Ideogrammi
di
Michael035
genere
etero
Era l'inizio di maggio e insieme a tre dei miei amici avevamo organizzato un viaggio in Corea del Sud. Eravamo appena rientrati dopo una cena e una passeggiata nel quartiere di Myeongdong godendoci le fantastiche bancarelle di street food e i numerosi negozi di ogni genere a ogni angolo. Eravamo arrivati da appena due giorni e ancora dovevamo abituarci alla vita caotica di una metropoli immensa come Seoul. Non aveva niente a che vedere con le nostre città.
Tornammo in hotel che era quasi l'una di notte.
«A che ora ci vediamo domani?» domandai a Davide, infilando la chiave magnetica nella porta della mia stanza, la 1204.
«Ci vediamo domattina per la colazione. Alle 07:30 pronti, perché abbiamo la guida per la DMZ e qua con gli orari sono fiscali e non aspettano.»
«Vabbè, ci vediamo alle 7:30» confermai, alzando una mano.
Aprii la porta della 1205. Andrea entrò trascinando i piedi, senza nemmeno togliersi la giacca leggera che si era portato dietro per proteggersi dall'aria condizionata sparata a mille in ogni negozio e ristorante. Fece tre passi e crollò a pancia in giù sul letto matrimoniale. Nel giro di due minuti il suo respiro si trasformò nel russare pesante di chi ha bevuto troppo soju.
Mi sedetti sul bordo del letto. Rovistai nelle tasche dei miei pantaloni e trovai il pacchetto di sigarette: ne era rimasta una sola. Recuperai l'accendino e uscii in silenzio, richiudendo piano la porta alle spalle del russare di Andrea.
L'ascensore mi portò dritto all'ultimo piano. Le porte si aprirono sul rooftop e la vista di Seoul mi colpì subito: un tepore morbido, carico dell'odore di asfalto ancora caldo di giornata e di qualcosa di dolciastro, forse i fiori di qualche albero fiorito più in basso. Era l'una passata, ma la città non accennava a rallentare. Dal parapetto la vista era assurda: un tappeto infinito di grattacieli e strade illuminate a giorno, fiumi di fari rossi e bianchi che scorrevano nel traffico senza fine. Da lontano arrivava un ronzio continuo, il respiro di una metropoli che non dorme mai.
La terrazza si stava svuotando. Un cartello No Smoking spinto in un angolo veniva ignorato con la stessa disinvoltura con cui un gruppetto di americani spegneva gli ultimi mozziconi prima di rientrare, ridendo troppo forte per l'ora. Poco più in là, in una nicchia appartata vicino al parapetto, c'era una ragazza da sola.
Mi avvicinai al tavolino di metallo accanto al suo.
«Ti dispiace se mi siedo qui?» le chiesi, con un inglese un po' macchinoso e indeciso.
Lei alzò gli occhi dallo schermo del telefono. Aveva i capelli neri, lisci, che le arrivavano dritti sulle spalle — indossava un abito leggero, corto, di un tessuto sottile color sabbia che si muoveva a ogni refolo di vento, e ai piedi un paio di sandali bassi abbandonati sotto la sedia, come se se li fosse tolti per il piacere di sentire il pavimento ancora tiepido. Lineamenti sottili, un viso delicato, pulito, la pelle chiara, senza nessun segno di abbronzatura. I coreani non amano prendere il sole, anzi, fanno proprio di tutto per non prenderlo. Nelle giornate più calde vanno in giro con gli ombrelli proprio per ripararsi dal sole. Ma era lo sguardo la cosa che colpiva di più: diretto, attento. Aveva quel fascino che solo alcune orientali hanno.
Annuì, accennando un sorriso, e fece spazio sul tavolino spostando la borsa.
Mi misi a sedere e accesi l'ultima Marlboro. Non ci fu un gran dialogo, in realtà non parlammo affatto. Finii la sigaretta più in fretta di quanto avrei voluto, la schiacciai nel barattolino usato come posacenere, e portai automaticamente la mano alla tasca. Vuota. Il pacchetto nuovo era rimasto sul comodino, accanto ad Andrea che russava. Maledissi la mia distrazione e feci leva sui braccioli per alzarmi. Avevo assolutamente bisogno di un'altra sigaretta. Era difficile trovare un posto tranquillo dove fumare e quindi volevo approfittare di quel momento.
«Aspetta,» mi disse, mi fermai a metà movimento. La sua voce era bassa, delicata, con un accento che smussava le consonanti inglesi in un modo che mi piacque subito. Mi porse il suo pacchetto sul metallo del tavolino verso di me. Raison French Black. «Prendine una delle mie,» disse.
La ringraziai, preso alla sprovvista, e ne sfilai una. Lei fece lo stesso. Quando fece scattare la rotella, la fiammella illuminò per un istante i suoi occhi scuri, puntati nei miei.
Feci il primo tiro, quelle sigarette erano strane, il filtro aveva un sapore dolciastro. Un profumo dolce, intenso, che ricordava l'aroma fruttato. Lei mi indicò il filtro con un dito, sorridendo per la mia faccia sorpresa. «Schiaccia qui.»
Strinsi il filtro tra i denti fino a sentire il piccolo clack della capsula che si rompeva. Al secondo tiro il sapore cambiò del tutto: fresco, un aroma tropicale di mango.
«Buona?» chiese lei.
«È buonissima, meglio delle mie,» risposi, e lei rise piano.
«Prima volta in Corea?»
«Si vede così tanto?»
«Vi ho sentiti arrivare dall'ascensore. Urlavate.» Alzò un sopracciglio, senza cattiveria. «Italyi, giusto?»
Scoppiai a ridere.
«Ci facciamo sempre riconoscere noi italiani,» ammisi. «A urlare era un mio amico, si vantava di aver fatto colpo su una ragazza... noi lo prendevamo in giro perché tanto ci prova con tutte e poi non conclude nulla.»
«E tu no?»
«Io stasera ho solo trovato una ragazza con le sigarette buone e nessuna voglia di dormire. Mi sembra già tanto per essere solo il secondo giorno, no?»
Lei mi guardò, come se stesse capendo se quella frase le fosse piaciuta o no, poi lasciò cadere lo sguardo sulla città. Espirai il fumo, che stavolta restò a mezz'aria più a lungo di quanto mi aspettassi, sospeso in quel tepore serale.
«Come ti chiami?» le chiesi.
«Na-Ri. E tu?»
«Michael,» le dissi. Lei lo ripeté piano, storcendo appena la bocca sulle sillabe, come se lo stesse assaggiando prima di deciderne il sapore.
«Italy, italy... da quale città?»
«Roma.»
«Wow, bellissima Roma.»
«E tu sei di Seoul?»
«No, vengo da Pohang. Sono qui solo per qualche giorno,» rispose, un piede che dondolava piano nell'aria calda.
«Lavoro o vacanza?»
«Un po' entrambi,» rispose, evasiva, con un mezzo sorriso che diceva che avrei dovuto aspettare per saperne di più.
I nostri sguardi si incrociarono di nuovo, questa volta senza la fiamma di mezzo, solo i neon di Seoul a illuminarci da sotto. Non c'era bisogno di grandi discorsi: l'aria tra di noi aveva già cambiato densità. Invece di alzarmi, mi appoggiai allo schienale della sedia, pronto a finire quella sigaretta.
Quando finimmo di fumare — lei una, io quasi due, complice la sua generosità — la stanchezza del viaggio cominciò a farsi sentire all'improvviso. Mi alzai, le feci un cenno per salutarla, e lei rispose con lo stesso mezzo sorriso di prima. Prima che le porte dell'ascensore si richiudessero, la vidi ancora lì, la sagoma scura contro le luci di Seoul, il telefono di nuovo in mano. In camera buttai giù una goccia di melatonina per il jet-lag e mi addormentai dopo qualche minuto.
Il nostro secondo incontro avvenne il giorno dopo, poco prima di cena. Il caldo del pomeriggio si era allentato appena, lasciando dietro di sé quella luce dorata e polverosa tipica delle sere di maggio, e il tramonto stava incendiando il cielo di Seoul: i grattacieli più alti si tingevano di arancione, le vetrate riflettevano bagliori che sembravano incendi accesi a decine di piani di altezza. Sul rooftop c'era decisamente più vita rispetto alla notte prima: gruppetti di turisti in canottiera scattavano foto appoggiati al parapetto, e a un tavolo un gruppo di ragazzi coreani brindava rumorosamente con dei bicchierini di soju, urlando "Geonbae!" a ogni giro.
Mi diressi verso lo stesso angolo della sera prima. Lei era lì. Aveva cambiato outfit rispetto alla notte prima — un vestito leggero a fiori piccoli, maniche corte, i capelli raccolti in una coda bassa per via del caldo — e davanti a sé, sul tavolino, un libro dalla copertina minimale e una pila di fogli pieni di appunti e correzioni a penna.
«Posso?» chiesi, indicando la solita sedia.
«Certo,» fece lei, spostando distrattamente una ciocca di capelli dietro l'orecchio, anche se erano già tutti raccolti — il gesto sembrava più un'abitudine che una necessità.
Mi sedetti e accesi una sigaretta, stavolta delle mie. «Se stavi studiando tolgo il disturbo,» dissi, indicando con un cenno del mento le carte sul tavolo.
Na-Ri sorrise, un po' imbarazzata, coprendo i fogli con la mano come se l'avessi sorpresa a fare qualcosa di proibito.
«No, no, nessun problema. Questo è... lavoro. Domani c'è un evento in una libreria qui vicino. Presenterò questo.» Picchiettò l'indice sulla copertina del libro.
«Sei una scrittrice?» esclamai, sorpreso. «Wow. E di che parla?»
«È un genere che qui chiamiamo sutpil. O essay, se preferisci la parola inglese. Molto popolare in Corea in questo periodo.»
«Essay? Tipo un saggio scolastico?»
Rise. Una risata leggera, che per un attimo coprì persino il "Geonbae!" del tavolo accanto. «No, niente di noioso come a scuola. È più... una specie di diario pubblico. Struttura confessionale. Parlo della mia vita, delle mie sensazioni.»
«Tipo un'autobiografia?»
«Più intimo,» spiegò, sporgendosi appena verso di me, i gomiti sul tavolo e gli occhi accesi da un entusiasmo sincero. «Parlo del senso di solitudine che ti schiaccia quando sei in una metropoli come questa, in mezzo a milioni di persone che non ti guardano neanche. Del burnout al lavoro. Dell'ansia di dover sempre dimostrare qualcosa a qualcuno. Della paura del giudizio.»
Feci un tiro di sigaretta, senza staccarle gli occhi di dosso. «Sembra interessante.»
«Ci sono anche le piccole cose. L'odore della pioggia sulla strada. Un dettaglio che noti sulla metropolitana e che nessun altro nota. Le cose della vita quotidiana.»
«E la gente la legge?»
«Più di quanto pensi,» mi disse, ma non riuscì a nascondere una punta d'orgoglio. «Forse perché tutti si sentono soli allo stesso modo, anche se nessuno lo ammette mai davvero.»
«Io no.»
«Tu no cosa?»
«Non mi sento mai solo. Ho sempre tre idioti addosso che mi rompono le palle a ogni ora del giorno. Mangiano, bevono, dicono cazzate e dormono.» Feci un cenno vago verso il basso, in direzione della hall.
Rise di nuovo, più forte stavolta.
«Sai, io non leggo quasi mai un cazzo,» ammisi, ridendo di me stesso. «Ma il tuo lo leggerei volentieri. Peccato sia in coreano.»
Era vero solo a metà, ma volevo farle capire che mi interessava. Lei abbassò lo sguardo sui fogli, con un sorriso contenuto ma evidente, la penna sospesa a mezz'aria.
«Magari un giorno lo tradurranno.»
«Me lo auguro.»
«E tu? Cosa fai?»
«Salvo le vite delle persone.»
«Sei un medico, quindi?»
«No, sono un operaio che monta condizionatori. Salvo comunque delle vite.»
Na-Ri rise più di quanto mi immaginassi. Forse i coreani apprezzano di più l'umorismo, mentre un italiano mi avrebbe già mandato a quel paese.
Scosse la testa, sorridendo. L'atmosfera tra noi si era fatta stranamente familiare, naturale, come se non fosse la seconda volta che ci parlavamo ma la ventesima. Stavo per chiederle a che ora fosse la presentazione l'indomani, quando il telefono prese a vibrare furiosamente sul tavolino di metallo. Sullo schermo lampeggiava il nome di Davide.
«Scusa un attimo,» le dissi, rispondendo. «Pronto?»
«Aho, ma te voi sbrigà a scenne?» La voce di Davide, con quel marcato accento romano, mi riportò bruscamente alla realtà. «Semo tutti pronti, dovemo anna' a magna' sto famoso barbecue, sbrigate a scenne.»
«Arrivo, arrivo. Due minuti e sono giù,» risposi, riattaccando e ridendo tra me e me.
Guardai Na-Ri con un'espressione di scuse. «I miei amici. Devo scappare a cena.»
«Vai tranquillo,» disse lei, raccogliendo i suoi appunti con movimenti ordinati. «Allora, in bocca al lupo per domani.»
«Grazie.»
Mi guardò dritta negli occhi. «Se ti va... stanotte sono qui alla stessa ora. Quella della sigaretta.»
Sentii un guizzo nello stomaco. «Ci sarò,» risposi, regalandole un sorriso prima di girarmi e dirigermi verso l'ascensore.
Quando arrivai nella hall, i tre erano già schierati vicino all'ingresso, con le facce di chi non aspetta altro che attaccare briga.
«Ma se po' sapè che cazzo sei stato a fa lassù?» esordì Andrea, scuotendo la testa. «Mezz'ora pe' fumà 'na sigaretta.»
«Eh regà, voi dormite,» risposi, sistemandomi la maglietta, sfoderando un sorriso da schiaffi. «Mentre voi state quaggiù a guardà i culi che passano su e giù per il marciapiede, io faccio i fatti.»
Edoardo alzò un sopracciglio. «Cioè?»
«Stavo a parlà con una bella patata, su in terrazza.»
Davide prese il telefono e si girò. «Seh, vabbè. Finché non te la scopi, nun te vale come giustificazione pe' facce aspettà. Andiamo a magna' che sto co du' panini in corpo.»
Uscimmo dall'hotel ridendo, diretti verso le luci abbaglianti di Hongdae.
Quella sera con i ragazzi la tirammo un po' più per le lunghe del previsto. Quando finalmente riuscii a sganciarmi e a tornare in hotel, ero in ritardo di almeno un quarto d'ora. Mollai al volo la roba in camera e con la scusa di andare a fumare mi fiondai in ascensore, premendo il pulsante del rooftop con una certa urgenza.
Appena le porte si aprirono la vidi. Na-Ri aveva già messo via il libro e stava infilando il pacchetto di sigarette nella borsa, con le spalle curve di chi ha smesso di aspettare. Sul suo viso c'era un'ombra evidente di delusione.
«Na-Ri!» la chiamai, avvicinandomi a passo svelto. Lei si voltò di scatto e l'espressione delusa svanì all'istante, sostituita da un sorriso furbo e sollevato. «Scusami,» le dissi col fiato un po' corto. «I miei amici mi hanno letteralmente tenuto in ostaggio al ristorante.»
Lei accorciò la distanza tra noi, inclinando la testa. «Iniziavo a perdere le speranze... o che avessi trovato una compagnia migliore questa sera.»
«Non mi sarei perso la nostra sigaretta notturna per nulla al mondo.»
Lei fece un passo avvicinandosi di più. Il vento della terrazza era più insistente del solito quella sera, le scompigliò i capelli.
«Sai... tira davvero troppa aria stasera...» mormorò, guardandomi dritto negli occhi con un tono improvvisamente diverso.
«Vuoi la mia giacca?»
«No,» rispose. «Pensavo piuttosto di tornare giù. Il mio letto è grande, e in stanza fa decisamente più caldo... Ti va di farmi un po' di compagnia?» L'invito era esplicito, palese nella curva maliziosa del suo sorriso. «Ti seguo,» risposi senza esitare un secondo.
Scendenmo in ascensore in silenzio, circondati da una tensione che quasi si poteva toccare.
Mi fece strada lungo il corridoio, fino ad arrivare davanti alla sua camera. Appoggiò la chiave magnetica sul lettore, ma prima di abbassare la maniglia al suono del piccolo bip verde, si fermò e si voltò lentamente verso di me.
L'illuminazione soffusa del corridoio le disegnava ombre sul collo. Una ciocca dei suoi capelli nerissimi e lisci le era scivolata sul viso, coprendole a metà la guancia e l'occhio destro, rendendo il suo sguardo ancora più profondo, quasi felino. Mi scrutò in silenzio. I suoi occhi scuri viaggiarono lentamente sul mio corpo, scivolando dal mio petto giù lungo i fianchi, per poi risalire e incatenarsi di nuovo ai miei, sfrontati. In quel preciso istante, i suoi denti bianchi catturarono il labbro inferiore, mordendolo e rilasciandolo in modo sensuale. Fu un gesto piccolo, ma carico di un erotismo così viscerale che mi fece eccitare all'istante.
Senza dire una parola, mi afferrò per una mano e mi trascinò dentro la stanza, chiudendo la porta con un calcio alle nostre spalle.
Na-Ri non perse tempo. Fece scivolare la mano lungo il mio addome fino ad arrivare lì, appena sotto la cintura dei jeans, iniziando a massaggiare su e giù. Non aspettai oltre. Le afferrai i fianchi e, con un movimento rapido, le sfilai il vestito facendolo scivolare oltre le spalle e lasciandolo cadere sul pavimento. Le mie mani scesero dritte ad afferrare i suoi glutei, sodi e pieni, decisamente la parte migliore di quel suo fisico asciutto.
Era così minuta e delicata rispetto a me. I suoi seni erano piccoli, ma meravigliosamente perfetti, proporzionati su quel corpo snello che ora premevo contro il mio. Mi godevo fisicamente tutto il contrasto tra la sua corporatura esile e la mia stazza decisamente più ingombrante. Na-Ri sollevò il viso, intrecciò le braccia sottili dietro il mio collo per tirarsi su e incollò le sue labbra alle mie in un bacio urgente.
Mi spinse all'indietro con entrambe le mani sul petto, guidandomi attraverso la stanza finché la parte bassa della mia schiena non incontrò il bordo rigido del mobile della scrivania.
«Sempre così decisa?» chiesi con un filo di voce, sentendo il legno premere contro il bacino.
«Non mi piace perdere tempo,» mormorò lei. Le sue dita trovarono subito la mia cintura, armeggiando con l'urgenza di chi non vuole sprecare neanche un secondo. Il suono della stoffa che si sfilava fu seguito dalla freschezza dell'aria condizionata sul corpo, in netto contrasto con il calore improvviso delle sue mani.
Si fermò un istante, inclinando appena la testa di lato. La frangetta nera le scivolava sulla fronte, nascondendole a metà gli occhi scuri che mi fissavano in modo provocatorio.
«Bel cazzo.» Un mezzo sorriso le attraversò le labbra dischiuse prima di chinarsi verso di me.
«È tutto tuo,» risposi.
La sua lingua partì dalla base, una strisciata lenta che risalì lungo la parte inferiore dell'asta. La punta della lingua tracciò la vena centrale con una precisione metodica, come se stesse memorizzando ogni millimetro. Arrivata sotto la cappella, disegnò un cerchio lento attorno al frenulo, quel punto dove i nervi convergevano in un fascio di pura sensibilità. Le mie mani si strinsero sul bordo del mobile. Un mugugno roco mi risalì dalla gola, e il mio sguardo si annebbiò per un secondo prima che alzassi la testa verso il soffitto bianco dell'hotel. Le palpebre si chiusero da sole, e il mondo si ridusse al punto di contatto tra la sua lingua e la mia carne.
Poi Na-Ri lo prese in bocca. Le labbra si serrarono attorno al glande, e scesero lentamente sulla mia carne. La sua lingua continuava a lavorare, sollecitando proprio quel punto sensibile sotto la cappella con piccoli movimenti circolari.
Infilai le dita tra i suoi capelli neri e lisci, morbidi come seta. Non la spinsi, non forzai il ritmo: accompagnai semplicemente i suoi movimenti, lasciandomi travolgere dalla precisione disarmante con cui prendeva il controllo della situazione.
Poi si staccò d'improvviso, con un piccolo schiocco delle labbra che risuonò nella stanza. Mi prese per le spalle e ribaltò le posizioni, si appoggiò lei con la schiena contro la scrivania.
«Adesso tocca a me,» mormorai, mettendomi in ginocchio davanti a lei.
Le mie mani le afferrarono i fianchi. La sua pelle era vellutata, liscia. Far scivolare la lingerie giù per le sue gambe snelle fu questione di un attimo. La sua vagina era già bagnata, le labbra interne che sporgevano leggermente. La mia lingua trovò prima la parte interna della sua coscia, un bacio umido a pochi centimetri dalla fessura. Poi risalì fino all'inguine, e finalmente raggiunse le labbra esterne. Leccai dal basso verso l'alto con la superficie piatta della lingua, raccogliendo il suo sapore salato. Na-Ri emise un suono strozzato, le sue mani che si stringevano sul bordo della scrivania alle sue spalle. La sua testa si rovesciò all'indietro.
I suoi gemiti diventarono più acuti, più rapidi, spezzati dall'aria che le mancava nei polmoni.
«Oh, wow...» sussurrò, le dita che lasciavano il legno per affondare tra i miei capelli, tirando con una forza sorprendente per una ragazza così minuta.
D'un tratto mi afferrò per le spalle.
Mi rialzai a fatica, recuperando la protezione dalla tasca dei pantaloni lasciati a terra. Strappai l'involucro con i denti sotto lo sguardo di Na-Ri, che non staccava gli occhi da me, mordendosi ancora il labbro inferiore.
Quando fui pronto, lei si voltò, appoggiando i palmi sul legno della scrivania e inarcando la schiena in un invito esplicito.
Mi avvicinai da dietro, bloccandole i fianchi con le mani. L'aria condizionata della stanza sparì del tutto di fronte al calore che emanava il suo corpo.
«Sei pronta?» le mormorai all'orecchio, sfiorandole il collo con le labbra.
Na-Ri spinse il bacino all'indietro, cercandomi. Entrai dentro di lei lentamente, avvertendo subito quanto fosse stretta e calda. Trattenni il fiato, sentendo ogni centimetro.
«Ah!» le uscì un verso soffocato.
«Va bene così?» chiesi, stringendole le ossa del bacino mentre iniziavo a dettare un ritmo lento e profondo.
«Sei grosso, fai più piano... esattamente così,» mormorò lei, con la voce incrinata dal piacere, accompagnando ogni mia spinta con un movimento sinuoso della schiena. L'impatto dei nostri corpi e il suono dei suoi gemiti riempivano la stanza. Ogni affondo era un'ondata di calore che minacciava di farmi perdere il controllo, ma rimasi concentrato sul suo ritmo, godendomi la vista della sua schiena arcuata e del suo collo scoperto. Ogni centimetro richiedeva uno sforzo consapevole. Na-Ri era strettissima. Le mie mani le stringevano i fianchi, i pollici premuti contro le ossa iliache, e io avanzavo millimetro dopo millimetro, sentendo le pareti interne cedere e poi stringersi di nuovo attorno all'asta come se la masticassero. Era una sensazione bellissima.
All'improvviso lei si bloccò, interrompendo il movimento. Si voltò da sopra la spalla, gli occhi lucidi e uno sguardo di pura sfida.
«Sul letto,» disse. Si staccò da me e si lanciò sul materasso. La seguii senza esitare, salendo sul letto mentre lei si muoveva con una fluidità incredibile. Prima che potessi dire qualsiasi cosa, si girò sopra di me, ribaltando la posizione e portandosi in un contatto inverso, intimo e totale.
«Na-Ri...» tentai di dire. Si sollevò, si girò e improvvisamente la sua fica era proprio sopra il mio viso — le labbra gonfie e lucide, il clitoride turgido, l'intera apertura che pulsava visibilmente a pochi centimetri dalla mia bocca. Il suo profumo mi colpì direttamente — quell'odore di sesso che apparteneva solo a lei. Sentii le sue dita afferrare il bordo del preservativo sfilarlo per poi prenderlo di nuovo in bocca.
La sua lingua tracciò un cerchio attorno al glande con una precisione che mi fece arcuare la schiena, e poi scese — lentamente, prendendomi fino in gola, le labbra strette attorno all'asta come un anello.
Io afferrai i suoi fianchi con entrambe le mani, la tirai verso il basso, e la mia lingua trovò il suo clitoride. Lo leccai con movimenti ampi e piatti, poi mi concentrai in piccoli cerchi rapidi, sentendo il suo corpo contrarsi sopra di me.
Gemette attorno al mio cazzo. Risposi leccandola più forte, spingendo la lingua dentro di lei e poi succhiando il clitoride facendola tremare. I suoi fianchi oscillavano sopra di me, seguendo un ritmo tutto suo, e ogni volta che si abbassava sulla mia bocca sentivo i suoi fluidi bagnarmi il mento e le labbra.
«Mmhh— mmhh—» I suoi gemiti erano soffocati dal mio membro che le riempiva la bocca, ma non per questo meno intensi. Li sentivo vibrare attraverso la carne, attraverso ogni terminazione nervosa che possedevo. La sua mano sinistra stringeva la base della mia asta mentre la destra si aggrappava alla mia coscia, conficcando le unghie nella pelle.
Fu troppo. La combinazione della sua bocca, della sua lingua e lei sopra di me, la consapevolezza che la sua fica fosse aperta e pulsante a un palmo dalla mia faccia — mi portò al limite con una velocità che non mi lasciò il tempo di avvisarla. Venni con un gemito gutturale che si perse nella sua carne, mentre il mio sesso pulsava tutto lo sperma dentro la sua bocca. Sentii la sua gola muoversi mentre deglutiva, e quel gesto prolungò le mie contrazioni fino al punto da farmi quasi male.
E poi accadde qualcosa che non avevo mai provato. Na-Ri si irrigidì. Il suo corpo si tese sopra di me come una corda di violino, le cosce che si strinsero leggermente attorno alla mia testa, e un gemito acuto le sfuggì dalla gola nonostante la mia erezione ancora le occupasse la bocca. La sua fica si contrasse visibilmente davanti ai miei occhi. Stava venendo. Sulla mia faccia. Con un'intensità che le fece perdere il ritmo attorno al mio cazzo, che le strappò un suono, un mezzo gemito, mezzo singhiozzo, che non avevo mai sentito prima.
Rimase così per quelli che sembrarono minuti interi, il corpo scosso da spasmi residui, la sua intimità che continuava a pulsare a pochi centimetri dai miei occhi. Io respiravo a fatica, il viso bagnato dei suoi fluidi, il cazzo ancora nella sua bocca che si ammorbidiva lentamente.
Rimanemmo immobili per qualche minuto, schiacciati dal peso del fiato corto e dalle pulsazioni del cuore che lentamente tornavano alla normalità.
Quando lei si sciolse dalla posizione e si girò sul fianco, la trovai a fissarmi con i capelli scompigliati e il viso arrossato.
«Non mi guardare così,» disse, con un mezzo sorriso malizioso e le labbra ancora gonfie.
«Scusa... è che non ti facevo così...» risposi, stavo per dire "così porca" ma feci in tempo a fermarmi. Ripresi fiato, appoggiando la testa sul cuscino.
«Così come?»
«Così... così focosa,» risi, «sembravi così docile e carina e invece mi hai prosciugato.»
Scoppiammo a ridere entrambi.
«Grazie per la compagnia,» mormorò lei, sporgendosi verso di me per sfiorarmi il petto nudo con la punta delle dita. «È stato bellissimo. Penso che non dimenticherò mai questa notte.»
Mi sporsi a mia volta e la baciai. I sapori dei nostri corpi e della passione appena consumata si mescolarono un'ultima volta.
Ci alzammo dal letto. Io recuperai i vestiti sparsi a terra e ricominciai a rivestirmi. Na-Ri, invece, senza la minima ombra di imbarazzo, rimase completamente nuda davanti ai miei occhi, piegata sulle ginocchia ad armeggiare nella valigia aperta sul pavimento.
Si voltò verso di me tenendo in mano una copia del suo libro, quel piccolo volume dalla copertina minimale che le avevo visto tra le mani al tramonto.
Si avvicinò a passo lento e me lo diede. «So che non lo leggerai mai, anche perché probabilmente non verrà mai tradotto,» disse, fissandomi negli occhi con un piccolo sorriso furbo, «ma voglio regalartelo lo stesso. Così ti ricorderai di me.»
Lo presi, sfogliai per un secondo quelle pagine piene di ideogrammi coreani per me incomprensibili, che però adesso avevano un valore del tutto diverso.
«Non mi servirà un libro per ricordarmi di te, Na-Ri,» risposi, «ma questo me lo tengo lo stesso.»
Ci scambiammo un ultimo sguardo d'intesa, senza bisogno di aggiungere altro. Poi varcai la soglia e chiusi la porta della sua stanza dietro di me.
Rientrato in stanza, appoggiai il libro sul comodino, mi spogliai e andai a sdraiarmi nella mia parte di letto. Andrea dormiva a pancia in giù nella sua classica posizione di sempre. Restai a guardare il soffitto buio per qualche minuto, ripensando a ogni momento passato in quella stanza. Mi addormentai con un bel sorriso stampato in faccia.
Tornammo in hotel che era quasi l'una di notte.
«A che ora ci vediamo domani?» domandai a Davide, infilando la chiave magnetica nella porta della mia stanza, la 1204.
«Ci vediamo domattina per la colazione. Alle 07:30 pronti, perché abbiamo la guida per la DMZ e qua con gli orari sono fiscali e non aspettano.»
«Vabbè, ci vediamo alle 7:30» confermai, alzando una mano.
Aprii la porta della 1205. Andrea entrò trascinando i piedi, senza nemmeno togliersi la giacca leggera che si era portato dietro per proteggersi dall'aria condizionata sparata a mille in ogni negozio e ristorante. Fece tre passi e crollò a pancia in giù sul letto matrimoniale. Nel giro di due minuti il suo respiro si trasformò nel russare pesante di chi ha bevuto troppo soju.
Mi sedetti sul bordo del letto. Rovistai nelle tasche dei miei pantaloni e trovai il pacchetto di sigarette: ne era rimasta una sola. Recuperai l'accendino e uscii in silenzio, richiudendo piano la porta alle spalle del russare di Andrea.
L'ascensore mi portò dritto all'ultimo piano. Le porte si aprirono sul rooftop e la vista di Seoul mi colpì subito: un tepore morbido, carico dell'odore di asfalto ancora caldo di giornata e di qualcosa di dolciastro, forse i fiori di qualche albero fiorito più in basso. Era l'una passata, ma la città non accennava a rallentare. Dal parapetto la vista era assurda: un tappeto infinito di grattacieli e strade illuminate a giorno, fiumi di fari rossi e bianchi che scorrevano nel traffico senza fine. Da lontano arrivava un ronzio continuo, il respiro di una metropoli che non dorme mai.
La terrazza si stava svuotando. Un cartello No Smoking spinto in un angolo veniva ignorato con la stessa disinvoltura con cui un gruppetto di americani spegneva gli ultimi mozziconi prima di rientrare, ridendo troppo forte per l'ora. Poco più in là, in una nicchia appartata vicino al parapetto, c'era una ragazza da sola.
Mi avvicinai al tavolino di metallo accanto al suo.
«Ti dispiace se mi siedo qui?» le chiesi, con un inglese un po' macchinoso e indeciso.
Lei alzò gli occhi dallo schermo del telefono. Aveva i capelli neri, lisci, che le arrivavano dritti sulle spalle — indossava un abito leggero, corto, di un tessuto sottile color sabbia che si muoveva a ogni refolo di vento, e ai piedi un paio di sandali bassi abbandonati sotto la sedia, come se se li fosse tolti per il piacere di sentire il pavimento ancora tiepido. Lineamenti sottili, un viso delicato, pulito, la pelle chiara, senza nessun segno di abbronzatura. I coreani non amano prendere il sole, anzi, fanno proprio di tutto per non prenderlo. Nelle giornate più calde vanno in giro con gli ombrelli proprio per ripararsi dal sole. Ma era lo sguardo la cosa che colpiva di più: diretto, attento. Aveva quel fascino che solo alcune orientali hanno.
Annuì, accennando un sorriso, e fece spazio sul tavolino spostando la borsa.
Mi misi a sedere e accesi l'ultima Marlboro. Non ci fu un gran dialogo, in realtà non parlammo affatto. Finii la sigaretta più in fretta di quanto avrei voluto, la schiacciai nel barattolino usato come posacenere, e portai automaticamente la mano alla tasca. Vuota. Il pacchetto nuovo era rimasto sul comodino, accanto ad Andrea che russava. Maledissi la mia distrazione e feci leva sui braccioli per alzarmi. Avevo assolutamente bisogno di un'altra sigaretta. Era difficile trovare un posto tranquillo dove fumare e quindi volevo approfittare di quel momento.
«Aspetta,» mi disse, mi fermai a metà movimento. La sua voce era bassa, delicata, con un accento che smussava le consonanti inglesi in un modo che mi piacque subito. Mi porse il suo pacchetto sul metallo del tavolino verso di me. Raison French Black. «Prendine una delle mie,» disse.
La ringraziai, preso alla sprovvista, e ne sfilai una. Lei fece lo stesso. Quando fece scattare la rotella, la fiammella illuminò per un istante i suoi occhi scuri, puntati nei miei.
Feci il primo tiro, quelle sigarette erano strane, il filtro aveva un sapore dolciastro. Un profumo dolce, intenso, che ricordava l'aroma fruttato. Lei mi indicò il filtro con un dito, sorridendo per la mia faccia sorpresa. «Schiaccia qui.»
Strinsi il filtro tra i denti fino a sentire il piccolo clack della capsula che si rompeva. Al secondo tiro il sapore cambiò del tutto: fresco, un aroma tropicale di mango.
«Buona?» chiese lei.
«È buonissima, meglio delle mie,» risposi, e lei rise piano.
«Prima volta in Corea?»
«Si vede così tanto?»
«Vi ho sentiti arrivare dall'ascensore. Urlavate.» Alzò un sopracciglio, senza cattiveria. «Italyi, giusto?»
Scoppiai a ridere.
«Ci facciamo sempre riconoscere noi italiani,» ammisi. «A urlare era un mio amico, si vantava di aver fatto colpo su una ragazza... noi lo prendevamo in giro perché tanto ci prova con tutte e poi non conclude nulla.»
«E tu no?»
«Io stasera ho solo trovato una ragazza con le sigarette buone e nessuna voglia di dormire. Mi sembra già tanto per essere solo il secondo giorno, no?»
Lei mi guardò, come se stesse capendo se quella frase le fosse piaciuta o no, poi lasciò cadere lo sguardo sulla città. Espirai il fumo, che stavolta restò a mezz'aria più a lungo di quanto mi aspettassi, sospeso in quel tepore serale.
«Come ti chiami?» le chiesi.
«Na-Ri. E tu?»
«Michael,» le dissi. Lei lo ripeté piano, storcendo appena la bocca sulle sillabe, come se lo stesse assaggiando prima di deciderne il sapore.
«Italy, italy... da quale città?»
«Roma.»
«Wow, bellissima Roma.»
«E tu sei di Seoul?»
«No, vengo da Pohang. Sono qui solo per qualche giorno,» rispose, un piede che dondolava piano nell'aria calda.
«Lavoro o vacanza?»
«Un po' entrambi,» rispose, evasiva, con un mezzo sorriso che diceva che avrei dovuto aspettare per saperne di più.
I nostri sguardi si incrociarono di nuovo, questa volta senza la fiamma di mezzo, solo i neon di Seoul a illuminarci da sotto. Non c'era bisogno di grandi discorsi: l'aria tra di noi aveva già cambiato densità. Invece di alzarmi, mi appoggiai allo schienale della sedia, pronto a finire quella sigaretta.
Quando finimmo di fumare — lei una, io quasi due, complice la sua generosità — la stanchezza del viaggio cominciò a farsi sentire all'improvviso. Mi alzai, le feci un cenno per salutarla, e lei rispose con lo stesso mezzo sorriso di prima. Prima che le porte dell'ascensore si richiudessero, la vidi ancora lì, la sagoma scura contro le luci di Seoul, il telefono di nuovo in mano. In camera buttai giù una goccia di melatonina per il jet-lag e mi addormentai dopo qualche minuto.
Il nostro secondo incontro avvenne il giorno dopo, poco prima di cena. Il caldo del pomeriggio si era allentato appena, lasciando dietro di sé quella luce dorata e polverosa tipica delle sere di maggio, e il tramonto stava incendiando il cielo di Seoul: i grattacieli più alti si tingevano di arancione, le vetrate riflettevano bagliori che sembravano incendi accesi a decine di piani di altezza. Sul rooftop c'era decisamente più vita rispetto alla notte prima: gruppetti di turisti in canottiera scattavano foto appoggiati al parapetto, e a un tavolo un gruppo di ragazzi coreani brindava rumorosamente con dei bicchierini di soju, urlando "Geonbae!" a ogni giro.
Mi diressi verso lo stesso angolo della sera prima. Lei era lì. Aveva cambiato outfit rispetto alla notte prima — un vestito leggero a fiori piccoli, maniche corte, i capelli raccolti in una coda bassa per via del caldo — e davanti a sé, sul tavolino, un libro dalla copertina minimale e una pila di fogli pieni di appunti e correzioni a penna.
«Posso?» chiesi, indicando la solita sedia.
«Certo,» fece lei, spostando distrattamente una ciocca di capelli dietro l'orecchio, anche se erano già tutti raccolti — il gesto sembrava più un'abitudine che una necessità.
Mi sedetti e accesi una sigaretta, stavolta delle mie. «Se stavi studiando tolgo il disturbo,» dissi, indicando con un cenno del mento le carte sul tavolo.
Na-Ri sorrise, un po' imbarazzata, coprendo i fogli con la mano come se l'avessi sorpresa a fare qualcosa di proibito.
«No, no, nessun problema. Questo è... lavoro. Domani c'è un evento in una libreria qui vicino. Presenterò questo.» Picchiettò l'indice sulla copertina del libro.
«Sei una scrittrice?» esclamai, sorpreso. «Wow. E di che parla?»
«È un genere che qui chiamiamo sutpil. O essay, se preferisci la parola inglese. Molto popolare in Corea in questo periodo.»
«Essay? Tipo un saggio scolastico?»
Rise. Una risata leggera, che per un attimo coprì persino il "Geonbae!" del tavolo accanto. «No, niente di noioso come a scuola. È più... una specie di diario pubblico. Struttura confessionale. Parlo della mia vita, delle mie sensazioni.»
«Tipo un'autobiografia?»
«Più intimo,» spiegò, sporgendosi appena verso di me, i gomiti sul tavolo e gli occhi accesi da un entusiasmo sincero. «Parlo del senso di solitudine che ti schiaccia quando sei in una metropoli come questa, in mezzo a milioni di persone che non ti guardano neanche. Del burnout al lavoro. Dell'ansia di dover sempre dimostrare qualcosa a qualcuno. Della paura del giudizio.»
Feci un tiro di sigaretta, senza staccarle gli occhi di dosso. «Sembra interessante.»
«Ci sono anche le piccole cose. L'odore della pioggia sulla strada. Un dettaglio che noti sulla metropolitana e che nessun altro nota. Le cose della vita quotidiana.»
«E la gente la legge?»
«Più di quanto pensi,» mi disse, ma non riuscì a nascondere una punta d'orgoglio. «Forse perché tutti si sentono soli allo stesso modo, anche se nessuno lo ammette mai davvero.»
«Io no.»
«Tu no cosa?»
«Non mi sento mai solo. Ho sempre tre idioti addosso che mi rompono le palle a ogni ora del giorno. Mangiano, bevono, dicono cazzate e dormono.» Feci un cenno vago verso il basso, in direzione della hall.
Rise di nuovo, più forte stavolta.
«Sai, io non leggo quasi mai un cazzo,» ammisi, ridendo di me stesso. «Ma il tuo lo leggerei volentieri. Peccato sia in coreano.»
Era vero solo a metà, ma volevo farle capire che mi interessava. Lei abbassò lo sguardo sui fogli, con un sorriso contenuto ma evidente, la penna sospesa a mezz'aria.
«Magari un giorno lo tradurranno.»
«Me lo auguro.»
«E tu? Cosa fai?»
«Salvo le vite delle persone.»
«Sei un medico, quindi?»
«No, sono un operaio che monta condizionatori. Salvo comunque delle vite.»
Na-Ri rise più di quanto mi immaginassi. Forse i coreani apprezzano di più l'umorismo, mentre un italiano mi avrebbe già mandato a quel paese.
Scosse la testa, sorridendo. L'atmosfera tra noi si era fatta stranamente familiare, naturale, come se non fosse la seconda volta che ci parlavamo ma la ventesima. Stavo per chiederle a che ora fosse la presentazione l'indomani, quando il telefono prese a vibrare furiosamente sul tavolino di metallo. Sullo schermo lampeggiava il nome di Davide.
«Scusa un attimo,» le dissi, rispondendo. «Pronto?»
«Aho, ma te voi sbrigà a scenne?» La voce di Davide, con quel marcato accento romano, mi riportò bruscamente alla realtà. «Semo tutti pronti, dovemo anna' a magna' sto famoso barbecue, sbrigate a scenne.»
«Arrivo, arrivo. Due minuti e sono giù,» risposi, riattaccando e ridendo tra me e me.
Guardai Na-Ri con un'espressione di scuse. «I miei amici. Devo scappare a cena.»
«Vai tranquillo,» disse lei, raccogliendo i suoi appunti con movimenti ordinati. «Allora, in bocca al lupo per domani.»
«Grazie.»
Mi guardò dritta negli occhi. «Se ti va... stanotte sono qui alla stessa ora. Quella della sigaretta.»
Sentii un guizzo nello stomaco. «Ci sarò,» risposi, regalandole un sorriso prima di girarmi e dirigermi verso l'ascensore.
Quando arrivai nella hall, i tre erano già schierati vicino all'ingresso, con le facce di chi non aspetta altro che attaccare briga.
«Ma se po' sapè che cazzo sei stato a fa lassù?» esordì Andrea, scuotendo la testa. «Mezz'ora pe' fumà 'na sigaretta.»
«Eh regà, voi dormite,» risposi, sistemandomi la maglietta, sfoderando un sorriso da schiaffi. «Mentre voi state quaggiù a guardà i culi che passano su e giù per il marciapiede, io faccio i fatti.»
Edoardo alzò un sopracciglio. «Cioè?»
«Stavo a parlà con una bella patata, su in terrazza.»
Davide prese il telefono e si girò. «Seh, vabbè. Finché non te la scopi, nun te vale come giustificazione pe' facce aspettà. Andiamo a magna' che sto co du' panini in corpo.»
Uscimmo dall'hotel ridendo, diretti verso le luci abbaglianti di Hongdae.
Quella sera con i ragazzi la tirammo un po' più per le lunghe del previsto. Quando finalmente riuscii a sganciarmi e a tornare in hotel, ero in ritardo di almeno un quarto d'ora. Mollai al volo la roba in camera e con la scusa di andare a fumare mi fiondai in ascensore, premendo il pulsante del rooftop con una certa urgenza.
Appena le porte si aprirono la vidi. Na-Ri aveva già messo via il libro e stava infilando il pacchetto di sigarette nella borsa, con le spalle curve di chi ha smesso di aspettare. Sul suo viso c'era un'ombra evidente di delusione.
«Na-Ri!» la chiamai, avvicinandomi a passo svelto. Lei si voltò di scatto e l'espressione delusa svanì all'istante, sostituita da un sorriso furbo e sollevato. «Scusami,» le dissi col fiato un po' corto. «I miei amici mi hanno letteralmente tenuto in ostaggio al ristorante.»
Lei accorciò la distanza tra noi, inclinando la testa. «Iniziavo a perdere le speranze... o che avessi trovato una compagnia migliore questa sera.»
«Non mi sarei perso la nostra sigaretta notturna per nulla al mondo.»
Lei fece un passo avvicinandosi di più. Il vento della terrazza era più insistente del solito quella sera, le scompigliò i capelli.
«Sai... tira davvero troppa aria stasera...» mormorò, guardandomi dritto negli occhi con un tono improvvisamente diverso.
«Vuoi la mia giacca?»
«No,» rispose. «Pensavo piuttosto di tornare giù. Il mio letto è grande, e in stanza fa decisamente più caldo... Ti va di farmi un po' di compagnia?» L'invito era esplicito, palese nella curva maliziosa del suo sorriso. «Ti seguo,» risposi senza esitare un secondo.
Scendenmo in ascensore in silenzio, circondati da una tensione che quasi si poteva toccare.
Mi fece strada lungo il corridoio, fino ad arrivare davanti alla sua camera. Appoggiò la chiave magnetica sul lettore, ma prima di abbassare la maniglia al suono del piccolo bip verde, si fermò e si voltò lentamente verso di me.
L'illuminazione soffusa del corridoio le disegnava ombre sul collo. Una ciocca dei suoi capelli nerissimi e lisci le era scivolata sul viso, coprendole a metà la guancia e l'occhio destro, rendendo il suo sguardo ancora più profondo, quasi felino. Mi scrutò in silenzio. I suoi occhi scuri viaggiarono lentamente sul mio corpo, scivolando dal mio petto giù lungo i fianchi, per poi risalire e incatenarsi di nuovo ai miei, sfrontati. In quel preciso istante, i suoi denti bianchi catturarono il labbro inferiore, mordendolo e rilasciandolo in modo sensuale. Fu un gesto piccolo, ma carico di un erotismo così viscerale che mi fece eccitare all'istante.
Senza dire una parola, mi afferrò per una mano e mi trascinò dentro la stanza, chiudendo la porta con un calcio alle nostre spalle.
Na-Ri non perse tempo. Fece scivolare la mano lungo il mio addome fino ad arrivare lì, appena sotto la cintura dei jeans, iniziando a massaggiare su e giù. Non aspettai oltre. Le afferrai i fianchi e, con un movimento rapido, le sfilai il vestito facendolo scivolare oltre le spalle e lasciandolo cadere sul pavimento. Le mie mani scesero dritte ad afferrare i suoi glutei, sodi e pieni, decisamente la parte migliore di quel suo fisico asciutto.
Era così minuta e delicata rispetto a me. I suoi seni erano piccoli, ma meravigliosamente perfetti, proporzionati su quel corpo snello che ora premevo contro il mio. Mi godevo fisicamente tutto il contrasto tra la sua corporatura esile e la mia stazza decisamente più ingombrante. Na-Ri sollevò il viso, intrecciò le braccia sottili dietro il mio collo per tirarsi su e incollò le sue labbra alle mie in un bacio urgente.
Mi spinse all'indietro con entrambe le mani sul petto, guidandomi attraverso la stanza finché la parte bassa della mia schiena non incontrò il bordo rigido del mobile della scrivania.
«Sempre così decisa?» chiesi con un filo di voce, sentendo il legno premere contro il bacino.
«Non mi piace perdere tempo,» mormorò lei. Le sue dita trovarono subito la mia cintura, armeggiando con l'urgenza di chi non vuole sprecare neanche un secondo. Il suono della stoffa che si sfilava fu seguito dalla freschezza dell'aria condizionata sul corpo, in netto contrasto con il calore improvviso delle sue mani.
Si fermò un istante, inclinando appena la testa di lato. La frangetta nera le scivolava sulla fronte, nascondendole a metà gli occhi scuri che mi fissavano in modo provocatorio.
«Bel cazzo.» Un mezzo sorriso le attraversò le labbra dischiuse prima di chinarsi verso di me.
«È tutto tuo,» risposi.
La sua lingua partì dalla base, una strisciata lenta che risalì lungo la parte inferiore dell'asta. La punta della lingua tracciò la vena centrale con una precisione metodica, come se stesse memorizzando ogni millimetro. Arrivata sotto la cappella, disegnò un cerchio lento attorno al frenulo, quel punto dove i nervi convergevano in un fascio di pura sensibilità. Le mie mani si strinsero sul bordo del mobile. Un mugugno roco mi risalì dalla gola, e il mio sguardo si annebbiò per un secondo prima che alzassi la testa verso il soffitto bianco dell'hotel. Le palpebre si chiusero da sole, e il mondo si ridusse al punto di contatto tra la sua lingua e la mia carne.
Poi Na-Ri lo prese in bocca. Le labbra si serrarono attorno al glande, e scesero lentamente sulla mia carne. La sua lingua continuava a lavorare, sollecitando proprio quel punto sensibile sotto la cappella con piccoli movimenti circolari.
Infilai le dita tra i suoi capelli neri e lisci, morbidi come seta. Non la spinsi, non forzai il ritmo: accompagnai semplicemente i suoi movimenti, lasciandomi travolgere dalla precisione disarmante con cui prendeva il controllo della situazione.
Poi si staccò d'improvviso, con un piccolo schiocco delle labbra che risuonò nella stanza. Mi prese per le spalle e ribaltò le posizioni, si appoggiò lei con la schiena contro la scrivania.
«Adesso tocca a me,» mormorai, mettendomi in ginocchio davanti a lei.
Le mie mani le afferrarono i fianchi. La sua pelle era vellutata, liscia. Far scivolare la lingerie giù per le sue gambe snelle fu questione di un attimo. La sua vagina era già bagnata, le labbra interne che sporgevano leggermente. La mia lingua trovò prima la parte interna della sua coscia, un bacio umido a pochi centimetri dalla fessura. Poi risalì fino all'inguine, e finalmente raggiunse le labbra esterne. Leccai dal basso verso l'alto con la superficie piatta della lingua, raccogliendo il suo sapore salato. Na-Ri emise un suono strozzato, le sue mani che si stringevano sul bordo della scrivania alle sue spalle. La sua testa si rovesciò all'indietro.
I suoi gemiti diventarono più acuti, più rapidi, spezzati dall'aria che le mancava nei polmoni.
«Oh, wow...» sussurrò, le dita che lasciavano il legno per affondare tra i miei capelli, tirando con una forza sorprendente per una ragazza così minuta.
D'un tratto mi afferrò per le spalle.
Mi rialzai a fatica, recuperando la protezione dalla tasca dei pantaloni lasciati a terra. Strappai l'involucro con i denti sotto lo sguardo di Na-Ri, che non staccava gli occhi da me, mordendosi ancora il labbro inferiore.
Quando fui pronto, lei si voltò, appoggiando i palmi sul legno della scrivania e inarcando la schiena in un invito esplicito.
Mi avvicinai da dietro, bloccandole i fianchi con le mani. L'aria condizionata della stanza sparì del tutto di fronte al calore che emanava il suo corpo.
«Sei pronta?» le mormorai all'orecchio, sfiorandole il collo con le labbra.
Na-Ri spinse il bacino all'indietro, cercandomi. Entrai dentro di lei lentamente, avvertendo subito quanto fosse stretta e calda. Trattenni il fiato, sentendo ogni centimetro.
«Ah!» le uscì un verso soffocato.
«Va bene così?» chiesi, stringendole le ossa del bacino mentre iniziavo a dettare un ritmo lento e profondo.
«Sei grosso, fai più piano... esattamente così,» mormorò lei, con la voce incrinata dal piacere, accompagnando ogni mia spinta con un movimento sinuoso della schiena. L'impatto dei nostri corpi e il suono dei suoi gemiti riempivano la stanza. Ogni affondo era un'ondata di calore che minacciava di farmi perdere il controllo, ma rimasi concentrato sul suo ritmo, godendomi la vista della sua schiena arcuata e del suo collo scoperto. Ogni centimetro richiedeva uno sforzo consapevole. Na-Ri era strettissima. Le mie mani le stringevano i fianchi, i pollici premuti contro le ossa iliache, e io avanzavo millimetro dopo millimetro, sentendo le pareti interne cedere e poi stringersi di nuovo attorno all'asta come se la masticassero. Era una sensazione bellissima.
All'improvviso lei si bloccò, interrompendo il movimento. Si voltò da sopra la spalla, gli occhi lucidi e uno sguardo di pura sfida.
«Sul letto,» disse. Si staccò da me e si lanciò sul materasso. La seguii senza esitare, salendo sul letto mentre lei si muoveva con una fluidità incredibile. Prima che potessi dire qualsiasi cosa, si girò sopra di me, ribaltando la posizione e portandosi in un contatto inverso, intimo e totale.
«Na-Ri...» tentai di dire. Si sollevò, si girò e improvvisamente la sua fica era proprio sopra il mio viso — le labbra gonfie e lucide, il clitoride turgido, l'intera apertura che pulsava visibilmente a pochi centimetri dalla mia bocca. Il suo profumo mi colpì direttamente — quell'odore di sesso che apparteneva solo a lei. Sentii le sue dita afferrare il bordo del preservativo sfilarlo per poi prenderlo di nuovo in bocca.
La sua lingua tracciò un cerchio attorno al glande con una precisione che mi fece arcuare la schiena, e poi scese — lentamente, prendendomi fino in gola, le labbra strette attorno all'asta come un anello.
Io afferrai i suoi fianchi con entrambe le mani, la tirai verso il basso, e la mia lingua trovò il suo clitoride. Lo leccai con movimenti ampi e piatti, poi mi concentrai in piccoli cerchi rapidi, sentendo il suo corpo contrarsi sopra di me.
Gemette attorno al mio cazzo. Risposi leccandola più forte, spingendo la lingua dentro di lei e poi succhiando il clitoride facendola tremare. I suoi fianchi oscillavano sopra di me, seguendo un ritmo tutto suo, e ogni volta che si abbassava sulla mia bocca sentivo i suoi fluidi bagnarmi il mento e le labbra.
«Mmhh— mmhh—» I suoi gemiti erano soffocati dal mio membro che le riempiva la bocca, ma non per questo meno intensi. Li sentivo vibrare attraverso la carne, attraverso ogni terminazione nervosa che possedevo. La sua mano sinistra stringeva la base della mia asta mentre la destra si aggrappava alla mia coscia, conficcando le unghie nella pelle.
Fu troppo. La combinazione della sua bocca, della sua lingua e lei sopra di me, la consapevolezza che la sua fica fosse aperta e pulsante a un palmo dalla mia faccia — mi portò al limite con una velocità che non mi lasciò il tempo di avvisarla. Venni con un gemito gutturale che si perse nella sua carne, mentre il mio sesso pulsava tutto lo sperma dentro la sua bocca. Sentii la sua gola muoversi mentre deglutiva, e quel gesto prolungò le mie contrazioni fino al punto da farmi quasi male.
E poi accadde qualcosa che non avevo mai provato. Na-Ri si irrigidì. Il suo corpo si tese sopra di me come una corda di violino, le cosce che si strinsero leggermente attorno alla mia testa, e un gemito acuto le sfuggì dalla gola nonostante la mia erezione ancora le occupasse la bocca. La sua fica si contrasse visibilmente davanti ai miei occhi. Stava venendo. Sulla mia faccia. Con un'intensità che le fece perdere il ritmo attorno al mio cazzo, che le strappò un suono, un mezzo gemito, mezzo singhiozzo, che non avevo mai sentito prima.
Rimase così per quelli che sembrarono minuti interi, il corpo scosso da spasmi residui, la sua intimità che continuava a pulsare a pochi centimetri dai miei occhi. Io respiravo a fatica, il viso bagnato dei suoi fluidi, il cazzo ancora nella sua bocca che si ammorbidiva lentamente.
Rimanemmo immobili per qualche minuto, schiacciati dal peso del fiato corto e dalle pulsazioni del cuore che lentamente tornavano alla normalità.
Quando lei si sciolse dalla posizione e si girò sul fianco, la trovai a fissarmi con i capelli scompigliati e il viso arrossato.
«Non mi guardare così,» disse, con un mezzo sorriso malizioso e le labbra ancora gonfie.
«Scusa... è che non ti facevo così...» risposi, stavo per dire "così porca" ma feci in tempo a fermarmi. Ripresi fiato, appoggiando la testa sul cuscino.
«Così come?»
«Così... così focosa,» risi, «sembravi così docile e carina e invece mi hai prosciugato.»
Scoppiammo a ridere entrambi.
«Grazie per la compagnia,» mormorò lei, sporgendosi verso di me per sfiorarmi il petto nudo con la punta delle dita. «È stato bellissimo. Penso che non dimenticherò mai questa notte.»
Mi sporsi a mia volta e la baciai. I sapori dei nostri corpi e della passione appena consumata si mescolarono un'ultima volta.
Ci alzammo dal letto. Io recuperai i vestiti sparsi a terra e ricominciai a rivestirmi. Na-Ri, invece, senza la minima ombra di imbarazzo, rimase completamente nuda davanti ai miei occhi, piegata sulle ginocchia ad armeggiare nella valigia aperta sul pavimento.
Si voltò verso di me tenendo in mano una copia del suo libro, quel piccolo volume dalla copertina minimale che le avevo visto tra le mani al tramonto.
Si avvicinò a passo lento e me lo diede. «So che non lo leggerai mai, anche perché probabilmente non verrà mai tradotto,» disse, fissandomi negli occhi con un piccolo sorriso furbo, «ma voglio regalartelo lo stesso. Così ti ricorderai di me.»
Lo presi, sfogliai per un secondo quelle pagine piene di ideogrammi coreani per me incomprensibili, che però adesso avevano un valore del tutto diverso.
«Non mi servirà un libro per ricordarmi di te, Na-Ri,» risposi, «ma questo me lo tengo lo stesso.»
Ci scambiammo un ultimo sguardo d'intesa, senza bisogno di aggiungere altro. Poi varcai la soglia e chiusi la porta della sua stanza dietro di me.
Rientrato in stanza, appoggiai il libro sul comodino, mi spogliai e andai a sdraiarmi nella mia parte di letto. Andrea dormiva a pancia in giù nella sua classica posizione di sempre. Restai a guardare il soffitto buio per qualche minuto, ripensando a ogni momento passato in quella stanza. Mi addormentai con un bel sorriso stampato in faccia.
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