno pulito sulla fasciatura e le poso la mano destra sopra.

«Premi qui finché non siamo dentro i cancelli. Va bene?»
Annuisce senza aprire bocca.

Vado verso la coda del mezzo. Nick e Dennis hanno trascinato il wapiti sul cassone: quasi tutto lo spazio è suo, con i palchi che sporgono oltre la sponda. Accanto alla carcassa giace il prigioniero, legato con le fascette, un sacco di juta nero sulla testa. Dennis torna poco dopo. É andato a recuperare anche i due scoiattoli.

«Armi?»
«Tre fucili, due pistole, quasi cento colpi,» dice Nick. «E una radio.»
«Prendi anche quella.»

Dennis si mette al volante. Io salgo accanto a Nancy. Il pick-up parte sulla ghiaia e lascia nella radura i cadaveri e il fumo dello scontro.
Quando ci avviciniamo al cancello, dalla torretta alzano il braccio appena riconoscono il pick-up e aprono. Ci fermiamo sul piazzale interno.
Ji-Soo è la prima ad arrivare, con due guardie. Guarda il fango sulle portiere, poi il cassone: la carcassa del wapiti, e accanto l'uomo legato con il sacco di juta in testa.

«Chi è?»
«L'unico rimasto della spedizione della Stirpe. Mettilo in un posto sicuro, legato e metti due uomini di guardia. Ci parlo dopo.»

Giro attorno al cofano e apro lo sportello. Nancy ha la mano ancora premuta sulla fasciatura, il panno ormai fradicio. Non dice nulla da dieci minuti. Le infilo un braccio sotto le ginocchia e uno dietro la schiena.

«Posso camminare,» dice Nancy.
«Lo so.»
«Allora mettimi giù.»
«No.»

Non insiste. Appoggia la fronte contro la mia spalla. Si è fatta leggermente pallida in viso.
Meave sbuca dal passaggio tra le capanne.

«Trevis! Cosa...»

Le passo accanto senza fermarmi. Guardo il terreno, perché con Nancy non posso permettermi di cadere.
Spingo la porta dell'infermeria con il tacco.
Dentro c'è il solito odore di alcol. Mary è al bancone, con una bacinella in mano. Quando ci sente entrare alza la testa.

«Ne ho appena dimesso uno e me ne portate un altro?»

Guardo il letto di Jason e noto che è rifatto.

«Cosa le è successo?» domanda Mary, avvicinandosi a me.
«Ferita da arma da fuoco, spalla sinistra. Il proiettile è uscito dietro, senza toccare l'osso. Ho fatto il possibile per fermare il sangue.»
«Mettila qui.» Mary indica la branda. «Pezze pulite e le forbici. Per il dolore siamo agli sgoccioli, ma una fiala si trova.»

Poso Nancy sulla tela. Mary taglia la manica e la maglia fino al collo e sotto la clavicola, sulla pelle sporca di sangue, scivola fuori una catenina. Il ciondolo con i pezzi di puzzle.
Lo guardo. Lei se ne accorge.

«L'ho messo,» dice piano. «Dopo l'altra sera.»
«Ti sta bene. Ti ha portato fortuna.»
«Può darsi.»

Mi stringe il polso per pochi secondi, con la mano sana. Sento sbattere la porta dietro di me. Ji-Soo si ferma ai piedi della branda.

«Come stai, Nancy?»
«Meglio di Jason.» Nancy la prende con ironia.
«Non avrei dovuto farti uscire.»
«Sono io che ho voluto uscire. Non è colpa tua.»
«È l'unica ad aver visto l'uomo che puntava Nick,» intervengo io. «Mira a parte, grazie a lei Nick è vivo. Poteva andare molto peggio.»
Nancy ride, e la risata le torna indietro come una smorfia. «Mi hai appena fatto un complimento? Non ci credo.»
«È un fatto, non un complimento.»
«Certo, certo.»

Meave entra senza fare rumore. Si ferma a due passi dalla soglia con le mani nelle tasche del giubbotto.

Mary alza lo sguardo dalla bacinella e guarda Meave.
«Tu. Se sei qui, renditi utile. Il termometro è nel cassetto. Misurale la febbre e tienila ferma mentre preparo le bende.»

Ji-Soo mi fa un cenno con la testa verso la stufa spenta, in fondo alla stanza. La seguo.

«Cosa è successo là fuori?» Tiene la voce bassa. «Vi hanno teso un'imboscata?»
«L'abbiamo fatta noi. Sei uomini che caricavano un wapiti a un miglio dalla strada. L'ordine è stato mio.»
«Hai attaccato la Stirpe.»
«Ho attaccato sei uomini che avevo già avvertito di non farsi più vedere.»
«Adesso verranno a cercarli.»
«Troveranno cinque cadaveri e un pick-up con la gomma a terra. Volevi restartene con le mani in mano sperando che avessero imparato la lezione? Si stanno prendendo tempo per rimettersi in piedi.» Appoggio la schiena alla parete. «Mi hai chiesto gasolio e cibo. Hai duecento litri e trecento chili di carne sul cassone.»
«Non è questo il punto.»
«Ah no? E qual è?»
«Che tu decidi e noi paghiamo.»

Intanto, oltre la sua spalla, vedo Meave chinata sul letto. Ha il termometro di vetro in una mano. Con l'altra sistema la coperta sul petto di Nancy, con più cura di quanta serva. Stanno parlando. Con Mary che prepara la roba e la voce di Ji-Soo non sento cosa si stanno dicendo.
Meave le infila il termometro sotto il braccio sano con un movimento un po' troppo deciso. Nancy trattiene il respiro.

«Piano,» dice Mary alzando la testa.
«Scusa.»

Torno a Ji-Soo. «Hai paura. Lo capisco. L'inverno sta mangiando le scorte, il nemico è sul confine e abbiamo perso Tae-Soo.»
«Non ho paura...»
«Io invece penso di sì. Lo vedo da come reagisci a ogni cosa. Ascolta, ti dico quello che farei io. Addestramento di base per tutti quelli che hanno poca dimestichezza con le armi. Le guardie non bastano più, e chi non sa difendersi è peso morto.»
Ji-Soo fissa il pavimento per tre secondi. Poi alza il mento.
«Va bene, domani mattina iniziamo. Sei tu a guidare l'addestramento. È una mia decisione.»
«No. Guidi tu. Io faccio da istruttore.»
«C'è differenza?»
«Dimostri di avere ancora un po' di controllo. La gente si fida più di te che di me.»
Un angolo della sua bocca si muove appena. «Mi stai insegnando a fare il capo.»
«Ti sto solo cercando di non far andare tutti nel panico.»

Torniamo verso le brande. Meave smette di parlare con Nancy. Il suo sguardo non mi sembra rilassato. Poi però torna normale.
Mary riprende il termometro dalle sue dita. «Grazie, Meave. Adesso ci penso io.»
«Figurati.» Sorride a Mary, e a nessun altro. «Devo tornare in serra, ma se serve una mano mandami pure a chiamare.»
Mi fa un mezzo sorriso, poi esce chiudendo la porta. Mi avvicino di nuovo a Nancy.

«Non ti facevo così brava a sopportare il dolore.»
Mi sembra un po' infastidita, ma appena le parlo mi guarda e sorride.
«Mi fa male da morire, Trev.» Butta fuori l'aria dai denti. «Sto solo cercando di non pensarci.»
«Se vuoi resto a farti compagnia mentre ti ricuce.»

Nancy gira la testa verso di me. Ha le ciglia ancora bagnate, la faccia sporca.

«Vai a occuparti di quel bastardo. Ce la posso fare anche da sola.»
«Ah, adesso fai la dura.»
«Sì.»
«Bene. La prossima volta che ti prendi una pallottola ti curi da sola.»
Ride, poi si morde il labbro per il dolore. «Contaci. Sei un pessimo infermiere.»
«Me l'hanno già detto.»

Le stringo la mano e lei non la ritira. Quando mollo la presa, le dita restano aperte e poi si richiudono sul lenzuolo.
Esco. Mi avvio verso il magazzino per recuperare un po' di attrezzatura, e poi andrò a fare due chiacchiere con l'uomo che abbiamo preso in ostaggio.
In magazzino trovo dell'attrezzatura che può tornarmi utile: una chiave prussiana, una tanica da cinquanta litri che riempirò d'acqua, un panno e delle pinze. Metto tutto in un secchio e vado da Ji-Soo per vedere dove lo hanno portato.

[CONTINUA...]
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