Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 17
scritto il 2026-10-16 tempo di lettura 44 min
di
Michael035
genere
fantascienza
cura
C+
Ji-Soo guida il pick-up fino al piazzale e spegne il motore. In tutto il viaggio non ha detto una parola.
Scendo per ultimo. Le gambe si sono addormentate, e il sangue sulle mani si è seccato fino a creparsi nelle pieghe delle dita. Ji-Soo sbatte lo sportello e va dritta verso la capanna di suo padre, senza voltarsi.
Nel piazzale c'è poca gente. Due uomini scaricano casse alla luce delle torce e di qualche lampione alimentato dai pannelli. Cerco con gli occhi la giacca di Meave. Non c'è. Quando passo, i due smettono di parlare. Uno mi fa un cenno con il mento. L'altro guarda la cassa che ha in mano.
Dalla roba tolta alla Stirpe prendo tre pacchetti di sigarette. Nessuno mi chiede niente e sinceramente neanche mi interessa delle loro opinioni.
Mi dirigo dietro la stalla, dove il muro di assi fa angolo con la recinzione e nessuno passa senza una ragione. C'è una cassa, la rovescio e mi ci siedo con la schiena contro il legno. Dall'altra parte il cavallo di Ji-Soo sbuffa e sposta il peso da uno zoccolo all'altro. Dalle fessure sale odore di fieno e di animale, e per un po' copre quello che ho addosso.
Accendo la prima sigaretta con un accendino di plastica. La fiamma mi illumina le mani. Il sangue è diventato marrone e si sbriciola quando piego le dita. Sotto le unghie è ancora nero. Sfrego il pollice sull'indice e sui pantaloni cadono scaglie sottili.
Lungo il muro di cinta un tubo d'acciaio cigola. Il vento passa tra le lamiere delle baracche e le fa vibrare: un rumore basso che si spegne e riparte. Più lontano, oltre i cancelli, arriva un gemito. Un errante che ha sentito qualcosa e non sa cosa si avvicina alla recinzione ma viene abbattuto da una freccia sparata da una balestra.
Prendo un'altra sigaretta. Poco dopo sento un ramo che si spezza nel bosco. Ho già la mano sulla cinghia del fucile. Niente. È l'uomo che ha ucciso l'errante e che è uscito a recuperare la sua freccia. Mi saluta alzando la mano. Ricambio con un gesto del capo. Il fumo mi gratta la gola, ma lo butto giù lo stesso.
Alla terza mi accorgo di avere ancora lo spago nero nei capelli. Lo tocco con due dita. Il nodo è stretto come l'ha fatto lei.
Il cavallo sbuffa di nuovo. Do un tiro lungo e butto il fumo contro il muro, dove si sfilaccia nel buio. Quando schiaccio il mozzicone sulla suola ho le dita gelate, e non so da quanto.
Mi alzo e torno verso la capanna lungo il sentiero tra le baracche, per la strada più lunga.
Tae-Soo è fermo davanti alla sua porta. Non credo stia aspettando me, ma non si muove quando arrivo.
«Trevis.»
«Tae-Soo.»
«Ji-Soo mi ha raccontato.»
«Tutto?»
«Quanto basta.» Abbassa lo sguardo. «Non sono qui per giudicarti.»
«Non te l'ho chiesto.»
«No.» Guarda verso il piazzale, poi me. «Volevo ringraziarti. I cannibali avevano bisogno di un messaggio. Tu glielo hai dato nell'unico modo che capiscono. Stanotte chi riuscirà a rientrare al loro campo lo riferirà forte e chiaro.» Una pausa. «Ti sei esposto per questa comunità più di quanto sarebbe giusto chiedere a chiunque.»
«È stata una mia decisione.»
«Per questo conta di più.» Infila le mani in tasca. «Sono in debito con te, Trevis. Non lo dimenticherò.»
«Non mi devi niente.»
«Non sta a te stabilirlo.» Guarda le mie mani. Non dice niente. «Domani hai guardia?»
«Nel pomeriggio.»
«Allora la mattina dormi. È un ordine, se serve.»
«Non so se so ancora come si fa.»
Per la prima volta in due giorni gli vedo un angolo della bocca muoversi.
«Vai a riposarti, Trevis.» Poi si volta ed entra.
La capanna è al buio, a parte la brace dietro lo sportello della stufa. Entro piano, ma la porta fa la solita corrente.
Clem è seduta con la coperta sulle spalle, sveglia. Quando mi vede si alza e mi viene incontro. Mi abbraccia prima che io possa dire niente.
«Ho le mani sporche,» dico, tenendole larghe, lontane dalla sua schiena.
«Non importa.»
Resta così per una manciata di secondi con la fronte contro di me. Ha ancora il codino che le ha fatto Meave.
«Sapevo che sareste tornati.»
«C'erano dubbi?»
«Beh...» Si stacca e alza una spalla. «Lì fuori non si sa mai.»
«Non hai tutti i torti.»
Lancia un'occhiata in fondo alla stanza e abbassa la voce. «Meave è rientrata prima. Non ha cenato. Ha detto che era stanca.»
«Allora lasciamola riposare.»
Annuisce e non chiede altro.
Meave è girata verso il muro, coperta fino alla spalla. Non si muove. Respira piano, troppo piano e troppo regolare. Chi crolla dopo una giornata così ha il fiato pesante e sconnesso. Il suo è un respiro che sa di essere ascoltato.
«Buonanotte, Meave,» dico a bassa voce. Il respiro si ferma per un secondo. Poi riparte, un po' più lento di prima. La mano che stringe il bordo della coperta non si apre.
La porta si apre di nuovo. È Nancy, con la giacca chiusa fino al mento e l'odore del disinfettante addosso. Si ferma sulla soglia quando mi vede. Sul viso le compare un sorriso piccolo e storto, come se non lo usasse da un po'.
«Siete tornati, finalmente. Ero in ansia per tutti voi.»
Mi abbraccia. Resto fermo un attimo, spiazzato, poi ricambio con le braccia attorno alle sue spalle e le mani aperte, lontane dalla giacca, per non lasciarle addosso il sangue. Se ne accorge. Quando si stacca guarda le mie dita, poi la mia faccia.
«Non è mio,» dico.
«Lo so.»
«Piuttosto, che ci facevi ancora in giro così tardi?»
«Sono rimasta un po' più a lungo da Jason.» Si toglie i guanti e se li infila in tasca. «Si è svegliato ed è cosciente.»
«Davvero? È una notizia fantastica.»
«Ha chiesto che ore erano e se c'era qualcosa da mangiare. Quindi direi che è lui.» Quasi ride. «E comunque non sarei riuscita a dormire.»
«Quindi hai aspettato.»
«Sì.» Abbassa lo sguardo. «Volevo chiederti scusa per la scenata durante il falò. Hai fatto tanto per me e per Jason. Non ce l'avrebbe mai fatta se non avessimo trovato loro.» Poi alza il mento verso il fondo della stanza. «Meave? È già crollata?»
«Pare di sì. Io mi do una ripulita e poi penso che farò la sua stessa fine.»
«Come vuoi.» Si toglie la giacca. «C'è dell'acqua calda sulla stufa, se ti serve. L'ho preparata per voi.»
«Grazie.»
Verso l'acqua in una bacinella e vado nel bagno. L'acqua colora subito di rosso. Strofino con la spazzola finché la pelle non diventa rossa, ma sotto le unghie il nero non cede.
Mi siedo sulla branda. Aspetto un movimento di Meave dalla branda sopra. Non si muove.
Il giorno dopo si riparte con la solita routine. Questa volta ho la guardia nel pomeriggio, e la mattina dormo più a lungo del solito. Quando mi sveglio la branda di Meave è vuota. È rifatta, la coperta tirata, il cuscino al centro, come se non ci avesse dormito. Vabbè, sarà già in serra, mi sono svegliato tardi.
Sulla torretta, nel pomeriggio, il vento viene da nord. Da qui la serra è un rettangolo lattiginoso. Dietro i pannelli passa a volte una sagoma. Non riesco a capire se è lei.
«Sei più silenzioso del solito oggi. Giornataccia?» dice Nick, senza abbassare il binocolo.
«No.»
«Mh.» Ruota di qualche grado. «Hai la faccia di uno che aspetta una risposta da un'ora. È per quella ragazza?»
«Non c'è niente.»
«Allora è lei.»
Non ribatto. Nick abbassa il binocolo e mi guarda. «Io non ho dormito molto, ieri. Se ti consola.»
«Non molto.»
«Dovevi vedere le loro facce questa mattina. Pare che si sia già sparsa la voce.»
«Tu non c'entri nulla.»
«Ero ricoperto di sangue e viscere, e in più reggevo la pertica. Fa abbastanza impressione.»
«Allora la prossima volta facciamo cambio, va bene?»
«Spero che non ce ne sia bisogno, onestamente,» dice Nick, abbozzando un sorriso.
Alle cinque scendo. In mensa il mormorio si abbassa quando entro. Si abbassa, come se qualcuno avesse ruotato una manopola. In fila c'è Gorman davanti a me. Si volta, mi vede, e la mascella gli lavora come se stesse per dire qualcosa. Poi guarda il vassoio. Si sposta di lato e mi lascia passare.
«C'eri prima tu, stai pure. Siamo tutti sulla stessa barca, Gorman.»
Quando arriva il mio turno, la donna al pentolone mi riempie il piatto con un pezzetto di carne e due patate. Più di quanto abbia dato a chi mi precede. Non so se è un ringraziamento o altro.
Meave è in fondo, a un tavolo d'angolo, con la schiena contro la parete e gli occhi sul piatto. Mi vede arrivare. Lo capisco da come smette di tagliare la carne. Mi siedo davanti a lei.
«Cambi tavolo, se mi siedo qui?»
«Perché, dovrei?»
«No. Ma visto che mi stai evitando, ho chiesto prima.»
«Non ti sto evitando.» Il coltello torna sulla carne. «Ieri dormivo, stamattina dormivi tu. Sono coincidenze.»
Annuisco. Prendo la forchetta e la appoggio di nuovo. «Come vanno i pomodori?»
«Bene.»
«E i cavoli?»
«Bene.»
«Sei una fonte inesauribile di informazioni.»
Non sorride. Taglia una patata in due, poi in quattro. Fuori dalle finestre la luce si è già spenta.
Meave guarda sopra la mia spalla. Il suo sguardo si ferma un secondo sul codino, sullo spago nero. Poi torna al piatto.
«Ehi.» È Nancy, con il vassoio in mano. Ha la voce di chi non vuole disturbare. «Jason chiede di te. Se domani passi, quando hai un momento.»
«Certo. Passo appena posso.»
«Bene.» Sorride appena. «Ciao, Meave.»
«Ciao.»
Nancy si allontana. Meave gioca con la forchetta tra le dita.
«Dovresti andare, domani,» dice. «Gli hai salvato la vita. Vorrà ringraziarti.»
«Ci andrò, infatti.» La guardo. «Meave...» Abbasso la voce. «Ascolta, so che ieri è stato orribile, ma–»
«Non ne voglio parlare, Trevis. Non ora, almeno.»
«D'accordo.» Alzo i palmi. «Come non detto.»
Per un po' si sente solo il rumore delle posate e delle voci che si mescolano tra loro nella mensa. Mangio. La carne è dura e sa di fumo. Alle mie spalle qualcuno ride, e Meave sposta una patata da un lato all'altro del piatto.
Arriva anche Clem vicino a noi.
«Posso?» chiede Clem, indicando il posto.
«Certo, Clem. Non devi neanche chiederlo.»
«Tanto io ho finito, sono stanca e vorrei riposare.»
Meave si alza. Passa dietro di me. Per un attimo la sua mano sfiora il bordo del tavolo accanto alla mia, a pochi centimetri, e si ritira.
«Buonanotte,» dice, senza fermarsi.
Il suo piatto resta lì, davanti a me, mezzo pieno, con la forchetta appoggiata di traverso.
«Non ha nemmeno finito di mangiare,» dice Clementine.
«Non avrà fame. Mangialo tu prima che lo portino via.»
«Lo dividiamo?»
«No Clem, mangialo tu. Io non ne ho bisogno. Mi hanno già dato una porzione più grande come premio.»
«Come vuoi, peggio per te.»
Dopo cena non vado alla capanna. Attraverso il piazzale vuoto fino al barile di lamiera zincata dove si raccoglie l'acqua piovana.
Mi chino sul bordo e aspetto che le increspature si fermino, come ha fatto Clem. L'acqua è nera e immobile. Dentro c'è una faccia con la barba sfoltita ai lati, un lavoro fatto bene che sta già perdendo la forma. Dietro la mia testa non si vede niente: né la luna, né le baracche.
Immergo le mani fino ai polsi. Quando le ritiro e le giro sotto le luci del piazzale, il nero sotto le unghie è ancora lì.
Dalla torretta nord una guardia tossisce. Resto così finché l'acqua non smette di gocciolarmi dai polsi e comincia a gelare tra le dita.
Quando entro in capanna nessuno parla. Mi sdraio sulla branda senza togliermi gli stivali e guardo il letto di Meave sopra di me. Sono sfinito, e con il passare dei minuti scompare qualsiasi rumore. Entro in un sonno profondo.
***
Cicale.
Migliaia, nell'aria calda, tutte insieme come olio in una padella. Ho polvere sotto le suole e il sole sulla nuca, ed è la prima cosa calda che sento da questa estate.
Mi trovo davanti a un cancello di legno scuro, sormontato da un arco di ferro battuto con sopra un nome che non riesco a leggere. Oltre, una strada sterrata corre tra due file di staccionata bianca fino a una casa con la veranda su tre lati e le colonne bianche.
La riconosco: è il Ranch della famiglia di Tessa. Come potrei dimenticarlo?
Sopra il fienile un mulino a vento gira piano. Le pale si muovono, ma la loro ombra sul terreno sta ferma.
Non ho il fucile. Le mani sono vuote e pulite. Non indosso la divisa militare, ma un abbigliamento normale: jeans e camicia. Mi guardo intorno e capisco una cosa: non siamo nell'apocalisse.
Mi incammino sul sentiero sterrato che porta alla casa di Tessa.
Poi la vedo.
Cammina lungo la staccionata del recinto, da sola, strisciando una mano sul corrimano. È vestita con il suo outfit preferito. Un cappello bianco panna, a tesa larga, con i bordi appena rialzati; sulla calotta corre un disegno di piccoli traforati, e tutto intorno un filo di cuoio scuro. Sotto, i capelli le scendono con quel castano chiaro che vira al biondo, lisci fino a metà schiena. Camicia a quadri aderente, bordeaux, bianco, grigio e nero, con le maniche arrotolate sugli avambracci e le due tasche sul petto abbottonate. Jeans scuri, a vita alta, appena sbiaditi sulle cosce, dove ha l'abitudine di strofinarsi le mani.
È com'era nei giorni migliori, quando il sole le prendeva metà del viso e la faceva diventare ancor più bella.
Con un dito solleva la tesa del cappello e mi guarda.
«Ehi, Trevy!»
I suoni tornano tutti insieme: le cicale, il vento, lo stridore del mulino. Mi esce una risata che non sentivo da un po' ormai. Nessuno mi chiama così da un anno.
«Tess.»
«Sei in ritardo.» Scavalca la staccionata come ha sempre fatto, senza toccare il corrimano, e mi viene incontro. «Di un anno, più o meno.»
«Ho avuto da fare.»
«Immagino. Hai sempre da fare.»
Mi mette le mani sulle guance. Ha i palmi ruvidi e caldi, e sa di cuoio, di fieno e di sapone al limone. Mi bacia veloce sulla bocca, come si fa con uno che è uscito per cinque minuti. Poi arriccia il naso.
«Hai la barba. Sembri mio zio Walt.»
«Nah! Ma che dici, tuo zio è un barbone vero e proprio.»
«Dio.» Ride con tutta la faccia, e io non so dove mettere gli occhi.
Mi aggancia un dito alla passante dei jeans e mi tira verso il recinto. Dentro, un'alezzana solleva la testa e ci guarda.
«Juniper.» È il cavallo preferito di Tessa.
«Si ricorda di te.»
«Ci credo. Mi ha morso.»
«Due volte.»
«Sì, due volte. Che stronzo.»
«Non ti sei mai arrabbiato.» Appoggia i gomiti alla staccionata e lascia penzolare le mani. «Sei da solo, là fuori?»
«No.» Appoggio le mani sul corrimano. Il legno è caldo. «C'è una ragazzina. Clementine. Avrà quattordici, forse quindici anni, non l'ho mai chiesto. Si taglia i capelli da sola con un paio di forbici.»
«E tu?»
«Io la tengo d'occhio. Non so quando sia diventata una mia responsabilità.» Guardo il cavallo. «Prima di dormire controllo dov'è. Anche quando so dov'è.»
Tessa non dice niente. Aspetta. Lo ha sempre fatto, quando capiva che stavo per dire altro.
Mi accorgo che il corrimano mi sparisce sotto le dita: stringo così forte che le nocche sono bianche. Sotto le unghie, il nero è tornato. Non so da dove. Lo guardo salire lungo i polpastrelli come inchiostro nella carta assorbente.
La sua mano si posa sulla mia.
«Trevy? Cos'hai?»
«Non mi riconosco più.»
Lo dico senza voce. Per un secondo penso di non averlo detto.
«Perché dici questo?»
«Perché è da quando non ci sei che niente ha più senso.»
Il rumore di un'auto che passa sulla strada interrompe quella quiete.
«Faccio cose, Tess. Cose che tu non mi avresti mai lasciato fare, e non mi tremano nemmeno le mani. La gente mi guarda e fa un passo indietro. Hanno ragione.» Deglutisco. «A volte vorrei solo che finisse. Tutto. Da un momento all'altro. Non in un modo preciso. Vorrei che finisse e basta.»
Tessa non toglie la mano. Non si muove.
«Stai dicendo che sei diventato un pazzo?»
«Sto dicendo che non so più cosa sono.»
«Stai dicendo che sei un pazzo squilibrato e che non ti vuole più nessuno accanto.»
Non rispondo. Non ce n'è bisogno.
Alza il mento e mi guarda negli occhi, da sotto la tesa.
«Io non mi sarei mai innamorata di un uomo cattivo, o di un pazzo.» Lo dice piano, come chi legge un dato da un registro. «Sono cresciuta in mezzo a uomini che avevano tutto e non sentivano niente, tesoro. Li riconosco da un miglio. Se tu fossi stato uno di loro non ti avrei mai fatto entrare da quel cancello.»
«Tess...»
«Lasciami finire.» Mi stringe la mano. «Quel Trevis lo conoscono in pochi. Io ho conosciuto quello di prima, e ho visto quello dell'apocalisse, quello che si è messo tra noi e tutto il resto e ha preso i colpi per tutti. Non sono due uomini. Il secondo è il primo con un cappotto addosso.»
«Un cappotto?»
«Serve a non far vedere quello che c'è sotto. E sotto c'è uno che ha chiesto scusa a un cavallo che lo aveva appena morso.» Fa un cenno col mento verso Juniper. «Due volte. Sei rimasto fermo con la mano aperta finché non ha smesso, e dopo le hai portato una mela.»
Non ho fiato per rispondere.
«Non ti dico che le cose che hai fatto siano giuste. Ti dico che ti costano. La cattiveria non costa niente, Trevy. Gli uomini cattivi dormono. Tu non dormi da un anno.»
«Sto dormendo adesso.»
«Solo perché non ce la fai più a rimanere sveglio.» Per la prima volta le trema l'angolo della bocca. «Approfittane.»
Poi la voce le si indurisce. «E sulla storia del farla finita non sono d'accordo. Per niente. Hai fatto una promessa a quella ragazzina, no?»
«Io...»
«Allora hai ancora una cosa da fare, e poi ce ne saranno altre.»
Appoggio la fronte alla sua spalla, contro la camicia a quadri, e per un po' non dico niente, perché non posso. Mi tiene una mano dietro la nuca. La tesa del cappello mi urta la testa e lei lo sposta di lato senza smettere di tenermi.
Quando alzo il viso, l'ombra del mulino si è mossa. Per la prima volta. Parte dal fondo del recinto e viene verso di noi, lunga e sottile, e sotto le cicale torna il fischio.
«Si sta facendo tardi,» dice guardando il suo orologio.
«Posso restare?»
«No.»
«Non andartene.»
«Trevis.» Mi sistema il colletto, tirando giù il bordo con due dita, come ha fatto mille volte. «Mi hai fatta ridere, prima. Lo sai quanto mi è mancato?»
«A me di più.»
«Non è una gara.» Mi bacia ancora. Questa più intensamente. «Vai a controllare dov'è, la ragazzina. E tieni d'occhio mia sorella.»
***
Apro gli occhi nel buio. La branda sopra di me scricchiola. Ho la guancia bagnata e un nodo alla gola.
Mi siedo sulla branda senza far rumore. Clem dorme raggomitolata, con la coperta tirata sopra la testa e un piede che sporge. La guardo e poi torno giù. Sento solo i respiri di Meave, Nancy e Clem. Provo a chiudere di nuovo gli occhi, ma so già che non dormirò per il resto della notte.
Il mattino dopo la capanna è vuota. Nancy è da Jason, Clem è in magazzino a sistemare le scorte e a rifare l'inventario. Ho sistemato le mie cose in una cassa: caricatori, il kit per pulire le armi, due paia di calzini e altre cianfrusaglie. Faccio la conta due volte.
La porta si apre. Meave si ferma sulla soglia, con la luce bianca del mattino alle spalle. Non entra. Guarda me, guarda la cassa che contiene le mie cose, guarda la sua branda sopra la mia. Poi entra.
Fa di tutto per non sfiorarmi e prendere le sue cose in fretta. Non ci riesce del tutto: il giubbotto mi struscia sulla spalla quando passa.
«Sempre di fretta, eh.» Non alzo la testa dal caricatore che sto controllando. «Per fortuna che non mi eviti.»
«Non ti evito, Trevis. Te l'ho già detto.» Solleva il cuscino, prende due bustine di carta e se le infila nel giubbotto. «Ho da fare in serra. Avevo dimenticato i semi.»
«Possiamo parlare, per un momento?»
«Ora non posso.»
«Sì che puoi.»
«Dopo, ok?»
«Dopo ho la guardia.»
«Allora stasera.»
Mi alzo. Vado alla porta, la chiudo e faccio scendere la sbarra nel gancio. Il ferro batte una volta.
«No. Parliamo adesso, che siamo soli. Non cade il mondo se arrivi in serra con dieci minuti di ritardo. Ci resti più a lungo di chiunque altro. Te lo puoi permettere.»
Meave guarda la sbarra. Poi me. La faccia non le cambia.
«E se provo a uscire?» Lo dice quasi con curiosità. «Cosa fai, Trevis? Mi spacchi la faccia? Con chi non ti va a genio funziona così, no?»
«Ma che cazzo stai dicendo, Meave?»
«Dico che sei un pazzo squilibrato.» Distoglie il suo sguardo dal mio. «Mi hai sparato a una gamba.» Parla piano, senza fretta, e sceglie ogni parola come se le avesse scelte apposta per affrontarmi. La mano destra è sparita nella tasca del giubbotto. «Poi mi hai legata a un albero e hai detto che mi avresti lasciata mangiare viva, solo per sentirmi chiedere scusa. Alla stazione di servizio avevo quella cosa addosso e tu eri fermo a guardare, perché ti avevo risposto male. Se non ci fosse stata Clem?»
«In serra mi hai detto che ti avevo salvata.»
«Dico un sacco di cose.»
È un colpo che mi arriva diretto allo stomaco. Sposto il peso e mi ritrovo la spalla contro lo stipite.
«E la cosa assurda,» continua, «è che ci ero passata sopra. A tutto. Perché stando con te credevo che sotto ci fosse qualcosa. Che anche tu potessi provare emozioni.» Piega la testa. «Mi sbagliavo.»
«Meave, i-io—»
«Lasciami finire.» Fa un passo verso di me. «Due giorni fa ti ho visto ammazzare due uomini a sangue freddo. Li hai fatti sbranare vivi da un errante, e il peggio è che ridevi. Ridevi, Trevis.»
«Non ho riso.»
«Avevi quella voce lì. Quella di uno che si diverte. È la stessa cosa.» Un altro passo. «Poi al terzo hai frantumato il ginocchio perché non ti rispondeva.»
«Meave, calmati e fammi parlare.»
«Perché mi hai portata con te? PERCHÉ?»
Le sue parole mi fanno male. Le lacrime le scendono sul viso e lei non le asciuga. Sembra che l'urlo non fosse nel programma.
«Perché ti ho portata?» Abbasso la voce. «Perché dovevi smettere di fingere. Tu mi guardi e cerchi un uomo che ti porti il pane senza dirti come l'ha ottenuto. Quelle bestie lì non si fermano con la diplomazia. Ci sono sciacalli, con cui si tratta. E poi ci sono cani rabbiosi che vanno bastonati perché devono sapere che se tornano gli farai cose peggiori di quelle che immaginano. Avevano bisogno di un messaggio. L'hanno avuto.»
«Bravo.» Il mento le trema.
«Tu pensi ancora che esista un'altra strada. Che io sia quello cattivo e tu quella buona.» La voce comincia a darmi qualcosa che non voglio. «Sei una cazzo di egoista di merda, Meave. Senza me, senza un posto come questo saresti già finita, Meave. E chi credi che lo tenga in piedi?» Sbatto il palmo contro il montante della branda. Il ferro trema. «Continui a pensare di conoscermi, di potermi leggere e credi di avere anche ragione. Ma non sai niente di quello che ho dentro. Non sai niente del perché sono così.»
Qualcosa mi scivola lungo la guancia prima che me ne accorga. Mi giro di scatto verso il muro e mi passo la manica sulla faccia, forte, come si strofina via una macchia.
Alle mie spalle non si muove niente. La stufa scrocchia. Fuori qualcuno trascina una cassa sulla ghiaia.
«Con me il numero non funziona,» dice Meave.
«Non è un numero.»
Silenzio. Poi il suo respiro: sbaglia il tempo, come quello di una che ha corso.
«Apri quella porta, Trevis!»
«Meave—»
«Aprila, Trevis.»
Alzo la sbarra dal gancio. Apro il battente. Entra aria fredda e un rettangolo di luce bianca cade sulle assi. Mi sposto di lato, con la schiena contro la parete.
Meave non si muove. Dal piazzale arrivano voci, il rumore di un secchio.
Fa un passo. Un altro. Non verso l'esterno. Chiude il battente con il fianco della mano e fa scendere lei la sbarra nel gancio.
Resta con la fronte appoggiata al legno per un secondo, le spalle che salgono e scendono. Poi si volta.
«Non ti ho perdonato,» dice.
«Lo so.»
«Non prenderla come una tregua. Dammi la mano.»
«Cosa?»
«La mano, Trevis.»
Gliela porgo. Lei tira fuori dalla tasca la destra, e nella destra ci sono le forbici, quelle con cui mi ha tagliato i capelli e la barba. Mi gira il palmo verso l'alto. Con la punta comincia a togliere il nero da sotto le mie unghie, una alla volta. Le dita non le tremano. Non mi guarda. Il metallo è freddo, la sua pelle no.
«Ieri non riuscivo a smettere di guardarle,» dice.
«Me ne sono accorto.»
«Non voglio più vederle così.»
Finisce una mano e passa all'altra. Una scaglia nera cade sul pavimento, tra i nostri stivali.
«Il problema non è che l'hai fatto,» dice, a voce bassa. «È che sapevi e volevi fare esattamente quello che hai fatto.»
«È peggio?»
«Sì, è molto peggio.» Meave butta le forbici sulla sua branda.
«Se ti aspetti che adesso cambi qualcosa, è meglio che tu lo sappia prima,» dice. «Non cambierà.»
«Lo so.»
«Non lo sai. Lo speri.»
Faccio l'ultimo passo e annullo lo spazio che resta. Le prendo la nuca, le mie dita affondano tra i capelli, e le inclino il viso verso il mio. Poi la bacio.
Non si ritrae. Apre le labbra e mi lascia entrare, ma non c'è risposta. Ha la bocca tesa, ferma sotto la mia. È come baciare qualcuno che aspetta che finisca. Quando le faccio scivolare la mano lungo il fianco e stringo il cuoio del giubbotto, la spalla le resta rigida.
La spingo piano all'indietro verso la mia branda. Le sue gambe urtano il telaio di ferro, e per un attimo perde l'equilibrio e posa i palmi sul materasso di tela. Mi guarda dal basso in alto, ma non vedo quel fuoco dell'ultima volta.
«Vuoi che mi fermi?»
«Se lo volessi te lo direi.» La voce è piatta. «Non ho paura di dirti di fermarti, Trevis.»
Mi fermo, con le mani sulle sue braccia. Lei non si sposta.
Prendo la giacca a vento, la piego in due e gliela infilo dietro la schiena, tra le scapole e il bordo del ferro. Lei mi osserva farlo.
«Grazie.»
Le apro la cerniera del giubbotto. Il metallo corre giù. Le sfilo le maniche e lei solleva le braccia per aiutarmi, ma il movimento è svogliato, lo capisco dal suo sguardo.
Sotto il giubbotto la maglia termica sa di terra e di sapone. Faccio scorrere le mani sulle costole. Le sollevo la maglia oltre il petto. L'aria che entra dalle fessure della porta le fa venire la pelle d'oca, e la sento contrarsi sotto i miei palmi. Non cerca le mie mani. Le sue restano piatte sulla coperta, ai lati del corpo.
La bacio sul collo, poi più giù. Meave non reagisce, ma sento il suo battito accelerare.
Torno alla sua bocca, ma si gira di lato e mi offre solo la guancia.
«Vuoi scopare o no? Non ho tutto il giorno.»
«Certo che lo voglio.»
«Allora, fallo! Non è una punizione, vorrei solo sbrigarmi prima che vengano a cercarmi.»
«Ho capito. Nessuno verrà a cercarti.»
«No,» dice. «Non hai capito. Ma non importa.»
Mi slaccio la cintura. La fibbia batte contro i bottoni. Le sfilo i pantaloni insieme al resto e lei alza il bacino quel tanto che serve, senza che io debba chiederlo. Salgo sulla branda. Il telaio cigola forte sotto il nostro peso. Mi sistemo tra le sue cosce, con le ginocchia piantate nella tela.
La guardo in faccia. Non distoglie lo sguardo, ma è come se non guardasse me.
Entro in lei. Il calore mi avvolge, e quasi mi toglie il fiato. Dalla sua gola esce un gemito che le fa serrare la mascella e chiudere gli occhi. Affondo con movimenti decisi, tanto da far traballare la struttura in ferro del letto.
«Piano.»
Mi fermo a metà.
«Non dirmi che adesso ti faccio anche male.»
«No. Ma ti stai appoggiando con tutto il peso. E il bordo del telaio mi preme sulla scapola, nonostante la giacca.» Mi spinge con il palmo sul petto, appena, due dita di distanza. «Spostati un po'.»
Mi sollevo sui gomiti. Riprendo a muovermi, assecondando le sue richieste. Ho il suo viso sotto il mio, ma non ci vedo niente. È solo sesso.
Il mio corpo la vuole. Il suo, no. È evidente, come il freddo. Le bacio la spalla, il punto sotto l'orecchio dove la pelle è più sottile. Prendo il suo polso e porto la mano sulla mia spalla. La mano resta lì esattamente come ce l'ho messa io. Stringe appena la presa giusto per non farla cadere.
«Guardami, Meave.»
«Che c'è?»
«Vorrei sapere dove sei.»
«Sono qui.»
«Mi stai prendendo per il culo?»
«Cosa vuoi che ti dica? Che non è successo niente e tutto è come prima? No, Trevis! Mi serve del tempo. Tu sarai anche abituato a vedere gente morire, io no. Non in quel modo, almeno.» Per un secondo i suoi occhi si fermano sui miei. Poi tornano altrove.
Un sospiro le esce spezzato, come se stesse trattenendo un pianto. Il suo respiro diventa più profondo e irregolare.
Aumento il ritmo. Il calore mi sale alla base della schiena e mi si accumula nello stomaco. Le tengo i fianchi, e con la bocca cerco di nuovo la sua. Questa volta riesco a baciarla, ma si stacca di nuovo da me.
Il respiro mi si fa corto. Sento il punto di non ritorno avvicinarsi.
La sua mano sinistra sale e si appoggia al mio fianco.
«Fuori,» dice. La voce è ferma, senza affanno. «Trevis, esci. Ora.»
Mi ritraggo prima che sia troppo tardi, e vengo sul suo ventre. Stringo i denti. Gemo mentre gli schizzi finiscono uno sul suo corpo.
Resto sospeso su di lei, con le braccia che tremano per il piacere.
Meave guarda il seme che ho lasciato su di lei. Non fa una smorfia. Rilascia solo un lungo sospiro dal naso. Allunga la mano verso il bordo della branda, prende la sua roba e va di là a sciacquarsi. Quando torna finisce di rivestirsi.
Mi siedo sul bordo del letto, con i pantaloni ancora abbassati sulle caviglie e il fiato che comincia a calmarsi. Nella capanna fa freddo, sento l'aria che entra dagli spifferi e mi colpisce.
Meave si infila le maniche del giubbotto, tira la cerniera fino al mento e si passa le dita tra i capelli per rimetterli in ordine. Da quando abbiamo finito non mi ha più guardato.
«Tu credi di essere migliore di me, Meave? Cosa è successo quando per la prima volta ti sei trovata in una situazione di vita o di morte?»
«So già dove vuoi arrivare, non dire una un'altra—»
«Hai pensato esclusivamente a te stessa, Meave. Questa è la differenza tra me e te. Abbiamo fatto entrambi due cose orribili, ma almeno io l'ho fatto per dare un po' di pace a questa gente. Tu hai lasciato morire gli unici tuoi compagni per paura. E se non fossi arrivato io, tu saresti già morta da un pezzo in quella stazione ferroviaria.»
Paff!
Mi arriva uno schiaffo a mano aperta sul viso abbastanza forte da farmi fischiare l'orecchio destro.
«Non cercare di giustificarti, stronzo!» Mi urla in faccia. «Sai una cosa? Vaffanculo!»
«Non è una giustificazione, Meave. È la cazzo di verità!»
Appoggia la mano sulla sbarra della porta, la solleva dal gancio di fretta e spinge il battente. Si ferma sulla soglia dopo aver sentito le mie parole.
«Non venire a cercarmi.» La sua voce è piena di rabbia.
Esce senza voltarsi. La porta si richiude di colpo. Guardo le mie mani che ora sono pulite e non c'è più quel nero sotto le unghie. Mi sento un po' in colpa per averla ferita, ma una parte di me continua a dirmi che ho fatto la cosa giusta e prima o poi anche lei lo capirà.
Mi rimetto sdraiato sul mio letto ancora per un po'. Sento l'odore di Meave sul cuscino, terra e sapone, mischiato a quello di lana umida. Ho ancora un paio d'ore prima del mio turno di guardia.
Mentre cerco di riposare ancora un po', la porta si apre e rientra Clementine.
Ha una mano schiacciata sulla parte bassa della pancia e cammina piegata in avanti, con il passo di chi ha dolore da qualche parte. Non dice niente. Va dritta alla sua branda, ci si lascia cadere di lato e tira le ginocchia su con la mano ancora premuta contro la pancia.
Mi metto seduto sul bordo del materasso.
«Ehi, Clem. Tutto bene? È successo qualcosa al magazzino?»
«No,» dice, con la faccia nella coperta. «Mi hanno mandata a riposare.»
«Stai male?»
«Sì, ho un dolore. Qui sotto.» Si preme il palmo sul bacino. «Nella pancia, dietro la schiena. Dappertutto.» Butta la testa sul cuscino con un verso soffocato. «Dov'è Meave?»
«In serra. Ne avrà per un po'. Dove ti fa male, di preciso?»
Clementine si irrigidisce. Si sposta di fianco senza alzare gli occhi e diventa di colpo molto interessata alla cucitura della coperta. È pallida, e ha l'espressione di chi deve spiegare un problema.
«È una... cosa,» dice.
«Che tipo di cosa?»
«Una cosa.»
«Una ferita? Hai mangiato qualcosa che...»
«No!» Affonda la faccia nel cuscino. «Non credo che parlarne con te mi aiuti. Ecco.»
Credo di aver capito, ma non entro nel dettaglio. Rispetto il suo spazio. Mi passo una mano sul viso per guadagnare tempo. «È già successo?»
«No.» La voce le esce ovattata. «Mai.»
«Vedrai che passerà, non preoccuparti.»
«Tu che ne sai?»
«Aspetta.»
«Potresti vedere se Meave può venire un attimo?» Si tira la coperta sopra la testa. «Con lei sarebbe più facile parlare.»
Mi alzo. Prendo la mia coperta di lana, la piego in due e gliela metto sopra i fianchi. Vado verso la stufa e verso un po' d'acqua calda dal pentolino nella borraccia d'alluminio, la metto in un calzino pulito e gliela infilo sotto la coperta, sulla pancia.
«Che roba è?»
«Acqua calda. Il calore aiuta.»
«Come lo sai?»
«L'ho visto fare.»
«Da chi?»
«Da qualcuno che ne sapeva più di me.»
Clem non chiede altro. Stringe la borraccia con tutte e due le braccia e chiude gli occhi.
«Meave non sta passando un buon momento, adesso. Ma puoi parlare con Nancy. O con Ji-Soo. Sono abbastanza sicuro che anche loro capiranno la situazione.»
«Mmh. Ok. Fai in fretta.» Un respiro. «Se non muoio prima.»
Mi viene da ridere. Non posso farci niente. «Non si muore per un mal di pancia.»
«Non ridere.»
«Non sto ridendo.»
«Sì che lo stai facendo.»
«Vado a cercare Nancy.»
Taglio il piazzale verso la mensa. Quando entro in cucina il vapore sa di brodo. Mi guardo intorno e vedo Nancy, è al bancone, con le maniche rimboccate fino ai gomiti, impegnata ad affettare rape e patate con un coltello da macellaio. La sua coda bionda oscilla sul collo a ogni movimento.
È lei ad alzare la testa per prima quando sente i miei passi.
«Ehi. Che ci fai qui?»
«Voglio imparare a cucinare.»
Si volta a guardarmi e una ciocca le scivola sugli occhi. La scosta con il dorso dell'avambraccio.
«Scherzo,» dico. «Puoi staccare per qualche minuto?»
«Perché? È successo qualcosa?»
Mi avvicino e abbasso la voce. Nancy si china verso di me per sentire sopra il rumore delle pentole, che in effetti è molto. Ha il viso a un palmo dal mio.
«Niente di grave. È per Clementine. Vorrebbe parlare con una donna. Di cose da donne...»
«Cioè, che tipo di cosa? Trevis, parla come un adulto.»
«Credo che le sia venuto il ciclo per la prima volta. E credo che pensi che stia per morire.»
«Oh.» La faccia le si ammorbidisce tutta, di colpo. «Povera piccola.» Poi mi guarda. «E sei venuto da me. Con Meave ha più confidenza.»
«Meave non è in giornata oggi. Credo che abbiano lo stesso problema.»
«Ah, certo. Quindi sono la seconda scelta.»
«Sei la scelta più pratica.»
«Che sarebbe?»
«Quella che sa cosa dire.»
«Ah.» Gira la testa. Ha le orecchie un po' rosse, ma la cucina è un forno. «Ti sei riposato?»
«Diciamo.»
«Hai la faccia di uno che ha dormito in piedi.»
«Ho una faccia così di mio.»
«No,» dice, e basta. Poi alza una mano e mi toglie un filo di lana dal colletto con due dita. Lo guarda. Lo lascia cadere. «Va bene. Vado da Clem. Tu prendi il mio posto qui e non fare danni.»
Si sfila il grembiule e sparisce verso la capanna. Resto da solo al bancone con il coltello in mano. Prendo una rapa dura come una pietra e provo a farla a dadini. La lama affonda male e i pezzi escono sbilenchi.
«Ehi, tu!»
Patricia si affianca al bancone pulendosi le mani su uno straccio unto. Avrà sessant'anni, è tarchiata, con avambracci larghi quanto i miei polpacci.
«Se continui così, con quelle rape ci facciamo il purè per i maiali!»
«Sto facendo pratica.»
«Così però ti fetti prima le dita.» Mi toglie il coltello di mano, mi fa vedere come si fa e me lo rimette in mano. «Così. Dal polso, non dalla spalla. Non è la testa di un mostro.»
«È l'abitudine.»
Passa una mezz'ora abbondante. Nel frattempo ho tagliato quattro rape e sono stato retrocesso a sbucciare patate. Quando la porta della cucina si riapre, Nancy si scuote il freddo dalle spalle e torna verso di me.
«Eccomi. Tutto risolto.»
«Era quello?»
«Era quello, sì.»
«Ed è viva?»
«Viva e insopportabile.» Si morde il labbro, divertita. «Ha detto che la borraccia le è stata utile. E mi ha fatto giurare di non dirtelo.»
«Allora non l'ho sentito.»
«Esatto.»
«Nancy!» Patricia alza la testa da un pentolone fumante e ci punta contro il mestolo. «La prossima volta scegli meglio chi ti sostituisce, o almeno spiegagli che il coltello da cucina si usa diversamente da quello da caccia.»
Nancy scoppia a ridere, un suono pulito che riempie la cucina. «Scusa, Patricia. Ha detto che voleva imparare a cucinare e gli ho dato una possibilità.»
«Beh, buona fortuna, allora. Ti sei trovata un passatempo lungo, ragazza.»
Gli angoli della bocca di Patricia si piegano in qualcosa che non è del tutto una battuta. Nancy prende un panno e comincia a pulire un tratto di bancone già pulito.
«Torna a sorvegliare gli erranti, vai. Quello ti riesce meglio.»
«A ognuno il suo mestiere. Voi tenete pieno lo stomaco di questo posto, noi teniamo su le mura.»
«Che bella frase. Peccato che sia ridicola.» Mi spinge sulla spalla. «Dove vai adesso?»
«Da Jason.»
«Salutamelo. E digli di mangiare.»
Mi volto verso l'uscita. Un lembo di strofinaccio mi arriva sulla schiena. Alzo una mano senza girarmi.
Appena metto il piede fuori dalla mensa, sento Patricia alle mie spalle: «Nancy. Il brodo.»
«Sì, sì, arrivo.»
La sua voce ha un tono che non riconosco. Non mi giro, continuo per la mia strada.
L'infermeria è calda, qualcuno ha acceso la stufa, ma il calore arriva solo fino alla seconda branda.
Jason è seduto con la schiena contro il muro, un cuscino piegato in due dietro le reni. Ha la barba incolta di dieci giorni, le guance cave, e il moncone fasciato appoggiato sulle ginocchia come qualcosa che non sa ancora dove mettere. Quando mi vede gira la testa verso la porta, e sorride.
«Ehi, Nancy mi ha detto che volevi vedermi.»
«È così.» Tende la sinistra, poi si accorge che è l'unica che ha e la lascia lì, a mezz'aria. «Sono vivo grazie a te.»
Gliela stringo. La stretta è debole ma ostinata.
«Non devi ringraziarmi. Non si abbandona mai un uomo a terra se è parte della tua squadra.»
«Non ero parte della tua squadra.»
«Stai con Nancy, no? Quindi sei dalla nostra parte.»
Ride, poco, e si porta la mano alle costole. «Mi hanno detto della sega.»
«Era la mia prima volta in sala operatoria.»
«Ah, sì?» Guarda il moncone. «Sei portato, allora. La cosa strana è che il braccio lo sento ancora. Le dita, soprattutto. Stamattina ho provato a grattarmi il naso con una mano che non c'è.»
«Passa. Non del tutto, ma passa.»
«Come fai a saperlo?»
«Parlo perchè ne ho visti altri.»
Tira un respiro, scosta con il mento un lembo di coperta. Io prendo la sedia di plastica dove sta di solito Nancy e mi ci siedo a rovescio, con i gomiti sullo schienale. Per un po' parliamo del più e del meno: il cibo, che qui è vero cibo, i giorni infernali con la febbre. Patricia che gli ha portato una tazza di latte e gli ha detto di berlo tutto o glielo avrebbe fatto bere lei con la forza. Jason ha una voce debole. È evidente che non abbia ancora recuperato tutte le forze.
«Nancy mi parlava di te,» dice a un certo punto. «Prima che ci trovassi. Parlava più di sua sorella, del forte rapporto che avevano e poi ha parlato anche di te. Che ti sei arruolato nei Navy SEAL, e che nessuno in famiglia era mai riuscito a batterti a carte.»
«È difficile battermi. Ma lei sapeva bluffare molto bene.»
«Anche questo.»
Resto un momento senza dire niente. Poi lo dico, perché è la cosa che si dice.
«Siete una bella coppia, tu e Nancy.»
Jason non risponde subito. Guarda la finestra, dove la luce del pomeriggio ha preso un colore grigiastro, e sorride.
«Lo eravamo.»
«Scusa, io pensavo—»
«No, è giusto che tu lo pensi. È quello che le ho lasciato dire a tutti.» Sistema la coperta sul moncone con la mano buona, senza fretta. «Siamo stati insieme due anni, prima. Poi, dopo il terzo inverno, mi sono accorto che dormivamo nello stesso sacco a pelo per il freddo e basta. Una notte di guardia gliel'ho detto. Senza litigare. Era finita da un po' ormai, ma nessuno dei due aveva il coraggio di ammetterlo. Così l'ho fatto io.»
«E lei?»
«Non ha fatto scenate. Ha detto che capiva.» Alza le spalle, la sinistra. «Quando il posto dove eravamo è crollato, abbiamo deciso di restare insieme comunque. In due si sopravvive meglio che in uno, è matematica. Ma il giorno dopo, con i primi estranei che abbiamo incontrato, lei ha detto "il mio ragazzo". E ha continuato a dirlo. Alla radio, con te, con tutti.»
«È più sicuro, a volte. Una coppia sembra meno una preda.»
«Può darsi. Io credo che se lo ripeta per non guardare quello che manca.» Abbassa la voce, anche se nella stanza non c'è nessuno. «Non credo che accetti che sia finita, non solo la nostra relazione. Il mondo, la casa, i suoi genitori. Ora Tessa.»
«Perché me lo stai dicendo?»
«Perché sei la persona che la conosce meglio di tutti qui dentro. E se c'è una persona che può aiutarla in questo momento sei tu.» Mi guarda.
«Capisco. Proverò a parlarle se capiterà l'occasione.»
Mi alzo e rimetto la sedia dove l'ho trovata, con lo schienale rivolto al letto.
«Mangia,» dico. «Nancy ha detto di ricordartelo.»
«E tu dille che ho mangiato.»
«Devi mangiare se vuoi riprenderti.»
«Lo so, non preoccuparti.»
Esco. Il pomeriggio è cambiato mentre ero dentro. Il cielo a ovest si è fatto del colore del piombo, e sul piazzale si sentono le prime gocce, grosse e rade, che battono sulle lamiere come dita su un tavolo. Passo dall'armeria. Liam mi allunga coltello e pistola senza una parola, io firmo il registro e infilo tutto nella cintura. Il fucile è rimasto in capanna. Mentre mi dirigo verso la torretta del cancello sento urlare il mio nome.
«Trevis! Trevis!»
Nick corre verso di me tenendosi il cappuccio con una mano. Ha già l'acqua sulle spalle del giaccone e una mazza da cantiere nell'altra.
«Oggi niente torretta. Abbiamo un muro da sistemare.»
«Adesso? Sta piovendo.»
«È proprio questo il problema.» Si ferma, riprende fiato. «Il lato est è debole. Ci sono due tronchi marci alla base, li abbiamo puntellati stamattina ma non reggono se la terra si inzuppa troppo. Tae-Soo vuole una trave di rinforzo prima che venga buio. Dai, andiamo. Facciamo in fretta.»
Lo seguo. Dietro di noi, la pioggia passa da gocce a un rumore uniforme, che cancella le voci.
Il muro, da questa parte, è fatto di tronchi di abete piantati nel terreno e rinforzati con lamiera ondulata inchiodata sul lato esterno. Al piede, dove il pendio si fa più ripido, la terra ha cominciato a staccarsi in zolle. Due uomini sono già lì con una trave sulle spalle, e un terzo scava con una pala una canalina per far scendere l'acqua. Il fango arriva alle caviglie e ogni passo diventa difficoltoso.
«Tenete ferma la trave!» urla Nick.
Lavoriamo. Io tengo il punto d'appoggio contro il tronco, uno dei due prende la mazza. La barriera però è già compromessa: invece di entrare nel terreno, la trave scivola di lato, e la pioggia che continua ad aumentare non aiuta. Il tuono arriva quasi insieme al lampo, e illumina il bosco oltre la recinzione di bianco.
Dalle torrette sento colpi di balestra, uno dietro l'altro. Alzo la testa. L'uomo sul lato est ha il fucile imbracciato e non guarda in basso verso di noi, guarda avanti, verso il bosco.
«Non preoccuparti, Trevis. Se gli uomini sulle torrette non sparano vuol dire che si tratta solo di erranti.»
«Lo so, Nick. Dai sbrighiamoci, non si può lavorare con questo tempo.»
Il tronco a sinistra della trave comincia a lamentarsi in modo insistente. Io lo sento attraverso la trave, prima di vederlo. Poi un altro lampo, e nel bagliore vedo la lamiera sporgere in fuori di due dita, come se qualcuno ci si stesse appoggiando dall'altra parte.
«Ehi! Nessuno si è accorto di questo figlio di puttana che spinge da fuori? Cosa cazzo state facendo voi lassù?» Grido agli uomini sulle torrette. «Indietro!»
Non faccio in tempo a finire. Il tronco cede alla base e la lamiera si piega verso l'interno crollando sul fango. Cado di lato nella melma e sento il metallo passarmi accanto al braccio, a un palmo. Un uomo urla. L'altro lascia la trave e scappa indietro scivolando.
La breccia è aperta. Adesso siamo un bersaglio facile. Nella poca luce offerta dai lampi riesco a vedere qualcosa che ci viene incontro dal bosco.
Mi rialzo con la mano sul coltello.
«Niente spari!» grido a Nick, sopra il rumore dell'acqua. «Se spariamo qui, con il temporale, richiamiamo mezza valle. E le munizioni servono!»
«Ricevuto!» Ha già la radio in mano, il pollice sul tasto. «Il muro est ha ceduto. Serve gente, tutti quelli con un'arma bianca! Tutti!»
Il primo errante entra dal buco con un pezzo di lamiera infilzato su una spalla. Cammina storto, ma non rallenta. Mi arriva davanti prima che io abbia messo i piedi a posto. Gli pianto il coltello nella tempia, e il fango mi ruba l'appoggio proprio mentre spingo: la lama resta incastrata nell'osso, il corpo mi cade addosso, e ci ritroviamo abbracciati come due ubriachi.
Lo butto via con una spallata. Sfilo il coltello. Ne sono già arrivati altri tre.
L'acqua mi entra negli occhi e devo sbatterli di continuo per tenere a fuoco una sagoma. I lampi sono peggio del buio: aiutano a vedere in lontananza, ma non riesci a distinguere chi hai vicino, e quando torna il buio non vedo niente per un paio di secondi. Il rumore della pioggia copre i rantoli, quindi non so da dove arrivano. Un errante mi sfiora il fianco prima che io lo veda. Un altro è un uomo della comunità, uno che non ha fatto in tempo a ritirarsi, e per un istante non so quale dei due sia quale.
L'errante che mi ha sfiorato viene abbattuto da un altro uomo.
«Fermo! Sono Dennis.» mi urla contro perché stavo per colpirlo.
Dennis si gira e raggiunge la linea dei nostri, zoppicando. Gli passo davanti e colpisco l'errante che gli era alle spalle.
Il terreno fangoso ci fa scivolare. Uno cade di faccia nel fango e un errante gli sale sulla schiena. Qualcuno ha preso una mazza e la tiene come una scopa, a due mani, senza sapere dove puntare. Un ragazzo urla un nome. Sono tutti un po' nel panico, anch'io a essere sincero.
Tranne Ji-Soo. Resta in piedi come se il terreno fosse asciutto. Ma lei sa muoversi meglio di tutti noi: tiene le ginocchia piegate, il peso basso e fa passi corti. Quando un errante la afferra per la manica, non cerca di scappare, gira il busto invece di tirare indietro il braccio, usa la sua stessa spinta per portarlo fuori equilibrio e gli passa il falcetto dietro il ginocchio. L'errante si piega e lei lo finisce con il bastone d'acciaio che tiene nell'altra mano.
«Trevis!» Mi urla senza voltarsi. «Alla tua sinistra!»
Mi giro. Il lampo mi mostra una donna con i capelli incollati sul viso, a un metro. Le tiro un calcio al ginocchio, come ho fatto mille volte, ma perdo l'equilibrio. Il terreno è troppo scivoloso e cado su un fianco, la sento sopra di me, mi volto e riesco ad afferrarle la gola per tenerla lontana. Qualcuno le pianta un'ascia nel cranio da dietro e butto il cadavere di lato.
Nick mi tende la mano.
«Alzati. Alzati, cazzo!»
Mi tira su. Dalla radio, sulla sua cintura, esce una voce gracchiante: sono Tae-Soo e il magazziniere, che rispondono insieme, e dietro di loro il rumore di una folla che corre. Rinforzi in arrivo.
Mi piazzo con le spalle contro il tronco rimasto in piedi per guardarmi intorno e fare il punto della situazione. Aspetto il lampo. Quando arriva, mi sporgo per vedere il bosco.
Vedo gli erranti che escono dagli alberi da punti diversi, a ventaglio, dal pendio e dalla riva del fiume.
Sono decine.
Ji-Soo mi si affianca, respirando forte, con il falcetto che gocciola. Ha seguito il mio sguardo.
«Non ce la faremo mai senza sparare» dice.
«Teniamola come ultima opzione, Ji-Soo. Il temporale copre i suoni, è vero, ma uno sparo ti assicuro che si sente anche con questa pioggia.»
«Sono troppi, Trevis.»
«Lo so, ma sono anche stupidi. Noi no.»
Stringo il coltello. La pioggia mi scende sugli occhi.
«Tenete la linea,» dico. «Niente spari. Tenete la linea fino a che non arrivano gli altri. Non dobbiamo farli entrare.»
Ci posizioniamo tutti in linea. Qualcuno raccoglie pezzi di lamiera per crearsi uno scudo. Un'altra ondata di erranti sta arrivando.
[CONTINUA...]
Scendo per ultimo. Le gambe si sono addormentate, e il sangue sulle mani si è seccato fino a creparsi nelle pieghe delle dita. Ji-Soo sbatte lo sportello e va dritta verso la capanna di suo padre, senza voltarsi.
Nel piazzale c'è poca gente. Due uomini scaricano casse alla luce delle torce e di qualche lampione alimentato dai pannelli. Cerco con gli occhi la giacca di Meave. Non c'è. Quando passo, i due smettono di parlare. Uno mi fa un cenno con il mento. L'altro guarda la cassa che ha in mano.
Dalla roba tolta alla Stirpe prendo tre pacchetti di sigarette. Nessuno mi chiede niente e sinceramente neanche mi interessa delle loro opinioni.
Mi dirigo dietro la stalla, dove il muro di assi fa angolo con la recinzione e nessuno passa senza una ragione. C'è una cassa, la rovescio e mi ci siedo con la schiena contro il legno. Dall'altra parte il cavallo di Ji-Soo sbuffa e sposta il peso da uno zoccolo all'altro. Dalle fessure sale odore di fieno e di animale, e per un po' copre quello che ho addosso.
Accendo la prima sigaretta con un accendino di plastica. La fiamma mi illumina le mani. Il sangue è diventato marrone e si sbriciola quando piego le dita. Sotto le unghie è ancora nero. Sfrego il pollice sull'indice e sui pantaloni cadono scaglie sottili.
Lungo il muro di cinta un tubo d'acciaio cigola. Il vento passa tra le lamiere delle baracche e le fa vibrare: un rumore basso che si spegne e riparte. Più lontano, oltre i cancelli, arriva un gemito. Un errante che ha sentito qualcosa e non sa cosa si avvicina alla recinzione ma viene abbattuto da una freccia sparata da una balestra.
Prendo un'altra sigaretta. Poco dopo sento un ramo che si spezza nel bosco. Ho già la mano sulla cinghia del fucile. Niente. È l'uomo che ha ucciso l'errante e che è uscito a recuperare la sua freccia. Mi saluta alzando la mano. Ricambio con un gesto del capo. Il fumo mi gratta la gola, ma lo butto giù lo stesso.
Alla terza mi accorgo di avere ancora lo spago nero nei capelli. Lo tocco con due dita. Il nodo è stretto come l'ha fatto lei.
Il cavallo sbuffa di nuovo. Do un tiro lungo e butto il fumo contro il muro, dove si sfilaccia nel buio. Quando schiaccio il mozzicone sulla suola ho le dita gelate, e non so da quanto.
Mi alzo e torno verso la capanna lungo il sentiero tra le baracche, per la strada più lunga.
Tae-Soo è fermo davanti alla sua porta. Non credo stia aspettando me, ma non si muove quando arrivo.
«Trevis.»
«Tae-Soo.»
«Ji-Soo mi ha raccontato.»
«Tutto?»
«Quanto basta.» Abbassa lo sguardo. «Non sono qui per giudicarti.»
«Non te l'ho chiesto.»
«No.» Guarda verso il piazzale, poi me. «Volevo ringraziarti. I cannibali avevano bisogno di un messaggio. Tu glielo hai dato nell'unico modo che capiscono. Stanotte chi riuscirà a rientrare al loro campo lo riferirà forte e chiaro.» Una pausa. «Ti sei esposto per questa comunità più di quanto sarebbe giusto chiedere a chiunque.»
«È stata una mia decisione.»
«Per questo conta di più.» Infila le mani in tasca. «Sono in debito con te, Trevis. Non lo dimenticherò.»
«Non mi devi niente.»
«Non sta a te stabilirlo.» Guarda le mie mani. Non dice niente. «Domani hai guardia?»
«Nel pomeriggio.»
«Allora la mattina dormi. È un ordine, se serve.»
«Non so se so ancora come si fa.»
Per la prima volta in due giorni gli vedo un angolo della bocca muoversi.
«Vai a riposarti, Trevis.» Poi si volta ed entra.
La capanna è al buio, a parte la brace dietro lo sportello della stufa. Entro piano, ma la porta fa la solita corrente.
Clem è seduta con la coperta sulle spalle, sveglia. Quando mi vede si alza e mi viene incontro. Mi abbraccia prima che io possa dire niente.
«Ho le mani sporche,» dico, tenendole larghe, lontane dalla sua schiena.
«Non importa.»
Resta così per una manciata di secondi con la fronte contro di me. Ha ancora il codino che le ha fatto Meave.
«Sapevo che sareste tornati.»
«C'erano dubbi?»
«Beh...» Si stacca e alza una spalla. «Lì fuori non si sa mai.»
«Non hai tutti i torti.»
Lancia un'occhiata in fondo alla stanza e abbassa la voce. «Meave è rientrata prima. Non ha cenato. Ha detto che era stanca.»
«Allora lasciamola riposare.»
Annuisce e non chiede altro.
Meave è girata verso il muro, coperta fino alla spalla. Non si muove. Respira piano, troppo piano e troppo regolare. Chi crolla dopo una giornata così ha il fiato pesante e sconnesso. Il suo è un respiro che sa di essere ascoltato.
«Buonanotte, Meave,» dico a bassa voce. Il respiro si ferma per un secondo. Poi riparte, un po' più lento di prima. La mano che stringe il bordo della coperta non si apre.
La porta si apre di nuovo. È Nancy, con la giacca chiusa fino al mento e l'odore del disinfettante addosso. Si ferma sulla soglia quando mi vede. Sul viso le compare un sorriso piccolo e storto, come se non lo usasse da un po'.
«Siete tornati, finalmente. Ero in ansia per tutti voi.»
Mi abbraccia. Resto fermo un attimo, spiazzato, poi ricambio con le braccia attorno alle sue spalle e le mani aperte, lontane dalla giacca, per non lasciarle addosso il sangue. Se ne accorge. Quando si stacca guarda le mie dita, poi la mia faccia.
«Non è mio,» dico.
«Lo so.»
«Piuttosto, che ci facevi ancora in giro così tardi?»
«Sono rimasta un po' più a lungo da Jason.» Si toglie i guanti e se li infila in tasca. «Si è svegliato ed è cosciente.»
«Davvero? È una notizia fantastica.»
«Ha chiesto che ore erano e se c'era qualcosa da mangiare. Quindi direi che è lui.» Quasi ride. «E comunque non sarei riuscita a dormire.»
«Quindi hai aspettato.»
«Sì.» Abbassa lo sguardo. «Volevo chiederti scusa per la scenata durante il falò. Hai fatto tanto per me e per Jason. Non ce l'avrebbe mai fatta se non avessimo trovato loro.» Poi alza il mento verso il fondo della stanza. «Meave? È già crollata?»
«Pare di sì. Io mi do una ripulita e poi penso che farò la sua stessa fine.»
«Come vuoi.» Si toglie la giacca. «C'è dell'acqua calda sulla stufa, se ti serve. L'ho preparata per voi.»
«Grazie.»
Verso l'acqua in una bacinella e vado nel bagno. L'acqua colora subito di rosso. Strofino con la spazzola finché la pelle non diventa rossa, ma sotto le unghie il nero non cede.
Mi siedo sulla branda. Aspetto un movimento di Meave dalla branda sopra. Non si muove.
Il giorno dopo si riparte con la solita routine. Questa volta ho la guardia nel pomeriggio, e la mattina dormo più a lungo del solito. Quando mi sveglio la branda di Meave è vuota. È rifatta, la coperta tirata, il cuscino al centro, come se non ci avesse dormito. Vabbè, sarà già in serra, mi sono svegliato tardi.
Sulla torretta, nel pomeriggio, il vento viene da nord. Da qui la serra è un rettangolo lattiginoso. Dietro i pannelli passa a volte una sagoma. Non riesco a capire se è lei.
«Sei più silenzioso del solito oggi. Giornataccia?» dice Nick, senza abbassare il binocolo.
«No.»
«Mh.» Ruota di qualche grado. «Hai la faccia di uno che aspetta una risposta da un'ora. È per quella ragazza?»
«Non c'è niente.»
«Allora è lei.»
Non ribatto. Nick abbassa il binocolo e mi guarda. «Io non ho dormito molto, ieri. Se ti consola.»
«Non molto.»
«Dovevi vedere le loro facce questa mattina. Pare che si sia già sparsa la voce.»
«Tu non c'entri nulla.»
«Ero ricoperto di sangue e viscere, e in più reggevo la pertica. Fa abbastanza impressione.»
«Allora la prossima volta facciamo cambio, va bene?»
«Spero che non ce ne sia bisogno, onestamente,» dice Nick, abbozzando un sorriso.
Alle cinque scendo. In mensa il mormorio si abbassa quando entro. Si abbassa, come se qualcuno avesse ruotato una manopola. In fila c'è Gorman davanti a me. Si volta, mi vede, e la mascella gli lavora come se stesse per dire qualcosa. Poi guarda il vassoio. Si sposta di lato e mi lascia passare.
«C'eri prima tu, stai pure. Siamo tutti sulla stessa barca, Gorman.»
Quando arriva il mio turno, la donna al pentolone mi riempie il piatto con un pezzetto di carne e due patate. Più di quanto abbia dato a chi mi precede. Non so se è un ringraziamento o altro.
Meave è in fondo, a un tavolo d'angolo, con la schiena contro la parete e gli occhi sul piatto. Mi vede arrivare. Lo capisco da come smette di tagliare la carne. Mi siedo davanti a lei.
«Cambi tavolo, se mi siedo qui?»
«Perché, dovrei?»
«No. Ma visto che mi stai evitando, ho chiesto prima.»
«Non ti sto evitando.» Il coltello torna sulla carne. «Ieri dormivo, stamattina dormivi tu. Sono coincidenze.»
Annuisco. Prendo la forchetta e la appoggio di nuovo. «Come vanno i pomodori?»
«Bene.»
«E i cavoli?»
«Bene.»
«Sei una fonte inesauribile di informazioni.»
Non sorride. Taglia una patata in due, poi in quattro. Fuori dalle finestre la luce si è già spenta.
Meave guarda sopra la mia spalla. Il suo sguardo si ferma un secondo sul codino, sullo spago nero. Poi torna al piatto.
«Ehi.» È Nancy, con il vassoio in mano. Ha la voce di chi non vuole disturbare. «Jason chiede di te. Se domani passi, quando hai un momento.»
«Certo. Passo appena posso.»
«Bene.» Sorride appena. «Ciao, Meave.»
«Ciao.»
Nancy si allontana. Meave gioca con la forchetta tra le dita.
«Dovresti andare, domani,» dice. «Gli hai salvato la vita. Vorrà ringraziarti.»
«Ci andrò, infatti.» La guardo. «Meave...» Abbasso la voce. «Ascolta, so che ieri è stato orribile, ma–»
«Non ne voglio parlare, Trevis. Non ora, almeno.»
«D'accordo.» Alzo i palmi. «Come non detto.»
Per un po' si sente solo il rumore delle posate e delle voci che si mescolano tra loro nella mensa. Mangio. La carne è dura e sa di fumo. Alle mie spalle qualcuno ride, e Meave sposta una patata da un lato all'altro del piatto.
Arriva anche Clem vicino a noi.
«Posso?» chiede Clem, indicando il posto.
«Certo, Clem. Non devi neanche chiederlo.»
«Tanto io ho finito, sono stanca e vorrei riposare.»
Meave si alza. Passa dietro di me. Per un attimo la sua mano sfiora il bordo del tavolo accanto alla mia, a pochi centimetri, e si ritira.
«Buonanotte,» dice, senza fermarsi.
Il suo piatto resta lì, davanti a me, mezzo pieno, con la forchetta appoggiata di traverso.
«Non ha nemmeno finito di mangiare,» dice Clementine.
«Non avrà fame. Mangialo tu prima che lo portino via.»
«Lo dividiamo?»
«No Clem, mangialo tu. Io non ne ho bisogno. Mi hanno già dato una porzione più grande come premio.»
«Come vuoi, peggio per te.»
Dopo cena non vado alla capanna. Attraverso il piazzale vuoto fino al barile di lamiera zincata dove si raccoglie l'acqua piovana.
Mi chino sul bordo e aspetto che le increspature si fermino, come ha fatto Clem. L'acqua è nera e immobile. Dentro c'è una faccia con la barba sfoltita ai lati, un lavoro fatto bene che sta già perdendo la forma. Dietro la mia testa non si vede niente: né la luna, né le baracche.
Immergo le mani fino ai polsi. Quando le ritiro e le giro sotto le luci del piazzale, il nero sotto le unghie è ancora lì.
Dalla torretta nord una guardia tossisce. Resto così finché l'acqua non smette di gocciolarmi dai polsi e comincia a gelare tra le dita.
Quando entro in capanna nessuno parla. Mi sdraio sulla branda senza togliermi gli stivali e guardo il letto di Meave sopra di me. Sono sfinito, e con il passare dei minuti scompare qualsiasi rumore. Entro in un sonno profondo.
***
Cicale.
Migliaia, nell'aria calda, tutte insieme come olio in una padella. Ho polvere sotto le suole e il sole sulla nuca, ed è la prima cosa calda che sento da questa estate.
Mi trovo davanti a un cancello di legno scuro, sormontato da un arco di ferro battuto con sopra un nome che non riesco a leggere. Oltre, una strada sterrata corre tra due file di staccionata bianca fino a una casa con la veranda su tre lati e le colonne bianche.
La riconosco: è il Ranch della famiglia di Tessa. Come potrei dimenticarlo?
Sopra il fienile un mulino a vento gira piano. Le pale si muovono, ma la loro ombra sul terreno sta ferma.
Non ho il fucile. Le mani sono vuote e pulite. Non indosso la divisa militare, ma un abbigliamento normale: jeans e camicia. Mi guardo intorno e capisco una cosa: non siamo nell'apocalisse.
Mi incammino sul sentiero sterrato che porta alla casa di Tessa.
Poi la vedo.
Cammina lungo la staccionata del recinto, da sola, strisciando una mano sul corrimano. È vestita con il suo outfit preferito. Un cappello bianco panna, a tesa larga, con i bordi appena rialzati; sulla calotta corre un disegno di piccoli traforati, e tutto intorno un filo di cuoio scuro. Sotto, i capelli le scendono con quel castano chiaro che vira al biondo, lisci fino a metà schiena. Camicia a quadri aderente, bordeaux, bianco, grigio e nero, con le maniche arrotolate sugli avambracci e le due tasche sul petto abbottonate. Jeans scuri, a vita alta, appena sbiaditi sulle cosce, dove ha l'abitudine di strofinarsi le mani.
È com'era nei giorni migliori, quando il sole le prendeva metà del viso e la faceva diventare ancor più bella.
Con un dito solleva la tesa del cappello e mi guarda.
«Ehi, Trevy!»
I suoni tornano tutti insieme: le cicale, il vento, lo stridore del mulino. Mi esce una risata che non sentivo da un po' ormai. Nessuno mi chiama così da un anno.
«Tess.»
«Sei in ritardo.» Scavalca la staccionata come ha sempre fatto, senza toccare il corrimano, e mi viene incontro. «Di un anno, più o meno.»
«Ho avuto da fare.»
«Immagino. Hai sempre da fare.»
Mi mette le mani sulle guance. Ha i palmi ruvidi e caldi, e sa di cuoio, di fieno e di sapone al limone. Mi bacia veloce sulla bocca, come si fa con uno che è uscito per cinque minuti. Poi arriccia il naso.
«Hai la barba. Sembri mio zio Walt.»
«Nah! Ma che dici, tuo zio è un barbone vero e proprio.»
«Dio.» Ride con tutta la faccia, e io non so dove mettere gli occhi.
Mi aggancia un dito alla passante dei jeans e mi tira verso il recinto. Dentro, un'alezzana solleva la testa e ci guarda.
«Juniper.» È il cavallo preferito di Tessa.
«Si ricorda di te.»
«Ci credo. Mi ha morso.»
«Due volte.»
«Sì, due volte. Che stronzo.»
«Non ti sei mai arrabbiato.» Appoggia i gomiti alla staccionata e lascia penzolare le mani. «Sei da solo, là fuori?»
«No.» Appoggio le mani sul corrimano. Il legno è caldo. «C'è una ragazzina. Clementine. Avrà quattordici, forse quindici anni, non l'ho mai chiesto. Si taglia i capelli da sola con un paio di forbici.»
«E tu?»
«Io la tengo d'occhio. Non so quando sia diventata una mia responsabilità.» Guardo il cavallo. «Prima di dormire controllo dov'è. Anche quando so dov'è.»
Tessa non dice niente. Aspetta. Lo ha sempre fatto, quando capiva che stavo per dire altro.
Mi accorgo che il corrimano mi sparisce sotto le dita: stringo così forte che le nocche sono bianche. Sotto le unghie, il nero è tornato. Non so da dove. Lo guardo salire lungo i polpastrelli come inchiostro nella carta assorbente.
La sua mano si posa sulla mia.
«Trevy? Cos'hai?»
«Non mi riconosco più.»
Lo dico senza voce. Per un secondo penso di non averlo detto.
«Perché dici questo?»
«Perché è da quando non ci sei che niente ha più senso.»
Il rumore di un'auto che passa sulla strada interrompe quella quiete.
«Faccio cose, Tess. Cose che tu non mi avresti mai lasciato fare, e non mi tremano nemmeno le mani. La gente mi guarda e fa un passo indietro. Hanno ragione.» Deglutisco. «A volte vorrei solo che finisse. Tutto. Da un momento all'altro. Non in un modo preciso. Vorrei che finisse e basta.»
Tessa non toglie la mano. Non si muove.
«Stai dicendo che sei diventato un pazzo?»
«Sto dicendo che non so più cosa sono.»
«Stai dicendo che sei un pazzo squilibrato e che non ti vuole più nessuno accanto.»
Non rispondo. Non ce n'è bisogno.
Alza il mento e mi guarda negli occhi, da sotto la tesa.
«Io non mi sarei mai innamorata di un uomo cattivo, o di un pazzo.» Lo dice piano, come chi legge un dato da un registro. «Sono cresciuta in mezzo a uomini che avevano tutto e non sentivano niente, tesoro. Li riconosco da un miglio. Se tu fossi stato uno di loro non ti avrei mai fatto entrare da quel cancello.»
«Tess...»
«Lasciami finire.» Mi stringe la mano. «Quel Trevis lo conoscono in pochi. Io ho conosciuto quello di prima, e ho visto quello dell'apocalisse, quello che si è messo tra noi e tutto il resto e ha preso i colpi per tutti. Non sono due uomini. Il secondo è il primo con un cappotto addosso.»
«Un cappotto?»
«Serve a non far vedere quello che c'è sotto. E sotto c'è uno che ha chiesto scusa a un cavallo che lo aveva appena morso.» Fa un cenno col mento verso Juniper. «Due volte. Sei rimasto fermo con la mano aperta finché non ha smesso, e dopo le hai portato una mela.»
Non ho fiato per rispondere.
«Non ti dico che le cose che hai fatto siano giuste. Ti dico che ti costano. La cattiveria non costa niente, Trevy. Gli uomini cattivi dormono. Tu non dormi da un anno.»
«Sto dormendo adesso.»
«Solo perché non ce la fai più a rimanere sveglio.» Per la prima volta le trema l'angolo della bocca. «Approfittane.»
Poi la voce le si indurisce. «E sulla storia del farla finita non sono d'accordo. Per niente. Hai fatto una promessa a quella ragazzina, no?»
«Io...»
«Allora hai ancora una cosa da fare, e poi ce ne saranno altre.»
Appoggio la fronte alla sua spalla, contro la camicia a quadri, e per un po' non dico niente, perché non posso. Mi tiene una mano dietro la nuca. La tesa del cappello mi urta la testa e lei lo sposta di lato senza smettere di tenermi.
Quando alzo il viso, l'ombra del mulino si è mossa. Per la prima volta. Parte dal fondo del recinto e viene verso di noi, lunga e sottile, e sotto le cicale torna il fischio.
«Si sta facendo tardi,» dice guardando il suo orologio.
«Posso restare?»
«No.»
«Non andartene.»
«Trevis.» Mi sistema il colletto, tirando giù il bordo con due dita, come ha fatto mille volte. «Mi hai fatta ridere, prima. Lo sai quanto mi è mancato?»
«A me di più.»
«Non è una gara.» Mi bacia ancora. Questa più intensamente. «Vai a controllare dov'è, la ragazzina. E tieni d'occhio mia sorella.»
***
Apro gli occhi nel buio. La branda sopra di me scricchiola. Ho la guancia bagnata e un nodo alla gola.
Mi siedo sulla branda senza far rumore. Clem dorme raggomitolata, con la coperta tirata sopra la testa e un piede che sporge. La guardo e poi torno giù. Sento solo i respiri di Meave, Nancy e Clem. Provo a chiudere di nuovo gli occhi, ma so già che non dormirò per il resto della notte.
Il mattino dopo la capanna è vuota. Nancy è da Jason, Clem è in magazzino a sistemare le scorte e a rifare l'inventario. Ho sistemato le mie cose in una cassa: caricatori, il kit per pulire le armi, due paia di calzini e altre cianfrusaglie. Faccio la conta due volte.
La porta si apre. Meave si ferma sulla soglia, con la luce bianca del mattino alle spalle. Non entra. Guarda me, guarda la cassa che contiene le mie cose, guarda la sua branda sopra la mia. Poi entra.
Fa di tutto per non sfiorarmi e prendere le sue cose in fretta. Non ci riesce del tutto: il giubbotto mi struscia sulla spalla quando passa.
«Sempre di fretta, eh.» Non alzo la testa dal caricatore che sto controllando. «Per fortuna che non mi eviti.»
«Non ti evito, Trevis. Te l'ho già detto.» Solleva il cuscino, prende due bustine di carta e se le infila nel giubbotto. «Ho da fare in serra. Avevo dimenticato i semi.»
«Possiamo parlare, per un momento?»
«Ora non posso.»
«Sì che puoi.»
«Dopo, ok?»
«Dopo ho la guardia.»
«Allora stasera.»
Mi alzo. Vado alla porta, la chiudo e faccio scendere la sbarra nel gancio. Il ferro batte una volta.
«No. Parliamo adesso, che siamo soli. Non cade il mondo se arrivi in serra con dieci minuti di ritardo. Ci resti più a lungo di chiunque altro. Te lo puoi permettere.»
Meave guarda la sbarra. Poi me. La faccia non le cambia.
«E se provo a uscire?» Lo dice quasi con curiosità. «Cosa fai, Trevis? Mi spacchi la faccia? Con chi non ti va a genio funziona così, no?»
«Ma che cazzo stai dicendo, Meave?»
«Dico che sei un pazzo squilibrato.» Distoglie il suo sguardo dal mio. «Mi hai sparato a una gamba.» Parla piano, senza fretta, e sceglie ogni parola come se le avesse scelte apposta per affrontarmi. La mano destra è sparita nella tasca del giubbotto. «Poi mi hai legata a un albero e hai detto che mi avresti lasciata mangiare viva, solo per sentirmi chiedere scusa. Alla stazione di servizio avevo quella cosa addosso e tu eri fermo a guardare, perché ti avevo risposto male. Se non ci fosse stata Clem?»
«In serra mi hai detto che ti avevo salvata.»
«Dico un sacco di cose.»
È un colpo che mi arriva diretto allo stomaco. Sposto il peso e mi ritrovo la spalla contro lo stipite.
«E la cosa assurda,» continua, «è che ci ero passata sopra. A tutto. Perché stando con te credevo che sotto ci fosse qualcosa. Che anche tu potessi provare emozioni.» Piega la testa. «Mi sbagliavo.»
«Meave, i-io—»
«Lasciami finire.» Fa un passo verso di me. «Due giorni fa ti ho visto ammazzare due uomini a sangue freddo. Li hai fatti sbranare vivi da un errante, e il peggio è che ridevi. Ridevi, Trevis.»
«Non ho riso.»
«Avevi quella voce lì. Quella di uno che si diverte. È la stessa cosa.» Un altro passo. «Poi al terzo hai frantumato il ginocchio perché non ti rispondeva.»
«Meave, calmati e fammi parlare.»
«Perché mi hai portata con te? PERCHÉ?»
Le sue parole mi fanno male. Le lacrime le scendono sul viso e lei non le asciuga. Sembra che l'urlo non fosse nel programma.
«Perché ti ho portata?» Abbasso la voce. «Perché dovevi smettere di fingere. Tu mi guardi e cerchi un uomo che ti porti il pane senza dirti come l'ha ottenuto. Quelle bestie lì non si fermano con la diplomazia. Ci sono sciacalli, con cui si tratta. E poi ci sono cani rabbiosi che vanno bastonati perché devono sapere che se tornano gli farai cose peggiori di quelle che immaginano. Avevano bisogno di un messaggio. L'hanno avuto.»
«Bravo.» Il mento le trema.
«Tu pensi ancora che esista un'altra strada. Che io sia quello cattivo e tu quella buona.» La voce comincia a darmi qualcosa che non voglio. «Sei una cazzo di egoista di merda, Meave. Senza me, senza un posto come questo saresti già finita, Meave. E chi credi che lo tenga in piedi?» Sbatto il palmo contro il montante della branda. Il ferro trema. «Continui a pensare di conoscermi, di potermi leggere e credi di avere anche ragione. Ma non sai niente di quello che ho dentro. Non sai niente del perché sono così.»
Qualcosa mi scivola lungo la guancia prima che me ne accorga. Mi giro di scatto verso il muro e mi passo la manica sulla faccia, forte, come si strofina via una macchia.
Alle mie spalle non si muove niente. La stufa scrocchia. Fuori qualcuno trascina una cassa sulla ghiaia.
«Con me il numero non funziona,» dice Meave.
«Non è un numero.»
Silenzio. Poi il suo respiro: sbaglia il tempo, come quello di una che ha corso.
«Apri quella porta, Trevis!»
«Meave—»
«Aprila, Trevis.»
Alzo la sbarra dal gancio. Apro il battente. Entra aria fredda e un rettangolo di luce bianca cade sulle assi. Mi sposto di lato, con la schiena contro la parete.
Meave non si muove. Dal piazzale arrivano voci, il rumore di un secchio.
Fa un passo. Un altro. Non verso l'esterno. Chiude il battente con il fianco della mano e fa scendere lei la sbarra nel gancio.
Resta con la fronte appoggiata al legno per un secondo, le spalle che salgono e scendono. Poi si volta.
«Non ti ho perdonato,» dice.
«Lo so.»
«Non prenderla come una tregua. Dammi la mano.»
«Cosa?»
«La mano, Trevis.»
Gliela porgo. Lei tira fuori dalla tasca la destra, e nella destra ci sono le forbici, quelle con cui mi ha tagliato i capelli e la barba. Mi gira il palmo verso l'alto. Con la punta comincia a togliere il nero da sotto le mie unghie, una alla volta. Le dita non le tremano. Non mi guarda. Il metallo è freddo, la sua pelle no.
«Ieri non riuscivo a smettere di guardarle,» dice.
«Me ne sono accorto.»
«Non voglio più vederle così.»
Finisce una mano e passa all'altra. Una scaglia nera cade sul pavimento, tra i nostri stivali.
«Il problema non è che l'hai fatto,» dice, a voce bassa. «È che sapevi e volevi fare esattamente quello che hai fatto.»
«È peggio?»
«Sì, è molto peggio.» Meave butta le forbici sulla sua branda.
«Se ti aspetti che adesso cambi qualcosa, è meglio che tu lo sappia prima,» dice. «Non cambierà.»
«Lo so.»
«Non lo sai. Lo speri.»
Faccio l'ultimo passo e annullo lo spazio che resta. Le prendo la nuca, le mie dita affondano tra i capelli, e le inclino il viso verso il mio. Poi la bacio.
Non si ritrae. Apre le labbra e mi lascia entrare, ma non c'è risposta. Ha la bocca tesa, ferma sotto la mia. È come baciare qualcuno che aspetta che finisca. Quando le faccio scivolare la mano lungo il fianco e stringo il cuoio del giubbotto, la spalla le resta rigida.
La spingo piano all'indietro verso la mia branda. Le sue gambe urtano il telaio di ferro, e per un attimo perde l'equilibrio e posa i palmi sul materasso di tela. Mi guarda dal basso in alto, ma non vedo quel fuoco dell'ultima volta.
«Vuoi che mi fermi?»
«Se lo volessi te lo direi.» La voce è piatta. «Non ho paura di dirti di fermarti, Trevis.»
Mi fermo, con le mani sulle sue braccia. Lei non si sposta.
Prendo la giacca a vento, la piego in due e gliela infilo dietro la schiena, tra le scapole e il bordo del ferro. Lei mi osserva farlo.
«Grazie.»
Le apro la cerniera del giubbotto. Il metallo corre giù. Le sfilo le maniche e lei solleva le braccia per aiutarmi, ma il movimento è svogliato, lo capisco dal suo sguardo.
Sotto il giubbotto la maglia termica sa di terra e di sapone. Faccio scorrere le mani sulle costole. Le sollevo la maglia oltre il petto. L'aria che entra dalle fessure della porta le fa venire la pelle d'oca, e la sento contrarsi sotto i miei palmi. Non cerca le mie mani. Le sue restano piatte sulla coperta, ai lati del corpo.
La bacio sul collo, poi più giù. Meave non reagisce, ma sento il suo battito accelerare.
Torno alla sua bocca, ma si gira di lato e mi offre solo la guancia.
«Vuoi scopare o no? Non ho tutto il giorno.»
«Certo che lo voglio.»
«Allora, fallo! Non è una punizione, vorrei solo sbrigarmi prima che vengano a cercarmi.»
«Ho capito. Nessuno verrà a cercarti.»
«No,» dice. «Non hai capito. Ma non importa.»
Mi slaccio la cintura. La fibbia batte contro i bottoni. Le sfilo i pantaloni insieme al resto e lei alza il bacino quel tanto che serve, senza che io debba chiederlo. Salgo sulla branda. Il telaio cigola forte sotto il nostro peso. Mi sistemo tra le sue cosce, con le ginocchia piantate nella tela.
La guardo in faccia. Non distoglie lo sguardo, ma è come se non guardasse me.
Entro in lei. Il calore mi avvolge, e quasi mi toglie il fiato. Dalla sua gola esce un gemito che le fa serrare la mascella e chiudere gli occhi. Affondo con movimenti decisi, tanto da far traballare la struttura in ferro del letto.
«Piano.»
Mi fermo a metà.
«Non dirmi che adesso ti faccio anche male.»
«No. Ma ti stai appoggiando con tutto il peso. E il bordo del telaio mi preme sulla scapola, nonostante la giacca.» Mi spinge con il palmo sul petto, appena, due dita di distanza. «Spostati un po'.»
Mi sollevo sui gomiti. Riprendo a muovermi, assecondando le sue richieste. Ho il suo viso sotto il mio, ma non ci vedo niente. È solo sesso.
Il mio corpo la vuole. Il suo, no. È evidente, come il freddo. Le bacio la spalla, il punto sotto l'orecchio dove la pelle è più sottile. Prendo il suo polso e porto la mano sulla mia spalla. La mano resta lì esattamente come ce l'ho messa io. Stringe appena la presa giusto per non farla cadere.
«Guardami, Meave.»
«Che c'è?»
«Vorrei sapere dove sei.»
«Sono qui.»
«Mi stai prendendo per il culo?»
«Cosa vuoi che ti dica? Che non è successo niente e tutto è come prima? No, Trevis! Mi serve del tempo. Tu sarai anche abituato a vedere gente morire, io no. Non in quel modo, almeno.» Per un secondo i suoi occhi si fermano sui miei. Poi tornano altrove.
Un sospiro le esce spezzato, come se stesse trattenendo un pianto. Il suo respiro diventa più profondo e irregolare.
Aumento il ritmo. Il calore mi sale alla base della schiena e mi si accumula nello stomaco. Le tengo i fianchi, e con la bocca cerco di nuovo la sua. Questa volta riesco a baciarla, ma si stacca di nuovo da me.
Il respiro mi si fa corto. Sento il punto di non ritorno avvicinarsi.
La sua mano sinistra sale e si appoggia al mio fianco.
«Fuori,» dice. La voce è ferma, senza affanno. «Trevis, esci. Ora.»
Mi ritraggo prima che sia troppo tardi, e vengo sul suo ventre. Stringo i denti. Gemo mentre gli schizzi finiscono uno sul suo corpo.
Resto sospeso su di lei, con le braccia che tremano per il piacere.
Meave guarda il seme che ho lasciato su di lei. Non fa una smorfia. Rilascia solo un lungo sospiro dal naso. Allunga la mano verso il bordo della branda, prende la sua roba e va di là a sciacquarsi. Quando torna finisce di rivestirsi.
Mi siedo sul bordo del letto, con i pantaloni ancora abbassati sulle caviglie e il fiato che comincia a calmarsi. Nella capanna fa freddo, sento l'aria che entra dagli spifferi e mi colpisce.
Meave si infila le maniche del giubbotto, tira la cerniera fino al mento e si passa le dita tra i capelli per rimetterli in ordine. Da quando abbiamo finito non mi ha più guardato.
«Tu credi di essere migliore di me, Meave? Cosa è successo quando per la prima volta ti sei trovata in una situazione di vita o di morte?»
«So già dove vuoi arrivare, non dire una un'altra—»
«Hai pensato esclusivamente a te stessa, Meave. Questa è la differenza tra me e te. Abbiamo fatto entrambi due cose orribili, ma almeno io l'ho fatto per dare un po' di pace a questa gente. Tu hai lasciato morire gli unici tuoi compagni per paura. E se non fossi arrivato io, tu saresti già morta da un pezzo in quella stazione ferroviaria.»
Paff!
Mi arriva uno schiaffo a mano aperta sul viso abbastanza forte da farmi fischiare l'orecchio destro.
«Non cercare di giustificarti, stronzo!» Mi urla in faccia. «Sai una cosa? Vaffanculo!»
«Non è una giustificazione, Meave. È la cazzo di verità!»
Appoggia la mano sulla sbarra della porta, la solleva dal gancio di fretta e spinge il battente. Si ferma sulla soglia dopo aver sentito le mie parole.
«Non venire a cercarmi.» La sua voce è piena di rabbia.
Esce senza voltarsi. La porta si richiude di colpo. Guardo le mie mani che ora sono pulite e non c'è più quel nero sotto le unghie. Mi sento un po' in colpa per averla ferita, ma una parte di me continua a dirmi che ho fatto la cosa giusta e prima o poi anche lei lo capirà.
Mi rimetto sdraiato sul mio letto ancora per un po'. Sento l'odore di Meave sul cuscino, terra e sapone, mischiato a quello di lana umida. Ho ancora un paio d'ore prima del mio turno di guardia.
Mentre cerco di riposare ancora un po', la porta si apre e rientra Clementine.
Ha una mano schiacciata sulla parte bassa della pancia e cammina piegata in avanti, con il passo di chi ha dolore da qualche parte. Non dice niente. Va dritta alla sua branda, ci si lascia cadere di lato e tira le ginocchia su con la mano ancora premuta contro la pancia.
Mi metto seduto sul bordo del materasso.
«Ehi, Clem. Tutto bene? È successo qualcosa al magazzino?»
«No,» dice, con la faccia nella coperta. «Mi hanno mandata a riposare.»
«Stai male?»
«Sì, ho un dolore. Qui sotto.» Si preme il palmo sul bacino. «Nella pancia, dietro la schiena. Dappertutto.» Butta la testa sul cuscino con un verso soffocato. «Dov'è Meave?»
«In serra. Ne avrà per un po'. Dove ti fa male, di preciso?»
Clementine si irrigidisce. Si sposta di fianco senza alzare gli occhi e diventa di colpo molto interessata alla cucitura della coperta. È pallida, e ha l'espressione di chi deve spiegare un problema.
«È una... cosa,» dice.
«Che tipo di cosa?»
«Una cosa.»
«Una ferita? Hai mangiato qualcosa che...»
«No!» Affonda la faccia nel cuscino. «Non credo che parlarne con te mi aiuti. Ecco.»
Credo di aver capito, ma non entro nel dettaglio. Rispetto il suo spazio. Mi passo una mano sul viso per guadagnare tempo. «È già successo?»
«No.» La voce le esce ovattata. «Mai.»
«Vedrai che passerà, non preoccuparti.»
«Tu che ne sai?»
«Aspetta.»
«Potresti vedere se Meave può venire un attimo?» Si tira la coperta sopra la testa. «Con lei sarebbe più facile parlare.»
Mi alzo. Prendo la mia coperta di lana, la piego in due e gliela metto sopra i fianchi. Vado verso la stufa e verso un po' d'acqua calda dal pentolino nella borraccia d'alluminio, la metto in un calzino pulito e gliela infilo sotto la coperta, sulla pancia.
«Che roba è?»
«Acqua calda. Il calore aiuta.»
«Come lo sai?»
«L'ho visto fare.»
«Da chi?»
«Da qualcuno che ne sapeva più di me.»
Clem non chiede altro. Stringe la borraccia con tutte e due le braccia e chiude gli occhi.
«Meave non sta passando un buon momento, adesso. Ma puoi parlare con Nancy. O con Ji-Soo. Sono abbastanza sicuro che anche loro capiranno la situazione.»
«Mmh. Ok. Fai in fretta.» Un respiro. «Se non muoio prima.»
Mi viene da ridere. Non posso farci niente. «Non si muore per un mal di pancia.»
«Non ridere.»
«Non sto ridendo.»
«Sì che lo stai facendo.»
«Vado a cercare Nancy.»
Taglio il piazzale verso la mensa. Quando entro in cucina il vapore sa di brodo. Mi guardo intorno e vedo Nancy, è al bancone, con le maniche rimboccate fino ai gomiti, impegnata ad affettare rape e patate con un coltello da macellaio. La sua coda bionda oscilla sul collo a ogni movimento.
È lei ad alzare la testa per prima quando sente i miei passi.
«Ehi. Che ci fai qui?»
«Voglio imparare a cucinare.»
Si volta a guardarmi e una ciocca le scivola sugli occhi. La scosta con il dorso dell'avambraccio.
«Scherzo,» dico. «Puoi staccare per qualche minuto?»
«Perché? È successo qualcosa?»
Mi avvicino e abbasso la voce. Nancy si china verso di me per sentire sopra il rumore delle pentole, che in effetti è molto. Ha il viso a un palmo dal mio.
«Niente di grave. È per Clementine. Vorrebbe parlare con una donna. Di cose da donne...»
«Cioè, che tipo di cosa? Trevis, parla come un adulto.»
«Credo che le sia venuto il ciclo per la prima volta. E credo che pensi che stia per morire.»
«Oh.» La faccia le si ammorbidisce tutta, di colpo. «Povera piccola.» Poi mi guarda. «E sei venuto da me. Con Meave ha più confidenza.»
«Meave non è in giornata oggi. Credo che abbiano lo stesso problema.»
«Ah, certo. Quindi sono la seconda scelta.»
«Sei la scelta più pratica.»
«Che sarebbe?»
«Quella che sa cosa dire.»
«Ah.» Gira la testa. Ha le orecchie un po' rosse, ma la cucina è un forno. «Ti sei riposato?»
«Diciamo.»
«Hai la faccia di uno che ha dormito in piedi.»
«Ho una faccia così di mio.»
«No,» dice, e basta. Poi alza una mano e mi toglie un filo di lana dal colletto con due dita. Lo guarda. Lo lascia cadere. «Va bene. Vado da Clem. Tu prendi il mio posto qui e non fare danni.»
Si sfila il grembiule e sparisce verso la capanna. Resto da solo al bancone con il coltello in mano. Prendo una rapa dura come una pietra e provo a farla a dadini. La lama affonda male e i pezzi escono sbilenchi.
«Ehi, tu!»
Patricia si affianca al bancone pulendosi le mani su uno straccio unto. Avrà sessant'anni, è tarchiata, con avambracci larghi quanto i miei polpacci.
«Se continui così, con quelle rape ci facciamo il purè per i maiali!»
«Sto facendo pratica.»
«Così però ti fetti prima le dita.» Mi toglie il coltello di mano, mi fa vedere come si fa e me lo rimette in mano. «Così. Dal polso, non dalla spalla. Non è la testa di un mostro.»
«È l'abitudine.»
Passa una mezz'ora abbondante. Nel frattempo ho tagliato quattro rape e sono stato retrocesso a sbucciare patate. Quando la porta della cucina si riapre, Nancy si scuote il freddo dalle spalle e torna verso di me.
«Eccomi. Tutto risolto.»
«Era quello?»
«Era quello, sì.»
«Ed è viva?»
«Viva e insopportabile.» Si morde il labbro, divertita. «Ha detto che la borraccia le è stata utile. E mi ha fatto giurare di non dirtelo.»
«Allora non l'ho sentito.»
«Esatto.»
«Nancy!» Patricia alza la testa da un pentolone fumante e ci punta contro il mestolo. «La prossima volta scegli meglio chi ti sostituisce, o almeno spiegagli che il coltello da cucina si usa diversamente da quello da caccia.»
Nancy scoppia a ridere, un suono pulito che riempie la cucina. «Scusa, Patricia. Ha detto che voleva imparare a cucinare e gli ho dato una possibilità.»
«Beh, buona fortuna, allora. Ti sei trovata un passatempo lungo, ragazza.»
Gli angoli della bocca di Patricia si piegano in qualcosa che non è del tutto una battuta. Nancy prende un panno e comincia a pulire un tratto di bancone già pulito.
«Torna a sorvegliare gli erranti, vai. Quello ti riesce meglio.»
«A ognuno il suo mestiere. Voi tenete pieno lo stomaco di questo posto, noi teniamo su le mura.»
«Che bella frase. Peccato che sia ridicola.» Mi spinge sulla spalla. «Dove vai adesso?»
«Da Jason.»
«Salutamelo. E digli di mangiare.»
Mi volto verso l'uscita. Un lembo di strofinaccio mi arriva sulla schiena. Alzo una mano senza girarmi.
Appena metto il piede fuori dalla mensa, sento Patricia alle mie spalle: «Nancy. Il brodo.»
«Sì, sì, arrivo.»
La sua voce ha un tono che non riconosco. Non mi giro, continuo per la mia strada.
L'infermeria è calda, qualcuno ha acceso la stufa, ma il calore arriva solo fino alla seconda branda.
Jason è seduto con la schiena contro il muro, un cuscino piegato in due dietro le reni. Ha la barba incolta di dieci giorni, le guance cave, e il moncone fasciato appoggiato sulle ginocchia come qualcosa che non sa ancora dove mettere. Quando mi vede gira la testa verso la porta, e sorride.
«Ehi, Nancy mi ha detto che volevi vedermi.»
«È così.» Tende la sinistra, poi si accorge che è l'unica che ha e la lascia lì, a mezz'aria. «Sono vivo grazie a te.»
Gliela stringo. La stretta è debole ma ostinata.
«Non devi ringraziarmi. Non si abbandona mai un uomo a terra se è parte della tua squadra.»
«Non ero parte della tua squadra.»
«Stai con Nancy, no? Quindi sei dalla nostra parte.»
Ride, poco, e si porta la mano alle costole. «Mi hanno detto della sega.»
«Era la mia prima volta in sala operatoria.»
«Ah, sì?» Guarda il moncone. «Sei portato, allora. La cosa strana è che il braccio lo sento ancora. Le dita, soprattutto. Stamattina ho provato a grattarmi il naso con una mano che non c'è.»
«Passa. Non del tutto, ma passa.»
«Come fai a saperlo?»
«Parlo perchè ne ho visti altri.»
Tira un respiro, scosta con il mento un lembo di coperta. Io prendo la sedia di plastica dove sta di solito Nancy e mi ci siedo a rovescio, con i gomiti sullo schienale. Per un po' parliamo del più e del meno: il cibo, che qui è vero cibo, i giorni infernali con la febbre. Patricia che gli ha portato una tazza di latte e gli ha detto di berlo tutto o glielo avrebbe fatto bere lei con la forza. Jason ha una voce debole. È evidente che non abbia ancora recuperato tutte le forze.
«Nancy mi parlava di te,» dice a un certo punto. «Prima che ci trovassi. Parlava più di sua sorella, del forte rapporto che avevano e poi ha parlato anche di te. Che ti sei arruolato nei Navy SEAL, e che nessuno in famiglia era mai riuscito a batterti a carte.»
«È difficile battermi. Ma lei sapeva bluffare molto bene.»
«Anche questo.»
Resto un momento senza dire niente. Poi lo dico, perché è la cosa che si dice.
«Siete una bella coppia, tu e Nancy.»
Jason non risponde subito. Guarda la finestra, dove la luce del pomeriggio ha preso un colore grigiastro, e sorride.
«Lo eravamo.»
«Scusa, io pensavo—»
«No, è giusto che tu lo pensi. È quello che le ho lasciato dire a tutti.» Sistema la coperta sul moncone con la mano buona, senza fretta. «Siamo stati insieme due anni, prima. Poi, dopo il terzo inverno, mi sono accorto che dormivamo nello stesso sacco a pelo per il freddo e basta. Una notte di guardia gliel'ho detto. Senza litigare. Era finita da un po' ormai, ma nessuno dei due aveva il coraggio di ammetterlo. Così l'ho fatto io.»
«E lei?»
«Non ha fatto scenate. Ha detto che capiva.» Alza le spalle, la sinistra. «Quando il posto dove eravamo è crollato, abbiamo deciso di restare insieme comunque. In due si sopravvive meglio che in uno, è matematica. Ma il giorno dopo, con i primi estranei che abbiamo incontrato, lei ha detto "il mio ragazzo". E ha continuato a dirlo. Alla radio, con te, con tutti.»
«È più sicuro, a volte. Una coppia sembra meno una preda.»
«Può darsi. Io credo che se lo ripeta per non guardare quello che manca.» Abbassa la voce, anche se nella stanza non c'è nessuno. «Non credo che accetti che sia finita, non solo la nostra relazione. Il mondo, la casa, i suoi genitori. Ora Tessa.»
«Perché me lo stai dicendo?»
«Perché sei la persona che la conosce meglio di tutti qui dentro. E se c'è una persona che può aiutarla in questo momento sei tu.» Mi guarda.
«Capisco. Proverò a parlarle se capiterà l'occasione.»
Mi alzo e rimetto la sedia dove l'ho trovata, con lo schienale rivolto al letto.
«Mangia,» dico. «Nancy ha detto di ricordartelo.»
«E tu dille che ho mangiato.»
«Devi mangiare se vuoi riprenderti.»
«Lo so, non preoccuparti.»
Esco. Il pomeriggio è cambiato mentre ero dentro. Il cielo a ovest si è fatto del colore del piombo, e sul piazzale si sentono le prime gocce, grosse e rade, che battono sulle lamiere come dita su un tavolo. Passo dall'armeria. Liam mi allunga coltello e pistola senza una parola, io firmo il registro e infilo tutto nella cintura. Il fucile è rimasto in capanna. Mentre mi dirigo verso la torretta del cancello sento urlare il mio nome.
«Trevis! Trevis!»
Nick corre verso di me tenendosi il cappuccio con una mano. Ha già l'acqua sulle spalle del giaccone e una mazza da cantiere nell'altra.
«Oggi niente torretta. Abbiamo un muro da sistemare.»
«Adesso? Sta piovendo.»
«È proprio questo il problema.» Si ferma, riprende fiato. «Il lato est è debole. Ci sono due tronchi marci alla base, li abbiamo puntellati stamattina ma non reggono se la terra si inzuppa troppo. Tae-Soo vuole una trave di rinforzo prima che venga buio. Dai, andiamo. Facciamo in fretta.»
Lo seguo. Dietro di noi, la pioggia passa da gocce a un rumore uniforme, che cancella le voci.
Il muro, da questa parte, è fatto di tronchi di abete piantati nel terreno e rinforzati con lamiera ondulata inchiodata sul lato esterno. Al piede, dove il pendio si fa più ripido, la terra ha cominciato a staccarsi in zolle. Due uomini sono già lì con una trave sulle spalle, e un terzo scava con una pala una canalina per far scendere l'acqua. Il fango arriva alle caviglie e ogni passo diventa difficoltoso.
«Tenete ferma la trave!» urla Nick.
Lavoriamo. Io tengo il punto d'appoggio contro il tronco, uno dei due prende la mazza. La barriera però è già compromessa: invece di entrare nel terreno, la trave scivola di lato, e la pioggia che continua ad aumentare non aiuta. Il tuono arriva quasi insieme al lampo, e illumina il bosco oltre la recinzione di bianco.
Dalle torrette sento colpi di balestra, uno dietro l'altro. Alzo la testa. L'uomo sul lato est ha il fucile imbracciato e non guarda in basso verso di noi, guarda avanti, verso il bosco.
«Non preoccuparti, Trevis. Se gli uomini sulle torrette non sparano vuol dire che si tratta solo di erranti.»
«Lo so, Nick. Dai sbrighiamoci, non si può lavorare con questo tempo.»
Il tronco a sinistra della trave comincia a lamentarsi in modo insistente. Io lo sento attraverso la trave, prima di vederlo. Poi un altro lampo, e nel bagliore vedo la lamiera sporgere in fuori di due dita, come se qualcuno ci si stesse appoggiando dall'altra parte.
«Ehi! Nessuno si è accorto di questo figlio di puttana che spinge da fuori? Cosa cazzo state facendo voi lassù?» Grido agli uomini sulle torrette. «Indietro!»
Non faccio in tempo a finire. Il tronco cede alla base e la lamiera si piega verso l'interno crollando sul fango. Cado di lato nella melma e sento il metallo passarmi accanto al braccio, a un palmo. Un uomo urla. L'altro lascia la trave e scappa indietro scivolando.
La breccia è aperta. Adesso siamo un bersaglio facile. Nella poca luce offerta dai lampi riesco a vedere qualcosa che ci viene incontro dal bosco.
Mi rialzo con la mano sul coltello.
«Niente spari!» grido a Nick, sopra il rumore dell'acqua. «Se spariamo qui, con il temporale, richiamiamo mezza valle. E le munizioni servono!»
«Ricevuto!» Ha già la radio in mano, il pollice sul tasto. «Il muro est ha ceduto. Serve gente, tutti quelli con un'arma bianca! Tutti!»
Il primo errante entra dal buco con un pezzo di lamiera infilzato su una spalla. Cammina storto, ma non rallenta. Mi arriva davanti prima che io abbia messo i piedi a posto. Gli pianto il coltello nella tempia, e il fango mi ruba l'appoggio proprio mentre spingo: la lama resta incastrata nell'osso, il corpo mi cade addosso, e ci ritroviamo abbracciati come due ubriachi.
Lo butto via con una spallata. Sfilo il coltello. Ne sono già arrivati altri tre.
L'acqua mi entra negli occhi e devo sbatterli di continuo per tenere a fuoco una sagoma. I lampi sono peggio del buio: aiutano a vedere in lontananza, ma non riesci a distinguere chi hai vicino, e quando torna il buio non vedo niente per un paio di secondi. Il rumore della pioggia copre i rantoli, quindi non so da dove arrivano. Un errante mi sfiora il fianco prima che io lo veda. Un altro è un uomo della comunità, uno che non ha fatto in tempo a ritirarsi, e per un istante non so quale dei due sia quale.
L'errante che mi ha sfiorato viene abbattuto da un altro uomo.
«Fermo! Sono Dennis.» mi urla contro perché stavo per colpirlo.
Dennis si gira e raggiunge la linea dei nostri, zoppicando. Gli passo davanti e colpisco l'errante che gli era alle spalle.
Il terreno fangoso ci fa scivolare. Uno cade di faccia nel fango e un errante gli sale sulla schiena. Qualcuno ha preso una mazza e la tiene come una scopa, a due mani, senza sapere dove puntare. Un ragazzo urla un nome. Sono tutti un po' nel panico, anch'io a essere sincero.
Tranne Ji-Soo. Resta in piedi come se il terreno fosse asciutto. Ma lei sa muoversi meglio di tutti noi: tiene le ginocchia piegate, il peso basso e fa passi corti. Quando un errante la afferra per la manica, non cerca di scappare, gira il busto invece di tirare indietro il braccio, usa la sua stessa spinta per portarlo fuori equilibrio e gli passa il falcetto dietro il ginocchio. L'errante si piega e lei lo finisce con il bastone d'acciaio che tiene nell'altra mano.
«Trevis!» Mi urla senza voltarsi. «Alla tua sinistra!»
Mi giro. Il lampo mi mostra una donna con i capelli incollati sul viso, a un metro. Le tiro un calcio al ginocchio, come ho fatto mille volte, ma perdo l'equilibrio. Il terreno è troppo scivoloso e cado su un fianco, la sento sopra di me, mi volto e riesco ad afferrarle la gola per tenerla lontana. Qualcuno le pianta un'ascia nel cranio da dietro e butto il cadavere di lato.
Nick mi tende la mano.
«Alzati. Alzati, cazzo!»
Mi tira su. Dalla radio, sulla sua cintura, esce una voce gracchiante: sono Tae-Soo e il magazziniere, che rispondono insieme, e dietro di loro il rumore di una folla che corre. Rinforzi in arrivo.
Mi piazzo con le spalle contro il tronco rimasto in piedi per guardarmi intorno e fare il punto della situazione. Aspetto il lampo. Quando arriva, mi sporgo per vedere il bosco.
Vedo gli erranti che escono dagli alberi da punti diversi, a ventaglio, dal pendio e dalla riva del fiume.
Sono decine.
Ji-Soo mi si affianca, respirando forte, con il falcetto che gocciola. Ha seguito il mio sguardo.
«Non ce la faremo mai senza sparare» dice.
«Teniamola come ultima opzione, Ji-Soo. Il temporale copre i suoni, è vero, ma uno sparo ti assicuro che si sente anche con questa pioggia.»
«Sono troppi, Trevis.»
«Lo so, ma sono anche stupidi. Noi no.»
Stringo il coltello. La pioggia mi scende sugli occhi.
«Tenete la linea,» dico. «Niente spari. Tenete la linea fino a che non arrivano gli altri. Non dobbiamo farli entrare.»
Ci posizioniamo tutti in linea. Qualcuno raccoglie pezzi di lamiera per crearsi uno scudo. Un'altra ondata di erranti sta arrivando.
[CONTINUA...]
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Michael035
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