Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 14
di
Michael035
genere
fantascienza
Il carburante sfiora la tacca rossa della riserva. Tra i blocchi di neve che bloccano le rampe della Highway 11E e le sviste di Nancy agli svincoli secondari, il Dodge ha bruciato litri di diesel per niente. La mappa non conosce gli sterrati franati, né le carcasse di tir messe di traverso dalle milizie, prima del crollo.
Le propaggini industriali di White Pine emergono mentre il cielo torna a scurirsi.
«Stiamo finendo il carburante,» dico, indicando il cruscotto. «Se continuiamo a girare a caso restiamo piantati in mezzo al nulla.»
Nancy accosta contro una recinzione distrutta. Oltre il piazzale di ghiaia e neve c'è la sagoma di un vecchio stabilimento alimentare.
Lascio Meave e Clem nel veicolo, a vegliare su Jason. Il ragazzo è incosciente, la febbre continua a salire, e sulla fasciatura attorno al moncone si allarga una macchia sempre più scura.
«Dieci minuti,» le dico prima di chiudere lo sportello. «Non venite a cercarci. Non lasciate il pick-up e Jason, mai, per nessun motivo. Se le cose si mettono male, andatevene.»
Il mio sguardo va su Nancy, le faccio un cenno d'intesa e lei sfila la sua arma dalla cintura.
Scavalchiamo il binario del raccordo ferroviario ed entriamo nell'edificio da un varco nella banchina di carico.
Do un'occhiata veloce per vedere se ci sono pericoli, ma la zona sembra sicura. Le passerelle sospese sopra le linee di imbustamento sono libere e scricchiolano a ogni raffica che filtra dalle crepe e dai finestroni sfondati. Ci sono brandelli di teli plastici che pendono dalle travi.
Avanziamo rasenti ai basamenti in cemento. Nancy è dietro di me, facciamo passi corti per non far rumore. Potrebbe esserci di tutto qui dentro.
Poi la quiete si interrompe. Colpi di pistola e uno schioppo pesante di un fucile a pompa arrivano dalle passerelle superiori. I proiettili sbriciolano lo spigolo di cemento a un palmo dal mio viso, mi riempiono la bocca di polvere. Mentre un colpo mi ferisce al braccio. Un dolore improvviso mi attraversa il bicipite sinistro. Di striscio. Mi hanno colpito, ma fortunatamente è una ferita superficiale, e il dolore mi tiene solo più sveglio.
Afferro Nancy per il colletto e la tiro dietro il fianco di una pressa idraulica dismessa. Sollevo il fucile, individuo il lampo arancione di uno sparo tra le grate del secondo livello, rispondo con una raffica di colpi. Il piombo si infrange contro il parapetto d'acciaio e costringe i tiratori a ritirare la testa.
«Siamo in trappola, Trevis... hanno aspettato che ci allontanassimo dall'entrata per attaccare e ora ci hanno sotto tiro.»
Ha ragione. I passi sui grigliati si allargano — ci stanno prendendo a tenaglia. Devo inventarmi qualcosa oppure siamo finiti.
Dall'alto arriva un'imprecazione, è una voce maschile.
«Questa volta non ne uscite vivi, figli di puttana!»
In quel tono di voce sento rabbia e frustrazione, ma evidentemente pensano che sia qualcuno che li sta perseguitando.
«Nancy, blocca il carrello e dammi la tua pistola..» Mi volto verso di lei allungando la mano.
«Cosa? Ma perché?»
«Fai come ti dico e basta, non fare storie.»
Nancy non si oppone e mi porge la sua arma. Io tolgo il caricatore dal fucile, faccio scivolare la cartuccia dalla canna. Metto la sicura, e spingo entrambe le armi sul cemento, lasciandole ruzzolare fino al centro del corridoio, dove tutti possono vederle.
Mi alzo appena, senza uscire del tutto dal nostro riparo, se esco di scatto niente e nessuno mi salverà da una pallottola sparata per paura. Ho le mani aperte e le alzo verso l'alto in segno di resa.
«Fermi, per favore. Non vi conosciamo e non cerchiamo guai!» grido abbastanza forte da farmi sentire.
«Ma forse abbiamo un nemico in comune. Ho buttato le armi. Usciamo a mani alzate così potete vederci. Ci servono solo delle provviste.»
I passi sulle passerelle rallentano fino a fermarsi del tutto. Aspettiamo che siano loro a darci il via libera.
«Venite fuori. Piano,» risponde una voce diversa. Femminile questa volta. «Siete sotto tiro, provate a fregarci e vi ammazziamo senza esitazione.»
Faccio un cenno a Nancy. Usciamo dalla pressa con le dita aperte, le braccia alzate, fermandoci a tre metri dalle armi a terra.
Alzo la testa e vedo cinque figure. Quattro uomini con giacconi imbottiti e fucili da caccia spianati, e una ragazza. Avrà meno di trent'anni, ma a giudicare dal tono della sua voce comanda lei. Ha una corporatura asciutta, capelli neri raccolti in una coda stretta. Impugna un fucile a canne mozze, basso ma pronto.
Scende dalla passerella in alto e si ferma a quattro passi da me, gli altri uomini la seguono. Gli occhi le scorrono sulle armi a terra, sulla manica che mi si sta inzuppando e su Nancy. Sul fianco destro le pende un falcetto da potatura che una volta serviva a tagliare i ciuffi d'erba, ora, probabilmente, verrà usato per falciare la testa degli erranti.
«Chi siete e da dove venite?» Voce nitida, senza inflessioni. «Cosa intendevi quando hai detto che abbiamo un nemico in comune? Conoscete anche voi la Stirpe?»
Guardo la doppia canna del suo fucile, poi lei.
«La Stirpe?»
Nancy fa un passo avanti mettendosi al mio fianco, i palmi ancora aperti. «Intendi i Cannibali?»
La ragazza inclina appena il capo, senza smettere di inquadrarci. «Sì. Parlo di loro. Stanno dando la caccia anche a voi?»
«Io non li ho mai incrociati,» dico.
«Arriviamo dalla Carolina del Nord, siamo solo di passaggio. Lei li ha incontrati prima che la raccogliessimo, ed è viva per pura fortuna.»
La ragazza resta ferma. «Siete solo voi due?»
«No. Siamo in cinque. C'è un ferito grave sul nostro pick-up, il suo ragazzo. Non cerchiamo rogne. Mi sembrate gente che ragiona. Io sono Trevis. Lei è Nancy.»
La ragazza volta il capo verso i suoi.
«Abbassate le armi.» Loro obbediscono, restando comunque pronti.
«Mi chiamo Ji-Soo,» dice. «E con la Stirpe abbiamo un conto aperto che ci sta consumando. Abbiamo una comunità qui vicino — trentasei persone, prima che iniziasse. Ora siamo in ventisette. Ci stanno eliminando uno a uno. Dal modo in cui ti muovi, e da come sei vestito, direi che vieni dai ranghi militari. Che ne dici di un accordo?»
Abbasso le braccia. La manica lacerata riprende a sanguinare.
«I patti non mi sono mai piaciuti. L'ultima volta che ne ho stretto è andato tutto a puttane. Ma parla, ti ascolto.»
Ji-Soo viene verso di me un passo alla volta.
«Nelle nostre camerate si sono liberate parecchie brande, ultimamente.» Comincia a girarmi intorno, passo corto, come un cane da guardia.
«Possiamo curare il vostro ferito, darvi riparo e le scorte che vi servono.» Si ferma dietro la mia spalla destra, fuori dal mio campo visivo. Con un gesto fluido sfila il falcetto dalla cintura e ne posa la punta contro la mia giugulare.
«Ma voi ci date una mano a difendere il posto da quei mostri,» continua, a un soffio dal mio orecchio.
«Ci serve gente che sappia sparare per uccidere. E non provare a fregarci, soldatino. Non sono buona come sembro.»
Non muovo il collo. So riconoscere un tono serio e autoritario da uno che parla solo per paura.
«Nessuno che sia ancora intero a questo punto della storia è buono. Io non so se posso fidarmi di te, tu non puoi sapere se fidarti di me. Il mondo gira così... cinesina.» Sento la punta del falcetto affondare di un millimetro.
«Coreana,» replica la ragazza.
«Perdonami. È facile confondersi con voi asiatici, vi somigliate tutti. Non prenderla sul personale.»
Mi sostiene lo sguardo qualche secondo, poi ritira il falcetto con uno scatto e lo riaggancia al suo fianco.
«Quindi, ci stai?»
«Non credo di avere una scelta migliore.»
«Mh, mh. Già, hai proprio ragione.» Ji-Soo guarda me e poi Nancy. «Le armi le prendiamo noi. Seguiteci.»
Avverto Meave via radio e le faccio raggiungere il nostro punto d'incontro lungo la strada di servizio. Il pick-up arriva a passo d'uomo, si affianca al gruppo di Ji-Soo.
Ci dividono per tenerci d'occhio, e fanno consegnare le armi anche a Meave e Clem. Io, Nancy e Clem saliamo sul veicolo di Ji-Soo con uno dei suoi uomini; gli altri tre prendono posto sul nostro fuoristrada, al volante Meave, Jason disteso dietro.
Dopo tre miglia di sterrato incassato tra colline di pini, gli alberi si aprono su quella che doveva essere un'azienda agricola. Ora è una fortezza improvvisata: un perimetro di tronchi d'abete spessi come pilastri, rinforzato da lamiera grecata, reti da cantiere, matasse di filo spinato lungo il bordo superiore. A destra del cancello, su un traliccio d'acciaio, una torretta protetta da sacchetti di sabbia.
Ji-Soo salta giù dal mezzo prima che si fermi del tutto. «Aprite! Chiamate mio padre!»
I battenti di legno scivolano verso l'interno con uno stridore di carrucole. Entriamo nel cortile di terra battuta mischiata al ghiaccio.
Un uomo sulla sessantina si avvicina a noi. Rughe profonde, capelli grigi tagliati corti. Il padre di Ji-Soo.
Lei gli parla in coreano, veloce, indicando il veicolo, la mia ferita e le condizioni di Jason. Lui ascolta senza interrompere. Poi alza la testa e ci chiede di scendere.
«Sono Han Tae-Soo,» dice, voltandosi verso di me con un cenno del capo. Inglese duro, essenziale. «Potete restare. Ma il ragazzo è una variabile che non posso correre.»
Io e Meave tiriamo fuori Jason dal sedile posteriore. Sta peggiorando, ha bisogno di cure immediate. Lui vaneggia per la febbre. Due uomini di Tae-Soo arrivano con una barella improvvisata su due tubi di ferro.
«In infermeria,» ordina Tae-Soo, bloccando Nancy che cerca di seguirlo da vicino.
«Resterà in isolamento. Legato al telaio del letto. Se muore stanotte e si rialza, non voglio sorprese per i miei medici. È la procedura. O così, o resta fuori dai cancelli.»
Mi avvicino a Nancy poggiando le mie mani sulle sue spalle.
«Dai, Nancy, vedrai che starà bene. È arrivato fin qui, no?» lei deglutisce, guarda il suo ragazzo sparire dietro l'angolo, ma non protesta.
Il signor Han ci fa cenno di seguirlo lungo il camminamento principale. Mi guardo intorno, la gente dell'insediamento si affaccia dalle porte e dalle finestre delle rispettive capanne a squadrarci.
«Qui ci sono regole precise,» comincia a parlare Tae-Soo. Ha le mani dietro la schiena e lo sguardo che continua a guardare avanti.
«Niente armi a tracolla mentre vi muovete nel campo. Ogni pezzo di ferro va inventariato e consegnato al magazziniere. Se volete tenere un'arma, la tenete nel vostro rifugio, ma deve essere dichiarata — mai in giro per l'accampamento. Firmate il registro all'armeria: nome, modello, orario. C'è sempre un addetto di turno.» Poi indica il cancello e l'uomo sulla torretta.
«Stessa cosa per le uscite dai cancelli. La guardia al cancello ha un registro, segnate la zona e il tempo stimato. Se l'orario scatta e non siete tornati, mandiamo una squadra a ripescarvi. Se siete ancora vivi.»
Ci fermiamo davanti a una struttura in muratura da cui esce fumo grigio e si volta verso di noi.
«Questa è la mensa. Si mangia tutti insieme, due volte al giorno, agli orari stabiliti. Unica eccezione: chi è di guardia sulle mura mangia quando riceve il cambio sul posto, le postazioni non devono restare mai scoperte.»
Ci guarda uno a uno — me, Meave, Clem, Nancy.
«Qui dentro non esistono ospiti. Ognuno copre un turno. Orti nelle serre, scorte nel magazzino, cucina, manutenzione delle recinzioni. Se pensate di starvene a guardare gli altri lavorare, durate poco. Questo posto sta in piedi perché ognuno fa esattamente quello che gli viene assegnato.»
Tae-Soo riprende a camminare con le mani sempre dietro la schiena, camminiamo fino ad arrivare a una casetta in tronchi a piano unico, le finestre rinforzate da sbarre di ferro.
«La vostra sistemazione,» dice, spingendo la porta. «Alloggi separati non ce ne sono. Sistematevi. Tra un'ora suona la campana della mensa.»
Se ne va senza aspettare ringraziamenti.
Dentro c'è solo l'essenziale per lavarsi e dormire. Quattro brande lungo le pareti, una stufa di ghisa spenta al centro. Lascio cadere lo zaino sul pavimento.
Sento Meave che si appoggia con il mento sulla mia spalla.
«Posto rigido,» dice, a bassa voce.
«Un posto che funziona, però,» rispondo, sfilandomi la giacca per guardare la ferita sul braccio.
Il mio sguardo osserva ogni dettaglio della capanna: è un rettangolo di legno, senza nessuna concessione al conforto.
I servizi stanno in uno sgabuzzino cieco: un lavandino di ceramica crepata, un fusto blu da duecento litri con ACQUA NON POTABILE scritto a pennarello sulla pancia. Dalla parete sporge un tubo zincato con una valvola d'ottone — quando la giro, il risucchio dice che pesca direttamente da una pompa di profondità. Lascio scorrere l'acqua per riempire il fusto e torno di là.
Nella stanza principale, due letti a castello e una branda singola. È gente che sa il fatto suo, dico nella mia testa. I letti sono costruiti con tubi da ponteggio e bulloni grossi come pollici. I materassi sono vecchi e macchiati d'umidità, le coperte sono grigie, puzzano di stalla e usurate dal tempo. C'è anche un mobile con cinque cassetti contro la parete. Un tavolo con una gamba rialzata da un tassello, tre sedie da giardino scolorite e una specie di divano fatto con dei pallet con sopra dei cuscini vecchi.
Non è affatto male, è un po' freddo, ma quella stufa ci scalderà il culo per molte notti.
Dall'esterno arriva il suono di una campanella a ritmo regolare — il segnale della mensa.
Mi avvicino alla porta, dove Meave controlla la chiusura del fermo. Clem le sta a ridosso con le mani in tasca. La mia attenzione però va su Nancy, è seduta sul bordo del letto in basso, le gambe serrate, con la faccia nascosta dietro i palmi delle sue mani.
«Tu e Clem andate,» dico a Meave, a bassa voce. «Vi raggiungiamo tra un minuto.»
Meave guarda Nancy un istante, poi incrocia i miei occhi e annuisce appena. Afferra Clem per una spalla ed esce, tirandosi dietro la porta senza far rumore.
Restiamo soli. La struttura della branda scricchiola quando mi siedo al suo fianco.
Nancy non si stacca le mani dal viso, ma piega il busto verso di me, lascia cadere la testa sulla mia spalla. Sento il suo respiro caldo attraverso il giaccone, l'odore secco di sangue vecchio sulle sue maniche.
«Vai pure, io non ho fame, Trevis,» dice. La sua voce è appena udibile. «Tessa è morta, poi Jason, il morso, poi il braccio tagliato così... se perdo anche lui, in quell'infermeria... non so cosa mi resta per andare avanti.»
«Hey, Nan» dico, fissando le venature del pino sul cassettone. «L'unica ragione che devi avere è pensare sempre di arrivare a domani. Purtroppo non possiamo salvare chiunque. Devi solo pensare a dove mettere i piedi al prossimo passo e a quante scatole aprire per cena. È una merda quello che ti sto dicendo, lo so, ma è così che si va avanti.»
Nancy stacca le mani dal viso.
«Come fai a parlare così? Come se fosse tutto normale.»
«Perché lo è,» rispondo, voltandomi a guardarla. «Questa è la normalità adesso. Tutti quelli che camminano là fuori hanno lasciato qualcuno sottoterra, o abbandonato in mezzo a una strada. Tu, io, Meave, Clementine ha perso i genitori a sei anni, è cresciuta senza nessuno in mezzo a questo schifo di mondo. Non si tratta di essere cinico, stronzo o un figlio di puttana, Nancy. È la realtà dei fatti. Se ti carichi sulle spalle tutto quello che hai perso ieri, prima o poi ti spezzerai e a quel punto sarà troppo tardi.»
«E come si convive con questo, dentro?» La voce le trema, ma gli occhi cercano una risposta vera, non una consolazione. «Tessa era mia sorella. Tu stavi con lei. Dimmi come fai a respirare, sapendo che non la rivedrai mai più.»
Tiro indietro le spalle. Il braccio tira contro la fasciatura improvvisata.
«Accetti che è andata così,» dico. «Il vuoto non si riempie. Devi imparare solo a conviverci. Cammini, cammini dritto anche se pendi da un lato. Con tua sorella... la parte peggiore non è stata vederla chiudere gli occhi, dopo che l'avevano morsa. Quello è il momento in cui pensi che il peggio sia passato. La parte che ti resta dentro al cervello e che non se ne andrà mai è quello che devi fare subito dopo.»
Faccio un respiro profondo.
«Sei lì, con il corpo ancora caldo della persona che amavi,» continuo, senza ammorbidire niente, «e devi sfilare la lama dal cinturone. Farlo prima che le pupille le cambino colore. Perché se esiti, se ti lasci fermare dalla pietà, la condanni a diventare una di quelle cose che vagano lì fuori. E quando pianti l'acciaio nella testa di chi amavi, una parte di te resta piantata lì per sempre. Non torni quello di prima. Ti indurisci nei punti giusti per non andare in pezzi.»
Fuori, il vento sforza il telaio della finestra.
«Mi manca ogni giorno,» aggiungo, più piano. «Ma gliel'ho dovuto. Ora lei non soffre più. Tu sei qui, viva. E finché respiri, una parte di Tessa continua a vivere in noi. Pensi che lei voglia vedere la sua sorellina e l'amore della sua vita arrendersi? Tessa non si è mai arresa, anche a pochi minuti dalla sua morte continuava a ripetermi che sarebbe andato tutto bene e lei mi ha fatto promettere che non mi sarei mai arreso.»
Guardo Nancy stringere le dita nella stoffa della mia manica, poi molla la presa. Il suo sguardo vira verso la luce grigia del crepuscolo contro le sbarre della finestra. Si passa il palmo sulla guancia, spazza via lo sporco, le lacrime e tira un respiro profondo, poi lo lascia andare, piano.
«Sì, ho capito,» mormora, la voce un po' più ferma. «Sono sicura che mi sgriderebbe anche in paradiso se mi faccio ammazzare adesso, dopo quello che avete fatto per salvarci.»
«Esatto.» Mi alzo dalla branda, le tendo una mano. «Magari è stata proprio lei a condurci da voi... dai su, alzati. Andiamo a vedere cosa passano in mensa. Ci serve qualcosa nello stomaco.»
Raggiungiamo Clementine e Meave che ci aspettano all'entrata della mensa. Entriamo nel piccolo edificio e veniamo investiti subito dal calore umido che proviene dalla cucina, si sente odore di bruciato. Le conversazioni ai banchi di legno si smorzano di colpo appena ci vedono entrare.
Qui non siamo a Balsam, dove ci si arrangiava giorno per giorno. Hilton River — il nome è inciso su un'asse scolorita dal sole, inchiodata accanto al cancello principale — è una macchina che gira con ingranaggi oliati, dove ognuno lotta per tenersi il proprio posto e ogni volta che arriva gente nuova c'è sempre quella sensazione che quella macchina possa smettere di funzionare correttamente.
Al centro della sala, vicino ai pentoloni d'acciaio, c'è Han Tae-Soo. Accanto a lui Ji-Soo, e un altro ragazzo coreano— trenta, trentacinque anni al massimo, stessi zigomi, la stessa postura rigida: un altro figlio di Tae-Soo. Intorno, una ventina di persone, quasi tutte americane, facce segnate dai campi e dai turni di guardia. Ma è chiaro chi comanda.
Tae-Soo batte il palmo su un pilastro. Il brusio si spegne.
«Ascoltatemi tutti,» dice, alzando la voce senza urlare.
«Stasera abbiamo quattro volti nuovi alla nostra tavola. Arrivano dalla strada, e hanno lasciato anche loro del sangue lungo la via. Accoglieteli senza rancore e senza sospetto.»
Guarda la sala.
«Abbiamo recintato questa terra per proteggerci dai morti e dalla feccia che ha dimenticato cosa significa essere umani,» continua. «Ma la nostra prima difesa è la memoria. Se smettiamo di riconoscere chi cerca solo un tetto e un piatto caldo per non morire, diventiamo esattamente come quelli dall'altra parte dei tronchi. Prendeteli per quello che sono: persone che lottano per arrivare a domani. Sedetevi, mangiate.»
Ci indica un banco libero in fondo alla sala. Ci avviamo mentre la sala torna a parlare — qualcuno continua a girarsi verso di noi con lo sguardo diffidente, ma io continuo a camminare.
Ci portano quattro ciotole di metallo, zuppa densa di patate e porro. Mangiamo in silenzio. Il cibo è buono e zittisce la fame che ci portiamo dietro da giorni.
Il resto della giornata scorre senza problemi. Più tardi la gente comincia a rintanarsi nelle proprie capanne. Meave, Clem e Nancy sistemano i loro letti per mettersi a riposare. Io mi siedo fuori, su una pietra di fianco al nostro rifugio. Fa freddo, ma non ci faccio neanche più caso.
Tiro fuori dallo zaino il mio diario. Non lo aprivo da troppo tempo — ho scritto solo alcune annotazioni dopo il blocco autostradale di Asheville. Prendo la matita consumata e scrivo: lo scontro sul ponte, il ritrovamento di Nancy, l'infezione di Jason, i cannibali e infine il viaggio fino ai cancelli di Tae-Soo.
Sfogliando le pagine per ricapitolare tutto quello che ho scritto finora, mi trovo davanti la foto di Tessa, attaccata alla pagina con una spilla per capelli. I bordi sono sempre più consumati, gli angoli piegati. La fisso, alla luce fioca della serata, finché il calpestio di passi sulla ghiaia non mi riporta alla realtà.
Chiudo subito il diario.
Ji-Soo si ferma a due passi da me. Indossa un giaccone scuro, imbottito e porta in mano un foglio bianco piegato.
«Spero che il posto sia di vostro gradimento.»
«Scherzi?» Mi risistemo, i gomiti sulle ginocchia. «Questo è un cazzo di hotel a cinque stelle rispetto agli ultimi posti dove abbiamo dormito. C'è pure un water che funziona. Ma dimmi, cosa ti porta qui a quest'ora?»
«Oh, niente,» dice lei, un'ombra di ironia nella voce. «Sono venuta a dirvi di godervi questo giorno di riposo. Da domani mio padre vi vuole operativi. Piuttosto, dimmela tu una cosa: sei stato tu ad amputare il braccio a quel ragazzo?»
«Sì. Perché?»
Piega la testa di lato, mi osserva con distacco. «Hai fatto un buon lavoro. Il moncone è pulito, la cauterizzazione ha tenuto. Allora voi americani non siete poi tutti stupidi.»
«Beh, mi sembra ovvio,» dico, con un mezzo sorriso. «Siamo pur sempre i primi in tutto, no?»
«Già,» ribatte, senza esitare. «Anche nel distruggere il mondo siete stati i primi.»
«Questa era cattiva.»
Ji-Soo rimane impassibile. Mi allunga il foglio.
«Comunque. Qui sopra mio padre ha scritto le vostre mansioni. Tu vai nei turni di guardia sulla recinzione — tre turni da otto ore. La ragazzina può dare una mano in magazzino con le scorte. Nancy in cucina. Meave affianca chi lavora nelle serre. Ci pensi tu a dirlo a ciascuna?»
Prendo il foglio. La scrittura di Tae-Soo è stretta, ordinata. «Sì, ci penso io.»
«Bene. Il tuo turno comincia domani alle sei e finisce alle quattordici. Ruotano ogni settimana: la prossima quattordici-ventidue, poi ventidue-sei, e così via. Le altre iniziano tutte alle sette.»
«Ricevuto. Buonanotte, mangia-riso.»
Ji-Soo fa un sospiri profondo e se ne va senza aggiungere altro.
Infilo il foglio in tasca e rientro nella capanna per dirlo alle ragazze.
«Allora principesse, Tae-Soo ha fatto le squadre,» dico a bassa voce, attirando l'attenzione di tutte e tre.
«Niente parassiti in questo posto. Si comincia domani mattina.»
«Sentiamo,» risponde Meave, alzandosi a sedere sulla branda sopra alla mia.
«Clem, tu al magazzino scorte.»
«Ok,» risponde, rimettendosi subito a sistemare le sue cose nel cassetto.
«Nancy, tu invece in cucina.»
«Sì, capo!»
«Meave, sei nelle serre. Quindi preparatevi perché non mangeremo più verdure e ortaggi.»
Meave fa una smorfia veloce, ma annuisce.
«Non fare quella faccia, dico solo la verità... vuoi farmi credere che una che non sa leggere una cartina sia invece in grado di coltivare un ort–» Vengo zittito dal suo cuscino che mi arriva addosso.
Clem cerca di trattenere una risata ma non ci riesce.
«Vuoi andarci tu? Signor "so fare tutto io"?»
«No! Ti ringrazio. Io sono nel turno di guardia dalle sei alle quattordici.» Appoggio la giacca sul cassettone. «Spegnete le candele. Domani arriva presto.»
Il buio inghiotte la stanza in un istante. Sento solo il fischio del vento sulle lamiere e il respiro pesante di Nancy che si è addormentata in cinque minuti. Sono steso sul materasso. È duro, ma è più comodo dei sedili del pick-up. Tiro la coperta ruvida fin sotto il mento e fisso la branda sopra di me dove dorme Meave.
Passa forse un'ora. Io ho solo chiuso gli occhi. I pensieri che si affollano nella mente sono tanti e non mi lasciano dormire serenamente. Poi, un cigolio minimo dalla branda di Meave. La sento scendere dalla sua branda e si ferma di fianco al mio letto.
«C'è posto?» sussurra. Apro gli occhi e non dico nulla.
Mi sposto contro la parete di legno e le faccio spazio. Meave si infila sotto la coperta. Lo spazio è strettissimo, le nostre gambe si incastrano subito. Mi poggia un dito sulle labbra per impormi il silenzio, poi si sporge e mi bacia. Le metto una mano dietro la nuca, afferrando i capelli, e ricambio. Non facciamo rumore. Nancy e Clem dormono a qualche metro da noi, oltre il tavolo.
Le sue mani non esitano. Si infilano sotto la maglia termica, palpa il mio petto, poi scende svelta verso la cintura. La mia mano scatta subito verso la fibbia e la sblocco per facilitarle il lavoro e abbasso i pantaloni. La sua mano mi afferra. Le sue dita sono fredde. Inizia a muovere la mano su e giù sempre allo stesso ritmo, lento e continuo.
Chiudo gli occhi e deglutisco a fatica per non fare versi. Meave inarca il bacino contro il mio fianco, solleva il bacino e si fa scivolare i pantaloni sulle cosce. La assecondo, infilando la mano tra le sue gambe. È già bagnata, caldissima contro il gelo che satura il resto della capanna. Uso due dita. Spingo e sfrego con un ritmo costante, seguendo il movimento della sua mano su di me. Lei apre la bocca e fa un respiro profondo, bloccandosi all'istante. Lascia uscire piano quel respiro e blocca la mia mano perché è troppo eccitata per rimanere ancora zitta a lungo. La bacio sulla guancia e le mordo il lobo dell'orecchio mentre lei stringe la presa su di me e aumenta la velocità.
Meave serra la mascella. Si posiziona a pancia in su. La vedo stringere la stoffa della coperta con la mano libera. Il suo respiro si fa più irregolare, corto, affannato, ma totalmente muto. Le mie dita entrano ed escono da lei con spinte sempre più decise. Meave piega una gamba e la punta contro il materasso per l'eccitazione.
«Ah–» si lascia sfuggire un piccolo gemito strozzato, poi si porta immediatamente una mano alla bocca.
L'orgasmo la colpisce subito dopo. Spalanca gli occhi e affonda i denti nella sua mano per soffocare il grido di piacere. Le sue pareti si contraggono sulle mie dita, sento una raffica di schizzi caldi colpirmi la mano, mentre il suo corpo si irrigidisce sotto la coperta. Lei però non si ferma. Continua a muovere la sua mano su e giù con più decisione e crollo anch'io. Trattengo il respiro, mi sporgo in avanti verso il suo ventre e lascio che il piacere mi svuoti del tutto, finendo sul suo palmo e sul suo ventre piatto.
Restiamo fermi, incollati l'uno all'altra, aspettando che il battito del cuore torni a una frequenza normale e i nostri respiri tornino a un flusso regolare. L'aria gelida si infila dallo spigolo scoperto del letto, raffreddando subito il sudore sui nostri petti. Meave mi lascia un bacio veloce sulla guancia. Si pulisce la mano con un lembo di stoffa, si tira su i pantaloni e scivola fuori dal letto con la stessa rapidità con cui è arrivata. Torna sulla sua branda senza far scricchiolare un'asse. Chiudo gli occhi e mi lascio andare nel sonno.
A svegliarmi sono tre colpi contro la nostra porta e il suono della campana che suona alle cinque e trenta per svegliare chi deve dare il cambio sulle torrette.
Mi infilo gli stivali, stringo i lacci al buio e vado ad aprire. L'aria del mattino è ghiacciata. Sulla soglia c'è un uomo infagottato in un giaccone da montagna sbiadito, un fucile a tracolla e il fiato che si condensa in nuvole bianche. Avrà più o meno la mia età, lo sguardo sveglio di chi ha smesso di dormire profondamente da un pezzo.
«Sei tu quello nuovo, giusto?» chiede, inquadrandomi. «Sono Nick. Il tuo compagno di turno. Siamo sulla torretta principale, quella al cancello. Ti accompagno in armeria, poi saliamo.»
«Finisco di vestirmi. Aspettami qui fuori.»
Cinque minuti dopo camminiamo sulla ghiaia indurita dal gelo. Hilton River dorme ancora, immerso in quella luce livida e piatta che precede l'alba. Da una tettoia arriva l'odore di legna appena accesa per il turno di cucina.
L'armeria è una baracca fatta con legno e lamiera coibentata, l'interno puzza di olio e metallo. Mi trovo davanti a un uomo massiccio, con la barba incolta.
«Buongiorno, Nick.» poi il suo sguardo si posa su di me, «Buongiorno, tu sei?»
«Mi chiamo Trevis, sono arrivato ieri.»
«Ah sì, adesso ricordo. Fammi indovinare, rivuoi le tue armi, vero?»
«Sì, ci sono affezionato.»
«Non avevo dubbi. Allora, cosa avevi con te?»
«Il fucile d'assalto calibro 5.56, la pistola calibro 9 e il coltello da caccia, c'è una "T" incisa sul manico.»
L'uomo apre una porticina sul retro e prende quello che ho appena richiesto.
«Il vostro capo mi ha detto che posso tenerne una nell'alloggio,» dico, indicando la mia roba.
«Un pezzo solo, nella capanna. Il resto resta qui.» Posa le armi sul bancone e prende un registro sul quale scrive le armi che ho preso. «Quale vuoi tenere?»
«Il fucile d'assalto. Coltello e pistola te li riporto a fine turno.»
Annuisce, mette una firma sul registro e poi spinge il foglio verso di me.
«Una firma vicino alla mia e abbiamo finito.» Firmo, e mentre lo faccio passo in rassegna le rastrelliere alle sue spalle. Balestre con carrucole di precisione, fucili a pompa calibro 12, un paio di Heckler & Koch, archi compositi. Un arsenale vero, non da dilettanti.
«Bella collezione,» dico.
«Sì, ci serve solo gente che sappia usarle... chiamami Liam.» Faccio un cenno col capo e aspetto che Nick scelga le sue armi.
Saliamo sulla torretta. Il vento qui sopra è ancora più fastidioso. Nick si piazza sul lato ovest a visionarevil perimetro con il binocolo. Io mi appoggio sul parapetto e noto un pacchetto di sigarette che sporge dalla sua tasca.
«Me ne daresti una?»
«Cosa? Ah, intendi una sigaretta?»
Mi appoggio al parapetto e faccio cenni di sì con la testa.
«Certo.» Apre il pacchetto e me lo porge. Prendo una sigaretta e lui me l'accende con il suo accendino.
«Ti sono mancate, eh»
«Nah, stavo smettendo.»
«Sì, certo. Come no,» ride. «Non capita spesso che uno appena arrivato finisca subito di guardia,» continua Nick.
«Ero un militare. Facevo parte dei Navy SEALs.» Tengo lo sguardo sulla strada sterrata vicino alle nostre mura mentre butto fuori il fumo della sigaretta. «Sono più utile qui sopra che in una serra a piantare pomodori.»
Nick mi guarda. «Non posso darti torto. E non biasimo nemmeno Tae-Soo per la scelta. Siamo in codice rosso perenne. Serve gente sveglia, e tu lo sembri.»
«Sì, l'avevo capito. Ma perché ce l'hanno tanto con voi? Vi hanno puntati, o è una questione di territorio?»
«Quelli ce l'hanno con chiunque respiri e non faccia parte della loro cerchia.» Si accende anche lui una sigaretta. «Per loro siamo bestiame. Sono mesi che non mettiamo il naso fuori dal cancello senza perdere un uomo. Voi come cazzo avete fatto a sopravvivere là fuori, con questi pazzi a piede libero?»
«Venivamo dalla Carolina del Nord. L'idea era aggirare Asheville, puntare a Johnson City e rientrare verso est. Ma le strade non esistono più. Ci siamo impantanati, e siamo finiti qui.»
«Perché aggirare Asheville?»
«È una fossa comune. Non passa nessuno. Eravamo diretti a New Bern, sull'oceano.»
Nick annuisce piano. «Ne abbiamo sentito parlare. Dicono che sia una bella roccaforte.»
«E voi perché non avete mai provato a raggiungere New Bern?»
«Solo un pazzo lascia un posto fortificato come questo per rincorrere una voce. E un ex militare dovrebbe saperlo meglio di me: mettersi in marcia d'inverno è un suicidio. Specialmente quest'anno. Senti l'aria? Quest'anno ci cacheremo sotto per il freddo.»
«Hai ragione. Girare in inverno è un suicidio, lo so. Solo che noi non avevamo mura dietro cui nasconderci. New Bern era l'unica rotta sensata.»
«Capisco. Comunque qui non si sta male. Tae-Soo ha un bastone di ferro nel culo, ma è una brava persona. Ha perso la moglie e il figlio più piccolo — è stato—»
«Fermati,» lo blocco, senza alzare la voce. «Preferisco non saperlo.»
Nick chiude la bocca, incassa. «Certo. Meglio così, fidati.»
L'alba sale alle nostre spalle, i primi raggi del sole illuminano la neve per terra.
«Mi presti il binocolo?»
«Fai pure.» Me lo passa.
Comincio a sezionare il limite della foresta da sinistra a destra, un settore alla volta.
«Tu sai revisionare un'arma, vero?» chiede Nick. «Questo fucile del cazzo mi si inceppa sull'estrattore da giorni.»
«So metterci le mani. Quando smontiamo, te lo pulisco. Che lavoro facevi, prima?»
«Avevo un fast food a Morristown.»
Sorrido a mezza bocca, senza staccare gli occhi dagli oculari. «Allora i cannibali stanno cercando proprio te.»
«E perché?»
«Magari vogliono consigli professionali per i loro hamburger di carne umana.»
Nick fa una smorfia. «Questa potevi anche risparmiartela,Trevis.»
«Sì, forse hai ragione.»
Poi le lenti si fermano.
«Ma che cazzo è?»
«Cosa?» Nick scatta in avanti.
Gli pianto il binocolo nel petto. «Ore tre. Quella quercia isolata, cinquanta metri dal margine del bosco. Dimmi cosa vedi. A occhio nudo a me sembra una carcassa.»
Nick inquadra il punto.
«Porca puttana.» Abbassa il binocolo. «Ieri al tramonto non c'era. Ci scommetto la vita, gli altri se ne sarebbero accorti. L'hanno appeso stanotte. E chi era di guardia non ha visto un cazzo perché con il buio fino a lì non si vede. Dobbiamo dirlo a Tae-Soo.»
Dieci minuti dopo, il cancello principale si apre. Ji-Soo è già fuori, fucile a pompa in pugno, gli occhi di chi è pronta a sparare alla propria ombra. Ha radunato quattro uomini in tempo record. Mi vede scendere dalla torretta e non mi lascia nemmeno aprire bocca.
«Tu vieni con noi.» Non è un invito.
Avanziamo nella neve a ventaglio, fucili spianati e gli occhi attenti per avvistare qualsiasi movimento. Dietro ogni tronco potrebbe esserci una sorpresa. Se sono arrivati così vicini al cancello senza allertare nessuno, questi si muovono come fantasmi.
Quando arriviamo alla base della quercia, la visione è sconcertante. C'è un uomo appeso a un ramo basso, un corda robusta che gli ha segnato il collo. La testa è chiusa in una busta di plastica nera, fissata con del nastro adesivo alla base, ma non è quello il dettaglio che gela il sangue. Al cadavere mancano il braccio destro e l'intera gamba sinistra. Non amputati, macellati. I tagli sono netti, eseguiti aggirando le giunture per portare via la massima quantità di carne. I lembi di pelle sono bianchi, segno di dissanguamento.
Uno della squadra estrae il coltello, taglia la corda. Il corpo cade sulla neve come un sacco di patate.
«Togliete quella busta,» ordina Ji-Soo, l'arma ancora puntata verso il bosco.
Un ragazzo si fa avanti, strappa il nastro portando via anche la plastica. L'uomo salta subito all'indietro portandosi la mano sulla bocca.
«È Rayan.» A giudicare dal suo tono di voce quell'uomo faceva parte di Hilton River.
Un altro si piega in due e vomita sulla neve.
Faccio un passo avanti, abbasso la canna. Non guardo i monconi né il viso di Rayan. Guardo il petto.
Infilzato nel giubbotto con un punteruolo arrugginito, c'è un pezzo di cartone strappato da una scatola. Mi chino, sfilo il punteruolo per prendere il pezzo di cartone.
Quello che c'è scritto non lascia spazio a dubbi, sono stati loro.
«Presto toccherà anche a voi. Buon appetito.»
Mi rialzo. Guardo Ji-Soo. I suoi occhi neri restano fissi sul messaggio, e per la prima volta da quando la conosco, vedo una crepa nella sua sicurezza.
«Portiamolo dentro,» dice, la voce più bassa di prima. «Ma copritelo, non voglio che i bambini lo vedano così.»
Due uomini arrivano poco dopo e avvolgono il corpo in un telone. Lo trascinano verso il cancello. Rientriamo senza parlare. Il campo si è svegliato: gente ferma davanti alle tettoie, a guardare il telone che passa.
Tae-Soo ci aspetta sui gradini della struttura centrale, le braccia conserte. Non fa domande finché non depositano il corpo davanti a lui. Solleva un lembo del telone, guarda, lo richiude.
«Chi l'ha trovato?» chiede, la voce piatta.
«Io e Trevis,» risponde Nick. «Dalla torretta del cancello.»
Tae-Soo mi guarda un istante, poi guarda sua figlia. «C'era un messaggio,» dice Ji-Soo, porgendogli il cartone senza aggiungere un'altra parola. Tae-Soo lo legge, lo rigira tra le dita, come se il peso della carta potesse dirgli qualcosa in più delle parole scritte sopra. Poi lo accartoccia.
«Voglio il doppio delle guardie stanotte,» dice. «Su tutte e quattro le torrette, non solo sul cancello. E fate sapere a chi lavora fuori dal perimetro che da oggi si esce solo in squadra, mai da soli.»
«Papà—»
«Non adesso, Ji-Soo.» Il tono non lascia spazio. Si volta verso la gente radunata. «Seppellite Rayan accanto agli altri. Chi vuole dire due parole lo faccia ora. Poi si torna al lavoro. Non possiamo fermarci.»
Tae-Soo rientra nella sua capanna senza aggiungere altro.
[CONTINUA...]
Le propaggini industriali di White Pine emergono mentre il cielo torna a scurirsi.
«Stiamo finendo il carburante,» dico, indicando il cruscotto. «Se continuiamo a girare a caso restiamo piantati in mezzo al nulla.»
Nancy accosta contro una recinzione distrutta. Oltre il piazzale di ghiaia e neve c'è la sagoma di un vecchio stabilimento alimentare.
Lascio Meave e Clem nel veicolo, a vegliare su Jason. Il ragazzo è incosciente, la febbre continua a salire, e sulla fasciatura attorno al moncone si allarga una macchia sempre più scura.
«Dieci minuti,» le dico prima di chiudere lo sportello. «Non venite a cercarci. Non lasciate il pick-up e Jason, mai, per nessun motivo. Se le cose si mettono male, andatevene.»
Il mio sguardo va su Nancy, le faccio un cenno d'intesa e lei sfila la sua arma dalla cintura.
Scavalchiamo il binario del raccordo ferroviario ed entriamo nell'edificio da un varco nella banchina di carico.
Do un'occhiata veloce per vedere se ci sono pericoli, ma la zona sembra sicura. Le passerelle sospese sopra le linee di imbustamento sono libere e scricchiolano a ogni raffica che filtra dalle crepe e dai finestroni sfondati. Ci sono brandelli di teli plastici che pendono dalle travi.
Avanziamo rasenti ai basamenti in cemento. Nancy è dietro di me, facciamo passi corti per non far rumore. Potrebbe esserci di tutto qui dentro.
Poi la quiete si interrompe. Colpi di pistola e uno schioppo pesante di un fucile a pompa arrivano dalle passerelle superiori. I proiettili sbriciolano lo spigolo di cemento a un palmo dal mio viso, mi riempiono la bocca di polvere. Mentre un colpo mi ferisce al braccio. Un dolore improvviso mi attraversa il bicipite sinistro. Di striscio. Mi hanno colpito, ma fortunatamente è una ferita superficiale, e il dolore mi tiene solo più sveglio.
Afferro Nancy per il colletto e la tiro dietro il fianco di una pressa idraulica dismessa. Sollevo il fucile, individuo il lampo arancione di uno sparo tra le grate del secondo livello, rispondo con una raffica di colpi. Il piombo si infrange contro il parapetto d'acciaio e costringe i tiratori a ritirare la testa.
«Siamo in trappola, Trevis... hanno aspettato che ci allontanassimo dall'entrata per attaccare e ora ci hanno sotto tiro.»
Ha ragione. I passi sui grigliati si allargano — ci stanno prendendo a tenaglia. Devo inventarmi qualcosa oppure siamo finiti.
Dall'alto arriva un'imprecazione, è una voce maschile.
«Questa volta non ne uscite vivi, figli di puttana!»
In quel tono di voce sento rabbia e frustrazione, ma evidentemente pensano che sia qualcuno che li sta perseguitando.
«Nancy, blocca il carrello e dammi la tua pistola..» Mi volto verso di lei allungando la mano.
«Cosa? Ma perché?»
«Fai come ti dico e basta, non fare storie.»
Nancy non si oppone e mi porge la sua arma. Io tolgo il caricatore dal fucile, faccio scivolare la cartuccia dalla canna. Metto la sicura, e spingo entrambe le armi sul cemento, lasciandole ruzzolare fino al centro del corridoio, dove tutti possono vederle.
Mi alzo appena, senza uscire del tutto dal nostro riparo, se esco di scatto niente e nessuno mi salverà da una pallottola sparata per paura. Ho le mani aperte e le alzo verso l'alto in segno di resa.
«Fermi, per favore. Non vi conosciamo e non cerchiamo guai!» grido abbastanza forte da farmi sentire.
«Ma forse abbiamo un nemico in comune. Ho buttato le armi. Usciamo a mani alzate così potete vederci. Ci servono solo delle provviste.»
I passi sulle passerelle rallentano fino a fermarsi del tutto. Aspettiamo che siano loro a darci il via libera.
«Venite fuori. Piano,» risponde una voce diversa. Femminile questa volta. «Siete sotto tiro, provate a fregarci e vi ammazziamo senza esitazione.»
Faccio un cenno a Nancy. Usciamo dalla pressa con le dita aperte, le braccia alzate, fermandoci a tre metri dalle armi a terra.
Alzo la testa e vedo cinque figure. Quattro uomini con giacconi imbottiti e fucili da caccia spianati, e una ragazza. Avrà meno di trent'anni, ma a giudicare dal tono della sua voce comanda lei. Ha una corporatura asciutta, capelli neri raccolti in una coda stretta. Impugna un fucile a canne mozze, basso ma pronto.
Scende dalla passerella in alto e si ferma a quattro passi da me, gli altri uomini la seguono. Gli occhi le scorrono sulle armi a terra, sulla manica che mi si sta inzuppando e su Nancy. Sul fianco destro le pende un falcetto da potatura che una volta serviva a tagliare i ciuffi d'erba, ora, probabilmente, verrà usato per falciare la testa degli erranti.
«Chi siete e da dove venite?» Voce nitida, senza inflessioni. «Cosa intendevi quando hai detto che abbiamo un nemico in comune? Conoscete anche voi la Stirpe?»
Guardo la doppia canna del suo fucile, poi lei.
«La Stirpe?»
Nancy fa un passo avanti mettendosi al mio fianco, i palmi ancora aperti. «Intendi i Cannibali?»
La ragazza inclina appena il capo, senza smettere di inquadrarci. «Sì. Parlo di loro. Stanno dando la caccia anche a voi?»
«Io non li ho mai incrociati,» dico.
«Arriviamo dalla Carolina del Nord, siamo solo di passaggio. Lei li ha incontrati prima che la raccogliessimo, ed è viva per pura fortuna.»
La ragazza resta ferma. «Siete solo voi due?»
«No. Siamo in cinque. C'è un ferito grave sul nostro pick-up, il suo ragazzo. Non cerchiamo rogne. Mi sembrate gente che ragiona. Io sono Trevis. Lei è Nancy.»
La ragazza volta il capo verso i suoi.
«Abbassate le armi.» Loro obbediscono, restando comunque pronti.
«Mi chiamo Ji-Soo,» dice. «E con la Stirpe abbiamo un conto aperto che ci sta consumando. Abbiamo una comunità qui vicino — trentasei persone, prima che iniziasse. Ora siamo in ventisette. Ci stanno eliminando uno a uno. Dal modo in cui ti muovi, e da come sei vestito, direi che vieni dai ranghi militari. Che ne dici di un accordo?»
Abbasso le braccia. La manica lacerata riprende a sanguinare.
«I patti non mi sono mai piaciuti. L'ultima volta che ne ho stretto è andato tutto a puttane. Ma parla, ti ascolto.»
Ji-Soo viene verso di me un passo alla volta.
«Nelle nostre camerate si sono liberate parecchie brande, ultimamente.» Comincia a girarmi intorno, passo corto, come un cane da guardia.
«Possiamo curare il vostro ferito, darvi riparo e le scorte che vi servono.» Si ferma dietro la mia spalla destra, fuori dal mio campo visivo. Con un gesto fluido sfila il falcetto dalla cintura e ne posa la punta contro la mia giugulare.
«Ma voi ci date una mano a difendere il posto da quei mostri,» continua, a un soffio dal mio orecchio.
«Ci serve gente che sappia sparare per uccidere. E non provare a fregarci, soldatino. Non sono buona come sembro.»
Non muovo il collo. So riconoscere un tono serio e autoritario da uno che parla solo per paura.
«Nessuno che sia ancora intero a questo punto della storia è buono. Io non so se posso fidarmi di te, tu non puoi sapere se fidarti di me. Il mondo gira così... cinesina.» Sento la punta del falcetto affondare di un millimetro.
«Coreana,» replica la ragazza.
«Perdonami. È facile confondersi con voi asiatici, vi somigliate tutti. Non prenderla sul personale.»
Mi sostiene lo sguardo qualche secondo, poi ritira il falcetto con uno scatto e lo riaggancia al suo fianco.
«Quindi, ci stai?»
«Non credo di avere una scelta migliore.»
«Mh, mh. Già, hai proprio ragione.» Ji-Soo guarda me e poi Nancy. «Le armi le prendiamo noi. Seguiteci.»
Avverto Meave via radio e le faccio raggiungere il nostro punto d'incontro lungo la strada di servizio. Il pick-up arriva a passo d'uomo, si affianca al gruppo di Ji-Soo.
Ci dividono per tenerci d'occhio, e fanno consegnare le armi anche a Meave e Clem. Io, Nancy e Clem saliamo sul veicolo di Ji-Soo con uno dei suoi uomini; gli altri tre prendono posto sul nostro fuoristrada, al volante Meave, Jason disteso dietro.
Dopo tre miglia di sterrato incassato tra colline di pini, gli alberi si aprono su quella che doveva essere un'azienda agricola. Ora è una fortezza improvvisata: un perimetro di tronchi d'abete spessi come pilastri, rinforzato da lamiera grecata, reti da cantiere, matasse di filo spinato lungo il bordo superiore. A destra del cancello, su un traliccio d'acciaio, una torretta protetta da sacchetti di sabbia.
Ji-Soo salta giù dal mezzo prima che si fermi del tutto. «Aprite! Chiamate mio padre!»
I battenti di legno scivolano verso l'interno con uno stridore di carrucole. Entriamo nel cortile di terra battuta mischiata al ghiaccio.
Un uomo sulla sessantina si avvicina a noi. Rughe profonde, capelli grigi tagliati corti. Il padre di Ji-Soo.
Lei gli parla in coreano, veloce, indicando il veicolo, la mia ferita e le condizioni di Jason. Lui ascolta senza interrompere. Poi alza la testa e ci chiede di scendere.
«Sono Han Tae-Soo,» dice, voltandosi verso di me con un cenno del capo. Inglese duro, essenziale. «Potete restare. Ma il ragazzo è una variabile che non posso correre.»
Io e Meave tiriamo fuori Jason dal sedile posteriore. Sta peggiorando, ha bisogno di cure immediate. Lui vaneggia per la febbre. Due uomini di Tae-Soo arrivano con una barella improvvisata su due tubi di ferro.
«In infermeria,» ordina Tae-Soo, bloccando Nancy che cerca di seguirlo da vicino.
«Resterà in isolamento. Legato al telaio del letto. Se muore stanotte e si rialza, non voglio sorprese per i miei medici. È la procedura. O così, o resta fuori dai cancelli.»
Mi avvicino a Nancy poggiando le mie mani sulle sue spalle.
«Dai, Nancy, vedrai che starà bene. È arrivato fin qui, no?» lei deglutisce, guarda il suo ragazzo sparire dietro l'angolo, ma non protesta.
Il signor Han ci fa cenno di seguirlo lungo il camminamento principale. Mi guardo intorno, la gente dell'insediamento si affaccia dalle porte e dalle finestre delle rispettive capanne a squadrarci.
«Qui ci sono regole precise,» comincia a parlare Tae-Soo. Ha le mani dietro la schiena e lo sguardo che continua a guardare avanti.
«Niente armi a tracolla mentre vi muovete nel campo. Ogni pezzo di ferro va inventariato e consegnato al magazziniere. Se volete tenere un'arma, la tenete nel vostro rifugio, ma deve essere dichiarata — mai in giro per l'accampamento. Firmate il registro all'armeria: nome, modello, orario. C'è sempre un addetto di turno.» Poi indica il cancello e l'uomo sulla torretta.
«Stessa cosa per le uscite dai cancelli. La guardia al cancello ha un registro, segnate la zona e il tempo stimato. Se l'orario scatta e non siete tornati, mandiamo una squadra a ripescarvi. Se siete ancora vivi.»
Ci fermiamo davanti a una struttura in muratura da cui esce fumo grigio e si volta verso di noi.
«Questa è la mensa. Si mangia tutti insieme, due volte al giorno, agli orari stabiliti. Unica eccezione: chi è di guardia sulle mura mangia quando riceve il cambio sul posto, le postazioni non devono restare mai scoperte.»
Ci guarda uno a uno — me, Meave, Clem, Nancy.
«Qui dentro non esistono ospiti. Ognuno copre un turno. Orti nelle serre, scorte nel magazzino, cucina, manutenzione delle recinzioni. Se pensate di starvene a guardare gli altri lavorare, durate poco. Questo posto sta in piedi perché ognuno fa esattamente quello che gli viene assegnato.»
Tae-Soo riprende a camminare con le mani sempre dietro la schiena, camminiamo fino ad arrivare a una casetta in tronchi a piano unico, le finestre rinforzate da sbarre di ferro.
«La vostra sistemazione,» dice, spingendo la porta. «Alloggi separati non ce ne sono. Sistematevi. Tra un'ora suona la campana della mensa.»
Se ne va senza aspettare ringraziamenti.
Dentro c'è solo l'essenziale per lavarsi e dormire. Quattro brande lungo le pareti, una stufa di ghisa spenta al centro. Lascio cadere lo zaino sul pavimento.
Sento Meave che si appoggia con il mento sulla mia spalla.
«Posto rigido,» dice, a bassa voce.
«Un posto che funziona, però,» rispondo, sfilandomi la giacca per guardare la ferita sul braccio.
Il mio sguardo osserva ogni dettaglio della capanna: è un rettangolo di legno, senza nessuna concessione al conforto.
I servizi stanno in uno sgabuzzino cieco: un lavandino di ceramica crepata, un fusto blu da duecento litri con ACQUA NON POTABILE scritto a pennarello sulla pancia. Dalla parete sporge un tubo zincato con una valvola d'ottone — quando la giro, il risucchio dice che pesca direttamente da una pompa di profondità. Lascio scorrere l'acqua per riempire il fusto e torno di là.
Nella stanza principale, due letti a castello e una branda singola. È gente che sa il fatto suo, dico nella mia testa. I letti sono costruiti con tubi da ponteggio e bulloni grossi come pollici. I materassi sono vecchi e macchiati d'umidità, le coperte sono grigie, puzzano di stalla e usurate dal tempo. C'è anche un mobile con cinque cassetti contro la parete. Un tavolo con una gamba rialzata da un tassello, tre sedie da giardino scolorite e una specie di divano fatto con dei pallet con sopra dei cuscini vecchi.
Non è affatto male, è un po' freddo, ma quella stufa ci scalderà il culo per molte notti.
Dall'esterno arriva il suono di una campanella a ritmo regolare — il segnale della mensa.
Mi avvicino alla porta, dove Meave controlla la chiusura del fermo. Clem le sta a ridosso con le mani in tasca. La mia attenzione però va su Nancy, è seduta sul bordo del letto in basso, le gambe serrate, con la faccia nascosta dietro i palmi delle sue mani.
«Tu e Clem andate,» dico a Meave, a bassa voce. «Vi raggiungiamo tra un minuto.»
Meave guarda Nancy un istante, poi incrocia i miei occhi e annuisce appena. Afferra Clem per una spalla ed esce, tirandosi dietro la porta senza far rumore.
Restiamo soli. La struttura della branda scricchiola quando mi siedo al suo fianco.
Nancy non si stacca le mani dal viso, ma piega il busto verso di me, lascia cadere la testa sulla mia spalla. Sento il suo respiro caldo attraverso il giaccone, l'odore secco di sangue vecchio sulle sue maniche.
«Vai pure, io non ho fame, Trevis,» dice. La sua voce è appena udibile. «Tessa è morta, poi Jason, il morso, poi il braccio tagliato così... se perdo anche lui, in quell'infermeria... non so cosa mi resta per andare avanti.»
«Hey, Nan» dico, fissando le venature del pino sul cassettone. «L'unica ragione che devi avere è pensare sempre di arrivare a domani. Purtroppo non possiamo salvare chiunque. Devi solo pensare a dove mettere i piedi al prossimo passo e a quante scatole aprire per cena. È una merda quello che ti sto dicendo, lo so, ma è così che si va avanti.»
Nancy stacca le mani dal viso.
«Come fai a parlare così? Come se fosse tutto normale.»
«Perché lo è,» rispondo, voltandomi a guardarla. «Questa è la normalità adesso. Tutti quelli che camminano là fuori hanno lasciato qualcuno sottoterra, o abbandonato in mezzo a una strada. Tu, io, Meave, Clementine ha perso i genitori a sei anni, è cresciuta senza nessuno in mezzo a questo schifo di mondo. Non si tratta di essere cinico, stronzo o un figlio di puttana, Nancy. È la realtà dei fatti. Se ti carichi sulle spalle tutto quello che hai perso ieri, prima o poi ti spezzerai e a quel punto sarà troppo tardi.»
«E come si convive con questo, dentro?» La voce le trema, ma gli occhi cercano una risposta vera, non una consolazione. «Tessa era mia sorella. Tu stavi con lei. Dimmi come fai a respirare, sapendo che non la rivedrai mai più.»
Tiro indietro le spalle. Il braccio tira contro la fasciatura improvvisata.
«Accetti che è andata così,» dico. «Il vuoto non si riempie. Devi imparare solo a conviverci. Cammini, cammini dritto anche se pendi da un lato. Con tua sorella... la parte peggiore non è stata vederla chiudere gli occhi, dopo che l'avevano morsa. Quello è il momento in cui pensi che il peggio sia passato. La parte che ti resta dentro al cervello e che non se ne andrà mai è quello che devi fare subito dopo.»
Faccio un respiro profondo.
«Sei lì, con il corpo ancora caldo della persona che amavi,» continuo, senza ammorbidire niente, «e devi sfilare la lama dal cinturone. Farlo prima che le pupille le cambino colore. Perché se esiti, se ti lasci fermare dalla pietà, la condanni a diventare una di quelle cose che vagano lì fuori. E quando pianti l'acciaio nella testa di chi amavi, una parte di te resta piantata lì per sempre. Non torni quello di prima. Ti indurisci nei punti giusti per non andare in pezzi.»
Fuori, il vento sforza il telaio della finestra.
«Mi manca ogni giorno,» aggiungo, più piano. «Ma gliel'ho dovuto. Ora lei non soffre più. Tu sei qui, viva. E finché respiri, una parte di Tessa continua a vivere in noi. Pensi che lei voglia vedere la sua sorellina e l'amore della sua vita arrendersi? Tessa non si è mai arresa, anche a pochi minuti dalla sua morte continuava a ripetermi che sarebbe andato tutto bene e lei mi ha fatto promettere che non mi sarei mai arreso.»
Guardo Nancy stringere le dita nella stoffa della mia manica, poi molla la presa. Il suo sguardo vira verso la luce grigia del crepuscolo contro le sbarre della finestra. Si passa il palmo sulla guancia, spazza via lo sporco, le lacrime e tira un respiro profondo, poi lo lascia andare, piano.
«Sì, ho capito,» mormora, la voce un po' più ferma. «Sono sicura che mi sgriderebbe anche in paradiso se mi faccio ammazzare adesso, dopo quello che avete fatto per salvarci.»
«Esatto.» Mi alzo dalla branda, le tendo una mano. «Magari è stata proprio lei a condurci da voi... dai su, alzati. Andiamo a vedere cosa passano in mensa. Ci serve qualcosa nello stomaco.»
Raggiungiamo Clementine e Meave che ci aspettano all'entrata della mensa. Entriamo nel piccolo edificio e veniamo investiti subito dal calore umido che proviene dalla cucina, si sente odore di bruciato. Le conversazioni ai banchi di legno si smorzano di colpo appena ci vedono entrare.
Qui non siamo a Balsam, dove ci si arrangiava giorno per giorno. Hilton River — il nome è inciso su un'asse scolorita dal sole, inchiodata accanto al cancello principale — è una macchina che gira con ingranaggi oliati, dove ognuno lotta per tenersi il proprio posto e ogni volta che arriva gente nuova c'è sempre quella sensazione che quella macchina possa smettere di funzionare correttamente.
Al centro della sala, vicino ai pentoloni d'acciaio, c'è Han Tae-Soo. Accanto a lui Ji-Soo, e un altro ragazzo coreano— trenta, trentacinque anni al massimo, stessi zigomi, la stessa postura rigida: un altro figlio di Tae-Soo. Intorno, una ventina di persone, quasi tutte americane, facce segnate dai campi e dai turni di guardia. Ma è chiaro chi comanda.
Tae-Soo batte il palmo su un pilastro. Il brusio si spegne.
«Ascoltatemi tutti,» dice, alzando la voce senza urlare.
«Stasera abbiamo quattro volti nuovi alla nostra tavola. Arrivano dalla strada, e hanno lasciato anche loro del sangue lungo la via. Accoglieteli senza rancore e senza sospetto.»
Guarda la sala.
«Abbiamo recintato questa terra per proteggerci dai morti e dalla feccia che ha dimenticato cosa significa essere umani,» continua. «Ma la nostra prima difesa è la memoria. Se smettiamo di riconoscere chi cerca solo un tetto e un piatto caldo per non morire, diventiamo esattamente come quelli dall'altra parte dei tronchi. Prendeteli per quello che sono: persone che lottano per arrivare a domani. Sedetevi, mangiate.»
Ci indica un banco libero in fondo alla sala. Ci avviamo mentre la sala torna a parlare — qualcuno continua a girarsi verso di noi con lo sguardo diffidente, ma io continuo a camminare.
Ci portano quattro ciotole di metallo, zuppa densa di patate e porro. Mangiamo in silenzio. Il cibo è buono e zittisce la fame che ci portiamo dietro da giorni.
Il resto della giornata scorre senza problemi. Più tardi la gente comincia a rintanarsi nelle proprie capanne. Meave, Clem e Nancy sistemano i loro letti per mettersi a riposare. Io mi siedo fuori, su una pietra di fianco al nostro rifugio. Fa freddo, ma non ci faccio neanche più caso.
Tiro fuori dallo zaino il mio diario. Non lo aprivo da troppo tempo — ho scritto solo alcune annotazioni dopo il blocco autostradale di Asheville. Prendo la matita consumata e scrivo: lo scontro sul ponte, il ritrovamento di Nancy, l'infezione di Jason, i cannibali e infine il viaggio fino ai cancelli di Tae-Soo.
Sfogliando le pagine per ricapitolare tutto quello che ho scritto finora, mi trovo davanti la foto di Tessa, attaccata alla pagina con una spilla per capelli. I bordi sono sempre più consumati, gli angoli piegati. La fisso, alla luce fioca della serata, finché il calpestio di passi sulla ghiaia non mi riporta alla realtà.
Chiudo subito il diario.
Ji-Soo si ferma a due passi da me. Indossa un giaccone scuro, imbottito e porta in mano un foglio bianco piegato.
«Spero che il posto sia di vostro gradimento.»
«Scherzi?» Mi risistemo, i gomiti sulle ginocchia. «Questo è un cazzo di hotel a cinque stelle rispetto agli ultimi posti dove abbiamo dormito. C'è pure un water che funziona. Ma dimmi, cosa ti porta qui a quest'ora?»
«Oh, niente,» dice lei, un'ombra di ironia nella voce. «Sono venuta a dirvi di godervi questo giorno di riposo. Da domani mio padre vi vuole operativi. Piuttosto, dimmela tu una cosa: sei stato tu ad amputare il braccio a quel ragazzo?»
«Sì. Perché?»
Piega la testa di lato, mi osserva con distacco. «Hai fatto un buon lavoro. Il moncone è pulito, la cauterizzazione ha tenuto. Allora voi americani non siete poi tutti stupidi.»
«Beh, mi sembra ovvio,» dico, con un mezzo sorriso. «Siamo pur sempre i primi in tutto, no?»
«Già,» ribatte, senza esitare. «Anche nel distruggere il mondo siete stati i primi.»
«Questa era cattiva.»
Ji-Soo rimane impassibile. Mi allunga il foglio.
«Comunque. Qui sopra mio padre ha scritto le vostre mansioni. Tu vai nei turni di guardia sulla recinzione — tre turni da otto ore. La ragazzina può dare una mano in magazzino con le scorte. Nancy in cucina. Meave affianca chi lavora nelle serre. Ci pensi tu a dirlo a ciascuna?»
Prendo il foglio. La scrittura di Tae-Soo è stretta, ordinata. «Sì, ci penso io.»
«Bene. Il tuo turno comincia domani alle sei e finisce alle quattordici. Ruotano ogni settimana: la prossima quattordici-ventidue, poi ventidue-sei, e così via. Le altre iniziano tutte alle sette.»
«Ricevuto. Buonanotte, mangia-riso.»
Ji-Soo fa un sospiri profondo e se ne va senza aggiungere altro.
Infilo il foglio in tasca e rientro nella capanna per dirlo alle ragazze.
«Allora principesse, Tae-Soo ha fatto le squadre,» dico a bassa voce, attirando l'attenzione di tutte e tre.
«Niente parassiti in questo posto. Si comincia domani mattina.»
«Sentiamo,» risponde Meave, alzandosi a sedere sulla branda sopra alla mia.
«Clem, tu al magazzino scorte.»
«Ok,» risponde, rimettendosi subito a sistemare le sue cose nel cassetto.
«Nancy, tu invece in cucina.»
«Sì, capo!»
«Meave, sei nelle serre. Quindi preparatevi perché non mangeremo più verdure e ortaggi.»
Meave fa una smorfia veloce, ma annuisce.
«Non fare quella faccia, dico solo la verità... vuoi farmi credere che una che non sa leggere una cartina sia invece in grado di coltivare un ort–» Vengo zittito dal suo cuscino che mi arriva addosso.
Clem cerca di trattenere una risata ma non ci riesce.
«Vuoi andarci tu? Signor "so fare tutto io"?»
«No! Ti ringrazio. Io sono nel turno di guardia dalle sei alle quattordici.» Appoggio la giacca sul cassettone. «Spegnete le candele. Domani arriva presto.»
Il buio inghiotte la stanza in un istante. Sento solo il fischio del vento sulle lamiere e il respiro pesante di Nancy che si è addormentata in cinque minuti. Sono steso sul materasso. È duro, ma è più comodo dei sedili del pick-up. Tiro la coperta ruvida fin sotto il mento e fisso la branda sopra di me dove dorme Meave.
Passa forse un'ora. Io ho solo chiuso gli occhi. I pensieri che si affollano nella mente sono tanti e non mi lasciano dormire serenamente. Poi, un cigolio minimo dalla branda di Meave. La sento scendere dalla sua branda e si ferma di fianco al mio letto.
«C'è posto?» sussurra. Apro gli occhi e non dico nulla.
Mi sposto contro la parete di legno e le faccio spazio. Meave si infila sotto la coperta. Lo spazio è strettissimo, le nostre gambe si incastrano subito. Mi poggia un dito sulle labbra per impormi il silenzio, poi si sporge e mi bacia. Le metto una mano dietro la nuca, afferrando i capelli, e ricambio. Non facciamo rumore. Nancy e Clem dormono a qualche metro da noi, oltre il tavolo.
Le sue mani non esitano. Si infilano sotto la maglia termica, palpa il mio petto, poi scende svelta verso la cintura. La mia mano scatta subito verso la fibbia e la sblocco per facilitarle il lavoro e abbasso i pantaloni. La sua mano mi afferra. Le sue dita sono fredde. Inizia a muovere la mano su e giù sempre allo stesso ritmo, lento e continuo.
Chiudo gli occhi e deglutisco a fatica per non fare versi. Meave inarca il bacino contro il mio fianco, solleva il bacino e si fa scivolare i pantaloni sulle cosce. La assecondo, infilando la mano tra le sue gambe. È già bagnata, caldissima contro il gelo che satura il resto della capanna. Uso due dita. Spingo e sfrego con un ritmo costante, seguendo il movimento della sua mano su di me. Lei apre la bocca e fa un respiro profondo, bloccandosi all'istante. Lascia uscire piano quel respiro e blocca la mia mano perché è troppo eccitata per rimanere ancora zitta a lungo. La bacio sulla guancia e le mordo il lobo dell'orecchio mentre lei stringe la presa su di me e aumenta la velocità.
Meave serra la mascella. Si posiziona a pancia in su. La vedo stringere la stoffa della coperta con la mano libera. Il suo respiro si fa più irregolare, corto, affannato, ma totalmente muto. Le mie dita entrano ed escono da lei con spinte sempre più decise. Meave piega una gamba e la punta contro il materasso per l'eccitazione.
«Ah–» si lascia sfuggire un piccolo gemito strozzato, poi si porta immediatamente una mano alla bocca.
L'orgasmo la colpisce subito dopo. Spalanca gli occhi e affonda i denti nella sua mano per soffocare il grido di piacere. Le sue pareti si contraggono sulle mie dita, sento una raffica di schizzi caldi colpirmi la mano, mentre il suo corpo si irrigidisce sotto la coperta. Lei però non si ferma. Continua a muovere la sua mano su e giù con più decisione e crollo anch'io. Trattengo il respiro, mi sporgo in avanti verso il suo ventre e lascio che il piacere mi svuoti del tutto, finendo sul suo palmo e sul suo ventre piatto.
Restiamo fermi, incollati l'uno all'altra, aspettando che il battito del cuore torni a una frequenza normale e i nostri respiri tornino a un flusso regolare. L'aria gelida si infila dallo spigolo scoperto del letto, raffreddando subito il sudore sui nostri petti. Meave mi lascia un bacio veloce sulla guancia. Si pulisce la mano con un lembo di stoffa, si tira su i pantaloni e scivola fuori dal letto con la stessa rapidità con cui è arrivata. Torna sulla sua branda senza far scricchiolare un'asse. Chiudo gli occhi e mi lascio andare nel sonno.
A svegliarmi sono tre colpi contro la nostra porta e il suono della campana che suona alle cinque e trenta per svegliare chi deve dare il cambio sulle torrette.
Mi infilo gli stivali, stringo i lacci al buio e vado ad aprire. L'aria del mattino è ghiacciata. Sulla soglia c'è un uomo infagottato in un giaccone da montagna sbiadito, un fucile a tracolla e il fiato che si condensa in nuvole bianche. Avrà più o meno la mia età, lo sguardo sveglio di chi ha smesso di dormire profondamente da un pezzo.
«Sei tu quello nuovo, giusto?» chiede, inquadrandomi. «Sono Nick. Il tuo compagno di turno. Siamo sulla torretta principale, quella al cancello. Ti accompagno in armeria, poi saliamo.»
«Finisco di vestirmi. Aspettami qui fuori.»
Cinque minuti dopo camminiamo sulla ghiaia indurita dal gelo. Hilton River dorme ancora, immerso in quella luce livida e piatta che precede l'alba. Da una tettoia arriva l'odore di legna appena accesa per il turno di cucina.
L'armeria è una baracca fatta con legno e lamiera coibentata, l'interno puzza di olio e metallo. Mi trovo davanti a un uomo massiccio, con la barba incolta.
«Buongiorno, Nick.» poi il suo sguardo si posa su di me, «Buongiorno, tu sei?»
«Mi chiamo Trevis, sono arrivato ieri.»
«Ah sì, adesso ricordo. Fammi indovinare, rivuoi le tue armi, vero?»
«Sì, ci sono affezionato.»
«Non avevo dubbi. Allora, cosa avevi con te?»
«Il fucile d'assalto calibro 5.56, la pistola calibro 9 e il coltello da caccia, c'è una "T" incisa sul manico.»
L'uomo apre una porticina sul retro e prende quello che ho appena richiesto.
«Il vostro capo mi ha detto che posso tenerne una nell'alloggio,» dico, indicando la mia roba.
«Un pezzo solo, nella capanna. Il resto resta qui.» Posa le armi sul bancone e prende un registro sul quale scrive le armi che ho preso. «Quale vuoi tenere?»
«Il fucile d'assalto. Coltello e pistola te li riporto a fine turno.»
Annuisce, mette una firma sul registro e poi spinge il foglio verso di me.
«Una firma vicino alla mia e abbiamo finito.» Firmo, e mentre lo faccio passo in rassegna le rastrelliere alle sue spalle. Balestre con carrucole di precisione, fucili a pompa calibro 12, un paio di Heckler & Koch, archi compositi. Un arsenale vero, non da dilettanti.
«Bella collezione,» dico.
«Sì, ci serve solo gente che sappia usarle... chiamami Liam.» Faccio un cenno col capo e aspetto che Nick scelga le sue armi.
Saliamo sulla torretta. Il vento qui sopra è ancora più fastidioso. Nick si piazza sul lato ovest a visionarevil perimetro con il binocolo. Io mi appoggio sul parapetto e noto un pacchetto di sigarette che sporge dalla sua tasca.
«Me ne daresti una?»
«Cosa? Ah, intendi una sigaretta?»
Mi appoggio al parapetto e faccio cenni di sì con la testa.
«Certo.» Apre il pacchetto e me lo porge. Prendo una sigaretta e lui me l'accende con il suo accendino.
«Ti sono mancate, eh»
«Nah, stavo smettendo.»
«Sì, certo. Come no,» ride. «Non capita spesso che uno appena arrivato finisca subito di guardia,» continua Nick.
«Ero un militare. Facevo parte dei Navy SEALs.» Tengo lo sguardo sulla strada sterrata vicino alle nostre mura mentre butto fuori il fumo della sigaretta. «Sono più utile qui sopra che in una serra a piantare pomodori.»
Nick mi guarda. «Non posso darti torto. E non biasimo nemmeno Tae-Soo per la scelta. Siamo in codice rosso perenne. Serve gente sveglia, e tu lo sembri.»
«Sì, l'avevo capito. Ma perché ce l'hanno tanto con voi? Vi hanno puntati, o è una questione di territorio?»
«Quelli ce l'hanno con chiunque respiri e non faccia parte della loro cerchia.» Si accende anche lui una sigaretta. «Per loro siamo bestiame. Sono mesi che non mettiamo il naso fuori dal cancello senza perdere un uomo. Voi come cazzo avete fatto a sopravvivere là fuori, con questi pazzi a piede libero?»
«Venivamo dalla Carolina del Nord. L'idea era aggirare Asheville, puntare a Johnson City e rientrare verso est. Ma le strade non esistono più. Ci siamo impantanati, e siamo finiti qui.»
«Perché aggirare Asheville?»
«È una fossa comune. Non passa nessuno. Eravamo diretti a New Bern, sull'oceano.»
Nick annuisce piano. «Ne abbiamo sentito parlare. Dicono che sia una bella roccaforte.»
«E voi perché non avete mai provato a raggiungere New Bern?»
«Solo un pazzo lascia un posto fortificato come questo per rincorrere una voce. E un ex militare dovrebbe saperlo meglio di me: mettersi in marcia d'inverno è un suicidio. Specialmente quest'anno. Senti l'aria? Quest'anno ci cacheremo sotto per il freddo.»
«Hai ragione. Girare in inverno è un suicidio, lo so. Solo che noi non avevamo mura dietro cui nasconderci. New Bern era l'unica rotta sensata.»
«Capisco. Comunque qui non si sta male. Tae-Soo ha un bastone di ferro nel culo, ma è una brava persona. Ha perso la moglie e il figlio più piccolo — è stato—»
«Fermati,» lo blocco, senza alzare la voce. «Preferisco non saperlo.»
Nick chiude la bocca, incassa. «Certo. Meglio così, fidati.»
L'alba sale alle nostre spalle, i primi raggi del sole illuminano la neve per terra.
«Mi presti il binocolo?»
«Fai pure.» Me lo passa.
Comincio a sezionare il limite della foresta da sinistra a destra, un settore alla volta.
«Tu sai revisionare un'arma, vero?» chiede Nick. «Questo fucile del cazzo mi si inceppa sull'estrattore da giorni.»
«So metterci le mani. Quando smontiamo, te lo pulisco. Che lavoro facevi, prima?»
«Avevo un fast food a Morristown.»
Sorrido a mezza bocca, senza staccare gli occhi dagli oculari. «Allora i cannibali stanno cercando proprio te.»
«E perché?»
«Magari vogliono consigli professionali per i loro hamburger di carne umana.»
Nick fa una smorfia. «Questa potevi anche risparmiartela,Trevis.»
«Sì, forse hai ragione.»
Poi le lenti si fermano.
«Ma che cazzo è?»
«Cosa?» Nick scatta in avanti.
Gli pianto il binocolo nel petto. «Ore tre. Quella quercia isolata, cinquanta metri dal margine del bosco. Dimmi cosa vedi. A occhio nudo a me sembra una carcassa.»
Nick inquadra il punto.
«Porca puttana.» Abbassa il binocolo. «Ieri al tramonto non c'era. Ci scommetto la vita, gli altri se ne sarebbero accorti. L'hanno appeso stanotte. E chi era di guardia non ha visto un cazzo perché con il buio fino a lì non si vede. Dobbiamo dirlo a Tae-Soo.»
Dieci minuti dopo, il cancello principale si apre. Ji-Soo è già fuori, fucile a pompa in pugno, gli occhi di chi è pronta a sparare alla propria ombra. Ha radunato quattro uomini in tempo record. Mi vede scendere dalla torretta e non mi lascia nemmeno aprire bocca.
«Tu vieni con noi.» Non è un invito.
Avanziamo nella neve a ventaglio, fucili spianati e gli occhi attenti per avvistare qualsiasi movimento. Dietro ogni tronco potrebbe esserci una sorpresa. Se sono arrivati così vicini al cancello senza allertare nessuno, questi si muovono come fantasmi.
Quando arriviamo alla base della quercia, la visione è sconcertante. C'è un uomo appeso a un ramo basso, un corda robusta che gli ha segnato il collo. La testa è chiusa in una busta di plastica nera, fissata con del nastro adesivo alla base, ma non è quello il dettaglio che gela il sangue. Al cadavere mancano il braccio destro e l'intera gamba sinistra. Non amputati, macellati. I tagli sono netti, eseguiti aggirando le giunture per portare via la massima quantità di carne. I lembi di pelle sono bianchi, segno di dissanguamento.
Uno della squadra estrae il coltello, taglia la corda. Il corpo cade sulla neve come un sacco di patate.
«Togliete quella busta,» ordina Ji-Soo, l'arma ancora puntata verso il bosco.
Un ragazzo si fa avanti, strappa il nastro portando via anche la plastica. L'uomo salta subito all'indietro portandosi la mano sulla bocca.
«È Rayan.» A giudicare dal suo tono di voce quell'uomo faceva parte di Hilton River.
Un altro si piega in due e vomita sulla neve.
Faccio un passo avanti, abbasso la canna. Non guardo i monconi né il viso di Rayan. Guardo il petto.
Infilzato nel giubbotto con un punteruolo arrugginito, c'è un pezzo di cartone strappato da una scatola. Mi chino, sfilo il punteruolo per prendere il pezzo di cartone.
Quello che c'è scritto non lascia spazio a dubbi, sono stati loro.
«Presto toccherà anche a voi. Buon appetito.»
Mi rialzo. Guardo Ji-Soo. I suoi occhi neri restano fissi sul messaggio, e per la prima volta da quando la conosco, vedo una crepa nella sua sicurezza.
«Portiamolo dentro,» dice, la voce più bassa di prima. «Ma copritelo, non voglio che i bambini lo vedano così.»
Due uomini arrivano poco dopo e avvolgono il corpo in un telone. Lo trascinano verso il cancello. Rientriamo senza parlare. Il campo si è svegliato: gente ferma davanti alle tettoie, a guardare il telone che passa.
Tae-Soo ci aspetta sui gradini della struttura centrale, le braccia conserte. Non fa domande finché non depositano il corpo davanti a lui. Solleva un lembo del telone, guarda, lo richiude.
«Chi l'ha trovato?» chiede, la voce piatta.
«Io e Trevis,» risponde Nick. «Dalla torretta del cancello.»
Tae-Soo mi guarda un istante, poi guarda sua figlia. «C'era un messaggio,» dice Ji-Soo, porgendogli il cartone senza aggiungere un'altra parola. Tae-Soo lo legge, lo rigira tra le dita, come se il peso della carta potesse dirgli qualcosa in più delle parole scritte sopra. Poi lo accartoccia.
«Voglio il doppio delle guardie stanotte,» dice. «Su tutte e quattro le torrette, non solo sul cancello. E fate sapere a chi lavora fuori dal perimetro che da oggi si esce solo in squadra, mai da soli.»
«Papà—»
«Non adesso, Ji-Soo.» Il tono non lascia spazio. Si volta verso la gente radunata. «Seppellite Rayan accanto agli altri. Chi vuole dire due parole lo faccia ora. Poi si torna al lavoro. Non possiamo fermarci.»
Tae-Soo rientra nella sua capanna senza aggiungere altro.
[CONTINUA...]
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