Il nostro amore è la nostra rovina – Parte 2
di
Michael035
genere
sentimentali
Le ruote del Boeing toccano l'asfalto di Fiumicino dopo ventiquattro ore interminabili di volo. Il rumore del carrello che tocca l'asfalto mi rimbomba nelle orecchie. Ho chiuso come volevo. Un tre a uno secco nella finale di Melbourne, il trofeo alzato sotto la pioggia australiana e la consapevolezza che quello era l'ultimo capitolo. A quarantadue anni il mio calcio giocato finisce qui, con un lieto fine che mi sono preso con i denti. Ora mi aspettano un paio d'anni sabbatici, il tempo di resettare il cervello e poi ricominciare da capo, ma dall'altra parte della linea bianca, come allenatore. Ma in questo momento, mentre trascino il bagaglio a mano lungo il corridoio degli arrivi con Diego e Alice che mi camminano affianco, ho in testa un solo pensiero.
La vedo subito oltre i varchi a vetri. È ferma ad aspettarci, con le mani infilate nelle tasche dei suoi jeans neri. Bellissima. Ha i capelli neri che le cadono sulle spalle in un disordine calcolato e quegli occhi azzurri, nitidi, incorniciati da quel trucco sottilissimo che in realtà non le è mai servito a niente. Vedendola, sento una morsa nel petto quasi piacevole. Dopo quello che ci siamo detti e fatti a Melbourne, dopo il sesso, le confessioni, le risate e il crollo dei suoi muri in quella camera da letto, mi sono illuso. Ero convinto di ritrovare qui a Roma una donna diversa, più aperta, pronta a ricucire il nostro disastro.
Alice corre verso di lei, mentre Diego mi cammina accanto fiero. Asia si avvicina, si china per baciare la bambina, dà una carezza al maschio e poi si gira verso di me. Mi offre un sorriso formale, tirato, di quelli che riserva alle conoscenze di circostanza.
«Bentornati,» dice. Poi, senza nemmeno darmi il tempo di incrociare davvero il suo sguardo o dirle un ciao decente, sferra la coltellata con una naturalezza disarmante: «Ho chiamato un taxi per te, io ho la macchina, ma devo passare un secondo da Marco quindi non posso accompagnarti.»
«Certo,» dico piano, senza inflessione, mentre sento le parole scavarmi nello stomaco. Sento un travaso di bile salirmi dritto in gola, un'ondata di gelosia feroce e incontrollabile. Stringo i denti fino a farmi male alla mandibola, cercando di mantenere una parvenza di calma solo perché ci sono i bambini davanti. Ma Asia mi conosce da quando eravamo ragazzini. Vede il cambio immediato nei miei occhi, nota la rigidità del mio collo e la mascella serrata, e la sua postura si fa subito più difensiva.
A rompere quel silenzio ci pensa Diego. Si sfila lo zainetto e tira fuori con orgoglio la roba nuova che gli ho preso prima a Melbourne.
«Guarda mà che m'ha comprato papà!» esclama esaltato, mettendosi in testa un cappello con visiera nuovo di zecca e mostrandole una maglietta di Gucci con il logo in vista. Praticamente quasi lo stipendio di una persona normale per due pezzi di stoffa.
Non voglio essere da meno con la piccola. Mi chino verso Alice, che tira fuori dallo zainetto rosa, con la stessa fierezza del fratello, un braccialettino d'argento con un ciondolo a forma di farfalla e una bambola vestita di tutto punto, presa in un negozio dell'aeroporto mentre aspettavamo l'imbarco.
«Guarda mamma, che carino,» sussurra Alice, allungando il polso per farglielo vedere, gli occhi che le brillano.
Asia sgrana gli occhi, fulminandomi con lo sguardo.
«Michael, ma sei serio? Non ha alcun senso riempirli di roba firmata da centinaia di euro ogni volta che li vedi! Li vizi e basta, e non è neanche giusto nei loro confronti.»
«Sono stati bravi e ho fatto loro un regalo, che c'è di male?» le rispondo scazzato, la voce bassa, ruvida, carica di un livore che non riesco a nascondere. «Gli compro quello che mi pare, quando mi pare. Li vedo due mesi all'anno, se mi chiedono qualcosa gliela compro, tu fai come credi meglio.»
«Ecco, la solita maturità,» ribatte lei, scuotendo la testa. «Compri il loro affetto invece di essere presente. Complimenti.» Poi si gira verso i bambini con fretta. «Dai, forza, andiamo che abbiamo da fare.»
Diego, che è sempre stato un po' viziatello ma soprattutto è morbosamente attaccato a me, sbuffa sonoramente e mette il muso.
«Che palle che sei mà, a me portame prima a casa, da Marco non ci voglio venì. Sennò lasciame da papà e stasera me vieni a prende.»
«Diego, basta,» lo riprende Asia, la pazienza già ridotta a un filo. «Non ricominciare, per favore.»
«Ma io non ci voglio annà!»
Asia sfrega le dita sulle tempie, esasperata. «No, forza, dobbiamo andare a casa. Anche papà ha da fare.»
Mi chino verso i bambini. Bacio Alice sulla testa, profumata di vaniglia, e stringo Diego in un abbraccio forte, scompigliandogli i capelli sotto la visiera.
«Fai il bravo, campione, porta pazienza e vai agli allenamenti!» mormoro a Diego, poi mi rivolgo ad Alice. «E tu fai la brava. Metti il braccialetto nello zaino che tanto va a finire che lo perdi.»
Alice ridacchia, e per un istante, in mezzo a tutto quel caos, mi sento quasi bene.
Poi mi rialzo. Su Asia poso uno sguardo freddo, distaccato, quasi formale. Un cenno impercettibile del capo, senza sfiorarla, senza dire una sola parola. Mi giro ed entro nel taxi che mi sta aspettando all'entrata.
Il viaggio verso il mio appartamento ai Parioli è triste. Quando varco la soglia di casa, il vuoto delle stanze mi accoglie. Niente grida di bambini, niente profumo di Asia. Solo io, le mie valigie e una carriera finita.
Verso sera, mentre sono seduto sul divano a scrollare i canali di sky sulla tv, lo schermo del telefono si illumina. È un messaggio di Asia:
Manca l'autoiniettore di Alice. Controlla se è rimasto nello zaino tuo.
Mi alzo di scatto, vado verso lo zaino che ho usato come bagaglio a mano e ci frugo dentro. Il cilindro di plastica dell'adrenalina è lì, incastrato sul fondo. Per il nervoso di oggi pomeriggio e per la fretta di togliermela davanti, mi sono del tutto dimenticato di darglielo in aeroporto.
Le rispondo: «Sì, ce l'ho io. È nel mio zaino. Vado a riprendere la mia auto dai miei e te lo porto, va bene?»
La sua risposta arriva dopo pochi secondi: «Passo io domani mattina presto.»
«Non fare polemiche su tutto, Michael. Ho da fare, ci vediamo domani» scrive subito dopo, come per chiudere il discorso prima ancora che io possa ribattere.
Leggo quelle parole e la rabbia, repressa per ore, esplode. La salute di nostra figlia non aspetta i comodi suoi o di Marco.
«No! Tu passi il prima possibile o vengo io. Mettitelo bene in testa.»
Poso il telefono sul tavolo di vetro. Il cuore mi martella nel petto mentre fisso lo schermo.
Il citofono suona poco dopo le nove. Non rispondo nemmeno, premo direttamente il pulsante per aprirle il portone del palazzo e lascio la porta di casa socchiusa.
Asia entra come una furia, chiudendosi la porta alle spalle e lasciandola sbattere. Indossa ancora i vestiti del pomeriggio, ma ha i capelli legati alla buona.
Non le do nemmeno il tempo di fiatare.
«Come ti viene in mente di dire "passo domani mattina presto"?» la aggredisco subito, stringendo il cilindro di plastica dell'autoiniettore nel pugno.
«È il salvavita di Alice, cazzo!»
Asia si pianta in mezzo al salone, le braccia incrociate sul petto e lo sguardo che manda fiamme.
«Perché Alice e Diego sono dai nonni e loro hanno tutto il necessario,» mi risponde a tono, senza indietreggiare di un millimetro. «Sarei passata prima di andarli a riprendere. E poi datti una cazzo di calmata, idiota.»
«Sei tu quella che deve calmarsi, visto come sei entrata qui dentro,» ribatto, facendo un passo verso di lei.
«Avevo altro da fare magari? Ti avrei detto portamelo se Alice e Diego erano a casa con me!» sbotta lei, con la voce che si alza di un'ottava. «Non gira tutto intorno a te, Michael.»
«Giusto, devi uscire con Marco, quello sì che è importante!»
«Ecco, ci risiamo.» Asia alza gli occhi al cielo, esasperata, e allunga di scatto la mano per prendere il farmaco. «Dammi quella roba e fammi uscire da qui, che ho già dato abbastanza per oggi.»
Non apro il pugno. La costringo a restare lì, a un palmo dal mio petto, a respirare la mia stessa aria viziata.
Lei alza gli occhi sui miei. Vede la mia mascella contratta. E invece di abbassare i toni, ci affonda le mani dentro con tutta la cattiveria che ha in corpo.
«Sei ancora avvelenato per il taxi di oggi pomeriggio, vero?» mi stuzzica, la voce che si abbassa in un sussurro velenoso. «Per Marco? Dillo, Michael. Abbi il coraggio di dire che sei geloso invece di fare la vittima.»
«Non sto facendo la vittima!» sbotto, l'orgoglio che mi brucia lo stomaco.
«Sei pietosa!» sbotto. Lei sgrana gli occhi, perdendo definitivamente il controllo. Mette una mano sul fianco e l'altra sulla fronte, esasperata, il petto che le si alza e si abbassa freneticamente.
«Allora che cazzo vuoi che faccia, eh? Dimmelo, che cosa cazzo devo fare per dimostrarti che è finita?»
Il silenzio cade pesante tra di noi per una frazione di secondo. La guardo. Guardo la donna che mi ha ferito, guarito e di nuovo ferito per tutta la vita. Abbasso le mie difese, spogliandomi di tutto quello che mi è rimasto.
«Diamoci un'ultima possibilità,» le dico. La mia voce esce nuda, cruda. Disperata.
Asia si blocca. Sbatte le palpebre un paio di volte, come se l'avessi appena schiaffeggiata. Poi, il terrore nei suoi occhi si trasforma in una corazza d'acciaio. «Cosa? Scordatelo,» sputa fuori, scuotendo la testa con foga. «Io non lascerò Marco per vedere se FORSE possiamo far funzionare le cose.»
«Non lo lasci perché ti fa comodo tenerlo come scudo,» ribatto subito, facendo un altro passo in avanti e costringendola a indietreggiare fino a sfiorare il muro dell'ingresso. «Perché tu sei e sei sempre stata una codarda.»
«Io una codarda?» dice sorpresa, la voce incrinata. Cerca di spingermi via con entrambe le mani, ma io non mi muovo di un millimetro. «Ma di cosa stai parlando! Sei completamente impazzito.»
Afferro i suoi polsi, non per farle male, ma per fermarla. La guardo dritta negli occhi, spietato, sapendo di star per premere il dito sulla sua ferita più profonda e purulenta.
«Io so solo che stavi con Federico e lo hai tradito,» scandisco lentamente, sillaba per sillaba. «Poi stavi con Francesco e lo hai tradito per me. E un mese fa hai tradito anche Marco.»
La frase la colpisce in pieno viso come una frustata. Sento i suoi polsi irrigidirsi sotto le mie dita. Il suo respiro si spezza in gola. L'ho smascherata. Le ho appena sbattuto in faccia il suo schema, il suo modo malato e codardo di scappare quando le cose diventano troppo vere, troppo spaventose.
Per un attimo infinito, nei suoi occhi azzurri vedo passare pura, devastante vergogna. Poi, un attimo dopo, scatta qualcosa.
L'Asia vulnerabile e terrorizzata scompare, inghiottita dall'ombra della ragazza crudele e cinica che ho conosciuto tanti anni fa. Si divincola dalla mia presa, si sistema la maglietta. Un sorriso freddo, cattivo, le curva le labbra. Ha incassato il colpo, e adesso è pronta a sventrarmi pur di non ammettere che ho ragione.
«Almeno io ho il coraggio di scappare da quello che mi fa male,» sibila, avvicinandosi a sua volta, invadendo lo spazio che avevo appena conquistato. «Tu invece resti sempre lì, a leccarti le ferite e a farle sanguinare apposta, così hai una scusa per stare male. Povero Michael! È finita. Sei solo frustrato e geloso, finiscila.»
Fa un passo ancora più vicino, e per un istante, brevissimo, le vedo gli occhi scendere sulle mie labbra prima di tornare a fulminarmi. Lo noto. Lo noto sempre, ogni singola volta: quanto più mi respinge a parole, tanto più il suo corpo mi cerca, si avvicina, vacilla. È sempre stato così tra noi, fin dal primo giorno.
«Ripetilo,» le dico piano, la voce quasi un invito.
«Cosa?»
«Che sono geloso e frustrato. Guardami negli occhi e ripetilo, se ci riesci.»
Asia stringe la mascella. Per un secondo sembra volersi tirare indietro, ma l'orgoglio, quello stesso orgoglio che ci ha rovinati mille volte, la tiene inchiodata lì, a un passo da me. «Sei un—»
Non finisce la frase. Alza di scatto la mano destra, aperta, veloce, puntata dritta alla mia guancia. Non è la prima volta che mi minaccia così, ma stavolta non gliela lascio arrivare. Le blocco il polso a mezz'aria, le dita che si chiudono attorno all'osso sottile, e uso la stessa spinta per tirarla verso di me invece che respingerla. Asia sbatte contro il mio petto con un piccolo suono soffocato, sorpresa dalla mia rapidità, e prima che possa riprendere il controllo la tengo lì, il suo viso a pochi centimetri dal mio, così vicino che sento il suo respiro corto e caldo mescolarsi al mio.
«Lasciami,» ansima, ma la voce le trema, ed è un tremito diverso da quello della rabbia.
«Quello che è successo a Melbourne è stato un errore e tu non puoi comportarti sempre in questo modo. Lasciami,» ripete, più debole questa volta, come se lo stesse dicendo più a se stessa che a me.
«Sì certo, si tratta sempre di un errore quando non vuoi ammettere qualcosa che hai fatto consapevolmente.» le dico, senza allentare la presa, gli occhi incollati ai suoi. «A Melbourne potevi dirmi di fermarmi, potevi importi un limite, potevi darmi uno schiaffo quando ti ho baciata. Perché non lo hai fatto?» Silenzio. Asia apre la bocca per rispondere, la richiude. I suoi occhi mi scivolano di nuovo sulle labbra per una frazione di secondo ma che io colgo comunque, e che mi dice più di qualunque bugia che potrebbe raccontarmi adesso.
È in quel preciso istante che il telefono nella tasca dei suoi jeans inizia a vibrare, insistente. Asia si irrigidisce. Con la mano libera fruga nella tasca, e quando tira fuori lo schermo illuminato vedo il nome che compare a caratteri cubitali: Marco.
Per un attimo resta paralizzata, come se non sapesse a chi rispondere prima. Fa per premere il pulsante verde con il pollice, ma esita. Non le do il tempo di decidere. Le sfilo il telefono dalla mano con un gesto secco, premo il tasto rosso e lo lancio sul divano, dove atterra con un tonfo sordo tra i cuscini.
«Ma che cazzo fai, stronzo.» Asia si divincola, cercando di allungarsi verso il divano, ma io la tengo ferma per la vita, l'altra mano che le tiene ancora il polso.
«Avrai tutto il tempo che vuoi per richiamarlo,» le dico contro la bocca, la voce bassa, roca. «Adesso davanti a te ci sono io, non lui. E io ti ho fatto una domanda.»
«Non hai nessun diritto—»
«Non ho nessun diritto, vero!» ripeto piano, «ma tu non ti sei ancora mossa, Asia. Non hai fatto un solo passo indietro.»
È vero, e lo sappiamo entrambi. Il suo corpo, teso contro il mio, non arretra di un centimetro. Il petto le si alza e si abbassa velocemente contro il mio torace, il suo profumo — gelsomino e qualcosa di più caldo, di più suo — mi riempie i polmoni, e per un lunghissimo istante, in mezzo al buio del salotto, con le valigie ancora abbandonate all'ingresso e il telefono di Marco che vibra di nuovo tra i cuscini del divano, nessuno dei due si muove.
Poi Asia chiude gli occhi, e io capisco che ho vinto solo questa battaglia. La guerra, quella vera, è appena cominciata.
Asia chiude gli occhi. E nel momento in cui lo fa, l'adrenalina rabbiosa che mi ha tenuto in scacco fino a un secondo fa si dissolve all'improvviso, sostituita da una lucidità fredda, quasi predatoria. So esattamente come prenderla, ho imparato a leggere ogni sua crepa e adesso voglio insinuarmici dentro per demolire le sue difese.
Allento la presa dai suoi polsi e le mie mani scivolano libere verso l'alto, lente, seguendo la linea del suo collo fino a raggiungere il viso. Le scosto le ciocche scure cadute ai lati delle guance, portandogliele dietro le orecchie con una delicatezza che contrasta in modo devastante con la ferocia di un minuto fa. Poi le prendo il viso tra le mani, i pollici che premono leggeri ma fermi sui suoi zigomi, forzandola a sollevare il mento verso di me.
«Guardami,» sussurro, la voce così bassa fa sembrare tenera in quel silenzio opprimente.
Lei scuote impercettibilmente la testa, intrappolata tra quello che vuole e quello che si impone di fare.
«Smettila di scappare, Asia,» continuo, usando un tono vellutato, seducente, studiato al millimetro per scavare sotto la sua corazza.
«Fai la dura, fai la stronza e mi tiri addosso tutto il tuo veleno per allontanarmi, ma non è finita. Lo sento. Te l'ho già chiesto a Melbourne, ma te lo ripeto. Dimmi che non vuoi stare qui. Dimmelo guardandomi negli occhi, dimmi che non mi vuoi, e giuro che ti apro quella porta per lasciarti tornare alla tua vita, anche se non vorrei farlo.»
Asia lascia sfuggire un sospiro tremolante dalle labbra socchiuse. Ha ancora gli occhi serrati, le ciglia scure che vibrano contro la pelle chiara. Sta cercando disperatamente di tenere il controllo, di aggrapparsi a quelle barriere di razionalità che ha tirato su in questi anni, ma so benissimo che le fondamenta stanno cedendo.
Non le do il tempo di trovare una risposta o un'altra scusa. Mi abbasso su di lei e poggio le mie labbra sulle sue. È un contatto leggero, dolcissimo, una carezza che contrasta con la gravità della nostra rabbia. Sento il suo respiro bloccarsi di colpo. Rimane rigida per un istante infinito, in bilico sul precipizio della sua stessa coscienza, poi, quasi senza accorgersene, dischiude leggermente le labbra. Assaporo quella sensazione che tanto mi è mancata, quelle sue labbra morbide che ancora non ricambiano il mio bacio, ma non mi importa.
Mi fermo. Resto a un millimetro dalla sua bocca, respirando la sua stessa aria, aspettando che sia lei a concedermi l'accesso. E quando sento il calore del suo respiro farsi più pesante, riprendo a baciarla. Le barriere si sciolgono definitivamente. Il sapore di Asia mi invade i sensi, annebbiando ogni altra cosa. Da questo momento, non ci sono più parole. Le parole ci hanno solo fatto a pezzi.
Quando ci stacchiamo lentamente per riprendere fiato, tengo il viso incollato al suo. Poggio la mia fronte contro la sua, il battito accelerato dei nostri cuori che martella contro il petto. Asia apre gli occhi, liquidi, stravolti, e dischiude le labbra per provare a giustificarsi, a dire qualcosa che spezzi l'incantesimo. Sollevo subito l'indice e glielo poso delicatamente sulla bocca. Scuoto la testa. No. Non deve rovinare tutto con la voce.
Le prendo la mano e, senza smettere di guardarla, la guido verso il divano a pochi passi da noi. Si lascia trascinare, stordita, arresa. La faccio sdraiare sui cuscini, seguendola con il peso del mio corpo per non darle via di scampo. Le mie dita trovano l'orlo della sua maglietta, gliela sfilo dalla testa in un unico movimento fluido e la lancio via, lasciandola soltanto in reggiseno. La pelle nuda del suo stomaco si contrae sotto il mio sguardo. Senza mai staccare gli occhi dai suoi, afferro i lembi della mia t-shirt e me la tolgo, rimanendo a petto nudo.
Torno ad abbassarmi su di lei per baciarla, ma in quel preciso istante il suono metallico e insistente della suoneria squarcia l'aria del salotto. Asia ha un balzo sul divano. Apre gli occhi di scatto, trafitta da quel fottuto squillo. In preda a un riflesso incondizionato, allunga la mano verso il cuscino dove poco prima avevo lanciato il suo telefono e riesce a recuperarlo, afferrandolo con le dita tremanti.
«Non rovinare questo momento,» le dico, la voce scura, perentoria. Allungo la mano e afferro il telefono, senza strapparglielo via con forza, incastrando le mie dita sopra le sue. La guido lentamente verso il tavolino di cristallo lì di fianco. Asia asseconda il movimento, ipnotizzata, e poggia il cellulare sulla superficie fredda del vetro. Mi abbasso di nuovo su di lei e torniamo a baciarci, un bacio disperato e profondo, ignorando completamente quello squillo in sottofondo che continua a vibrare nel salotto fino a spegnersi, arreso alla nostra indifferenza.
Le mie labbra abbandonano la sua bocca per scendere lungo la linea della mascella, affondando nel suo collo. Asia inarca la schiena, le mani che si aggrappano convulsamente alle mie spalle, graffiandomi la pelle. Le prendo il viso con una mano e le infilo dolcemente un pollice in bocca. Lei lo accoglie, gli occhi chiusi, perdendo l'ultimo briciolo di contegno. Con un movimento rapido, afferro i suoi fianchi e la tiro su, facendola mettere a cavalcioni sulle mie gambe. Le mie mani scendono veloci sui suoi pantaloni, glieli tiro giù lungo le cosce finché non scivolano via, lasciandola soltanto in intimo.
Questa volta è lei a prendere il controllo. Si china in avanti, affonda le mani nei miei capelli e mi bacia. È un bacio vorace. La tensione accumulata in queste ore sembra evaporare contro il calore dei nostri corpi.
Ma l'illusione si frantuma. Dal tavolino di cristallo, lo schermo si illumina di nuovo e il suono stridente della suoneria ricomincia a trapanare la stanza. Marco. Ancora lui. Giuro che vorrei rispondere io e dirgli che è un solo un gran cornuto.
Asia si paralizza. Si stacca dal mio collo come se si fosse appena scottata. Il suo respiro si accorcia, diventa affannoso. Abbassa lo sguardo verso lo schermo illuminato, e quando lo rialza sui miei, i suoi occhi sono invasi dal panico. Ritorna nel mondo reale.
«Non posso,» balbetta, scivolando via dalle mie gambe in un gesto goffo e frenetico, il respiro rotto. Cerca la sua maglietta sul pavimento, la voce che le trema.
«Non posso farlo. Michael, ti prego, no.»
«Asia, fermati,» provo a dirle, cercando di prenderla per i fianchi, ma senza usare forza. «Non lasciare che quel telefono decida per noi. Lo sai cosa stiamo facendo, lo vuoi anche tu.»
Lei si infila la maglietta alla cieca, indietreggiando. Afferra i pantaloni e se li stringe al petto, terrorizzata dall'enormità di quello che stava per succedere.
«N–no! Io... io devo riflettere!» dice con un filo di voce, quasi piangendo, senza sapere più a quale scusa aggrapparsi pur di fuggire. «Per favore, non insistere. Ti chiedo solo questo stasera.»
Asia finisce di rivestirsi con gesti frenetici, come se l'aria in questo salotto le stesse improvvisamente bruciando la pelle. Afferra la borsa, farfuglia un'altra scusa a mezza voce e poi esce di casa. Rimango fermo in mezzo al corridoio per non so quanto tempo, il petto che si alza e si abbassa pesantemente, la frustrazione che mi avvelena il sangue. Vado in bagno. Ho bisogno di una doccia gelata, ho bisogno di lavarmi via il suo profumo di dosso. Mi sfilo i pantaloni e apro l'acqua, ma quando alzo lo sguardo e incontro il mio riflesso nello specchio, rivedo quello schermo illuminato. Rivedo il nome di Marco. Un'ondata di rabbia, un disprezzo così profondo per quell'uomo e per l'assurdità di questa situazione, mi esplode dentro. Afferro il portasapone di ceramica dal lavandino e lo scaglio con tutta la forza che ho contro il muro. Il rumore del materiale che si frantuma in mille pezzi rimbomba sulle piastrelle. Mi appoggio al lavabo, chinando la testa, e mi passo entrambe le mani con forza sulla faccia, stringendo i denti fino a farmi male.
Passano due giorni. Due giorni infiniti passati a svuotare scatoloni nell'appartamento ai Parioli, a sistemare vestiti che non so nemmeno se userò, con il cervello che torna ossessivamente a quel divano, alle sue labbra schiuse, al suo profumo e a quel passo indietro.
Poi, improvvisamente il telefono vibra.
«Se vuoi parlare sono disposta a farlo, ma vediamoci in un luogo pubblico dove non possiamo fare una scenata delle nostre.» Leggo il messaggio di Asia e quasi sorrido. Anche lei non ha smesso di pensarci.
«Va bene.» digito. «Dove vogliamo vederci?»
«Terrazza Tevere, sotto Castel Sant'Angelo. Alle 21, ti sta bene? Non passare a prendermi, prendo un taxi.»
«Va bene, ci vediamo questa sera.»
Quando arrivo al locale, l'afa romana è insopportabile. Il castello illuminato si specchia nel fiume, ma io non guardo il panorama. Guardo lei. Asia è già seduta a un tavolo defilato. Indossa un vestito estivo bianco, leggero, che le lascia scoperte le spalle e le accarezza le curve in un modo che mi fa mancare il respiro. I capelli neri e sciolti creano un contrasto perfetto, con il bianco del tessuto e con il rossetto rosso che le accende le labbra. I suoi occhi azzurri mi intercettano subito.
Mi siedo di fronte a lei. Per qualche secondo non diciamo una parola. Ci guardiamo, misurando le distanze, ricordando come ci siamo lasciati l'ultima volta. Poi, senza un vero perché, la tensione si spezza. Un angolo della sua bocca si piega in su, io scuoto la testa, e scoppiamo a ridere entrambi. Una risata moderata, assurda, di chi sa di essere incastrato in un labirinto senza uscita.
«Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo,» le dico, appoggiando gli avambracci sul tavolo. «A quando avevamo vent'anni e ci vedevamo di nascosto per non farci scoprire.» Asia sorride, ma è un sorriso velato di una strana malinconia. Prende il calice d'acqua e lo fa ruotare tra le dita. «Già, la storia si ripete... prima c'erano Francesco e Chloe, e ora ci sono Marco e–»
«Marco e basta,» la interrompo, piantando i miei occhi nei suoi. Asia si blocca, il bicchiere a mezz'aria. «Con Grace ho chiuso,» sgancio la bomba, senza enfasi, come se le stessi leggendo il menu.
Vedo la sua gola muoversi mentre deglutisce. Il suo scudo, l'alibi perfetto del "tu hai la tua vita", si è appena disintegrato. Non dice nulla, abbassa lo sguardo, ma so che l'ho colpita in pieno.
Il cameriere ci salva dall'imbarazzo. Ordiniamo due filetti di manzo con aceto balsamico e una bottiglia intera di Amarone della Valpolicella. È un vino rosso strutturato, pesante, quindici gradi di pura vellutata potenza che scende giù come acqua. E senza nemmeno rendercene conto, la serata prende una piega inaspettata. Non parliamo di noi. Non parliamo della lite, di Melbourne, di Marco o dei bambini. Beviamo e parliamo di tutto il resto. Ridiamo, ci prendiamo in giro, ritroviamo quella complicità assoluta e viscerale che ci ha fatto innamorare la prima volta. È una tregua perfetta, annaffiata da una bottiglia che si svuota con una velocità allarmante.
A fine serata, quando il cameriere porta via i calici vuoti, l'Amarone ha fatto il suo dovere, soprattutto su di lei. Asia ha gli occhi lucidi, le guance arrossate e il sorriso facile.
Pago il conto e la guido verso il parcheggio. Quando arriviamo sotto casa sua, accosto il mio X5.
«Tutto bene? Mi offro di accompagnarti su,» le dico, spegnendo il motore. Asia fa un gesto della mano, ridacchiando. «Ce la faccio, non serve. Sto benissimo.» Apre lo sportello, mette un piede a terra sui suoi sandali col tacco, ma appena carica il peso perde l'equilibrio. Inciampa, facendo un mezzo giro su se stessa, e rischia di finire dritta sull'asfalto. Scendo velocemente aggirando il muso del SUV, e la afferro per un braccio. Lei si appoggia al mio petto, ridendo con quella risata morbida, impastata dall'alcol. «Va bene,» sussurra, alzando il viso verso di me. Sento l'odore del vino mischiato al suo profumo. «Forse non è una cattiva idea se mi accompagni.»
Prendo le chiavi dalla sua borsa e le apro il portone. Entriamo nel palazzo silenzioso e prendiamo l'ascensore. Davanti all'ingresso del suo appartamento, inciampa di nuovo contro lo stipite della porta.
«Asia, reggiti,» mormoro, chiudendo la porta a chiave dietro di noi.
«Sto bene, sto bene,» ripete lei, alzando una mano per rassicurarmi. «Sono solo... sono solo un po' brilla, Michael. È colpa tua e di quel maledetto vino.»
Raggiungiamo il centro del salotto, vicino al divano. L'appartamento è immerso nella penombra. Asia si ferma di colpo e si gira verso di me. «Mi togli le scarpe?» mi chiede, la voce che si abbassa di un'ottava, diventando improvvisamente roca. «Mi fanno un male cane questi tacchi.»
Non le dico di sedersi. Mi avvicino a lei. Asia alza le braccia e poggia entrambe le mani sulle mie spalle per sorreggersi. Il calore dei suoi palmi mi brucia attraverso la camicia. Mi abbasso lentamente, piegando un ginocchio a terra. Le afferro la caviglia sinistra, sottile, delicata, e slaccio il cinturino del sandalo, sfilandolo via. Sento il suo respiro farsi leggermente più pesante sopra di me. Passo alla gamba destra. Le mie dita le sfiorano la pelle del polpaccio, indugiando un secondo di troppo mentre slaccio anche la seconda scarpa.
Mentre mi sto per rialzare, con i sandali in mano, Asia chiude gli occhi e barcolla. Accusa un capogiro forte, le sue mani scivolano dalle mie spalle e le gambe le cedono. «Uuh!..» sussurra. Lascio cadere le scarpe, mi alzo di scatto e la afferro per la vita prima che cada a terra. Lo slancio però sbilancia entrambi: inciampo nel tappeto, faccio un passo indietro per non farle male, ma il bordo del divano mi tradisce.
Cadiamo. Io finisco di schiena sui cuscini e Asia mi frana letteralmente addosso, a cavalcioni sul mio petto. Il mondo si ferma. Asia si solleva sui gomiti, appoggiati ai lati della mia testa. I suoi capelli mi cadono sul viso. I nostri respiri si scontrano, corti, veloci, affamati.
La guardo. Non c'è più traccia della donna fredda dell'aeroporto. C'è solo lei. E non c'è più nessuna barriera. Le mie mani scattano sui suoi fianchi, stringendola contro di me. Asia lascia uscire un gemito roco, chiude gli occhi e si abbassa sulla mia bocca, baciandomi con una violenza e una fame che polverizzano in un istante cinque anni di attesa.
Le accarezzo i fianchi, scavando sotto la seta del vestito estivo bianco che indossa. Il tessuto è sottile, quasi inesistente tra le mie dita e la sua pelle calda. Lei non si ritrae. Anzi, si sposta leggermente, allargando le gambe per strusciarsi contro di me. La sento muoversi contro la mia coscia, un contatto diretto che manda un colpo di sangue dritto ai miei testicoli.
«Così non vale, però...»
«Io questa volta non ho fatto niente, anzi sei tu che mi sei crollata addosso.»
«È sempre colpa tua, Michael.»
«Il VAR è fuori uso questa sera, mi dispiace,» le sussurro contro le labbra. «Niente moviola, niente fallo, il gioco prosegue.» Asia lascia scappare una piccola risata soffocata contro la mia bocca, ma è un suono che si trasforma subito in un gemito spezzato quando spingo le mani più in alto, facendo salire ancora di più la seta del suo vestito e affondando le dita nella carne calda dei suoi fianchi.
«Sei proprio un'idiota...» mormora con il respiro corto, ma le sue dita si infilano con ancora più foga tra i miei capelli, tirandomi verso di sé per prendersi un altro bacio, più profondo, più affamato. Le infilo le mani nei capelli, afferro la nuca e la tiro verso di me. Non c'è dolcezza nel mio movimento, solo una fame brusca e improvvisa. Le nostre labbra si scontrano, denti che urtano, lingue che si cercano con disperazione. Le sue mani non perdono tempo: le sue dita volano sui bottoni della mia camicia, strappandoli quasi con violenza. Il tessuto si apre sotto le sue unghie, esponendo il mio petto all'aria della stanza.
«Adesso tocca a me,» sibilò lei contro la mia bocca, ma io non intendo aspettare.
Mentre lei è impegnata a spogliarmi, le mie mani trovano le spalline del suo vestito, con un movimento rapido le tiro giù. Il suo vestito scende ammassandosi in vita. Asia si solleva appena per permettergli di scendere, gettandolo via senza guardare. Rimane in intimo, un reggiseno di pizzo nero che mal cela le sue piccole tette e un perizoma sottile che taglia la pelle dei suoi fianchi.
I miei vestiti spariscono in un attimo. La camicia vola via, i pantaloni vengono calciati via con furia. Quando la mia pelle nuda tocca la sua, è come una scintilla in una stanza piena di gas. Lei è sopra di me, dominante, le sue cosce ai lati della mia vita. Inizia a muoversi, un ritmo lento e tortuoso, strusciando il suo monte di Venere contro la mia erezione che si è indurita come il marmo. Il pizzo del suo intimo graffia piacevolmente sulla mia cappella, ogni suo movimento mandandomi scosse di piacere lungo la colonna vertebrale.
«Ti piace, eh?» mormora lei, sfidandomi con gli occhi, ma io non posso parlare.
Afferro il tessuto del perizoma e sento che è già zuppo, lo sposto di lato, esponendo la sua figa bagnata e lucida. Non c'è bisogno di preliminari, il desiderio è un fiume in piena che ha rotto ogni argine. La prendo per i fianchi e la sollevo leggermente, allineandola. Lei affonda le mani nelle mie spalle, scavando con le unghie mentre si lascia cadere.
«Ah! Dio!» urla quando entro in lei. È calda e avvolgente. La penetrazione è profonda e immediata, senza freni. Lei si impala su di me, prendendomi tutto dentro fino in fondo. Il sesso è viscerale, un urlo primordiale che ci esce dalla gola insieme all'aria. Non c'è spazio per i pensieri, per i rimpianti, per i figli che dormono a casa dei nonni. C'è solo il desiderio, il sudore, l'attrito. Il mio cazzo entra e esce con un ritmo costante. Nella stanza si sentono solo i nostri gemiti e il rumore bagnato della penetrazione. Lei inizia a cavalcarmi con forza, i suoi movimenti ritmici e implacabili. Ogni volta che scende, sbatte contro il mio bacino Le sue tette piccole sono davanti ai miei occhi, ancora intrappolate in quel reggiseno di pizzo nero, i capezzoli duri come sassi che premono contro il tessuto. Le afferro il viso con entrambe le mani, stringendo le guance, e la bacio di nuovo, divorandole la bocca mentre lei continua a saltare su di me.
«Sei mia,» sibilò contro le sue labbra, e lei risponde aumentando il ritmo, i suoi gemiti che si trasformano in grida soffocate.
«Ancora! Così! Oh sì!»
Il divano scricchiola sotto di noi, un suono ritmico si unisce ai nostri respiri affannosi. Lei si gira, cercando di cambiare posizione, ma io non le lascio il controllo. La prendo per la vita e la faccio scivolare di lato, facendola sdraiare sul cuscino con la schiena rivolta verso di me. La posizione è scomoda, angusta, ma l'intimità è schiacciante. Mi posiziono dietro di lei, il mio petto premuto contro la sua schiena sudata, e rientro in lei con un colpo secco.
«Ah! Michael!» urla lei, affondando la faccia nel cuscino.
Io la prendo con violenza. Ogni spinta è una rivendicazione, un modo per segnare il territorio che avevamo perso. Le mie mani slacciano il reggiseno, buttandolo lontano da noi, poi afferro le sue tette, stringendole con i palmi delle mani, mentre continuo a scoparla. Il divano è scomodo, le nostre gambe si impigliano, ma non importa. È grezzo, reale, assolutamente nostro. Spingo fino in fondo, poi torno indietro facendo rimanere dentro solo la cappella e poi torno a spingere. Una spinta secca e decisa, il mio bacino schiocca contro le sue chiappe.
Non c'è più spazio per i pensieri, solo per questa carne calda che si preme contro la mia. Asia è piegata in avanti, il viso affondato nel cuscino per soffocare i suoi gemiti incontrollabili. La presa che ho sui suoi fianchi è brutale, le dita affondano nella pelle morbida lasciando sbiaditi segni bianchi che subito tornano rossi. Spingo con forza, sento i muscoli delle sue cosce che tremano, la resistenza che cede al piacere. Ogni colpo è una rivendicazione, un modo per dire che questo corpo è ancora mio.
«Ah! Dio... sì, così!» urla lei, la voce spezzata da un respiro affannoso. La sua schiena si arcua in una curva perfetta, le scapole sporgenti come ali di un uccello ferito che cerca il volo. Aumento il ritmo, non c'è ritegno. Il suono delle nostre pelli che si schiacciano, umido e rumoroso, riempie la stanza. Il sudore le bagna i capelli neri che si incollano alla nuca, un contrasto visivo che mi eccita follemente. L'ultima barriera, quel muro di rancore e orgoglio che ci ha tenuto separati per anni, crolla ora sotto l'assalto di questa violenza necessaria. È sesso grezzo, vero, privo di quelle finzioni che avevamo cercato con altri. Qui è solo lei e io, e la chimica esplosiva che abbiamo sempre tentato di ignorare. Asia si scioglie, le braccia cedono e affonda il viso completamente nel cuscino per soffocare un urlo profondo che sembra uscirle dall'anima. Sento la sua figa contrarsi intorno a me, una serie di spasmi che mi strappano un bacio dentato. La fiamma si è riaccesa, non è più un fuoco di paglia che si consuma in un attimo, è un incendio che devasta tutto. Mi tiro fuori all'improvviso, un vuoto che ci fa gemere entrambi, e prima che lei possa protestare per la mancanza, la giro. Le sue gambe sono deboli, traballanti mentre si arrampica sopra di me. La aiuto, afferrandola per le cosce, e la poso sulla mia erezione che batte impaziente contro il mio addome.
Asia si raddrizza, i suoi occhi azzurri mi fissano dall'alto, dilatati, pieni di una luce che non avevo visto da anni. Si china lentamente, i suoi capelli neri mi formano una tenda intorno al viso, isolandomi dal resto del mondo. La sua bocca cerca la mia con una fame disperata. La bacio, lego le sue labbra con i denti, assaggio il sapore del vino e del sesso. Lei risponde mordendo il mio labbro inferiore, un pungiglione veloce e doloroso che mi fa venire i brividi lungo la schiena. Scivola con le labbra sul mio collo, baci umidi che si trasformano in morsi piccoli e precisi sulla giugulare. «Sei un bastardo,» sussurra contro la mia pelle, ma le sue mani mi accarezzano i pettorali con una tenerezza che contraddice le sue parole.
«E tu sei mia,» rispondo, la voce roca. Le sue tette piccole, con i capezzoli duri come sassi, mi strusciano contro il petto. La sensazione è elettrica. Affondo le dita nei suoi capelli, la tiro indietro per baciare di nuovo la sua bocca, una lingua di fuoco che invade la sua cavità orale. Lei si muove sopra di me, non si impala ancora, ma si strofina contro la mia erezione, un tortuoso appagamento ritmato che ci porta entrambi al limite della pazienza.
Non posso aspettare. La afferro per la vita e, con un movimento rapido, la sollevo e la giro. Asia capisce subito, scivola in avanti e si mette a carponi sul divano, il suo bellissimo culo offerto alla mia vista, la figa bagnata e aperta che mi chiama. Mi inginocchio tra le sue gambe, una posa classica, primitiva. La mano scorre lungo la sua schiena, seguendo la colonna vertebrale fino alla nuca, poi scendo verso i fianchi. Le afferro le tette, tirandola su verso di me con forza, facendo sì che la sua schiena aderisca completamente al mio petto. La posizione è scomoda, intima, totale.
«Michael...» geme lei, la testa all'indietro appoggiata alla mia spalla. Le mordo il collo, proprio dove il muscolo si unisce alla spalla. Non un bacio, un morso vero. I denti affondano nella pelle, lei emette un urlo strozzato di dolore e piacere. Sento il calore e il sapore della sua pelle. Lascio un segno, un livido viola che sboccerà domani, una firma indelebile. La sto macchiando, rendendola mia in un modo che nessun altro potrà mai cancellare.
Il ritmo diventa frenetico. La spingo contro di me, ogni colpo profondo e violento. Il mio respiro è corto, affannoso, e i gemiti che escono dalla mia gola sono più forti di quanto avrei previsto, un suono gutturale che tradisce quanto sono vicino al bordo. Asia mi stringe, i suoi muscoli interni che mi avvolgono come un guanto caldo e umido. È troppo, la sensazione è travolgente, il calore che sale dai miei fianchi è incontenibile.
«Dentro no, Michael!» La sua voce taglia l'aria come un frustino. È un ordine, non una richiesta. In un istante di lucidità disperata, lei si libera con una spinta vigorosa delle sue braccia, scivolando via dalla mia presa. Il distacco è brusco, doloroso. Si gira e si mette in ginocchio sul tappeto, davanti a me, il suo viso all'altezza della mia erezione che pulsa e gocciola. I suoi occhi mi fissano, intensi, decisi.
«Ovunque, ma non dentro,» ripete, la voce ferma ma il respiro ancora tremante. Non ho il tempo di discutere, né la voglia. Con la mano afferro il cazzo, iniziando a segarlo con decisione, mentre l'altra mano si posa sulla sua testa. Poi si sporge in avanti. La sua bocca calda mi avvolge, una lingua esperta che gira intorno al glande leccando via il liquido preseminale.
«Mmmh,» emette un suono di approvazione vibrante che mi fa tremare le gambe.
Lei mi prende tutto in bocca, scendendo fino in gola, le labbra strette attorno all'asta che scivola veloce. Le sue guance si incurvano, il suo sguardo è fisso sul mio. È una vista erotica, devastante: la mia ex moglie, la donna che ho odiato e amato, in ginocchio davanti a me, intenta a portarmi all'estasi.
Il piacere si accumula alla base della colonna vertebrale, non ce la faccio più, un'onda che cresce inesorabile. Le infilo le mani tra i capelli, guidando il suo ritmo, spingendo più a fondo. Lei non si tira indietro, accetta tutto, gorgoglia leggermente ma non smette. Il calore della sua bocca, la suzione, il movimento della sua lingua... è troppo. Con un urlo strozzato, l'addome che si contrae in spasmi violenti, esplodo. «Asia! Dio!» Vengo, il mio cazzo si contrae senza sosta, zampilli caldi e densi che le inondano la bocca. Lei deglutisce velocemente, alcuni filamenti bianchi che le escono dagli angoli delle labbra mentre cerca di prendere tutto.
Sento le gambe cedere. Il mondo gira. Asia mi pulisce l'ultima goccia con un colpetto di lingua, poi si pulisce la bocca con il palmo della mano. La tiro su e lei appoggia la testa alla mia spalla. Io l'abbraccio posando le braccia intorno alla sua vita. Entrambi siamo coperti di sudore, esausti, l'aria della stanza pesa di sesso.
Restiamo in silenzio per un lungo momento, solo il rumore del nostro respiro che rallenta gradualmente. Lei chiude gli occhi, il corpo completamente molle, come se le ossa fossero sciolte. Apro la bocca per dire qualcosa, per chiederle come sta, ma lei mi anticipa. Senza aprire gli occhi, la sua voce è un filo di stanchezza pura.
«Mi porti a letto?» mormora, spostando la testa per trovare una posizione più comoda sulla spalla. «Non ho la forza per arrivarci.» La sua voce è un soffio caldo contro il mio collo. Abbasso lo sguardo su di lei. Tutto l'odio, il rancore e la tensione tagliente che ci hanno tenuti in ostaggio per tutto questo tempo sembrano evaporati, spazzati via dal vino e dall'intensità di quello che è appena successo su questo divano. Adesso, tra le mie braccia, Asia non è la donna corazzata, velenosa che mi ha chiesto il divorzio e respinto a Fiumicino. È solo Asia. Vulnerabile, esausta e bellissima.
«Agli ordini,» rispondo a mezza voce, con un mezzo sorriso.
Faccio scivolare un braccio sotto le sue ginocchia e l'altro dietro la sua schiena, sollevandola contro il mio petto senza il minimo sforzo. Lei si lascia andare completamente, circondandomi il collo con le braccia e nascondendo il viso nell'incavo della mia spalla, inspirando a fondo il mio odore. Attraverso il salotto in penombra e percorro il corridoio che porta alla sua camera da letto. Conosco questa casa a memoria, conosco i suoi spazi, e camminare qui dentro con lei in braccio mi dà una sensazione di pace assurda, una calma che non provavo da anni.
Arrivo in camera, illuminata solo dal lampione della strada che filtra attraverso le tapparelle socchiuse. Mi accosto al muro e con un colpo di reni accendo la luce.
Mi abbasso lentamente per adagiarla sul materasso. La lascio andare con delicatezza, e le sue spalle affondano nei cuscini chiari. Mi allungo per tirare su il lenzuolo e coprirla, sfiorando la pelle nuda del suo fianco con le nocche.
Faccio per raddrizzarmi, convinto che ora vorrà dormire e che il mio tempo qui sia scaduto. Ma prima che io possa fare un passo indietro, le sue dita si chiudono debolmente attorno al mio polso.
Mi blocco. La guardo. I suoi occhi azzurri sono socchiusi, velati dalla stanchezza e da quella morbidezza impastata dall'Amarone.
«Resta,» sussurra.
Mi siedo sul bordo del letto, accanto a lei. Non riesco a nascondere un velo di incredulità. Le accarezzo la fronte, scostandole una ciocca di capelli corvini. «Sicura di essere solo un po' brilla, Asia?» le chiedo, abbassando la voce, cercando i suoi occhi nella penombra.
«Fino a ieri non volevi neanche che ti sfiorassi, mi avresti lanciato un coltello se avessi potuto... e ora vuoi che dorma con te?»
Un sorriso pigro, quasi felino, le incurva le labbra. Non c'è traccia di veleno nella sua voce, solo un'ironia sottile e stanca. «Era quello che volevi tanto, no?» ribatte, stringendo appena la presa sul mio polso.
La fisso per un lungo istante. Il cuore mi batte un po' più forte, ma non voglio che sia solo un riflesso condizionato dall'alcol. Ho bisogno che sia lei a sceglierlo. Mi piego verso di lei, intrecciando le mie dita con le sue, palmo contro palmo. «Solo se lo vuoi anche tu, Asia...» le rispondo, il tono che si fa improvvisamente serio, profondo. Sfioro il dorso della sua mano col pollice. «Non sono il mostro egoista che pensi. Se domattina devi svegliarti e odiarmi di nuovo, me ne vado adesso.»
Asia apre gli occhi del tutto. Il blu delle sue iridi brilla nella mezza luce della stanza. Per un secondo, infinito, cade ogni maschera. Leggo la sua paura, leggo la sua fottuta incertezza, ma soprattutto leggo quello che non ha mai smesso di provare.
Sorride di nuovo, questa volta un sorriso vero, dolcissimo, e si sposta leggermente di lato sul materasso, sollevando un lembo del lenzuolo per farmi spazio.
«Conto fino a tre,» mormora, il tono improvvisamente complice, leggero. «Poi la tua unica possibilità sparirà nel nulla.»
Non riesco a non sorridere anch'io. «Ah, sì?»
«Uno...» sussurra, chiudendo gli occhi. «Due...»
Non le do il tempo di pronunciare il tre. Mi lascio cadere sul materasso accanto a lei. Appena il mio corpo tocca il letto, Asia si volta verso di me. Porto il lenzuolo sopra di noi e mi rannicchio su un fianco. Tiro Asia contro il mio petto, circondandola con entrambe le braccia. Lei si incastra perfettamente contro di me, come se non avesse mai fatto altro per tutta la vita. Poggia la guancia sul mio torace, intreccia una gamba alle mie e lascia uscire un lungo respiro di sollievo, il respiro di chi ha smesso di scappare.
Affondo il viso nei suoi capelli, inspirando il profumo del suo shampoo mischiato a quello della nostra notte. Chiudo gli occhi. Per stasera, niente scudi, niente paure, niente mondo là fuori. Ci siamo solo noi.
[CONTINUA...]
La vedo subito oltre i varchi a vetri. È ferma ad aspettarci, con le mani infilate nelle tasche dei suoi jeans neri. Bellissima. Ha i capelli neri che le cadono sulle spalle in un disordine calcolato e quegli occhi azzurri, nitidi, incorniciati da quel trucco sottilissimo che in realtà non le è mai servito a niente. Vedendola, sento una morsa nel petto quasi piacevole. Dopo quello che ci siamo detti e fatti a Melbourne, dopo il sesso, le confessioni, le risate e il crollo dei suoi muri in quella camera da letto, mi sono illuso. Ero convinto di ritrovare qui a Roma una donna diversa, più aperta, pronta a ricucire il nostro disastro.
Alice corre verso di lei, mentre Diego mi cammina accanto fiero. Asia si avvicina, si china per baciare la bambina, dà una carezza al maschio e poi si gira verso di me. Mi offre un sorriso formale, tirato, di quelli che riserva alle conoscenze di circostanza.
«Bentornati,» dice. Poi, senza nemmeno darmi il tempo di incrociare davvero il suo sguardo o dirle un ciao decente, sferra la coltellata con una naturalezza disarmante: «Ho chiamato un taxi per te, io ho la macchina, ma devo passare un secondo da Marco quindi non posso accompagnarti.»
«Certo,» dico piano, senza inflessione, mentre sento le parole scavarmi nello stomaco. Sento un travaso di bile salirmi dritto in gola, un'ondata di gelosia feroce e incontrollabile. Stringo i denti fino a farmi male alla mandibola, cercando di mantenere una parvenza di calma solo perché ci sono i bambini davanti. Ma Asia mi conosce da quando eravamo ragazzini. Vede il cambio immediato nei miei occhi, nota la rigidità del mio collo e la mascella serrata, e la sua postura si fa subito più difensiva.
A rompere quel silenzio ci pensa Diego. Si sfila lo zainetto e tira fuori con orgoglio la roba nuova che gli ho preso prima a Melbourne.
«Guarda mà che m'ha comprato papà!» esclama esaltato, mettendosi in testa un cappello con visiera nuovo di zecca e mostrandole una maglietta di Gucci con il logo in vista. Praticamente quasi lo stipendio di una persona normale per due pezzi di stoffa.
Non voglio essere da meno con la piccola. Mi chino verso Alice, che tira fuori dallo zainetto rosa, con la stessa fierezza del fratello, un braccialettino d'argento con un ciondolo a forma di farfalla e una bambola vestita di tutto punto, presa in un negozio dell'aeroporto mentre aspettavamo l'imbarco.
«Guarda mamma, che carino,» sussurra Alice, allungando il polso per farglielo vedere, gli occhi che le brillano.
Asia sgrana gli occhi, fulminandomi con lo sguardo.
«Michael, ma sei serio? Non ha alcun senso riempirli di roba firmata da centinaia di euro ogni volta che li vedi! Li vizi e basta, e non è neanche giusto nei loro confronti.»
«Sono stati bravi e ho fatto loro un regalo, che c'è di male?» le rispondo scazzato, la voce bassa, ruvida, carica di un livore che non riesco a nascondere. «Gli compro quello che mi pare, quando mi pare. Li vedo due mesi all'anno, se mi chiedono qualcosa gliela compro, tu fai come credi meglio.»
«Ecco, la solita maturità,» ribatte lei, scuotendo la testa. «Compri il loro affetto invece di essere presente. Complimenti.» Poi si gira verso i bambini con fretta. «Dai, forza, andiamo che abbiamo da fare.»
Diego, che è sempre stato un po' viziatello ma soprattutto è morbosamente attaccato a me, sbuffa sonoramente e mette il muso.
«Che palle che sei mà, a me portame prima a casa, da Marco non ci voglio venì. Sennò lasciame da papà e stasera me vieni a prende.»
«Diego, basta,» lo riprende Asia, la pazienza già ridotta a un filo. «Non ricominciare, per favore.»
«Ma io non ci voglio annà!»
Asia sfrega le dita sulle tempie, esasperata. «No, forza, dobbiamo andare a casa. Anche papà ha da fare.»
Mi chino verso i bambini. Bacio Alice sulla testa, profumata di vaniglia, e stringo Diego in un abbraccio forte, scompigliandogli i capelli sotto la visiera.
«Fai il bravo, campione, porta pazienza e vai agli allenamenti!» mormoro a Diego, poi mi rivolgo ad Alice. «E tu fai la brava. Metti il braccialetto nello zaino che tanto va a finire che lo perdi.»
Alice ridacchia, e per un istante, in mezzo a tutto quel caos, mi sento quasi bene.
Poi mi rialzo. Su Asia poso uno sguardo freddo, distaccato, quasi formale. Un cenno impercettibile del capo, senza sfiorarla, senza dire una sola parola. Mi giro ed entro nel taxi che mi sta aspettando all'entrata.
Il viaggio verso il mio appartamento ai Parioli è triste. Quando varco la soglia di casa, il vuoto delle stanze mi accoglie. Niente grida di bambini, niente profumo di Asia. Solo io, le mie valigie e una carriera finita.
Verso sera, mentre sono seduto sul divano a scrollare i canali di sky sulla tv, lo schermo del telefono si illumina. È un messaggio di Asia:
Manca l'autoiniettore di Alice. Controlla se è rimasto nello zaino tuo.
Mi alzo di scatto, vado verso lo zaino che ho usato come bagaglio a mano e ci frugo dentro. Il cilindro di plastica dell'adrenalina è lì, incastrato sul fondo. Per il nervoso di oggi pomeriggio e per la fretta di togliermela davanti, mi sono del tutto dimenticato di darglielo in aeroporto.
Le rispondo: «Sì, ce l'ho io. È nel mio zaino. Vado a riprendere la mia auto dai miei e te lo porto, va bene?»
La sua risposta arriva dopo pochi secondi: «Passo io domani mattina presto.»
«Non fare polemiche su tutto, Michael. Ho da fare, ci vediamo domani» scrive subito dopo, come per chiudere il discorso prima ancora che io possa ribattere.
Leggo quelle parole e la rabbia, repressa per ore, esplode. La salute di nostra figlia non aspetta i comodi suoi o di Marco.
«No! Tu passi il prima possibile o vengo io. Mettitelo bene in testa.»
Poso il telefono sul tavolo di vetro. Il cuore mi martella nel petto mentre fisso lo schermo.
Il citofono suona poco dopo le nove. Non rispondo nemmeno, premo direttamente il pulsante per aprirle il portone del palazzo e lascio la porta di casa socchiusa.
Asia entra come una furia, chiudendosi la porta alle spalle e lasciandola sbattere. Indossa ancora i vestiti del pomeriggio, ma ha i capelli legati alla buona.
Non le do nemmeno il tempo di fiatare.
«Come ti viene in mente di dire "passo domani mattina presto"?» la aggredisco subito, stringendo il cilindro di plastica dell'autoiniettore nel pugno.
«È il salvavita di Alice, cazzo!»
Asia si pianta in mezzo al salone, le braccia incrociate sul petto e lo sguardo che manda fiamme.
«Perché Alice e Diego sono dai nonni e loro hanno tutto il necessario,» mi risponde a tono, senza indietreggiare di un millimetro. «Sarei passata prima di andarli a riprendere. E poi datti una cazzo di calmata, idiota.»
«Sei tu quella che deve calmarsi, visto come sei entrata qui dentro,» ribatto, facendo un passo verso di lei.
«Avevo altro da fare magari? Ti avrei detto portamelo se Alice e Diego erano a casa con me!» sbotta lei, con la voce che si alza di un'ottava. «Non gira tutto intorno a te, Michael.»
«Giusto, devi uscire con Marco, quello sì che è importante!»
«Ecco, ci risiamo.» Asia alza gli occhi al cielo, esasperata, e allunga di scatto la mano per prendere il farmaco. «Dammi quella roba e fammi uscire da qui, che ho già dato abbastanza per oggi.»
Non apro il pugno. La costringo a restare lì, a un palmo dal mio petto, a respirare la mia stessa aria viziata.
Lei alza gli occhi sui miei. Vede la mia mascella contratta. E invece di abbassare i toni, ci affonda le mani dentro con tutta la cattiveria che ha in corpo.
«Sei ancora avvelenato per il taxi di oggi pomeriggio, vero?» mi stuzzica, la voce che si abbassa in un sussurro velenoso. «Per Marco? Dillo, Michael. Abbi il coraggio di dire che sei geloso invece di fare la vittima.»
«Non sto facendo la vittima!» sbotto, l'orgoglio che mi brucia lo stomaco.
«Sei pietosa!» sbotto. Lei sgrana gli occhi, perdendo definitivamente il controllo. Mette una mano sul fianco e l'altra sulla fronte, esasperata, il petto che le si alza e si abbassa freneticamente.
«Allora che cazzo vuoi che faccia, eh? Dimmelo, che cosa cazzo devo fare per dimostrarti che è finita?»
Il silenzio cade pesante tra di noi per una frazione di secondo. La guardo. Guardo la donna che mi ha ferito, guarito e di nuovo ferito per tutta la vita. Abbasso le mie difese, spogliandomi di tutto quello che mi è rimasto.
«Diamoci un'ultima possibilità,» le dico. La mia voce esce nuda, cruda. Disperata.
Asia si blocca. Sbatte le palpebre un paio di volte, come se l'avessi appena schiaffeggiata. Poi, il terrore nei suoi occhi si trasforma in una corazza d'acciaio. «Cosa? Scordatelo,» sputa fuori, scuotendo la testa con foga. «Io non lascerò Marco per vedere se FORSE possiamo far funzionare le cose.»
«Non lo lasci perché ti fa comodo tenerlo come scudo,» ribatto subito, facendo un altro passo in avanti e costringendola a indietreggiare fino a sfiorare il muro dell'ingresso. «Perché tu sei e sei sempre stata una codarda.»
«Io una codarda?» dice sorpresa, la voce incrinata. Cerca di spingermi via con entrambe le mani, ma io non mi muovo di un millimetro. «Ma di cosa stai parlando! Sei completamente impazzito.»
Afferro i suoi polsi, non per farle male, ma per fermarla. La guardo dritta negli occhi, spietato, sapendo di star per premere il dito sulla sua ferita più profonda e purulenta.
«Io so solo che stavi con Federico e lo hai tradito,» scandisco lentamente, sillaba per sillaba. «Poi stavi con Francesco e lo hai tradito per me. E un mese fa hai tradito anche Marco.»
La frase la colpisce in pieno viso come una frustata. Sento i suoi polsi irrigidirsi sotto le mie dita. Il suo respiro si spezza in gola. L'ho smascherata. Le ho appena sbattuto in faccia il suo schema, il suo modo malato e codardo di scappare quando le cose diventano troppo vere, troppo spaventose.
Per un attimo infinito, nei suoi occhi azzurri vedo passare pura, devastante vergogna. Poi, un attimo dopo, scatta qualcosa.
L'Asia vulnerabile e terrorizzata scompare, inghiottita dall'ombra della ragazza crudele e cinica che ho conosciuto tanti anni fa. Si divincola dalla mia presa, si sistema la maglietta. Un sorriso freddo, cattivo, le curva le labbra. Ha incassato il colpo, e adesso è pronta a sventrarmi pur di non ammettere che ho ragione.
«Almeno io ho il coraggio di scappare da quello che mi fa male,» sibila, avvicinandosi a sua volta, invadendo lo spazio che avevo appena conquistato. «Tu invece resti sempre lì, a leccarti le ferite e a farle sanguinare apposta, così hai una scusa per stare male. Povero Michael! È finita. Sei solo frustrato e geloso, finiscila.»
Fa un passo ancora più vicino, e per un istante, brevissimo, le vedo gli occhi scendere sulle mie labbra prima di tornare a fulminarmi. Lo noto. Lo noto sempre, ogni singola volta: quanto più mi respinge a parole, tanto più il suo corpo mi cerca, si avvicina, vacilla. È sempre stato così tra noi, fin dal primo giorno.
«Ripetilo,» le dico piano, la voce quasi un invito.
«Cosa?»
«Che sono geloso e frustrato. Guardami negli occhi e ripetilo, se ci riesci.»
Asia stringe la mascella. Per un secondo sembra volersi tirare indietro, ma l'orgoglio, quello stesso orgoglio che ci ha rovinati mille volte, la tiene inchiodata lì, a un passo da me. «Sei un—»
Non finisce la frase. Alza di scatto la mano destra, aperta, veloce, puntata dritta alla mia guancia. Non è la prima volta che mi minaccia così, ma stavolta non gliela lascio arrivare. Le blocco il polso a mezz'aria, le dita che si chiudono attorno all'osso sottile, e uso la stessa spinta per tirarla verso di me invece che respingerla. Asia sbatte contro il mio petto con un piccolo suono soffocato, sorpresa dalla mia rapidità, e prima che possa riprendere il controllo la tengo lì, il suo viso a pochi centimetri dal mio, così vicino che sento il suo respiro corto e caldo mescolarsi al mio.
«Lasciami,» ansima, ma la voce le trema, ed è un tremito diverso da quello della rabbia.
«Quello che è successo a Melbourne è stato un errore e tu non puoi comportarti sempre in questo modo. Lasciami,» ripete, più debole questa volta, come se lo stesse dicendo più a se stessa che a me.
«Sì certo, si tratta sempre di un errore quando non vuoi ammettere qualcosa che hai fatto consapevolmente.» le dico, senza allentare la presa, gli occhi incollati ai suoi. «A Melbourne potevi dirmi di fermarmi, potevi importi un limite, potevi darmi uno schiaffo quando ti ho baciata. Perché non lo hai fatto?» Silenzio. Asia apre la bocca per rispondere, la richiude. I suoi occhi mi scivolano di nuovo sulle labbra per una frazione di secondo ma che io colgo comunque, e che mi dice più di qualunque bugia che potrebbe raccontarmi adesso.
È in quel preciso istante che il telefono nella tasca dei suoi jeans inizia a vibrare, insistente. Asia si irrigidisce. Con la mano libera fruga nella tasca, e quando tira fuori lo schermo illuminato vedo il nome che compare a caratteri cubitali: Marco.
Per un attimo resta paralizzata, come se non sapesse a chi rispondere prima. Fa per premere il pulsante verde con il pollice, ma esita. Non le do il tempo di decidere. Le sfilo il telefono dalla mano con un gesto secco, premo il tasto rosso e lo lancio sul divano, dove atterra con un tonfo sordo tra i cuscini.
«Ma che cazzo fai, stronzo.» Asia si divincola, cercando di allungarsi verso il divano, ma io la tengo ferma per la vita, l'altra mano che le tiene ancora il polso.
«Avrai tutto il tempo che vuoi per richiamarlo,» le dico contro la bocca, la voce bassa, roca. «Adesso davanti a te ci sono io, non lui. E io ti ho fatto una domanda.»
«Non hai nessun diritto—»
«Non ho nessun diritto, vero!» ripeto piano, «ma tu non ti sei ancora mossa, Asia. Non hai fatto un solo passo indietro.»
È vero, e lo sappiamo entrambi. Il suo corpo, teso contro il mio, non arretra di un centimetro. Il petto le si alza e si abbassa velocemente contro il mio torace, il suo profumo — gelsomino e qualcosa di più caldo, di più suo — mi riempie i polmoni, e per un lunghissimo istante, in mezzo al buio del salotto, con le valigie ancora abbandonate all'ingresso e il telefono di Marco che vibra di nuovo tra i cuscini del divano, nessuno dei due si muove.
Poi Asia chiude gli occhi, e io capisco che ho vinto solo questa battaglia. La guerra, quella vera, è appena cominciata.
Asia chiude gli occhi. E nel momento in cui lo fa, l'adrenalina rabbiosa che mi ha tenuto in scacco fino a un secondo fa si dissolve all'improvviso, sostituita da una lucidità fredda, quasi predatoria. So esattamente come prenderla, ho imparato a leggere ogni sua crepa e adesso voglio insinuarmici dentro per demolire le sue difese.
Allento la presa dai suoi polsi e le mie mani scivolano libere verso l'alto, lente, seguendo la linea del suo collo fino a raggiungere il viso. Le scosto le ciocche scure cadute ai lati delle guance, portandogliele dietro le orecchie con una delicatezza che contrasta in modo devastante con la ferocia di un minuto fa. Poi le prendo il viso tra le mani, i pollici che premono leggeri ma fermi sui suoi zigomi, forzandola a sollevare il mento verso di me.
«Guardami,» sussurro, la voce così bassa fa sembrare tenera in quel silenzio opprimente.
Lei scuote impercettibilmente la testa, intrappolata tra quello che vuole e quello che si impone di fare.
«Smettila di scappare, Asia,» continuo, usando un tono vellutato, seducente, studiato al millimetro per scavare sotto la sua corazza.
«Fai la dura, fai la stronza e mi tiri addosso tutto il tuo veleno per allontanarmi, ma non è finita. Lo sento. Te l'ho già chiesto a Melbourne, ma te lo ripeto. Dimmi che non vuoi stare qui. Dimmelo guardandomi negli occhi, dimmi che non mi vuoi, e giuro che ti apro quella porta per lasciarti tornare alla tua vita, anche se non vorrei farlo.»
Asia lascia sfuggire un sospiro tremolante dalle labbra socchiuse. Ha ancora gli occhi serrati, le ciglia scure che vibrano contro la pelle chiara. Sta cercando disperatamente di tenere il controllo, di aggrapparsi a quelle barriere di razionalità che ha tirato su in questi anni, ma so benissimo che le fondamenta stanno cedendo.
Non le do il tempo di trovare una risposta o un'altra scusa. Mi abbasso su di lei e poggio le mie labbra sulle sue. È un contatto leggero, dolcissimo, una carezza che contrasta con la gravità della nostra rabbia. Sento il suo respiro bloccarsi di colpo. Rimane rigida per un istante infinito, in bilico sul precipizio della sua stessa coscienza, poi, quasi senza accorgersene, dischiude leggermente le labbra. Assaporo quella sensazione che tanto mi è mancata, quelle sue labbra morbide che ancora non ricambiano il mio bacio, ma non mi importa.
Mi fermo. Resto a un millimetro dalla sua bocca, respirando la sua stessa aria, aspettando che sia lei a concedermi l'accesso. E quando sento il calore del suo respiro farsi più pesante, riprendo a baciarla. Le barriere si sciolgono definitivamente. Il sapore di Asia mi invade i sensi, annebbiando ogni altra cosa. Da questo momento, non ci sono più parole. Le parole ci hanno solo fatto a pezzi.
Quando ci stacchiamo lentamente per riprendere fiato, tengo il viso incollato al suo. Poggio la mia fronte contro la sua, il battito accelerato dei nostri cuori che martella contro il petto. Asia apre gli occhi, liquidi, stravolti, e dischiude le labbra per provare a giustificarsi, a dire qualcosa che spezzi l'incantesimo. Sollevo subito l'indice e glielo poso delicatamente sulla bocca. Scuoto la testa. No. Non deve rovinare tutto con la voce.
Le prendo la mano e, senza smettere di guardarla, la guido verso il divano a pochi passi da noi. Si lascia trascinare, stordita, arresa. La faccio sdraiare sui cuscini, seguendola con il peso del mio corpo per non darle via di scampo. Le mie dita trovano l'orlo della sua maglietta, gliela sfilo dalla testa in un unico movimento fluido e la lancio via, lasciandola soltanto in reggiseno. La pelle nuda del suo stomaco si contrae sotto il mio sguardo. Senza mai staccare gli occhi dai suoi, afferro i lembi della mia t-shirt e me la tolgo, rimanendo a petto nudo.
Torno ad abbassarmi su di lei per baciarla, ma in quel preciso istante il suono metallico e insistente della suoneria squarcia l'aria del salotto. Asia ha un balzo sul divano. Apre gli occhi di scatto, trafitta da quel fottuto squillo. In preda a un riflesso incondizionato, allunga la mano verso il cuscino dove poco prima avevo lanciato il suo telefono e riesce a recuperarlo, afferrandolo con le dita tremanti.
«Non rovinare questo momento,» le dico, la voce scura, perentoria. Allungo la mano e afferro il telefono, senza strapparglielo via con forza, incastrando le mie dita sopra le sue. La guido lentamente verso il tavolino di cristallo lì di fianco. Asia asseconda il movimento, ipnotizzata, e poggia il cellulare sulla superficie fredda del vetro. Mi abbasso di nuovo su di lei e torniamo a baciarci, un bacio disperato e profondo, ignorando completamente quello squillo in sottofondo che continua a vibrare nel salotto fino a spegnersi, arreso alla nostra indifferenza.
Le mie labbra abbandonano la sua bocca per scendere lungo la linea della mascella, affondando nel suo collo. Asia inarca la schiena, le mani che si aggrappano convulsamente alle mie spalle, graffiandomi la pelle. Le prendo il viso con una mano e le infilo dolcemente un pollice in bocca. Lei lo accoglie, gli occhi chiusi, perdendo l'ultimo briciolo di contegno. Con un movimento rapido, afferro i suoi fianchi e la tiro su, facendola mettere a cavalcioni sulle mie gambe. Le mie mani scendono veloci sui suoi pantaloni, glieli tiro giù lungo le cosce finché non scivolano via, lasciandola soltanto in intimo.
Questa volta è lei a prendere il controllo. Si china in avanti, affonda le mani nei miei capelli e mi bacia. È un bacio vorace. La tensione accumulata in queste ore sembra evaporare contro il calore dei nostri corpi.
Ma l'illusione si frantuma. Dal tavolino di cristallo, lo schermo si illumina di nuovo e il suono stridente della suoneria ricomincia a trapanare la stanza. Marco. Ancora lui. Giuro che vorrei rispondere io e dirgli che è un solo un gran cornuto.
Asia si paralizza. Si stacca dal mio collo come se si fosse appena scottata. Il suo respiro si accorcia, diventa affannoso. Abbassa lo sguardo verso lo schermo illuminato, e quando lo rialza sui miei, i suoi occhi sono invasi dal panico. Ritorna nel mondo reale.
«Non posso,» balbetta, scivolando via dalle mie gambe in un gesto goffo e frenetico, il respiro rotto. Cerca la sua maglietta sul pavimento, la voce che le trema.
«Non posso farlo. Michael, ti prego, no.»
«Asia, fermati,» provo a dirle, cercando di prenderla per i fianchi, ma senza usare forza. «Non lasciare che quel telefono decida per noi. Lo sai cosa stiamo facendo, lo vuoi anche tu.»
Lei si infila la maglietta alla cieca, indietreggiando. Afferra i pantaloni e se li stringe al petto, terrorizzata dall'enormità di quello che stava per succedere.
«N–no! Io... io devo riflettere!» dice con un filo di voce, quasi piangendo, senza sapere più a quale scusa aggrapparsi pur di fuggire. «Per favore, non insistere. Ti chiedo solo questo stasera.»
Asia finisce di rivestirsi con gesti frenetici, come se l'aria in questo salotto le stesse improvvisamente bruciando la pelle. Afferra la borsa, farfuglia un'altra scusa a mezza voce e poi esce di casa. Rimango fermo in mezzo al corridoio per non so quanto tempo, il petto che si alza e si abbassa pesantemente, la frustrazione che mi avvelena il sangue. Vado in bagno. Ho bisogno di una doccia gelata, ho bisogno di lavarmi via il suo profumo di dosso. Mi sfilo i pantaloni e apro l'acqua, ma quando alzo lo sguardo e incontro il mio riflesso nello specchio, rivedo quello schermo illuminato. Rivedo il nome di Marco. Un'ondata di rabbia, un disprezzo così profondo per quell'uomo e per l'assurdità di questa situazione, mi esplode dentro. Afferro il portasapone di ceramica dal lavandino e lo scaglio con tutta la forza che ho contro il muro. Il rumore del materiale che si frantuma in mille pezzi rimbomba sulle piastrelle. Mi appoggio al lavabo, chinando la testa, e mi passo entrambe le mani con forza sulla faccia, stringendo i denti fino a farmi male.
Passano due giorni. Due giorni infiniti passati a svuotare scatoloni nell'appartamento ai Parioli, a sistemare vestiti che non so nemmeno se userò, con il cervello che torna ossessivamente a quel divano, alle sue labbra schiuse, al suo profumo e a quel passo indietro.
Poi, improvvisamente il telefono vibra.
«Se vuoi parlare sono disposta a farlo, ma vediamoci in un luogo pubblico dove non possiamo fare una scenata delle nostre.» Leggo il messaggio di Asia e quasi sorrido. Anche lei non ha smesso di pensarci.
«Va bene.» digito. «Dove vogliamo vederci?»
«Terrazza Tevere, sotto Castel Sant'Angelo. Alle 21, ti sta bene? Non passare a prendermi, prendo un taxi.»
«Va bene, ci vediamo questa sera.»
Quando arrivo al locale, l'afa romana è insopportabile. Il castello illuminato si specchia nel fiume, ma io non guardo il panorama. Guardo lei. Asia è già seduta a un tavolo defilato. Indossa un vestito estivo bianco, leggero, che le lascia scoperte le spalle e le accarezza le curve in un modo che mi fa mancare il respiro. I capelli neri e sciolti creano un contrasto perfetto, con il bianco del tessuto e con il rossetto rosso che le accende le labbra. I suoi occhi azzurri mi intercettano subito.
Mi siedo di fronte a lei. Per qualche secondo non diciamo una parola. Ci guardiamo, misurando le distanze, ricordando come ci siamo lasciati l'ultima volta. Poi, senza un vero perché, la tensione si spezza. Un angolo della sua bocca si piega in su, io scuoto la testa, e scoppiamo a ridere entrambi. Una risata moderata, assurda, di chi sa di essere incastrato in un labirinto senza uscita.
«Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo,» le dico, appoggiando gli avambracci sul tavolo. «A quando avevamo vent'anni e ci vedevamo di nascosto per non farci scoprire.» Asia sorride, ma è un sorriso velato di una strana malinconia. Prende il calice d'acqua e lo fa ruotare tra le dita. «Già, la storia si ripete... prima c'erano Francesco e Chloe, e ora ci sono Marco e–»
«Marco e basta,» la interrompo, piantando i miei occhi nei suoi. Asia si blocca, il bicchiere a mezz'aria. «Con Grace ho chiuso,» sgancio la bomba, senza enfasi, come se le stessi leggendo il menu.
Vedo la sua gola muoversi mentre deglutisce. Il suo scudo, l'alibi perfetto del "tu hai la tua vita", si è appena disintegrato. Non dice nulla, abbassa lo sguardo, ma so che l'ho colpita in pieno.
Il cameriere ci salva dall'imbarazzo. Ordiniamo due filetti di manzo con aceto balsamico e una bottiglia intera di Amarone della Valpolicella. È un vino rosso strutturato, pesante, quindici gradi di pura vellutata potenza che scende giù come acqua. E senza nemmeno rendercene conto, la serata prende una piega inaspettata. Non parliamo di noi. Non parliamo della lite, di Melbourne, di Marco o dei bambini. Beviamo e parliamo di tutto il resto. Ridiamo, ci prendiamo in giro, ritroviamo quella complicità assoluta e viscerale che ci ha fatto innamorare la prima volta. È una tregua perfetta, annaffiata da una bottiglia che si svuota con una velocità allarmante.
A fine serata, quando il cameriere porta via i calici vuoti, l'Amarone ha fatto il suo dovere, soprattutto su di lei. Asia ha gli occhi lucidi, le guance arrossate e il sorriso facile.
Pago il conto e la guido verso il parcheggio. Quando arriviamo sotto casa sua, accosto il mio X5.
«Tutto bene? Mi offro di accompagnarti su,» le dico, spegnendo il motore. Asia fa un gesto della mano, ridacchiando. «Ce la faccio, non serve. Sto benissimo.» Apre lo sportello, mette un piede a terra sui suoi sandali col tacco, ma appena carica il peso perde l'equilibrio. Inciampa, facendo un mezzo giro su se stessa, e rischia di finire dritta sull'asfalto. Scendo velocemente aggirando il muso del SUV, e la afferro per un braccio. Lei si appoggia al mio petto, ridendo con quella risata morbida, impastata dall'alcol. «Va bene,» sussurra, alzando il viso verso di me. Sento l'odore del vino mischiato al suo profumo. «Forse non è una cattiva idea se mi accompagni.»
Prendo le chiavi dalla sua borsa e le apro il portone. Entriamo nel palazzo silenzioso e prendiamo l'ascensore. Davanti all'ingresso del suo appartamento, inciampa di nuovo contro lo stipite della porta.
«Asia, reggiti,» mormoro, chiudendo la porta a chiave dietro di noi.
«Sto bene, sto bene,» ripete lei, alzando una mano per rassicurarmi. «Sono solo... sono solo un po' brilla, Michael. È colpa tua e di quel maledetto vino.»
Raggiungiamo il centro del salotto, vicino al divano. L'appartamento è immerso nella penombra. Asia si ferma di colpo e si gira verso di me. «Mi togli le scarpe?» mi chiede, la voce che si abbassa di un'ottava, diventando improvvisamente roca. «Mi fanno un male cane questi tacchi.»
Non le dico di sedersi. Mi avvicino a lei. Asia alza le braccia e poggia entrambe le mani sulle mie spalle per sorreggersi. Il calore dei suoi palmi mi brucia attraverso la camicia. Mi abbasso lentamente, piegando un ginocchio a terra. Le afferro la caviglia sinistra, sottile, delicata, e slaccio il cinturino del sandalo, sfilandolo via. Sento il suo respiro farsi leggermente più pesante sopra di me. Passo alla gamba destra. Le mie dita le sfiorano la pelle del polpaccio, indugiando un secondo di troppo mentre slaccio anche la seconda scarpa.
Mentre mi sto per rialzare, con i sandali in mano, Asia chiude gli occhi e barcolla. Accusa un capogiro forte, le sue mani scivolano dalle mie spalle e le gambe le cedono. «Uuh!..» sussurra. Lascio cadere le scarpe, mi alzo di scatto e la afferro per la vita prima che cada a terra. Lo slancio però sbilancia entrambi: inciampo nel tappeto, faccio un passo indietro per non farle male, ma il bordo del divano mi tradisce.
Cadiamo. Io finisco di schiena sui cuscini e Asia mi frana letteralmente addosso, a cavalcioni sul mio petto. Il mondo si ferma. Asia si solleva sui gomiti, appoggiati ai lati della mia testa. I suoi capelli mi cadono sul viso. I nostri respiri si scontrano, corti, veloci, affamati.
La guardo. Non c'è più traccia della donna fredda dell'aeroporto. C'è solo lei. E non c'è più nessuna barriera. Le mie mani scattano sui suoi fianchi, stringendola contro di me. Asia lascia uscire un gemito roco, chiude gli occhi e si abbassa sulla mia bocca, baciandomi con una violenza e una fame che polverizzano in un istante cinque anni di attesa.
Le accarezzo i fianchi, scavando sotto la seta del vestito estivo bianco che indossa. Il tessuto è sottile, quasi inesistente tra le mie dita e la sua pelle calda. Lei non si ritrae. Anzi, si sposta leggermente, allargando le gambe per strusciarsi contro di me. La sento muoversi contro la mia coscia, un contatto diretto che manda un colpo di sangue dritto ai miei testicoli.
«Così non vale, però...»
«Io questa volta non ho fatto niente, anzi sei tu che mi sei crollata addosso.»
«È sempre colpa tua, Michael.»
«Il VAR è fuori uso questa sera, mi dispiace,» le sussurro contro le labbra. «Niente moviola, niente fallo, il gioco prosegue.» Asia lascia scappare una piccola risata soffocata contro la mia bocca, ma è un suono che si trasforma subito in un gemito spezzato quando spingo le mani più in alto, facendo salire ancora di più la seta del suo vestito e affondando le dita nella carne calda dei suoi fianchi.
«Sei proprio un'idiota...» mormora con il respiro corto, ma le sue dita si infilano con ancora più foga tra i miei capelli, tirandomi verso di sé per prendersi un altro bacio, più profondo, più affamato. Le infilo le mani nei capelli, afferro la nuca e la tiro verso di me. Non c'è dolcezza nel mio movimento, solo una fame brusca e improvvisa. Le nostre labbra si scontrano, denti che urtano, lingue che si cercano con disperazione. Le sue mani non perdono tempo: le sue dita volano sui bottoni della mia camicia, strappandoli quasi con violenza. Il tessuto si apre sotto le sue unghie, esponendo il mio petto all'aria della stanza.
«Adesso tocca a me,» sibilò lei contro la mia bocca, ma io non intendo aspettare.
Mentre lei è impegnata a spogliarmi, le mie mani trovano le spalline del suo vestito, con un movimento rapido le tiro giù. Il suo vestito scende ammassandosi in vita. Asia si solleva appena per permettergli di scendere, gettandolo via senza guardare. Rimane in intimo, un reggiseno di pizzo nero che mal cela le sue piccole tette e un perizoma sottile che taglia la pelle dei suoi fianchi.
I miei vestiti spariscono in un attimo. La camicia vola via, i pantaloni vengono calciati via con furia. Quando la mia pelle nuda tocca la sua, è come una scintilla in una stanza piena di gas. Lei è sopra di me, dominante, le sue cosce ai lati della mia vita. Inizia a muoversi, un ritmo lento e tortuoso, strusciando il suo monte di Venere contro la mia erezione che si è indurita come il marmo. Il pizzo del suo intimo graffia piacevolmente sulla mia cappella, ogni suo movimento mandandomi scosse di piacere lungo la colonna vertebrale.
«Ti piace, eh?» mormora lei, sfidandomi con gli occhi, ma io non posso parlare.
Afferro il tessuto del perizoma e sento che è già zuppo, lo sposto di lato, esponendo la sua figa bagnata e lucida. Non c'è bisogno di preliminari, il desiderio è un fiume in piena che ha rotto ogni argine. La prendo per i fianchi e la sollevo leggermente, allineandola. Lei affonda le mani nelle mie spalle, scavando con le unghie mentre si lascia cadere.
«Ah! Dio!» urla quando entro in lei. È calda e avvolgente. La penetrazione è profonda e immediata, senza freni. Lei si impala su di me, prendendomi tutto dentro fino in fondo. Il sesso è viscerale, un urlo primordiale che ci esce dalla gola insieme all'aria. Non c'è spazio per i pensieri, per i rimpianti, per i figli che dormono a casa dei nonni. C'è solo il desiderio, il sudore, l'attrito. Il mio cazzo entra e esce con un ritmo costante. Nella stanza si sentono solo i nostri gemiti e il rumore bagnato della penetrazione. Lei inizia a cavalcarmi con forza, i suoi movimenti ritmici e implacabili. Ogni volta che scende, sbatte contro il mio bacino Le sue tette piccole sono davanti ai miei occhi, ancora intrappolate in quel reggiseno di pizzo nero, i capezzoli duri come sassi che premono contro il tessuto. Le afferro il viso con entrambe le mani, stringendo le guance, e la bacio di nuovo, divorandole la bocca mentre lei continua a saltare su di me.
«Sei mia,» sibilò contro le sue labbra, e lei risponde aumentando il ritmo, i suoi gemiti che si trasformano in grida soffocate.
«Ancora! Così! Oh sì!»
Il divano scricchiola sotto di noi, un suono ritmico si unisce ai nostri respiri affannosi. Lei si gira, cercando di cambiare posizione, ma io non le lascio il controllo. La prendo per la vita e la faccio scivolare di lato, facendola sdraiare sul cuscino con la schiena rivolta verso di me. La posizione è scomoda, angusta, ma l'intimità è schiacciante. Mi posiziono dietro di lei, il mio petto premuto contro la sua schiena sudata, e rientro in lei con un colpo secco.
«Ah! Michael!» urla lei, affondando la faccia nel cuscino.
Io la prendo con violenza. Ogni spinta è una rivendicazione, un modo per segnare il territorio che avevamo perso. Le mie mani slacciano il reggiseno, buttandolo lontano da noi, poi afferro le sue tette, stringendole con i palmi delle mani, mentre continuo a scoparla. Il divano è scomodo, le nostre gambe si impigliano, ma non importa. È grezzo, reale, assolutamente nostro. Spingo fino in fondo, poi torno indietro facendo rimanere dentro solo la cappella e poi torno a spingere. Una spinta secca e decisa, il mio bacino schiocca contro le sue chiappe.
Non c'è più spazio per i pensieri, solo per questa carne calda che si preme contro la mia. Asia è piegata in avanti, il viso affondato nel cuscino per soffocare i suoi gemiti incontrollabili. La presa che ho sui suoi fianchi è brutale, le dita affondano nella pelle morbida lasciando sbiaditi segni bianchi che subito tornano rossi. Spingo con forza, sento i muscoli delle sue cosce che tremano, la resistenza che cede al piacere. Ogni colpo è una rivendicazione, un modo per dire che questo corpo è ancora mio.
«Ah! Dio... sì, così!» urla lei, la voce spezzata da un respiro affannoso. La sua schiena si arcua in una curva perfetta, le scapole sporgenti come ali di un uccello ferito che cerca il volo. Aumento il ritmo, non c'è ritegno. Il suono delle nostre pelli che si schiacciano, umido e rumoroso, riempie la stanza. Il sudore le bagna i capelli neri che si incollano alla nuca, un contrasto visivo che mi eccita follemente. L'ultima barriera, quel muro di rancore e orgoglio che ci ha tenuto separati per anni, crolla ora sotto l'assalto di questa violenza necessaria. È sesso grezzo, vero, privo di quelle finzioni che avevamo cercato con altri. Qui è solo lei e io, e la chimica esplosiva che abbiamo sempre tentato di ignorare. Asia si scioglie, le braccia cedono e affonda il viso completamente nel cuscino per soffocare un urlo profondo che sembra uscirle dall'anima. Sento la sua figa contrarsi intorno a me, una serie di spasmi che mi strappano un bacio dentato. La fiamma si è riaccesa, non è più un fuoco di paglia che si consuma in un attimo, è un incendio che devasta tutto. Mi tiro fuori all'improvviso, un vuoto che ci fa gemere entrambi, e prima che lei possa protestare per la mancanza, la giro. Le sue gambe sono deboli, traballanti mentre si arrampica sopra di me. La aiuto, afferrandola per le cosce, e la poso sulla mia erezione che batte impaziente contro il mio addome.
Asia si raddrizza, i suoi occhi azzurri mi fissano dall'alto, dilatati, pieni di una luce che non avevo visto da anni. Si china lentamente, i suoi capelli neri mi formano una tenda intorno al viso, isolandomi dal resto del mondo. La sua bocca cerca la mia con una fame disperata. La bacio, lego le sue labbra con i denti, assaggio il sapore del vino e del sesso. Lei risponde mordendo il mio labbro inferiore, un pungiglione veloce e doloroso che mi fa venire i brividi lungo la schiena. Scivola con le labbra sul mio collo, baci umidi che si trasformano in morsi piccoli e precisi sulla giugulare. «Sei un bastardo,» sussurra contro la mia pelle, ma le sue mani mi accarezzano i pettorali con una tenerezza che contraddice le sue parole.
«E tu sei mia,» rispondo, la voce roca. Le sue tette piccole, con i capezzoli duri come sassi, mi strusciano contro il petto. La sensazione è elettrica. Affondo le dita nei suoi capelli, la tiro indietro per baciare di nuovo la sua bocca, una lingua di fuoco che invade la sua cavità orale. Lei si muove sopra di me, non si impala ancora, ma si strofina contro la mia erezione, un tortuoso appagamento ritmato che ci porta entrambi al limite della pazienza.
Non posso aspettare. La afferro per la vita e, con un movimento rapido, la sollevo e la giro. Asia capisce subito, scivola in avanti e si mette a carponi sul divano, il suo bellissimo culo offerto alla mia vista, la figa bagnata e aperta che mi chiama. Mi inginocchio tra le sue gambe, una posa classica, primitiva. La mano scorre lungo la sua schiena, seguendo la colonna vertebrale fino alla nuca, poi scendo verso i fianchi. Le afferro le tette, tirandola su verso di me con forza, facendo sì che la sua schiena aderisca completamente al mio petto. La posizione è scomoda, intima, totale.
«Michael...» geme lei, la testa all'indietro appoggiata alla mia spalla. Le mordo il collo, proprio dove il muscolo si unisce alla spalla. Non un bacio, un morso vero. I denti affondano nella pelle, lei emette un urlo strozzato di dolore e piacere. Sento il calore e il sapore della sua pelle. Lascio un segno, un livido viola che sboccerà domani, una firma indelebile. La sto macchiando, rendendola mia in un modo che nessun altro potrà mai cancellare.
Il ritmo diventa frenetico. La spingo contro di me, ogni colpo profondo e violento. Il mio respiro è corto, affannoso, e i gemiti che escono dalla mia gola sono più forti di quanto avrei previsto, un suono gutturale che tradisce quanto sono vicino al bordo. Asia mi stringe, i suoi muscoli interni che mi avvolgono come un guanto caldo e umido. È troppo, la sensazione è travolgente, il calore che sale dai miei fianchi è incontenibile.
«Dentro no, Michael!» La sua voce taglia l'aria come un frustino. È un ordine, non una richiesta. In un istante di lucidità disperata, lei si libera con una spinta vigorosa delle sue braccia, scivolando via dalla mia presa. Il distacco è brusco, doloroso. Si gira e si mette in ginocchio sul tappeto, davanti a me, il suo viso all'altezza della mia erezione che pulsa e gocciola. I suoi occhi mi fissano, intensi, decisi.
«Ovunque, ma non dentro,» ripete, la voce ferma ma il respiro ancora tremante. Non ho il tempo di discutere, né la voglia. Con la mano afferro il cazzo, iniziando a segarlo con decisione, mentre l'altra mano si posa sulla sua testa. Poi si sporge in avanti. La sua bocca calda mi avvolge, una lingua esperta che gira intorno al glande leccando via il liquido preseminale.
«Mmmh,» emette un suono di approvazione vibrante che mi fa tremare le gambe.
Lei mi prende tutto in bocca, scendendo fino in gola, le labbra strette attorno all'asta che scivola veloce. Le sue guance si incurvano, il suo sguardo è fisso sul mio. È una vista erotica, devastante: la mia ex moglie, la donna che ho odiato e amato, in ginocchio davanti a me, intenta a portarmi all'estasi.
Il piacere si accumula alla base della colonna vertebrale, non ce la faccio più, un'onda che cresce inesorabile. Le infilo le mani tra i capelli, guidando il suo ritmo, spingendo più a fondo. Lei non si tira indietro, accetta tutto, gorgoglia leggermente ma non smette. Il calore della sua bocca, la suzione, il movimento della sua lingua... è troppo. Con un urlo strozzato, l'addome che si contrae in spasmi violenti, esplodo. «Asia! Dio!» Vengo, il mio cazzo si contrae senza sosta, zampilli caldi e densi che le inondano la bocca. Lei deglutisce velocemente, alcuni filamenti bianchi che le escono dagli angoli delle labbra mentre cerca di prendere tutto.
Sento le gambe cedere. Il mondo gira. Asia mi pulisce l'ultima goccia con un colpetto di lingua, poi si pulisce la bocca con il palmo della mano. La tiro su e lei appoggia la testa alla mia spalla. Io l'abbraccio posando le braccia intorno alla sua vita. Entrambi siamo coperti di sudore, esausti, l'aria della stanza pesa di sesso.
Restiamo in silenzio per un lungo momento, solo il rumore del nostro respiro che rallenta gradualmente. Lei chiude gli occhi, il corpo completamente molle, come se le ossa fossero sciolte. Apro la bocca per dire qualcosa, per chiederle come sta, ma lei mi anticipa. Senza aprire gli occhi, la sua voce è un filo di stanchezza pura.
«Mi porti a letto?» mormora, spostando la testa per trovare una posizione più comoda sulla spalla. «Non ho la forza per arrivarci.» La sua voce è un soffio caldo contro il mio collo. Abbasso lo sguardo su di lei. Tutto l'odio, il rancore e la tensione tagliente che ci hanno tenuti in ostaggio per tutto questo tempo sembrano evaporati, spazzati via dal vino e dall'intensità di quello che è appena successo su questo divano. Adesso, tra le mie braccia, Asia non è la donna corazzata, velenosa che mi ha chiesto il divorzio e respinto a Fiumicino. È solo Asia. Vulnerabile, esausta e bellissima.
«Agli ordini,» rispondo a mezza voce, con un mezzo sorriso.
Faccio scivolare un braccio sotto le sue ginocchia e l'altro dietro la sua schiena, sollevandola contro il mio petto senza il minimo sforzo. Lei si lascia andare completamente, circondandomi il collo con le braccia e nascondendo il viso nell'incavo della mia spalla, inspirando a fondo il mio odore. Attraverso il salotto in penombra e percorro il corridoio che porta alla sua camera da letto. Conosco questa casa a memoria, conosco i suoi spazi, e camminare qui dentro con lei in braccio mi dà una sensazione di pace assurda, una calma che non provavo da anni.
Arrivo in camera, illuminata solo dal lampione della strada che filtra attraverso le tapparelle socchiuse. Mi accosto al muro e con un colpo di reni accendo la luce.
Mi abbasso lentamente per adagiarla sul materasso. La lascio andare con delicatezza, e le sue spalle affondano nei cuscini chiari. Mi allungo per tirare su il lenzuolo e coprirla, sfiorando la pelle nuda del suo fianco con le nocche.
Faccio per raddrizzarmi, convinto che ora vorrà dormire e che il mio tempo qui sia scaduto. Ma prima che io possa fare un passo indietro, le sue dita si chiudono debolmente attorno al mio polso.
Mi blocco. La guardo. I suoi occhi azzurri sono socchiusi, velati dalla stanchezza e da quella morbidezza impastata dall'Amarone.
«Resta,» sussurra.
Mi siedo sul bordo del letto, accanto a lei. Non riesco a nascondere un velo di incredulità. Le accarezzo la fronte, scostandole una ciocca di capelli corvini. «Sicura di essere solo un po' brilla, Asia?» le chiedo, abbassando la voce, cercando i suoi occhi nella penombra.
«Fino a ieri non volevi neanche che ti sfiorassi, mi avresti lanciato un coltello se avessi potuto... e ora vuoi che dorma con te?»
Un sorriso pigro, quasi felino, le incurva le labbra. Non c'è traccia di veleno nella sua voce, solo un'ironia sottile e stanca. «Era quello che volevi tanto, no?» ribatte, stringendo appena la presa sul mio polso.
La fisso per un lungo istante. Il cuore mi batte un po' più forte, ma non voglio che sia solo un riflesso condizionato dall'alcol. Ho bisogno che sia lei a sceglierlo. Mi piego verso di lei, intrecciando le mie dita con le sue, palmo contro palmo. «Solo se lo vuoi anche tu, Asia...» le rispondo, il tono che si fa improvvisamente serio, profondo. Sfioro il dorso della sua mano col pollice. «Non sono il mostro egoista che pensi. Se domattina devi svegliarti e odiarmi di nuovo, me ne vado adesso.»
Asia apre gli occhi del tutto. Il blu delle sue iridi brilla nella mezza luce della stanza. Per un secondo, infinito, cade ogni maschera. Leggo la sua paura, leggo la sua fottuta incertezza, ma soprattutto leggo quello che non ha mai smesso di provare.
Sorride di nuovo, questa volta un sorriso vero, dolcissimo, e si sposta leggermente di lato sul materasso, sollevando un lembo del lenzuolo per farmi spazio.
«Conto fino a tre,» mormora, il tono improvvisamente complice, leggero. «Poi la tua unica possibilità sparirà nel nulla.»
Non riesco a non sorridere anch'io. «Ah, sì?»
«Uno...» sussurra, chiudendo gli occhi. «Due...»
Non le do il tempo di pronunciare il tre. Mi lascio cadere sul materasso accanto a lei. Appena il mio corpo tocca il letto, Asia si volta verso di me. Porto il lenzuolo sopra di noi e mi rannicchio su un fianco. Tiro Asia contro il mio petto, circondandola con entrambe le braccia. Lei si incastra perfettamente contro di me, come se non avesse mai fatto altro per tutta la vita. Poggia la guancia sul mio torace, intreccia una gamba alle mie e lascia uscire un lungo respiro di sollievo, il respiro di chi ha smesso di scappare.
Affondo il viso nei suoi capelli, inspirando il profumo del suo shampoo mischiato a quello della nostra notte. Chiudo gli occhi. Per stasera, niente scudi, niente paure, niente mondo là fuori. Ci siamo solo noi.
[CONTINUA...]
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