Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 18
scritto il 2026-10-23 tempo di lettura 26 min
di
Michael035
genere
fantascienza
cura
A+
La pioggia arriva di traverso. Incessante. Fa del terreno una colla.
«Nick! Dietro di te!»
Nick si gira troppo tardi. Un errante gli è già addosso, le dita aggrappate al giaccone. Gli pianto il coltello dietro la testa e spingo più a fondo che posso. Il morto si affloscia e cade sul terreno.
«Grazie,» ansima Nick. Ha il piccone in mano ma il manico gli scivola. «Non vedo un cazzo.»
«Neanch'io. Colpisci quello che si muove e non è dei nostri.»
Un lampo. Nel bianco vedo il buco nella recinzione e, oltre, le sagome che continuano ad avanzare. Poi torna il buio, e per due secondi non distinguo più niente. Sento dei passi alla mia destra. Alzo il coltello.
«Sono Dennis! Cristo, sono Dennis!»
Mi blocco a un palmo dalla sua gola. Dennis mi supera zoppicando. Alle sue spalle c'è un errante: lo prendo per i capelli, gli pianto la lama nella tempia e la tiro fuori più in fretta che posso.
«Dovevi dirmelo prima!» grida Dennis.
«Sei vivo, di che ti lamenti?»
«Arriviamo!» La voce di Liam, dal piazzale. «Arrivano i rinforzi!»
Sbucano dai vicoli tra le baracche. C'è Liam con un piede di porco, Susan che tiene in mano un'accetta, Tae-Soo, che cammina un po' affannato, ha in mano un machete. Vedo anche Nancy, anche lei con un machete.
«La trave!» urlo. «Mettetela di traverso, lì rallenterà.»
Susan e Liam ci provano ma la scarpata cede, l'acqua si porta via la terra sotto i suoi piedi e lei cade di schiena, mentre Liam riesce a stare in piedi.
«Susan, alzati!» Liam si getta in avanti.
Non ce la fa. Due erranti le sono addosso prima che lei riesca ad alzarsi e Liam a intervenire. Uno la afferra per la manica, l'altro le morde la spalla. Sento l'urlo, poi un gorgoglio, e poi niente. Susan è andata. Liam arriva e sfonda il cranio al primo con il piede di porco, ma è già troppo tardi: un morso alla spalla è mortale perché non può essere amputata.
«No, no, no...» ripete Liam. Colpisce il secondo più volte, anche quando non serve più.
Dall'altra parte Nancy ha preso posizione a un metro da Nick. Un errante allunga le dita verso di lui; lei lo prende di taglio sotto lo zigomo, ritira il braccio prima che cada e si rimette in guardia.
«Bel colpo,» le grido.
«Non parlare, stiamo vicini così è più facile.»
Non facevo Nancy così preparata. Ha ragione. Mi metto vicino al suo fianco, lei è al centro e dall'altro lato c'è Nick. Ji-Soo è l'unica a non avere nessun problema, né con la pioggia, né con il fango.
«Papà, indietro!» Si gira verso il centro del varco. «Vai via da qui! Non farmelo ripetere!»
Tae-Soo non si ferma. Avanza con il machete all'altezza della testa, ma i suoi movimenti sono rallentati. «Questa è la mia gente!»
«Vattene, tu non puoi fare questi sforzi!» urla più forte sua figlia.
«Tae-Soo, cazzo, non è il momento di fare l'eroe!» gli urlo.
Sferra un colpo alla testa di un errante, ma lo manca. Il machete si pianta contro la spalla del morto. Lui non sfila il machete, lascia la presa e indietreggia di qualche passo portandosi una mano alla tempia.
«Tae-Soo?» Faccio uno scatto in avanti e uccido l'errante prima che possa arrivare a lui.
Mi giro e quello che vedo non mi piace per niente. La bocca gli scivola da un lato, come se qualcuno l'avesse tirata. Fa un passo, le ginocchia cedono, e crolla.
«Porca puttana, trovate il modo di chiudere quella breccia o quantomeno un modo per rallentarli.» urlo.
«PAPÀ!»
Altri due erranti gli cadono addosso. Un altro invece è alle mie spalle, mi volto e lo elimino velocemente. Quando mi volto per andare verso Tae-Soo, vedo Ji-Soo avventarsi ed eliminare il primo. Io non faccio in tempo ad arrivare al secondo. L'errante lo ha già morso al viso e affonda di nuovo le fauci sul collo del vecchio.
Ji-Soo colpisce e colpisce. Quando smette, intorno a lei non c'è più niente che si muova.
Mi giro verso la breccia, sembra che gli erranti siano diminuiti. Gli uomini sulle torrette stanno facendo il possibile con le balestre e ci danno una finestra di tempo per chiudere quella parte. Guardo a sinistra, poi a destra. Stanno arrivando altri uomini con delle recinzioni da cantiere.
«Adesso!» grido a Nick. «Aiutatili a posizionare le recinzioni.» Avanzo verso di loro per aiutarli.
Aiuto Nick a inserire la recinzione nel sostegno. Gli altri fanno lo stesso con l'altra.
«Servono i sacchi di sabbia. La recinzione da sola non basta!» grida Liam.
«Andiamo a prenderli, dove sono?» domando.
«Nel retro dell'armeria. Andiamo, forza. Dobbiamo fare più viaggi.»
Dopo una serie di viaggi riusciamo a creare un muretto con i sacchi di sabbia. Per il momento la struttura è stabile, ma è provvisoria e non completamente sicura.
Gli uomini sulle torrette ci dicono che la situazione sembra che si sia calmata.
Liam si china su Susan. Prende il suo coltello e lo pianta nel cranio di Susan prima che si risvegli.
Io mi avvicino a Ji-Soo. È in ginocchio nel fango, l'acqua che le cola dai capelli, le mani intrise di sangue. Davanti a lei c'è Tae-Soo che giace sulla schiena con il volto sfigurato e il collo aperto.
«Ji-Soo,» dico piano. «Se non ce la fai a dargli il colpo di grazia, spostati. Lo faccio io.»
Scatta in piedi e mi spinge indietro con entrambe le mani. «È colpa tua!»
«Ji-Soo...»
«È colpa tua, Trevis! Se avessimo usato i fucili mio padre sarebbe vivo! Non dovevo darti ascolto!»
Le afferro le spalle prima che mi spinga ancora. «Certo, e poi con l'eco richiamavamo mezza valle. Così invece di seppellire due persone ne avremmo sepolte dieci.» La stringo più forte. «Guardami. Hai visto cosa gli è successo? Prima del morso. La mano alla testa, la faccia. Si è sentito male, Ji-Soo.»
«Cosa vuoi dire?»
«Che il tuo vecchio era già andato prima del morso. Non sarebbe mai dovuto venire.» Lascio la presa. «E che adesso devi decidere cosa fare di lui.»
Non risponde. Gli altri sono tutti intorno a noi: Nick si appoggia al manico della pala, Liam tiene lo sguardo a terra. All'improvviso sento un gorgoglio di un errante. Guardo dietro Ji-Soo e vedo le dita di Tae-Soo contrarsi. Gli occhi si riaprono, bianchi, senza pupilla.
Afferro Ji-Soo e la faccio indietreggiare con me.
«Ji-Soo, indietro!»
Lo sparo squarcia la pioggia. Nancy ha la pistola tesa a due mani con la canna ancora fumante. Il colpo ha attraversato la fronte di Tae-Soo. Il vecchio ricade nel fango e resta fermo.
Nancy abbassa l'arma. «Scusa,» dice a Ji-Soo, e la voce le trema solo adesso.
Ji-Soo non risponde. Guarda suo padre.
Un rumore dal bosco mi fa girare. Poi un altro, e un altro ancora, tutti insieme, dal pendio e dal fiume.
Dalla torretta est partono due scatti di balestra. Gli unici due erranti che il boato aveva richiamato vengono eliminati.
Pulisco il coltello sui pantaloni e lo rinfodero.
«Te l'avevo detto: niente armi da fuoco.» Tengo la voce bassa. «Sulle torrette avevano la linea libera e la breccia è stata bloccata, siamo stati fortunati. La prossima volta la fortuna potrebbe non assisterci.»
Nancy non ribatte. Rimette la pistola nella fondina, tira su la zip fino al mento e fissa i due cadaveri.
«Hai sentito cosa ho detto?»
«Ho sentito.» Alza gli occhi. Sono lucidi, ma non piange. «Ho sparato a un uomo che conoscevo da un paio di settimane. Lo stesso uomo che mi ha aperto il cancello e dato un riparo, Trevis. Dammi un minuto prima di farmi la predica.»
Non ho niente da rispondere. Le tolgo di mano il machete che ha dimenticato di rinfoderare e glielo infilo nella cintura. Nancy lo guarda, poi guarda la mia mano, che ritraggo.
«Grazie,» dice.
«Andiamo dentro.»
I corpi vengono portati in infermeria, nella stanza usata come obitorio prima che i cadaveri vengano sepolti. Ji-Soo non si muove da dov'è. Ha lo sguardo perso fisso davanti a sé, e le mani ancora nere di sangue. Liam la prende per un gomito. Lei lo lascia fare.
Torno in capanna con Nancy, la stanza è calda. Clementine dorme con un braccio fuori dalle coperte e la bocca aperta.
Ci laviamo a turno nel cubicolo, con un secchio d'acqua calda e un pentolino per sciacquarci. Quando esco indosso pantaloni asciutti e una maglia grigia.
«Hai una striscia di sporco sul collo e sulla schiena,» dice Nancy. È seduta sul bordo della branda, con la testa chinata a districarsi i capelli con le dita.
«Dove?»
«Dietro. Sotto l'orecchio e un po' sulla spalla.»
Mi strofino con la mano. «Non si vede un cazzo là dentro. Mi serviva una candela in più.»
«Vieni qui, ti do una mano.»
Mi siedo davanti allo specchio scheggiato appeso alla parete. Nancy intinge uno straccio nella bacinella, lo strizza e comincia dalla nuca. Le sue dita sono fredde, ma il palmo che si appoggia sulla spalla per tenermi fermo è caldo.
«Stai fermo.»
«Sono fermo.»
«No, stai tremando di freddo.»
«Non è piacevole stare a dorso nudo di questi tempi.»
Ride appena, sbuffando con il naso. Passa lo straccio dietro l'orecchio, poi lungo la linea del collo. Nel vetro rigato vedo il suo viso. Lavora più a lungo del necessario sullo stesso punto.
«Nan.»
«Mh.»
«Hai già pulito lì.»
«Sei ancora un po' sporco.»
«Se lo dici tu.»
«Hai gli occhi anche dietro?»
«No.»
«E allora lasciami finire.»
Alzo gli occhi allo specchio. I suoi sono già lì, fissi sui miei. Distoglie lo sguardo non appena i nostri sguardi si incrociano, e finge di cercare qualcosa sul tavolo.
«Che c'è, vuoi dirmi qualcosa?»
«No, perché? Mi sono solo distratta un attimo.»
«Chi si distrae lo fa perché pensa a qualcosa.» giro la testa verso di lei. «Se hai bisogno di parlare, sono qui,» dico. «Per quello che vale.»
«Lo so.»
«Sai che con me puoi parlare di tutto.»
«Lo so, ti ringrazio. Non ho bisogno.» Strizza lo straccio più forte del dovuto. «Ultimamente me lo state chiedendo tutti e questa cosa mi fa stare ancora più a disagio. Ogni tanto vorrei anche passare del tempo con qualcuno che non mi chiede come sto.»
«Va bene, ho capito.»
«Ecco, la cosa che apprezzo di più di te è questa.»
«Cos'è, mi stai dicendo che sono un pessimo ascoltatore?»
«Ti sto dicendo che sei bravo a lasciare spazio.» Posa lo straccio sul bordo della bacinella. «È una cosa rara.»
La porta si spalanca contro il muro.
Meave entra fradicia, i capelli appiccicati alle guance, il giubbotto che gocciola sulle assi.
«Questa pioggia del cazzo non smette più!» Scuote le maniche e solo allora alza la testa. Nancy è già in piedi. Io sono ancora senza maglia e la nuca bagnata. Meave ci guarda per qualche istante.
«Ciao, Meave,» dice Nancy.
«Ciao.» Il tono è gentile. «Scusate se ho spalancato così la porta, ma sono bagnata fradicia.»
«Finché non la butti giù va bene,» dico.
«Buono a sapersi.» Sorride a Nancy. È un sorriso largo e accurato. «Ho saputo di prima. Sei stata brava. Con la pistola, dico. Io non so se ci sarei mai riuscita. Mi fai quasi paura.»
«Non ne vado fiera... quell'uomo ci ha dato tutto questo. È stata una reazione d'istinto.»
«Capisco. Ma l'hai fatto.» Meave le tocca un braccio, con due dita, leggere. «Ti ammiro. Davvero.»
Va verso il cubicolo e la porta sbatte. Clementine scatta a sedere sulla branda con gli occhi spalancati.
«Che succede?»
«Niente, Clem. Torna a dormire.»
Si volta verso Nancy, poi verso la porta del bagno, poi verso di me. Capisce più di quanto dovrebbe e si sdraia di nuovo girandosi verso il muro, senza una parola.
Nancy raccoglie lo straccio dal tavolo e lo ripiega due volte.
La mattina dopo la pioggia è diventata nebbia fine. Il campo si raduna vicino alla recinzione est. Niente discorsi: due fosse nella terra, due assi di pino infilate nel fango. Ji-Soo resta in piedi davanti a quella di suo padre. Tutta la comunità resta in silenzio per qualche minuto, nessuno dice niente.
Alle otto ha già in mano un foglio con i turni riscritti.
«Il muro est si rifà oggi,» dice, a voce piatta, senza guardare nessuno. «Si pianta a due metri. Si raddoppiano le travi di sostegno. Andate in magazzino, prendete tutto ciò che serve e mettiamoci a lavoro.»
«Ji-Soo...» comincia Nick.
«Non voglio sentire storie. Se avete qualcosa da dire venite alla mia capanna dopo il vostro turno. Ora non abbiamo tempo da perdere.»
Nessuno discute.
Per tre giorni il campo lavora senza sosta. Prefabbricati smontati, lamiere ondulate, pali di pino interrati fino alle spalle. Nancy ci porta l'acqua e i panini a mezzogiorno. Meave in quei tre giorni è dappertutto e da nessuna parte. In serra, in magazzino, a bordo cucina. La incrocio due volte. Ogni volta mi sorride, apre la bocca per parlare e poi si ricorda di qualcosa che deve fare altrove.
Io non la cerco.
Il quarto pomeriggio la barriera è finita. Mi siedo su una cassa dietro il vecchio fienile, il posto meno battuto del perimetro, e accendo una sigaretta. Qualcuno arriva da dietro. Meave compare dall'angolo con le mani nelle tasche del giaccone e una spalla contro il legno.
«Ciao.»
Non mi giro. «Ciao.»
«Posso sedermi?»
Mi sposto di un palmo. Si siede, non troppo vicino. Per mezzo minuto non parla nessuno. Il cavallo di Ji-Soo sbuffa dall'altra parte del muro.
«Ti va di parlare?»
«Dipende. Se è di quello che penso, lascia stare.»
«Volevo parlare di noi.»
«Noi.» Faccio cadere la cenere. «Allora sono tutto orecchie.»
«In questi giorni non ci siamo parlati.»
«Mi avevi detto di non venire a cercarti. Ti ho accontentata.»
«Lo so.» Abbassa la voce. «E tu mi hai ascoltata. Mi sono accorta che lo hai fatto. È una cosa che nessuno fa più.»
Mi giro verso di lei. «Meave, tu devi capire ancora tante cose, ma io non te lo faccio pesare. Quindi, o te la fai passare oppure io e te avremo sempre un problema.»
Sospira.
«Hai ragione, sono stata ingiusta con te. Non su tutto. Ma sul modo.»
«Sul modo?»
«Mi hai spaventata, Trevis.» Lo dice piano, senza accusa, come una confessione. Poi alza gli occhi. «E io ho reagito malissimo. Ma quando una cosa mi fa paura, scappo.»
Non rispondo subito. Fisso la brace. So che si riferisce a Calab e Sarah.
«Non devi usarli per farmi sentire in colpa,» dico.
«Non li sto usando.» Ha un'esitazione sottile. «Sto cercando di spiegarti come funziona la mia testa.»
«A me non devi spiegare niente, Meave. Io capisco le persone e le loro intenzioni molto prima che possano dire o fare qualcosa. Sono stato addestrato per questo.»
«Ho paura di perderti, va bene? La violenza genera altra violenza. Pensi che sia bastato spaventarli a morte per fermarli?» Si mette a braccia conserte. «Non voglio fare scenate, è solo la mia opinione. E se mi vedi scostante, non è perché non mi importa.»
Un modo curioso di scusarsi. Non dice "ho sbagliato." Dice "quando ho paura mi comporto male."
«Perché hai detto a Nancy che hai paura di lei?» domando.
«Perché è vero. Mi fanno paura tutte le persone che possono usare una pistola senza pensarci.» Si volta verso di me. «E poi a me Nancy non sembra molto stabile.»
«Ha fatto quello che andava fatto. Io non mi ero accorto che Tae-Soo si era già risvegliato. Poteva mordere Ji-Soo e addio a questo posto.»
Non risponde.
«Comunque. Non è questo il punto.»
«E qual è?»
Si avvicina di qualche centimetro. Le dita mi sfiorano l'avambraccio, poi risalgono, leggere, fino a toccarmi la mascella con le nocche.
«Il punto è che mi manchi,» dice. «E che da quando Tae-Soo è morto qui dentro ho paura di tutto, e l'unico posto dove non ne ho è vicino a te.»
«Non sono tutti come me, Meave. È questo che non capisco. Se ti avessero trovato i cannibali, pensi che ti avrebbero presa con loro come ho fatto io?»
«Lasciamo stare questo discorso.» Mi guarda. «Vieni con me in serra? Adesso non c'è nessuno. Cinque minuti. Poi se vuoi ricominci a odiarmi.»
Faccio un ultimo tiro. Schiaccio il mozzicone sotto la suola. Meave si alza con me, mi prende per mano, e ci incamminiamo verso il perimetro sud.
Meave fa scorrere il chiavistello. Il ferro batte una volta contro il gancio.
La serra è immersa in una luce viola, che i pannelli a LED rovesciano sulle vasche di coltivazione. Fuori è buio e il vento soffia sulle lamiere, ma qui dentro l'aria è tiepida e sa di terra umida. Meave, invece, profuma di sapone. Si è lavata prima di venirmi a cercare.
Non dico niente. Lei nemmeno.
Resta con la schiena alla porta e mi guarda. Poi si toglie il giubbotto, lo appoggia su una cassa e comincia a slacciarsi i polsini della maglia, uno alla volta, lentamente.
«Ti piace proprio questa serra,» dico.
«Fa parte del programma.»
«Quale programma?»
«Quello in cui io ti dico che mi sei mancato.» Alza lo sguardo. «E tu fai finta di non crederci.»
«Non faccio finta.»
«No?» Si stacca dalla porta. «Allora dimostramelo.»
Fa tre passi. Si ferma a un passo da me, così vicina che sento il calore della pelle attraverso la stoffa. Non mi tocca. Mi gira intorno, piano, e mi si ferma alle spalle. Sento le dita risalire lungo la schiena e fermarsi sul codino.
«Lo hai tenuto.»
«Avevi ragione, è comodo.»
«Bugiardo.» Lo tira appena, costringendomi a inclinare la testa all'indietro. Il suo fiato mi arriva sul collo, poi le labbra, poco sotto l'orecchio.
Mi giro. La prendo per i fianchi e la tiro a me. Lei non si oppone, ma mi mette un palmo sul petto per fermarmi a due dita dalla sua bocca.
«Piano,» dice.
«Hai detto che dovevamo fare in fretta.»
«Ho detto una bugia.» Sorride.
Mi bacia. La bocca si apre appena, poi si ritrae, poi torna. Mi mordicchia il labbro. Io la stringo più forte e lei lascia uscire un piccolo gemito.
«Piano, ti ho detto, vuoi che ci sentano da fuori?» mormora contro la mia bocca.
«Non sono bravo a fare piano.»
«Allora devi imparare.»
Le sfilo la maglia da sopra la testa. La bacio sul collo, sulla spalla. Lei si appoggia all'indietro contro il bancone, con le mani aggrappate al bordo di legno.
«Hai freddo?»
«No.» Un respiro corto.
Prendo il suo polso e porto la mano sul mio petto. Sotto il palmo il cuore mi batte forte, e lei lo sente. Il sorriso le si allarga.
Mi slaccia la cintura. Poi si ferma, con le dita sulla fibbia, e mi guarda dal basso, con gli occhi socchiusi.
«Ti sono mancata?»
«Un po' sì.»
«A giudicare da come mi guardi non sembra.» La voce resta leggera, quasi giocosa. «Tu non aspettavi altro.»
Si abbassa. Ci sono secondi in cui non sento altro che il suo respiro e il ronzio dei pannelli sopra di noi. Chiudo gli occhi, riapro, trovo i suoi che mi guardano da sotto. Non distolgo lo sguardo. Lei nemmeno. Con una mano mi tengo al bancone, con l'altra le sfioro i capelli.
Meave mi accoglie nella sua bocca. Non ha nessuna fretta, mi succhia lentamente e mi guarda con i suoi occhi verdi fissi nei miei mentre continua a muoversi avanti e indietro.
«Meave...»
«Mh?»
«Se continui così, non arrivo ai cinque minuti.»
Si ferma. Ride piano, senza lasciarmi andare. «Allora non ti conviene fare il superuomo.»
«Infatti faremo a modo mio.»
Le metto entrambe le mani sulla nuca, facendo scivolare le dita tra i capelli. Assecondo i suoi movimenti per qualche secondo, poi prendo io il controllo: le tengo la testa ferma e impongo il mio ritmo, spingendo il bacino in avanti.
Meave si stacca un istante per respirare. Due fili di saliva pendono dalle sue labbra. Riprende fiato, subito dopo torna a succhiarmi.
«Sto per venire,» la avverto, con la voce che si fa più bassa.
Meave non si ritrae e aumenta la pressione. Affondo un ultima volta e mi svuoto del tutto nella sua bocca, con le mani strette tra i suoi capelli finché l'ultima contrazione non butta fuori anche l'ultima goccia.
Meave inghiotte, si rialza, si gira per appoggiarsi con la schiena al bordo del bancone di legno e mi guarda negli occhi. Sfilandosi la cerniera, si tira giù i pantaloni e gli slip fino a metà coscia, poi allarga le gambe.
Mi tira a sé, comincia a baciarmi con ancora il mio sapore sulle labbra, poi passa al collo. Sento il suo corpo premere tutto contro il mio.
«Guardami.» Mi afferra il viso con le mani. «Leccami.»
Si siede sul bordo del bancone, si libera completamente di pantaloni e slip, poi alza e allarga le gambe. La luce viola le illumina il viso e le dà una sembianza irreale, un po' sbiadita.
Mi inginocchio davanti e lei posa le sue cosce sulle mie spalle.
Appena poso la mia lingua su di lei, Meave butta la testa all'indietro e lancia un sospiro di piacere. È completamente fradicia.
Le sue mani mi afferrano la testa e inizia ad accarezzarmi. Ogni volta che la lingua lavora sul clitoride, il suo bacino trema contro la mia bocca e le sue dita stringono la presa sui miei capelli. Meave ansima con la voce piena di piacere.
Mi fermo con la bocca e continuo con due dita, bagnate del suo umore, muovendole dentro di lei con un ritmo serrato mentre con il pollice stimolo la parte superiore. Meave comincia a gemere più forte e i suoi spasmi si fanno più frequenti.
Alzo lo sguardo. Ha gli occhi chiusi e il viso contratto dall'estasi. Poi riapre le palpebre e punta i suoi occhi verdi dritti nei miei. Senza dirmi nulla sento i suoi muscoli contrarsi sotto il mio tocco, il suo ventre è preda di una serie di scosse violente e si lascia andare a un orgasmo intenso.
Resto lì, con la fronte appoggiata alla sua coscia, finché il fiato non le si regola.
«Vieni qui,» sussurra.
Mi tira su. Mi bacia, e sa di lei e di me. Poi appoggia la fronte contro la mia e resta un istante così, con gli occhi chiusi.
«Resta,» dice. «Ancora un po'.»
«Ho delle cose da fare.»
«Mmh, va bene. È stato fantastico, comunque.»
«Possiamo rifarlo quando vuoi.»
La stringo più forte. Fuori il vento soffia ancora contro le lamiere, e la luce viola cala di un tono.
Passa qualche giorno. Con Meave la superficie si è fatta più liscia, ma sotto qualcosa resta teso, come una corda che nessuno ha il coraggio di tastare.
Sono seduto su un tronco in mezzo al piazzale. È quasi ora di salire in torretta. Il buio ha già inghiottito le baracche, ci sono solo un paio di persone che finiscono di scaricare casse vicino alla mensa.
Tiro fuori il pacchetto di sigarette. È piegato a metà, la carta ridotta a uno straccio. Ne sfilo una e l'accendo.
«Ehi. Te ne avanza una?»
Alzo la testa. Nancy è a un metro da me, con le mani nelle tasche della giacca e il colletto tirato su fin sotto le orecchie.
«Ti avverto: fa schifo.»
«Meglio di niente.»
Prende la sigaretta e si siede sul tronco, non vicinissima, ma nemmeno lontana. Le passo l'accendino e quando accende la sigaretta la fiamma le illumina gli zigomi e le occhiaie. Aspira piano, soffia il fumo verso l'alto.
«Hai detto che potevo parlare con te.»
«Certo.»
«Non so se ho davvero qualcosa da dire.»
«Fai tu... puoi anche non dire niente. Fumiamo.»
Sorride. Per un po' ci restiamo così, in silenzio con il vento che spinge il fumo contro i nostri volti.
«È solo che non so se parlarne serva davvero a qualcosa.»
«Serve più che tenersi tutto dentro, Nan.»
Mi esce senza che me ne accorga. Nancy si ferma con la sigaretta a mezz'aria.
«Dio. Nan non lo sentivo da non so quanti anni.»
«Scusa. Mi è scappato.»
«No, no.» Scuote la testa. «Solo tu, qualche amico e Tessa mi chiamavate Nan. Tu solo quando eri di buon umore. Che era raro.»
«Rarissimo.»
«Una volta l'anno. Il giorno del Ringraziamento, dopo il terzo bicchiere.»
«Ricordi male. Mi limitavo al secondo.»
Ride, e poi la risata le si spegne. Guarda la brace. «Mi manca, Trev.»
Non dico niente. Non serve.
«Sapevo che forse non l'avrei più rivista. Ma quando ho sentito la tua voce alla radio...» Si ferma. «Per un secondo ho pensato: se c'è lui, c'è anche lei. Stupido, vero?»
«No, non è stupido.»
«Poi hai detto che era morta, e mi è caduto il mondo addosso.» Alza le spalle, come per scrollarsi qualcosa di dosso. «Adesso sei l'ultimo rimasto. Di tutti quelli che conoscevo. Tu, solo tu.»
La sua voce non cambia. Ma ha smesso di guardare la brace e guarda la mia mano, appoggiata sul tronco tra di noi.
«Non sei sola,» dico. «Hai Jason.»
«Sì.»
«Hai anche Clem, ti adora.»
«Questo non lo so.»
«Io dico di sì. E poi hai me, anche se sono un pessimo ascoltatore.»
«Lo so.»
«Quindi devi farti forza e andare avanti.»
Infila la mano nella tasca del giaccone e tira fuori un piccolo pezzo di metallo, sagomato come un tassello di puzzle, in zama dorata.
«Questo è tutto quello che mi è rimasto di lei. Lo porto sempre con me, ma non lo metto. Ho paura di perderlo.»
Lo riconosco subito. È metà del ciondolo di Tessa. Lo aveva sempre al collo. L'altra metà ce l'ho io.
Infilo due dita nella tasca interna del giaccone. Lo tiro fuori e lo appoggio sul suo palmo, accanto al suo.
Nancy non respira.
«L'ho tenuto io,» dico.
«Trev...»
«Ma è giusto che sia tu a tenerlo.»
Non riesce a parlare. Fissa le due metà nella mano e una lacrima le scende lungo la guancia, silenziosa, e va a finire sul colletto.
«Mi aveva detto di dartelo,» mento. In realtà lo avevo preso per me. Lo faccio con la voce più ferma che ho. «Se ti avessi rivista. Mi aveva detto di dirti che ti ha sempre voluto bene. E che eri più forte di quanto credi, anche se non riesci a vederlo.»
«Davvero lo ha detto?»
«Tessa diceva sempre quello che pensava.»
«Questo è vero,» sussurra, e ride tra le lacrime.
«Voleva che vivessi,» continuo. «Non per lei. Non per tenere vivo il suo ricordo. Per te. Anche quando è difficile. E disse che valeva anche per me.» Queste parole però erano vere.
Nancy chiude il pugno attorno al ciondolo e se lo preme contro il petto. Non fa rumore. Piange e basta, con le spalle ferme e il respiro a scatti, finché non si calma.
Poi si butta contro di me. Mi circonda le spalle con le braccia e affonda il viso sulla mia spalla. Ricambio l'abbraccio e le passo una mano tra i capelli, pianissimo, come si farebbe con una sorella minore.
«Grazie,» dice contro il mio giaccone. «Non sai quanto.»
«Non devi ringraziarmi.»
«Sì, invece.»
Non si stacca subito. Resta così più del necessario. Poi sento dei passi sulla ghiaia.
«Ah, sei qui. Ti cercavo.»
Meave esce dall'ombra, con il giubbotto chiuso e le mani in tasca. Nancy si stacca di scatto e si asciuga la faccia con la manica.
«Ciao, Meave,» dice, con una voce di colpo piatta.
«Ciao, Nancy.» Meave mi sfiora la mascella con due dita. «Tutto bene? Hai una faccia...»
«Tutto a posto.»
«Meno male.» Sorride. «Se ho interrotto qualcosa, scusatemi. Tolgo subito il disturbo.»
«Non hai interrotto niente,» dico.
«Ah, meno male.»
Mi infila le dita nei capelli, dietro la nuca. Nancy abbassa gli occhi sulla ghiaia.
«Posso rubartelo un secondo?» dice Meave a Nancy, ma guarda me.
«Fai pure.»
Meave si china. Mi gira il viso con una mano e mi bacia. Quando si stacca, parla a un centimetro dalla mia bocca.
«Vado a letto. Quando rientri domattina non svegliarmi. A meno che tu non abbia un bacio da lasciare.»
«Meave...»
«Ti aspetto.»
Mi passa l'indice sul labbro inferiore. Poi si raddrizza e guarda Nancy. Io guardo Meave e noto che la sua espressione è cambiata.
«Buonanotte, Nancy.»
«Buonanotte.»
Guardo Nancy, poi guardo Meave che si allontana e sparisce tra le baracche con il suo passo leggero. Alzo e abbasso le sopracciglia.
Dall'armeria arriva una voce raschiata: «Trevis! Si cambia!»
È Nick. Alza un braccio per farsi notare.
«Devo andare, Nan.»
«Vai, non preoccuparti.» Non mi guarda. «Io resto ancora un po'. Poi rientro.»
«Sicura?»
«Sì. Grazie per avermi ascoltata, Trev.»
Prendo il pacchetto dalla tasca. Ne rimane una. La tiro fuori e gliela porgo insieme all'accendino.
«Tieni. Fa così schifo che non ti farà pensare a niente.»
Sbuffa una risata dal naso. L'accende e mi ridà l'accendino. Le dita ci mettono più del dovuto a staccarsi dal metallo.
«Buonanotte, Nancy.»
«Buonanotte.»
Mi sistemo la cinghia del fucile e cammino verso Nick. Saliamo sulla torretta. Nick mi mostra una bottiglia di whisky.
«Ho trovato il modo di combattere il freddo,» dice Nick.
«Dove cazzo l'hai trovata?»
«Dalla roba che abbiamo preso alla Stirpe.»
Guardo meglio l'etichetta.
«Porca puttana, è un Single Malt Talisker. Questa bottiglia avrà trent'anni.»
«Trentaquattro, per l'esattezza.»
«Tu inizi a piacermi sul serio.»
Stappiamo la bottiglia e ci facciamo subito un sorso. Il sapore è intenso e forte, ma si è mantenuto bene.
«Sarà meglio andarci piano, non sono più abituato. Però cazzo se è buono,» dico, guardando Nick negli occhi.
[CONTINUA...]
«Nick! Dietro di te!»
Nick si gira troppo tardi. Un errante gli è già addosso, le dita aggrappate al giaccone. Gli pianto il coltello dietro la testa e spingo più a fondo che posso. Il morto si affloscia e cade sul terreno.
«Grazie,» ansima Nick. Ha il piccone in mano ma il manico gli scivola. «Non vedo un cazzo.»
«Neanch'io. Colpisci quello che si muove e non è dei nostri.»
Un lampo. Nel bianco vedo il buco nella recinzione e, oltre, le sagome che continuano ad avanzare. Poi torna il buio, e per due secondi non distinguo più niente. Sento dei passi alla mia destra. Alzo il coltello.
«Sono Dennis! Cristo, sono Dennis!»
Mi blocco a un palmo dalla sua gola. Dennis mi supera zoppicando. Alle sue spalle c'è un errante: lo prendo per i capelli, gli pianto la lama nella tempia e la tiro fuori più in fretta che posso.
«Dovevi dirmelo prima!» grida Dennis.
«Sei vivo, di che ti lamenti?»
«Arriviamo!» La voce di Liam, dal piazzale. «Arrivano i rinforzi!»
Sbucano dai vicoli tra le baracche. C'è Liam con un piede di porco, Susan che tiene in mano un'accetta, Tae-Soo, che cammina un po' affannato, ha in mano un machete. Vedo anche Nancy, anche lei con un machete.
«La trave!» urlo. «Mettetela di traverso, lì rallenterà.»
Susan e Liam ci provano ma la scarpata cede, l'acqua si porta via la terra sotto i suoi piedi e lei cade di schiena, mentre Liam riesce a stare in piedi.
«Susan, alzati!» Liam si getta in avanti.
Non ce la fa. Due erranti le sono addosso prima che lei riesca ad alzarsi e Liam a intervenire. Uno la afferra per la manica, l'altro le morde la spalla. Sento l'urlo, poi un gorgoglio, e poi niente. Susan è andata. Liam arriva e sfonda il cranio al primo con il piede di porco, ma è già troppo tardi: un morso alla spalla è mortale perché non può essere amputata.
«No, no, no...» ripete Liam. Colpisce il secondo più volte, anche quando non serve più.
Dall'altra parte Nancy ha preso posizione a un metro da Nick. Un errante allunga le dita verso di lui; lei lo prende di taglio sotto lo zigomo, ritira il braccio prima che cada e si rimette in guardia.
«Bel colpo,» le grido.
«Non parlare, stiamo vicini così è più facile.»
Non facevo Nancy così preparata. Ha ragione. Mi metto vicino al suo fianco, lei è al centro e dall'altro lato c'è Nick. Ji-Soo è l'unica a non avere nessun problema, né con la pioggia, né con il fango.
«Papà, indietro!» Si gira verso il centro del varco. «Vai via da qui! Non farmelo ripetere!»
Tae-Soo non si ferma. Avanza con il machete all'altezza della testa, ma i suoi movimenti sono rallentati. «Questa è la mia gente!»
«Vattene, tu non puoi fare questi sforzi!» urla più forte sua figlia.
«Tae-Soo, cazzo, non è il momento di fare l'eroe!» gli urlo.
Sferra un colpo alla testa di un errante, ma lo manca. Il machete si pianta contro la spalla del morto. Lui non sfila il machete, lascia la presa e indietreggia di qualche passo portandosi una mano alla tempia.
«Tae-Soo?» Faccio uno scatto in avanti e uccido l'errante prima che possa arrivare a lui.
Mi giro e quello che vedo non mi piace per niente. La bocca gli scivola da un lato, come se qualcuno l'avesse tirata. Fa un passo, le ginocchia cedono, e crolla.
«Porca puttana, trovate il modo di chiudere quella breccia o quantomeno un modo per rallentarli.» urlo.
«PAPÀ!»
Altri due erranti gli cadono addosso. Un altro invece è alle mie spalle, mi volto e lo elimino velocemente. Quando mi volto per andare verso Tae-Soo, vedo Ji-Soo avventarsi ed eliminare il primo. Io non faccio in tempo ad arrivare al secondo. L'errante lo ha già morso al viso e affonda di nuovo le fauci sul collo del vecchio.
Ji-Soo colpisce e colpisce. Quando smette, intorno a lei non c'è più niente che si muova.
Mi giro verso la breccia, sembra che gli erranti siano diminuiti. Gli uomini sulle torrette stanno facendo il possibile con le balestre e ci danno una finestra di tempo per chiudere quella parte. Guardo a sinistra, poi a destra. Stanno arrivando altri uomini con delle recinzioni da cantiere.
«Adesso!» grido a Nick. «Aiutatili a posizionare le recinzioni.» Avanzo verso di loro per aiutarli.
Aiuto Nick a inserire la recinzione nel sostegno. Gli altri fanno lo stesso con l'altra.
«Servono i sacchi di sabbia. La recinzione da sola non basta!» grida Liam.
«Andiamo a prenderli, dove sono?» domando.
«Nel retro dell'armeria. Andiamo, forza. Dobbiamo fare più viaggi.»
Dopo una serie di viaggi riusciamo a creare un muretto con i sacchi di sabbia. Per il momento la struttura è stabile, ma è provvisoria e non completamente sicura.
Gli uomini sulle torrette ci dicono che la situazione sembra che si sia calmata.
Liam si china su Susan. Prende il suo coltello e lo pianta nel cranio di Susan prima che si risvegli.
Io mi avvicino a Ji-Soo. È in ginocchio nel fango, l'acqua che le cola dai capelli, le mani intrise di sangue. Davanti a lei c'è Tae-Soo che giace sulla schiena con il volto sfigurato e il collo aperto.
«Ji-Soo,» dico piano. «Se non ce la fai a dargli il colpo di grazia, spostati. Lo faccio io.»
Scatta in piedi e mi spinge indietro con entrambe le mani. «È colpa tua!»
«Ji-Soo...»
«È colpa tua, Trevis! Se avessimo usato i fucili mio padre sarebbe vivo! Non dovevo darti ascolto!»
Le afferro le spalle prima che mi spinga ancora. «Certo, e poi con l'eco richiamavamo mezza valle. Così invece di seppellire due persone ne avremmo sepolte dieci.» La stringo più forte. «Guardami. Hai visto cosa gli è successo? Prima del morso. La mano alla testa, la faccia. Si è sentito male, Ji-Soo.»
«Cosa vuoi dire?»
«Che il tuo vecchio era già andato prima del morso. Non sarebbe mai dovuto venire.» Lascio la presa. «E che adesso devi decidere cosa fare di lui.»
Non risponde. Gli altri sono tutti intorno a noi: Nick si appoggia al manico della pala, Liam tiene lo sguardo a terra. All'improvviso sento un gorgoglio di un errante. Guardo dietro Ji-Soo e vedo le dita di Tae-Soo contrarsi. Gli occhi si riaprono, bianchi, senza pupilla.
Afferro Ji-Soo e la faccio indietreggiare con me.
«Ji-Soo, indietro!»
Lo sparo squarcia la pioggia. Nancy ha la pistola tesa a due mani con la canna ancora fumante. Il colpo ha attraversato la fronte di Tae-Soo. Il vecchio ricade nel fango e resta fermo.
Nancy abbassa l'arma. «Scusa,» dice a Ji-Soo, e la voce le trema solo adesso.
Ji-Soo non risponde. Guarda suo padre.
Un rumore dal bosco mi fa girare. Poi un altro, e un altro ancora, tutti insieme, dal pendio e dal fiume.
Dalla torretta est partono due scatti di balestra. Gli unici due erranti che il boato aveva richiamato vengono eliminati.
Pulisco il coltello sui pantaloni e lo rinfodero.
«Te l'avevo detto: niente armi da fuoco.» Tengo la voce bassa. «Sulle torrette avevano la linea libera e la breccia è stata bloccata, siamo stati fortunati. La prossima volta la fortuna potrebbe non assisterci.»
Nancy non ribatte. Rimette la pistola nella fondina, tira su la zip fino al mento e fissa i due cadaveri.
«Hai sentito cosa ho detto?»
«Ho sentito.» Alza gli occhi. Sono lucidi, ma non piange. «Ho sparato a un uomo che conoscevo da un paio di settimane. Lo stesso uomo che mi ha aperto il cancello e dato un riparo, Trevis. Dammi un minuto prima di farmi la predica.»
Non ho niente da rispondere. Le tolgo di mano il machete che ha dimenticato di rinfoderare e glielo infilo nella cintura. Nancy lo guarda, poi guarda la mia mano, che ritraggo.
«Grazie,» dice.
«Andiamo dentro.»
I corpi vengono portati in infermeria, nella stanza usata come obitorio prima che i cadaveri vengano sepolti. Ji-Soo non si muove da dov'è. Ha lo sguardo perso fisso davanti a sé, e le mani ancora nere di sangue. Liam la prende per un gomito. Lei lo lascia fare.
Torno in capanna con Nancy, la stanza è calda. Clementine dorme con un braccio fuori dalle coperte e la bocca aperta.
Ci laviamo a turno nel cubicolo, con un secchio d'acqua calda e un pentolino per sciacquarci. Quando esco indosso pantaloni asciutti e una maglia grigia.
«Hai una striscia di sporco sul collo e sulla schiena,» dice Nancy. È seduta sul bordo della branda, con la testa chinata a districarsi i capelli con le dita.
«Dove?»
«Dietro. Sotto l'orecchio e un po' sulla spalla.»
Mi strofino con la mano. «Non si vede un cazzo là dentro. Mi serviva una candela in più.»
«Vieni qui, ti do una mano.»
Mi siedo davanti allo specchio scheggiato appeso alla parete. Nancy intinge uno straccio nella bacinella, lo strizza e comincia dalla nuca. Le sue dita sono fredde, ma il palmo che si appoggia sulla spalla per tenermi fermo è caldo.
«Stai fermo.»
«Sono fermo.»
«No, stai tremando di freddo.»
«Non è piacevole stare a dorso nudo di questi tempi.»
Ride appena, sbuffando con il naso. Passa lo straccio dietro l'orecchio, poi lungo la linea del collo. Nel vetro rigato vedo il suo viso. Lavora più a lungo del necessario sullo stesso punto.
«Nan.»
«Mh.»
«Hai già pulito lì.»
«Sei ancora un po' sporco.»
«Se lo dici tu.»
«Hai gli occhi anche dietro?»
«No.»
«E allora lasciami finire.»
Alzo gli occhi allo specchio. I suoi sono già lì, fissi sui miei. Distoglie lo sguardo non appena i nostri sguardi si incrociano, e finge di cercare qualcosa sul tavolo.
«Che c'è, vuoi dirmi qualcosa?»
«No, perché? Mi sono solo distratta un attimo.»
«Chi si distrae lo fa perché pensa a qualcosa.» giro la testa verso di lei. «Se hai bisogno di parlare, sono qui,» dico. «Per quello che vale.»
«Lo so.»
«Sai che con me puoi parlare di tutto.»
«Lo so, ti ringrazio. Non ho bisogno.» Strizza lo straccio più forte del dovuto. «Ultimamente me lo state chiedendo tutti e questa cosa mi fa stare ancora più a disagio. Ogni tanto vorrei anche passare del tempo con qualcuno che non mi chiede come sto.»
«Va bene, ho capito.»
«Ecco, la cosa che apprezzo di più di te è questa.»
«Cos'è, mi stai dicendo che sono un pessimo ascoltatore?»
«Ti sto dicendo che sei bravo a lasciare spazio.» Posa lo straccio sul bordo della bacinella. «È una cosa rara.»
La porta si spalanca contro il muro.
Meave entra fradicia, i capelli appiccicati alle guance, il giubbotto che gocciola sulle assi.
«Questa pioggia del cazzo non smette più!» Scuote le maniche e solo allora alza la testa. Nancy è già in piedi. Io sono ancora senza maglia e la nuca bagnata. Meave ci guarda per qualche istante.
«Ciao, Meave,» dice Nancy.
«Ciao.» Il tono è gentile. «Scusate se ho spalancato così la porta, ma sono bagnata fradicia.»
«Finché non la butti giù va bene,» dico.
«Buono a sapersi.» Sorride a Nancy. È un sorriso largo e accurato. «Ho saputo di prima. Sei stata brava. Con la pistola, dico. Io non so se ci sarei mai riuscita. Mi fai quasi paura.»
«Non ne vado fiera... quell'uomo ci ha dato tutto questo. È stata una reazione d'istinto.»
«Capisco. Ma l'hai fatto.» Meave le tocca un braccio, con due dita, leggere. «Ti ammiro. Davvero.»
Va verso il cubicolo e la porta sbatte. Clementine scatta a sedere sulla branda con gli occhi spalancati.
«Che succede?»
«Niente, Clem. Torna a dormire.»
Si volta verso Nancy, poi verso la porta del bagno, poi verso di me. Capisce più di quanto dovrebbe e si sdraia di nuovo girandosi verso il muro, senza una parola.
Nancy raccoglie lo straccio dal tavolo e lo ripiega due volte.
La mattina dopo la pioggia è diventata nebbia fine. Il campo si raduna vicino alla recinzione est. Niente discorsi: due fosse nella terra, due assi di pino infilate nel fango. Ji-Soo resta in piedi davanti a quella di suo padre. Tutta la comunità resta in silenzio per qualche minuto, nessuno dice niente.
Alle otto ha già in mano un foglio con i turni riscritti.
«Il muro est si rifà oggi,» dice, a voce piatta, senza guardare nessuno. «Si pianta a due metri. Si raddoppiano le travi di sostegno. Andate in magazzino, prendete tutto ciò che serve e mettiamoci a lavoro.»
«Ji-Soo...» comincia Nick.
«Non voglio sentire storie. Se avete qualcosa da dire venite alla mia capanna dopo il vostro turno. Ora non abbiamo tempo da perdere.»
Nessuno discute.
Per tre giorni il campo lavora senza sosta. Prefabbricati smontati, lamiere ondulate, pali di pino interrati fino alle spalle. Nancy ci porta l'acqua e i panini a mezzogiorno. Meave in quei tre giorni è dappertutto e da nessuna parte. In serra, in magazzino, a bordo cucina. La incrocio due volte. Ogni volta mi sorride, apre la bocca per parlare e poi si ricorda di qualcosa che deve fare altrove.
Io non la cerco.
Il quarto pomeriggio la barriera è finita. Mi siedo su una cassa dietro il vecchio fienile, il posto meno battuto del perimetro, e accendo una sigaretta. Qualcuno arriva da dietro. Meave compare dall'angolo con le mani nelle tasche del giaccone e una spalla contro il legno.
«Ciao.»
Non mi giro. «Ciao.»
«Posso sedermi?»
Mi sposto di un palmo. Si siede, non troppo vicino. Per mezzo minuto non parla nessuno. Il cavallo di Ji-Soo sbuffa dall'altra parte del muro.
«Ti va di parlare?»
«Dipende. Se è di quello che penso, lascia stare.»
«Volevo parlare di noi.»
«Noi.» Faccio cadere la cenere. «Allora sono tutto orecchie.»
«In questi giorni non ci siamo parlati.»
«Mi avevi detto di non venire a cercarti. Ti ho accontentata.»
«Lo so.» Abbassa la voce. «E tu mi hai ascoltata. Mi sono accorta che lo hai fatto. È una cosa che nessuno fa più.»
Mi giro verso di lei. «Meave, tu devi capire ancora tante cose, ma io non te lo faccio pesare. Quindi, o te la fai passare oppure io e te avremo sempre un problema.»
Sospira.
«Hai ragione, sono stata ingiusta con te. Non su tutto. Ma sul modo.»
«Sul modo?»
«Mi hai spaventata, Trevis.» Lo dice piano, senza accusa, come una confessione. Poi alza gli occhi. «E io ho reagito malissimo. Ma quando una cosa mi fa paura, scappo.»
Non rispondo subito. Fisso la brace. So che si riferisce a Calab e Sarah.
«Non devi usarli per farmi sentire in colpa,» dico.
«Non li sto usando.» Ha un'esitazione sottile. «Sto cercando di spiegarti come funziona la mia testa.»
«A me non devi spiegare niente, Meave. Io capisco le persone e le loro intenzioni molto prima che possano dire o fare qualcosa. Sono stato addestrato per questo.»
«Ho paura di perderti, va bene? La violenza genera altra violenza. Pensi che sia bastato spaventarli a morte per fermarli?» Si mette a braccia conserte. «Non voglio fare scenate, è solo la mia opinione. E se mi vedi scostante, non è perché non mi importa.»
Un modo curioso di scusarsi. Non dice "ho sbagliato." Dice "quando ho paura mi comporto male."
«Perché hai detto a Nancy che hai paura di lei?» domando.
«Perché è vero. Mi fanno paura tutte le persone che possono usare una pistola senza pensarci.» Si volta verso di me. «E poi a me Nancy non sembra molto stabile.»
«Ha fatto quello che andava fatto. Io non mi ero accorto che Tae-Soo si era già risvegliato. Poteva mordere Ji-Soo e addio a questo posto.»
Non risponde.
«Comunque. Non è questo il punto.»
«E qual è?»
Si avvicina di qualche centimetro. Le dita mi sfiorano l'avambraccio, poi risalgono, leggere, fino a toccarmi la mascella con le nocche.
«Il punto è che mi manchi,» dice. «E che da quando Tae-Soo è morto qui dentro ho paura di tutto, e l'unico posto dove non ne ho è vicino a te.»
«Non sono tutti come me, Meave. È questo che non capisco. Se ti avessero trovato i cannibali, pensi che ti avrebbero presa con loro come ho fatto io?»
«Lasciamo stare questo discorso.» Mi guarda. «Vieni con me in serra? Adesso non c'è nessuno. Cinque minuti. Poi se vuoi ricominci a odiarmi.»
Faccio un ultimo tiro. Schiaccio il mozzicone sotto la suola. Meave si alza con me, mi prende per mano, e ci incamminiamo verso il perimetro sud.
Meave fa scorrere il chiavistello. Il ferro batte una volta contro il gancio.
La serra è immersa in una luce viola, che i pannelli a LED rovesciano sulle vasche di coltivazione. Fuori è buio e il vento soffia sulle lamiere, ma qui dentro l'aria è tiepida e sa di terra umida. Meave, invece, profuma di sapone. Si è lavata prima di venirmi a cercare.
Non dico niente. Lei nemmeno.
Resta con la schiena alla porta e mi guarda. Poi si toglie il giubbotto, lo appoggia su una cassa e comincia a slacciarsi i polsini della maglia, uno alla volta, lentamente.
«Ti piace proprio questa serra,» dico.
«Fa parte del programma.»
«Quale programma?»
«Quello in cui io ti dico che mi sei mancato.» Alza lo sguardo. «E tu fai finta di non crederci.»
«Non faccio finta.»
«No?» Si stacca dalla porta. «Allora dimostramelo.»
Fa tre passi. Si ferma a un passo da me, così vicina che sento il calore della pelle attraverso la stoffa. Non mi tocca. Mi gira intorno, piano, e mi si ferma alle spalle. Sento le dita risalire lungo la schiena e fermarsi sul codino.
«Lo hai tenuto.»
«Avevi ragione, è comodo.»
«Bugiardo.» Lo tira appena, costringendomi a inclinare la testa all'indietro. Il suo fiato mi arriva sul collo, poi le labbra, poco sotto l'orecchio.
Mi giro. La prendo per i fianchi e la tiro a me. Lei non si oppone, ma mi mette un palmo sul petto per fermarmi a due dita dalla sua bocca.
«Piano,» dice.
«Hai detto che dovevamo fare in fretta.»
«Ho detto una bugia.» Sorride.
Mi bacia. La bocca si apre appena, poi si ritrae, poi torna. Mi mordicchia il labbro. Io la stringo più forte e lei lascia uscire un piccolo gemito.
«Piano, ti ho detto, vuoi che ci sentano da fuori?» mormora contro la mia bocca.
«Non sono bravo a fare piano.»
«Allora devi imparare.»
Le sfilo la maglia da sopra la testa. La bacio sul collo, sulla spalla. Lei si appoggia all'indietro contro il bancone, con le mani aggrappate al bordo di legno.
«Hai freddo?»
«No.» Un respiro corto.
Prendo il suo polso e porto la mano sul mio petto. Sotto il palmo il cuore mi batte forte, e lei lo sente. Il sorriso le si allarga.
Mi slaccia la cintura. Poi si ferma, con le dita sulla fibbia, e mi guarda dal basso, con gli occhi socchiusi.
«Ti sono mancata?»
«Un po' sì.»
«A giudicare da come mi guardi non sembra.» La voce resta leggera, quasi giocosa. «Tu non aspettavi altro.»
Si abbassa. Ci sono secondi in cui non sento altro che il suo respiro e il ronzio dei pannelli sopra di noi. Chiudo gli occhi, riapro, trovo i suoi che mi guardano da sotto. Non distolgo lo sguardo. Lei nemmeno. Con una mano mi tengo al bancone, con l'altra le sfioro i capelli.
Meave mi accoglie nella sua bocca. Non ha nessuna fretta, mi succhia lentamente e mi guarda con i suoi occhi verdi fissi nei miei mentre continua a muoversi avanti e indietro.
«Meave...»
«Mh?»
«Se continui così, non arrivo ai cinque minuti.»
Si ferma. Ride piano, senza lasciarmi andare. «Allora non ti conviene fare il superuomo.»
«Infatti faremo a modo mio.»
Le metto entrambe le mani sulla nuca, facendo scivolare le dita tra i capelli. Assecondo i suoi movimenti per qualche secondo, poi prendo io il controllo: le tengo la testa ferma e impongo il mio ritmo, spingendo il bacino in avanti.
Meave si stacca un istante per respirare. Due fili di saliva pendono dalle sue labbra. Riprende fiato, subito dopo torna a succhiarmi.
«Sto per venire,» la avverto, con la voce che si fa più bassa.
Meave non si ritrae e aumenta la pressione. Affondo un ultima volta e mi svuoto del tutto nella sua bocca, con le mani strette tra i suoi capelli finché l'ultima contrazione non butta fuori anche l'ultima goccia.
Meave inghiotte, si rialza, si gira per appoggiarsi con la schiena al bordo del bancone di legno e mi guarda negli occhi. Sfilandosi la cerniera, si tira giù i pantaloni e gli slip fino a metà coscia, poi allarga le gambe.
Mi tira a sé, comincia a baciarmi con ancora il mio sapore sulle labbra, poi passa al collo. Sento il suo corpo premere tutto contro il mio.
«Guardami.» Mi afferra il viso con le mani. «Leccami.»
Si siede sul bordo del bancone, si libera completamente di pantaloni e slip, poi alza e allarga le gambe. La luce viola le illumina il viso e le dà una sembianza irreale, un po' sbiadita.
Mi inginocchio davanti e lei posa le sue cosce sulle mie spalle.
Appena poso la mia lingua su di lei, Meave butta la testa all'indietro e lancia un sospiro di piacere. È completamente fradicia.
Le sue mani mi afferrano la testa e inizia ad accarezzarmi. Ogni volta che la lingua lavora sul clitoride, il suo bacino trema contro la mia bocca e le sue dita stringono la presa sui miei capelli. Meave ansima con la voce piena di piacere.
Mi fermo con la bocca e continuo con due dita, bagnate del suo umore, muovendole dentro di lei con un ritmo serrato mentre con il pollice stimolo la parte superiore. Meave comincia a gemere più forte e i suoi spasmi si fanno più frequenti.
Alzo lo sguardo. Ha gli occhi chiusi e il viso contratto dall'estasi. Poi riapre le palpebre e punta i suoi occhi verdi dritti nei miei. Senza dirmi nulla sento i suoi muscoli contrarsi sotto il mio tocco, il suo ventre è preda di una serie di scosse violente e si lascia andare a un orgasmo intenso.
Resto lì, con la fronte appoggiata alla sua coscia, finché il fiato non le si regola.
«Vieni qui,» sussurra.
Mi tira su. Mi bacia, e sa di lei e di me. Poi appoggia la fronte contro la mia e resta un istante così, con gli occhi chiusi.
«Resta,» dice. «Ancora un po'.»
«Ho delle cose da fare.»
«Mmh, va bene. È stato fantastico, comunque.»
«Possiamo rifarlo quando vuoi.»
La stringo più forte. Fuori il vento soffia ancora contro le lamiere, e la luce viola cala di un tono.
Passa qualche giorno. Con Meave la superficie si è fatta più liscia, ma sotto qualcosa resta teso, come una corda che nessuno ha il coraggio di tastare.
Sono seduto su un tronco in mezzo al piazzale. È quasi ora di salire in torretta. Il buio ha già inghiottito le baracche, ci sono solo un paio di persone che finiscono di scaricare casse vicino alla mensa.
Tiro fuori il pacchetto di sigarette. È piegato a metà, la carta ridotta a uno straccio. Ne sfilo una e l'accendo.
«Ehi. Te ne avanza una?»
Alzo la testa. Nancy è a un metro da me, con le mani nelle tasche della giacca e il colletto tirato su fin sotto le orecchie.
«Ti avverto: fa schifo.»
«Meglio di niente.»
Prende la sigaretta e si siede sul tronco, non vicinissima, ma nemmeno lontana. Le passo l'accendino e quando accende la sigaretta la fiamma le illumina gli zigomi e le occhiaie. Aspira piano, soffia il fumo verso l'alto.
«Hai detto che potevo parlare con te.»
«Certo.»
«Non so se ho davvero qualcosa da dire.»
«Fai tu... puoi anche non dire niente. Fumiamo.»
Sorride. Per un po' ci restiamo così, in silenzio con il vento che spinge il fumo contro i nostri volti.
«È solo che non so se parlarne serva davvero a qualcosa.»
«Serve più che tenersi tutto dentro, Nan.»
Mi esce senza che me ne accorga. Nancy si ferma con la sigaretta a mezz'aria.
«Dio. Nan non lo sentivo da non so quanti anni.»
«Scusa. Mi è scappato.»
«No, no.» Scuote la testa. «Solo tu, qualche amico e Tessa mi chiamavate Nan. Tu solo quando eri di buon umore. Che era raro.»
«Rarissimo.»
«Una volta l'anno. Il giorno del Ringraziamento, dopo il terzo bicchiere.»
«Ricordi male. Mi limitavo al secondo.»
Ride, e poi la risata le si spegne. Guarda la brace. «Mi manca, Trev.»
Non dico niente. Non serve.
«Sapevo che forse non l'avrei più rivista. Ma quando ho sentito la tua voce alla radio...» Si ferma. «Per un secondo ho pensato: se c'è lui, c'è anche lei. Stupido, vero?»
«No, non è stupido.»
«Poi hai detto che era morta, e mi è caduto il mondo addosso.» Alza le spalle, come per scrollarsi qualcosa di dosso. «Adesso sei l'ultimo rimasto. Di tutti quelli che conoscevo. Tu, solo tu.»
La sua voce non cambia. Ma ha smesso di guardare la brace e guarda la mia mano, appoggiata sul tronco tra di noi.
«Non sei sola,» dico. «Hai Jason.»
«Sì.»
«Hai anche Clem, ti adora.»
«Questo non lo so.»
«Io dico di sì. E poi hai me, anche se sono un pessimo ascoltatore.»
«Lo so.»
«Quindi devi farti forza e andare avanti.»
Infila la mano nella tasca del giaccone e tira fuori un piccolo pezzo di metallo, sagomato come un tassello di puzzle, in zama dorata.
«Questo è tutto quello che mi è rimasto di lei. Lo porto sempre con me, ma non lo metto. Ho paura di perderlo.»
Lo riconosco subito. È metà del ciondolo di Tessa. Lo aveva sempre al collo. L'altra metà ce l'ho io.
Infilo due dita nella tasca interna del giaccone. Lo tiro fuori e lo appoggio sul suo palmo, accanto al suo.
Nancy non respira.
«L'ho tenuto io,» dico.
«Trev...»
«Ma è giusto che sia tu a tenerlo.»
Non riesce a parlare. Fissa le due metà nella mano e una lacrima le scende lungo la guancia, silenziosa, e va a finire sul colletto.
«Mi aveva detto di dartelo,» mento. In realtà lo avevo preso per me. Lo faccio con la voce più ferma che ho. «Se ti avessi rivista. Mi aveva detto di dirti che ti ha sempre voluto bene. E che eri più forte di quanto credi, anche se non riesci a vederlo.»
«Davvero lo ha detto?»
«Tessa diceva sempre quello che pensava.»
«Questo è vero,» sussurra, e ride tra le lacrime.
«Voleva che vivessi,» continuo. «Non per lei. Non per tenere vivo il suo ricordo. Per te. Anche quando è difficile. E disse che valeva anche per me.» Queste parole però erano vere.
Nancy chiude il pugno attorno al ciondolo e se lo preme contro il petto. Non fa rumore. Piange e basta, con le spalle ferme e il respiro a scatti, finché non si calma.
Poi si butta contro di me. Mi circonda le spalle con le braccia e affonda il viso sulla mia spalla. Ricambio l'abbraccio e le passo una mano tra i capelli, pianissimo, come si farebbe con una sorella minore.
«Grazie,» dice contro il mio giaccone. «Non sai quanto.»
«Non devi ringraziarmi.»
«Sì, invece.»
Non si stacca subito. Resta così più del necessario. Poi sento dei passi sulla ghiaia.
«Ah, sei qui. Ti cercavo.»
Meave esce dall'ombra, con il giubbotto chiuso e le mani in tasca. Nancy si stacca di scatto e si asciuga la faccia con la manica.
«Ciao, Meave,» dice, con una voce di colpo piatta.
«Ciao, Nancy.» Meave mi sfiora la mascella con due dita. «Tutto bene? Hai una faccia...»
«Tutto a posto.»
«Meno male.» Sorride. «Se ho interrotto qualcosa, scusatemi. Tolgo subito il disturbo.»
«Non hai interrotto niente,» dico.
«Ah, meno male.»
Mi infila le dita nei capelli, dietro la nuca. Nancy abbassa gli occhi sulla ghiaia.
«Posso rubartelo un secondo?» dice Meave a Nancy, ma guarda me.
«Fai pure.»
Meave si china. Mi gira il viso con una mano e mi bacia. Quando si stacca, parla a un centimetro dalla mia bocca.
«Vado a letto. Quando rientri domattina non svegliarmi. A meno che tu non abbia un bacio da lasciare.»
«Meave...»
«Ti aspetto.»
Mi passa l'indice sul labbro inferiore. Poi si raddrizza e guarda Nancy. Io guardo Meave e noto che la sua espressione è cambiata.
«Buonanotte, Nancy.»
«Buonanotte.»
Guardo Nancy, poi guardo Meave che si allontana e sparisce tra le baracche con il suo passo leggero. Alzo e abbasso le sopracciglia.
Dall'armeria arriva una voce raschiata: «Trevis! Si cambia!»
È Nick. Alza un braccio per farsi notare.
«Devo andare, Nan.»
«Vai, non preoccuparti.» Non mi guarda. «Io resto ancora un po'. Poi rientro.»
«Sicura?»
«Sì. Grazie per avermi ascoltata, Trev.»
Prendo il pacchetto dalla tasca. Ne rimane una. La tiro fuori e gliela porgo insieme all'accendino.
«Tieni. Fa così schifo che non ti farà pensare a niente.»
Sbuffa una risata dal naso. L'accende e mi ridà l'accendino. Le dita ci mettono più del dovuto a staccarsi dal metallo.
«Buonanotte, Nancy.»
«Buonanotte.»
Mi sistemo la cinghia del fucile e cammino verso Nick. Saliamo sulla torretta. Nick mi mostra una bottiglia di whisky.
«Ho trovato il modo di combattere il freddo,» dice Nick.
«Dove cazzo l'hai trovata?»
«Dalla roba che abbiamo preso alla Stirpe.»
Guardo meglio l'etichetta.
«Porca puttana, è un Single Malt Talisker. Questa bottiglia avrà trent'anni.»
«Trentaquattro, per l'esattezza.»
«Tu inizi a piacermi sul serio.»
Stappiamo la bottiglia e ci facciamo subito un sorso. Il sapore è intenso e forte, ma si è mantenuto bene.
«Sarà meglio andarci piano, non sono più abituato. Però cazzo se è buono,» dico, guardando Nick negli occhi.
[CONTINUA...]
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Michael035
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