Sabato pomeriggio 3

scritto il 2026-10-30 tempo di lettura 15 min

di
genere
dominazione
cura
A

Janet e Flavia si avvicinano.
Non dicono altro. Mi afferrano. Janet mi prende il viso tra le mani e mi bacia con forza, la lingua che entra nella mia bocca senza chiedermi niente. Allo stesso tempo Flavia si china dal lato opposto e mi bacia il collo, le labbra calde che scendono verso la clavicola mentre una mano mi afferra il seno ancora coperto dalla maglietta e lo stringe.
Sono bloccata sulla sedia. Due bocche. Due corpi che mi sovrastano.
Janet stacca le labbra dalle mie solo per un secondo e gira la testa verso la ragazza.
“Vieni qui”
La voce è secca, perentoria. Flavia si alza appena e va a liberare la prigioniera dalle corde. La ragazza si alza tremante, i morsetti ancora sui capezzoli, il corpo lucido di sudore e di fluidi. Flavia la spinge verso di me.
“Aiutaci”
La ragazza obbedisce. Si inginocchia di fronte alla mia sedia, tra le mie gambe, e con mani ancora un po’ incerte mi apre ulteriormente i pantaloni già sciolti. Janet mi bacia di nuovo, più a fondo, mentre Flavia mi tiene la testa ferma con una mano e con l’altra continua a massaggiarmi il seno attraverso il tessuto.
La ragazza mi tira giù i pantaloni e le mutandine fino a metà coscia. La sua bocca si avvicina. Sento il suo respiro caldo sulla mia figa ancora bagnata e sensibile dopo l’orgasmo. Poi la lingua. Lenta all’inizio, poi più sicura, che mi lecca dal basso verso l’alto, aprendomi le labbra.
Io gemo contro la bocca di Janet.
Flavia mi morde il collo, proprio sotto l’orecchio, mentre Janet mi tiene il volto e continua a baciarmi. La ragazza tra le mie gambe lavora con più impegno, la lingua che cerca il clitoride ancora gonfio e lo succhia piano. Ogni tanto alza lo sguardo verso le due Mistress, come per assicurarsi di fare bene.
Janet stacca le labbra dalle mie e mi guarda negli occhi, a pochi centimetri.
“Hai goduto senza permesso. Ora ti facciamo godere di nuovo… ma solo quando lo decidiamo noi. E solo come lo vogliamo noi”
Flavia intanto mi alza la maglietta e mi scopre i seni. Li prende tra le mani, li stringe, poi si china e mi prende un capezzolo in bocca, succhiandolo forte. La ragazza continua a leccarmi, più veloce adesso, le mani che mi tengono le cosce aperte.
Sono circondata. Tre bocche. Tre paia di mani.
E non posso fare niente altro che restare seduta, con le gambe aperte, mentre mi usano.
Mentre le tre donne mi toccano, qualcosa dentro di me cambia.
Sono ancora seduta sulla sedia, i pantaloni tirati giù fino a metà coscia, i seni scoperti, la figa aperta sotto la lingua della ragazza che mi lecca con dedizione. Janet mi bacia la bocca con forza, Flavia mi succhia un capezzolo e mi tiene ferma. E io… non lotto più.
Rifletto.
Non avrei mai immaginato di finire così. Quando sono entrata in questo dungeon pensavo solo di assistere. Di guardare. Di capire se quello che sentivo era curiosità o qualcosa di più. Ora sono io al centro. Le mani di due Mistress sul mio corpo, la bocca di una schiava tra le mie gambe, e un calore che mi sale dal basso ventre e mi annebbia la testa.
La voglia di lasciarmi andare cresce in modo esponenziale. A ogni leccata. A ogni morso sul seno. A ogni bacio di Janet che mi toglie il fiato.
I desideri di Janet, fino a quel momento sconosciuti, mi appaiono all’improvviso chiari. Vuole il controllo. Vuole il mio corpo. Vuole vedere la mia resai. E io… lo voglio. Lo sento. Il bisogno di abbandonarmi, di non decidere più niente, di lasciarle fare qualunque cosa vogliano, diventa più forte della vergogna, più forte della paura, più forte di tutto.
Chiudo gli occhi per un secondo e mi abbandono al bacio di Janet.

Apro di più le cosce per la ragazza che mi lecca. Spingo il petto contro la bocca di Flavia. Non so ancora se sono più sub o più dom. So solo che, in questo momento, voglio essere presa. Usata. Controllata.
E per la prima volta da quando sono entrata qui, non ho più paura di ammetterlo.
Il dolore arriva all’improvviso.
Janet stacca le labbra dalle mie e, senza preavviso, mi dà uno schiaffo secco sul seno destro. Il suono è forte, secco, e il bruciore mi esplode sulla pelle. Un secondo dopo Flavia mi schiaffeggia l’altro seno, più forte. Poi di nuovo Janet. Poi Flavia. Si alternano. Ogni schiaffo è preciso, mirato, e lascia la pelle che brucia e arrossisce.
Non si fermano al seno.
Le mani scendono sul ventre, sulle cosce, sui fianchi. Schiaffi leggeri e poi più duri, su ogni centimetro di pelle scoperta. La ragazza, ancora inginocchiata tra le mie gambe, alza lo sguardo verso le due Mistress e riceve un cenno. Anche lei inizia. Le sue mani, più incerte ma obbedienti, mi schiaffeggiano l’interno delle cosce, vicino alla figa ancora bagnata.
Io gemo. Il suono mi esce dalla gola senza che possa trattenerlo.
Janet mi prende il viso con una mano e mi copre la bocca, mentre con l’altra continua a colpirmi il seno. Flavia mi tiene un polso fermo e mi schiaffeggia il fianco, il ventre, di nuovo il seno. La pelle mi brucia. Ogni colpo mi fa contrarre, mi fa spingere i fianchi in avanti, mi fa sentire ancora più esposta.
La ragazza tra le mie gambe mi lecca di nuovo mentre mi colpiscono, la lingua calda che contrasta in modo crudele con il bruciore degli schiaffi. Il dolore e il piacere si mescolano. Non so più distinguere dove finisce uno e dove inizia l’altro.
Janet mi guarda negli occhi, la mano ancora sulla mia bocca.
“Hai goduto senza permesso. Queste sono le conseguenze”
Un altro schiaffo. Poi un altro. E un altro ancora.
Io resto seduta, le cosce aperte, il corpo che trema sotto le loro mani, e per la prima volta non cerco di allontanarmi. Accetto. Ogni colpo. Ogni bruciore. Ogni gemito soffocato contro il palmo di Janet.
E qualcosa dentro di me, ancora una volta, si arrende un po’ di più.
Janet alza lo sguardo verso Flavia.
“Tienile le braccia”
Flavia obbedisce immediatamente. Si posiziona dietro la sedia, mi afferra i polsi e me li tira indietro, bloccandomi le braccia contro lo schienale. Non posso più muoverle. Non posso più toccarmi. Non posso più difendermi.
Janet si china tra le mie gambe. Con entrambe le mani mi afferra le cosce e me le allarga con decisione, fino a sentire i muscoli tirare. Mi tiene aperte. Esposta. Completamente.
Poi guarda la ragazza ancora inginocchiata davanti a me.
“Riprendi. Leccala. E usa le mani”
La ragazza annuisce e si avvicina di nuovo. La sua lingua torna sulla mia figa, calda, umida, precisa. Mi lecca dal basso verso l’alto, apre le labbra, cerca il clitoride e lo circonda con movimenti lenti e insistenti. Poi sento le sue dita. Piccole, sottili, che mi sfiorano l’ingresso già bagnato. Ne infila prima una, poi due. Le fa entrare fino in fondo e inizia a muoverle dentro di me con un ritmo regolare, mentre continua a leccarmi.
Io non posso fare niente. Le braccia bloccate da Flavia. Le gambe tenute aperte da Janet. La bocca e le dita della ragazza che mi usano senza che io possa oppormi.
È una sensazione di totale impotenza. Di completo abbandono.
Il corpo reagisce da solo. I fianchi cercano di muoversi incontro a quelle dita e a quella lingua, ma Janet mi tiene ferma. Flavia stringe di più i polsi. La ragazza accelera, le dita che entrano ed escono più veloci, la lingua che batte sul clitoride con più insistenza.
Io gemo.


La testa mi cade all’indietro contro lo schienale. Gli occhi si chiudono. Non c’è più controllo. Non c’è più scelta.

C’è solo questa sensazione di essere completamente nelle loro mani, aperta, penetrata, leccata, tenuta immobile mentre il piacere sale di nuovo, caldo e inarrestabile.
E per la prima volta non ho più paura di perdermi del tutto.
All’improvviso Janet afferra la ragazza per i capelli e la tira indietro con decisione.
“Basta”
La voce è secca. La ragazza viene strappata dalle mie gambe, le dita ancora lucide dei miei fluidi, e trascinata di nuovo al centro del dungeon. Flavia mi lascia i polsi e si alza, seguendo le due. Prima di allontanarsi del tutto si china verso di me, abbastanza vicino da farmi sentire il respiro caldo sull’orecchio.
“Assisti. Solo assisti”
La voce è bassa, ma chiara.
“Niente di quello che è successo prima. Da questo momento non puoi più venire senza l’autorizzazione di Janet. Se lo fai… ne pagherai le conseguenze”
Poi si allontana anche lei. Io resto seduta, stordita.
Il corpo trema ancora. Sono quasi al limite, il clitoride che pulsa, le cosce umide, il respiro corto. L’orgasmo è stato così vicino che mi fa male non poterlo raggiungere. Le mani mi tremano mentre cerco di riprendermi le mutandine e i pantaloni. Li tiro su con difficoltà, il tessuto che si appiccica alla pelle bagnata. Sistemo la maglietta come posso, mi liscio i capelli con le dita, cerco di rimettermi in qualche modo presentabile.
Poi mi risiedo. Le mani sulle ginocchia. Le gambe strette. Lo sguardo fisso sul centro della stanza.
Janet e Flavia stanno già riposizionando la ragazza. Io resto qui, ancora pulsante, ancora a un soffio dal venire, ma ferma. In attesa.
Aspettando di vedere cosa verrà dopo.
E cercando, con tutte le mie forze, di non cedere di nuovo.
Non ero preparata a quello che stavo per vedere.
Janet e Flavia trascinano la ragazza al centro della stanza e fanno entrare un oggetto che non avevo mai visto dal vivo. Un Sybian. Una macchina nera, bassa, con una membrana oscura al centro e, sopra di essa, un grosso fallo di silicone eretto, lucido, minaccioso.
La legano in modo preciso, quasi rituale. Le braccia dietro la schiena, strette con corde che le avvolgono il torace e i seni, lasciando i capezzoli esposti. Le ginocchia vengono fissate ai lati della macchina in modo che tutto il suo peso gravi sulla membrana. Poi la abbassano. Il fallo entra in lei con un movimento lento e inesorabile, fino in fondo. La ragazza emette un suono soffocato, gli occhi spalancati.
Janet accende la macchina.
Il ronzio basso e costante riempie subito la stanza. La membrana inizia a vibrare, oscillare, trasmettere ogni scossa direttamente al clitoride e all’interno della figa della ragazza. Il fallo si muove appena, ma abbastanza da stimolarla in profondità. La ragazza si contrae all’istante. Tira le corde. Cerca di sollevarsi, di alleggerire il peso, ma le ginocchia sono bloccate. Non può scappare. Può solo restare lì, impalata, con tutto il corpo che vibra.
Le urla iniziano quasi subito.
Alte, spezzate, disperate. Cerca di trattenersi, di non venire, di controllare il respiro, ma la macchina non le dà tregua. Ogni oscillazione della membrana la porta più vicino. Il viso si contorce, i seni legati salgono e scendono con il respiro affannoso, i muscoli delle cosce tremano in modo incontrollabile.
Io resto seduta sulla mia sedia, le mani strette sulle ginocchia. Voglio toccarmi. Il desiderio è così forte che mi fa male.
La scena è piena di erotismo crudo, di potere, di abbandono forzato. Vedo lo sforzo della ragazza per non raggiungere l’orgasmo, il modo in cui digrigna i denti, il modo in cui scuote la testa, il modo in cui il corpo le tradisce a ogni vibrazione. E io… io sono di nuovo bagnata. Di nuovo calda. Di nuovo a un passo.
Ma mi hanno ordinato di non farlo. Se vengo senza autorizzazione di Janet, pagherò le conseguenze.
Allora resto ferma. Le unghie conficcate nei palmi. Le cosce strette. Lo sguardo fisso su quella ragazza impalata sul Sybian, che urla mentre la membrana continua a vibrare senza pietà.
Il dungeon è pieno delle sue urla e del ronzio costante della macchina. E io resto qui, a guardare, a desiderare, a trattenermi con tutte le forze.
Passano quasi trenta minuti.
Trenta minuti di ronzio continuo, di urla spezzate, di un corpo che viene annientato senza pietà. Il Sybian non si ferma mai. La membrana vibra senza interruzione, il fallo resta conficcato fino in fondo, e la ragazza è costretta a sopportare ogni singola oscillazione. Janet e Flavia le stanno accanto, a tratti le parlano all’orecchio, a tratti le tirano i capezzoli legati, a tratti le obbligano a guardarle negli occhi mentre le negano ancora una volta l’orgasmo.
Ogni volta che il corpo della prigioniera inizia a contrarsi in modo incontrollabile, ogni volta che le urla diventano più acute e i muscoli si tendono, una delle due abbassa l’intensità o sposta appena la posizione, abbastanza da riportarla indietro. Mai abbastanza da farla venire. Sempre abbastanza da tenerla sull’orlo.
Il volto della ragazza è ormai un maschera di lacrime e saliva. Le guance rigate, gli occhi rossi e lucidi, la bocca aperta in un lamento continuo. Il corpo trema intero. Le cosce sono lucide. Il torace sale e scende a scatti. Sembra a un passo dal collasso, eppure continua a essere costretta a restare lì, impalata, a subire.
Io sono sfinita.
Le mani mi fanno male a forza di stringerle. Le unghie hanno lasciato segni sui palmi. Le cosce sono strette così forte che i muscoli bruciano. Vorrei toccarmi. Vorrei infilare le dita tra le gambe e urlare un orgasmo lungo, disperato, liberatorio. Il bisogno è così forte che mi fa venire le lacrime agli occhi. Il clitoride mi pulsa in modo quasi doloroso. Ogni urla della ragazza mi arriva dritta tra le gambe, ogni vibrazione del Sybian mi fa stringere di più i denti.
Ma non posso. Me l’hanno ordinato. Se vengo senza autorizzazione di Janet, pagherò le conseguenze.
Allora resto seduta. Immobile. A guardare quella ragazza annientata sul Sybian, il volto distrutto dalle lacrime e dallo sforzo, mentre io stessa sono a un passo dal crollare.
E continuo a trattenermi.

Finalmente Janet decide che è abbastanza.
Si avvicina alla ragazza ancora impalata sul Sybian, le afferra i capelli bagnati di sudore e le tira la testa all’indietro con decisione. La obbliga a guardarla negli occhi. Il viso della prigioniera è distrutto: occhi lucidi di lacrime, bocca aperta, espressione contorta dallo sforzo e dal bisogno.
“Guardami” La voce di Janet è bassa, ferma.
“Guardami mentre vieni”
Poi alza l’intensità della macchina al massimo.
Il ronzio diventa più forte, più aggressivo. La membrana vibra con una violenza quasi crudele. Il corpo della ragazza esplode all’istante. Si inarca contro le corde, i muscoli si contraggono in modo violento, un urlo lungo e spezzato le esce dalla gola mentre l’orgasmo la investe. Janet non le lascia chiudere gli occhi. Le tiene i capelli stretti, la costringe a guardarla per tutta la durata dello spasmo. Ogni scossa, ogni gemito, ogni contrazione avviene sotto quello sguardo.
L’orgasmo sembra non finire mai.
Il corpo continua a tremare, a spingersi contro il fallo e la membrana, a scaricare tutto quello che le è stato negato per quasi mezz’ora. Le lacrime le scorrono sulle guance. La voce si spezza in lamenti più deboli, più rochi, finché i tremiti iniziano a diventare più lenti, più distanziati.
Janet tiene ancora i capelli. Aspetta che l’ultima onda passi. Solo allora abbassa l’intensità e lascia andare la presa.
Io resto seduta, le unghie conficcate nei palmi, il respiro corto.
Ho appena visto una delle cose più intense e crude che abbia mai assistito. E il bisogno di toccarmi è quasi insopportabile. Ma resto ferma. A guardare.
Come mi è stato ordinato. Con tutte le forze che mi restano.
Resto seduta a guardarla mentre ancora trema sul Sybian, il corpo scarico, le corde che la tengono in posizione, il fallo ancora conficcato dentro di lei. E rifletto. Quella macchina è infernale. Non c’è altra parola.
Non lascia scampo. Non permette di scappare, di chiudere le gambe, di allontanarsi dalla stimolazione. Ti tiene lì, aperta, impalata, con tutto il peso del corpo che preme sulla membrana vibrante e sul fallo. Ti porta sull’orlo e ti tiene sospesa finché qualcuno non decide che puoi venire. O che non puoi. È un tormento preciso, meccanico, senza pietà.
Eppure…
Mentre la guardavo urlare, contorcersi, piangere e infine esplodere sotto lo sguardo di Janet, qualcosa dentro di me ha iniziato a bruciare. Una voglia irresistibile. Oscura. Quasi vergognosa.
Vorrei provarla. Vorrei essere legata così. Le braccia dietro la schiena. Le ginocchia bloccate. Il corpo costretto a restare su quella membrana che vibra senza interruzione.
Vorrei sentire quel fallo entrare fino in fondo e non poter fare niente per espellerlo. Vorrei essere portata sull’orlo per minuti e minuti, negata, fatta urlare, fatta piangere… e poi costretta a guardare Janet negli occhi mentre vengo.
L’idea mi fa stringere le cosce.
Mi fa venire un brivido lungo la schiena. Mi fa sentire di nuovo calda, bagnata, a un passo dal perdere il controllo. So che non posso toccarmi. So che se lo faccio pagherò le conseguenze. Ma il pensiero resta.
Fisso. Inquietante. Eccitante.
Quella macchina infernale. E la voglia, sempre più forte, di essere impalata li sopra.
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