Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 15
di
Michael035
genere
fantascienza
Scendo dalla torretta alle quattordici. Dopo ore in piedi al freddo, le ginocchia si sbloccano solo dopo i primi passi. Prima di smontare, Nick mi ha avvertito: Tae-Soo ha convocato una riunione generale nel piazzale centrale, poco prima di cena.
Rientro nella capanna. Dentro nessuno parla. Nel cubicolo del bagno uso mezza razione dell'acqua non potabile per lavarmi di dosso lo sporco e l'odore di olio e metallo che le armi mi lasciano sulle mani. Quando torno di là, noto che sulla branda c'è un cambio pulito: pantaloni da lavoro pesanti, una maglia a maniche lunghe, un maglione di lana e una giacca invernale. Ce li ha fatti recapitare la famiglia di Tae-Soo. Il gomito sinistro del maglione è rammendato con filo di un altro colore.
Mentre mi allaccio gli stivali, Nancy si alza dalla branda inferiore. Ha gli occhi gonfi e le spalle curve in avanti, ma si è data una sistemata.
«Sai della riunione, vero?»
«Sì,» risponde senza guardarmi, impegnata a lisciare le pieghe di una coperta. «Arrivo tra qualche minuto. Tu vai pure.»
Non insisto. Esco e vado verso il centro dell'insediamento.
Guardo il cielo che si è chiuso in un grigio uniforme e l'aria fredda è quasi insopportabile. Arrivo nel piazzale tra la mensa e l'armeria. Tae-Soo ha acceso un fuoco dentro un fusto industriale. I ciocchi di legno scoppiettano e sputano scintille. Il capo è in piedi vicino al calore, con le mani incrociate dietro la schiena. Quando mi vede arrivare, fa un breve cenno col capo. Ricambio e mi avvicino.
C'è ancora poca gente. Su una cassa di legno rovesciata, a poca distanza dal fuoco, è seduta Clementine, con in mano un paio di forbici dalle lame lunghe e opache. Con le dita isola una ciocca sulla nuca e prova a tagliarla alla cieca.
Mi avvicino e le copro la luce del fuoco mettendomi davanti a lei.
«Ti serve una mano? Ti vedo in difficoltà.»
Clementine alza gli occhi. Tiene la ciocca tra indice e medio e sorride a metà.
«Magari dietro. Lì non riesco a vedere.»
Prendo le forbici. Mi metto alle sue spalle e le sollevo una ciocca.
«Non sono poi così lunghi. Perché li tagli?»
«Non mi piacciono troppo lunghi,» dice lei, tenendo la testa ferma. «Li ho sempre avuti corti o legati. Sono più comodi.»
«Come vuoi, ti accontento subito.»
Comincio a sforbiciare, ma fa talmente freddo che fatico anche a tenere le forbici in mano. Vado a occhio: pareggio i danni che si è fatta da sola ai lati. Clem non si muove nemmeno quando le lame le passano accanto all'orecchio.
Un grumo di capelli neri cade sulla terra battuta. Da dietro sento arrivare altri passi: la gente comincia a uscire dalle capanne. Tra loro c'è Meave. Si ferma accanto a noi e inclina la testa.
«Ma che stai facendo?»
«Taglio i capelli a Clem. Non si vede?»
Meave sbuffa una mezza risata.
«Sì, ma almeno tagliali bene. Da questa parte sembra che qualcuno li abbia strappati a morsi.» Allunga la mano e si prende le forbici. «Dai qua. Questo almeno era il mio mestiere, prima che il mondo andasse a puttane.»
Si piazza dietro Clementine e le passa le dita tra i capelli per valutare il dislivello. «E tu ti sei fidata a farti tagliare i capelli da lui?»
Clementine alza una spalla. «L'ho fatto anche da sola. Era difficile fare peggio.»
Meave sorride e si mette al lavoro. Va veloce: sfoltisce la nuca, scala i contorni con la costa delle forbici. Ci mette solo qualche minuto a cancellare il disastro combinato da me e da Clem stessa. Alla fine raccoglie i capelli dietro in un codino basso e stretto, poi con le dita scompiglia la parte davanti e lascia scendere un paio di ciocche ricce fino all'altezza delle orecchie.
«Finito. Vai a guardarti.»
Clem si alza, si china sul bordo di un barile per la raccolta dell'acqua e aspetta che la superficie smetta di incresparsi. Si tocca il codino, sposta una ciocca laterale, gira la testa da una parte e dall'altra.
«Wow,» mormora. Si volta verso di noi. «Che belli. Grazie, Meave.»
«Di nulla, piccola,» dice Meave, sorridendole.
Clementine torna al fuoco e si risiede sulla cassa vicino a noi. Meave mi segue, allunga gli stivali verso il fusto e appoggia la testa sulla mia spalla. Alzo il braccio sinistro e glielo passo dietro la schiena. Meave chiude gli occhi, con la faccia rivolta alle fiamme.
In quel momento vedo arrivare Nancy. Cammina piano, con la giacca chiusa fino al mento. Si ferma per qualche istante e guarda dritta verso me e Meave.
Nancy attraversa il cerchio fino al lato opposto, dove c'è un tronco libero, e si siede. Pianta i gomiti sulle ginocchia e rimane a fissare il fuoco, senza dire una parola a nessuno.
Il piazzale continua a riempirsi. Il rumore del vento che sbatte contro le lamiere viene coperto dal vociare della gente intorno a noi. Tae-Soo si stacca dal fuoco, fa due passi verso il centro del cerchio e alza una mano. Il brusio cala di colpo.
«Buonasera a tutti. Vi ho chiamato perché ci sono delle cose da discutere e chiarire insieme. Da stasera cambiano le regole,» esordisce Tae-Soo. Non alza la voce, e oltre alla sua c'è solo il crepitio della legna nel fusto. «Quello che hanno fatto a Rayan dimostra che la Stirpe ci sta braccando. Per questo le uscite per i recuperi saranno dimezzate e il raggio d'azione ridotto. Nessuno si allontana per lunghe distanze. In compenso aumentano i turni di lavoro negli orti e nelle serre.»
Incrocia le mani dietro la schiena e passa in rassegna le prime file. «Raddoppiamo anche la sorveglianza notturna sulle mura. E da domani ognuno di voi ritira un'arma dall'armeria e la tiene nella propria capanna. Averla per difesa personale diventa obbligatorio. Se entrano, dobbiamo poter sparare da ogni porta.»
«Ci chiudiamo in gabbia con gente che non conosciamo,» dice un uomo dalle retrovie. Avrà cinquant'anni, porta un giubbotto da cantiere e tiene le braccia spalancate.
«Spiegati, Gorman.» Tae-Soo non si muove.
«Siamo braccati. Usciamo sempre di meno, il cibo è contato, e tu fai entrare altra gente che non sappiamo da dove cazzo arrivi.» Gorman indica me e Meave, poi allunga il braccio verso l'infermeria. «Dei nuovi non sappiamo niente. Potrebbero essere chiunque. E intanto buttiamo medicine e scorte buone su uno sconosciuto a cui avete appena segato un braccio. Se sopravvive, qui dentro non potrà fare quasi nessun lavoro. Non ha senso far entrare altra gente quando già facciamo fatica.»
Nancy scatta in piedi. Il tronco su cui era seduta si ribalta all'indietro nella ghiaia.
«Se ci fosse stata tua moglie in quella situazione, o peggio tuo figlio, avresti detto la stessa cosa? Eh, pezzo di merda!» urla, con i pugni stretti lungo i fianchi e il busto proteso in avanti.
Mi alzo, attraverso lo spazio che ci separa e la prendo per il braccio, stringendo la stoffa della giacca per tirarla indietro prima che si butti addosso a Gorman.
Nancy si libera con uno strattone. Si volta e mi pianta gli occhi in faccia. Il suo sguardo passa sopra la mia spalla, verso Meave, e torna su di me. «Toglimi le mani di dosso, Trevis!» sibila, respirando a fatica. «Come faccio a rimanere calma?»
Ji-Soo lascia il fianco del padre e in due passi si mette tra Nancy e Gorman. «Abbassate la voce, tutti e due.» Il suo tono è severo. «Mantenete il controllo e state al vostro posto. Non è il momento di sbranarci tra di noi.»
Nancy fa un passo indietro, senza guardare Ji-Soo. Passa in rassegna le facce illuminate dalle fiamme. «Voi non avete la minima idea di cosa significhi stare lì fuori senza un riparo. Per voi è facile parlare. State al caldo, avete il cibo e una zona sicura. Se questo è il vostro modo di ragionare, allora non siete tanto diversi da quei mostri lì fuori. Noi ci diamo da fare come fanno tutti gli altri, se a te non sta bene è un tuo problema. Io non ho nessuna intenzione di tormare lì fuori.»
Avanzo di un passo.
«Nancy, per favore, calmati. Siediti. Nessuno sta dicendo che devi andartene.»
Lei si gira verso di me. Si passa il dorso della mano sugli occhi e serra la mascella.
«Sì, invece. Stanno dicendo proprio questo,» risponde a denti stretti. «Di me, di te, di Meave... di tutti noi.»
Cerco di avvicinarmi, ma lei si ritrae.
«Ti ho detto di non toccarmi.»
Volta le spalle al fuoco, attraversa la folla che le fa largo e si allontana nel buio, dritta verso l'infermeria.
Ji-Soo non ha mai tolto gli occhi da Gorman. Gli va incontro e gli punta un dito contro il petto, costringendolo a indietreggiare.
«Devi mantenere la calma, Gorman. Se vuoi dire qualcosa dillo, ma non puntare il dito contro nessuno. Le supposizioni non hanno mai aiutato nessuno. Questo tipo di decisioni spettano a mio padre, se non c'è mio padre spettano a me. Quindi, se abbiamo aperto i cancelli per loro, è perché abbiamo contato le scorte e ce lo possiamo permettere. Ci serve gente che sappia da che parte si impugna un fucile. Mettere un'arma in mano a metà di voi, che non hanno mai sparato a un bersaglio in movimento, non ci rende più sicuri. Ci rende solo più numerosi e rumorosi. Loro sanno combattere. Jason ci metterà un po' a rimettersi in piedi, ma si adatterà e farà la sua parte qui dentro come tutti voi.»
Gorman prova a ribattere, ma Ji-Soo non gli lascia spazio. «Se smettiamo di far entrare chi ci serve solo perché abbiamo paura, facciamo la fine che meritiamo. Bestie in gabbia che aspettano il macello. È questa la tua idea di sopravvivenza?»
Il piazzale si divide. Una parte della folla annuisce. Accanto a Gorman altri scuotono la testa e si scambiano occhiate; qualcuno borbotta della propria razione. Il brusio risale, le voci si sovrappongono.
Tae-Soo si ferma in mezzo allo spiazzo, tra la figlia e il gruppo di Gorman.
«Basta così.» Tutte le voci si interrompono insieme. «La decisione è presa. Da questo momento valgono le nuove direttive. Ognuno faccia il suo turno, ritiri la sua arma e si tenga pronto. Non voglio sentire un'altra parola su chi mangia e chi no. La riunione è sciolta.»
Non aspetta di vedere chi obbedisce. Nessuno protesta. Gorman ci lancia un'ultima occhiata, poi volta le spalle, infila le mani in tasca e si avvia verso la mensa comune, seguito da un capannello di uomini. Il piazzale si svuota piano, e resta il crepitio della legna che brucia.
Tae-Soo aspetta che le prime file si disperdano. Si passa una mano sul viso, dalla fronte al mento, poi viene verso me, Meave e Clem.
«Non fate caso a quello che ha detto Gorman,» dice, fermandosi a un metro da noi. Parla a voce normale, ma è stanco. «La paura fa parlare a sproposito.»
«Nessun problema,» rispondo infilando le mani nelle tasche della giacca. «Sono spaventati. Hanno visto morire la loro gente e sanno di essere un bersaglio.»
«Tutti abbiamo perso qualcuno, Trevis.»
«Sì, ma non sotto una minaccia costante di essere ammazzati in quel modo.» Sostengo lo sguardo «Quello che è successo stasera, il panico, trovare un colpevole tra noi, è quello che vogliono i figli di puttana là fuori. Logoramento. Vi vogliono spaccare dall'interno. Se non siamo più furbi di loro, questo posto crollerà senza che sparino un colpo contro il cancello.»
Il coreano incrocia le braccia al petto e mi fissa.
«E cosa consigli? Ti ascolto.»
Mi avvicino al fuoco e abbasso la voce.
«Fermare la riunione è stata la mossa giusta. Prima, però, hai sbagliato. Armi a civili che non reggono lo stress, turni di guardia raddoppiati, uscite dimezzate, tutto nella stessa sera e davanti a un cadavere ancora caldo. Le misure servono, non lo discuto. Ma dovevi darle con discrezione.» Guardo il muro est, poi torno su di lui. «Così hai detto alla tua gente che avete perso il controllo, e Gorman ne è la prova. Devono credere che ogni mossa sia calcolata, non dettata dall'emergenza.»
Tae-Soo guarda le fiamme nel fusto per qualche secondo, con la mascella serrata. Poi annuisce, un cenno breve.
«Forse hai ragione. Adesso lasciamo calmare le acque.»
«Esatto.» Faccio un passo indietro. «Ora non fare nessun passo indietro, da domani entrano in vigore le nuove direttive, noi seguiremo le nostre mansioni e teniamo un basso profilo. A Nancy penso io. Stanotte lasciala sbollire: ha incassato due colpi pesanti nel giro di poco tempo e non è lucida. Tu mostrati sicuro di te, la paura, anche se c'è, lasciala da parte. Sono tutti già sotto pressione, se li carichi ancora finisce tutto.»
Tae-Soo mi guarda per un momento. Non aggiunge frasi di circostanza. Fa un cenno col capo, prima a me e poi a Meave.
«Ci vediamo a cena,» dice, poi si volta e va verso l'edificio della mensa.
Restiamo io, Meave e Clementine vicino al fusto. La legna è ridotta a un cumulo di braci che si ravvivano a ogni folata di vento.
Resto seduto sulla panca, con gli avambracci sulle ginocchia. Alzo gli occhi e trovo Meave che mi guarda, la testa inclinata, le palpebre socchiuse per il fumo.
«Che c'è?» chiedo. «Perché mi guardi in quel modo?»
Meave sorride e si strofina il dorso della mano guantata sulla guancia.
«Dovresti darti una sistemata anche tu a quei capelli.»
«Stanno benissimo.»
«Un amore proprio. Sembri uno di quei cani randagi che si sono sgrullati dopo essere usciti da un fosso.» Fa scattare le forbici a vuoto.
«Dai, vieni qui, già che ci siamo. Tu che dici, Clem?»
Clementine, seduta sulla cassa di fronte a noi, si stringe nella giacca a vento e annuisce. «Sono d'accordo con lei.»
Meave viene verso di me.
«Ho avuto un'idea. Non serve neanche tagliarli tanto. Con il codino staresti proprio bene.»
Mi raddrizzo.
«Cosa? No, non ci pensare neanche. E poi non mi piace.»
«Piace a me, infatti. Questo basta.»
Giro la testa e la guardo in faccia. Meave non sposta lo sguardo. Tiene le forbici ferme lungo la coscia, il mento un po' sollevato. Passano un paio di secondi, poi l'angolo della sua bocca sale.
Non ribatto. Resto seduto, con le mani sulle cosce. Meave aggira la panca e si piazza dietro di me.
Mi pettina i capelli all'indietro con le mani, sciogliendo i nodi uno alla volta, e mi tira le ciocche verso la nuca. Taglia giusto il necessario. Le unghie mi grattano il cuoio capelluto. Dalla tasca del giubbotto estrae un pezzo di spago nero, lo avvolge due volte attorno alla ciocca e stringe il nodo con uno strattone che mi tira la testa all'indietro per un istante.
«Fatto.» Dà un colpetto al codino per vedere se regge.
Clementine si alza e si sfrega le mani, poi ci soffia sopra.
«Comincio ad andare in mensa, vi tengo il posto. Se resto ferma ancora un po', mi congelo.» Le faccio un cenno con la mano. Si volta e si allontana. Restiamo soli.
Meave torna davanti a me. Con la punta dello stivale mi allarga le ginocchia e si infila in mezzo, a mezzo passo dal mio petto.
«Alza il mento,» dice a voce bassa.
Sollevo la testa. Avvicina le lame alla mia mascella e comincia a sfoltirmi la barba sui lati, attorno alla bocca. Quando finisce i nostri sguardi si incontrano.
Lei guarda le mie labbra, poi risale ai miei occhi.
Appoggia le forbici sulla panca accanto a me. Mi prende il viso con tutte e due le mani, si china e mi bacia.
Ricambio il bacio. Ieri notte è stato tutto più sbrigativo. Afferro il suo giubbotto all'altezza dei fianchi e la tiro a me. Lei apre la bocca. Le porto le mani sulla schiena e la stringo, e lei mi passa le braccia attorno al collo e affonda di nuovo le dita nei capelli appena legati.
La tiro più giù, e Meave piega le ginocchia e si siede a cavalcioni sulla mia gamba destra senza staccarsi. La tengo stretta. Sento il suo respiro, veloce e poi più lento. Le braci si spengono una a una accanto a noi. Ho le ginocchia gelate e non mi muovo.
Meave stacca la bocca dalla mia e mi dà un ultimo bacio leggero all'angolo delle labbra. Riprende le forbici dalla panca, ne pulisce le lame sul bordo dei pantaloni e le infila nella tasca del giubbotto.
«Andiamo a cena?» Si alza sistemandosi la giacca. «Fa troppo freddo anche per stare vicino al fuoco.»
«Arrivo tra poco.» Mi infilo le mani nelle tasche della giacca a vento. «Passo un attimo in infermeria a vedere come sta Jason.»
Meave annuisce, senza fare domande.
«Non metterci troppo.»
Mi fa un cenno con la mano e imbocca il viale verso l'edificio.
Volto le spalle al fusto, dove restano solo braci, e vado verso l'ala est dell'accampamento. L'infermeria è un prefabbricato di legno recuperato da un vecchio ufficio di cantiere.
I neon al soffitto ronzano e danno una luce giallastra alle pareti scrostate. Gli edifici principali sono alimentati con i pannelli solari.
Jason è steso sulla prima branda di metallo, coperto fino al petto da una coperta pesante. Il moncone del braccio destro è avvolto in un grosso strato di bende pulite. Ha ripreso il colorito, la fronte è asciutta e il respiro sembra regolare.
Nancy è seduta su una sedia pieghevole di plastica accanto al letto, con i gomiti sulle ginocchia e le dita intrecciate. Guarda le scarpe di Jason, appoggiate a terra.
«Come sta?» chiedo, fermandomi a due passi dalla branda.
Nancy non alza la testa.
«Meglio. Pare che ce la farà,» risponde, senza intonazione.
«È una bella notizia. Non sei felice?»
Nancy rovescia la testa all'indietro, fa girare il collo fino a farlo schioccare, incrocia le braccia. Continua a guardare il muro di fronte.
«Ho saputo l'altro ieri che mia sorella è morta, Trevis. Sono felice per Jason, certo. Ma perdonami se non faccio i salti di gioia e non mi metto a stappare una bottiglia. A quanto pare c'è chi dimentica in fretta e chi ci mette di più. Una cosa così non si archivia cambiando stanza. O letto.»
La guardo.
«Cosa intendi con l'ultima frase?»
«Niente. Ho solo detto quello che penso.»
«Se vuoi accusarmi di qualcosa, Nancy, dimmelo in faccia. Senza parabole.»
Nancy gira la sedia verso di me. Ha gli occhi gonfi e le occhiaie, e li tiene su di me senza distogliere lo sguardo.
«Che c'è, hai la coda di paglia?» Tiene la voce bassa per non svegliare Jason e scandisce ogni parola. «Si vede da chilometri come vi muovete, tu e quella lì. Come una coppia collaudata. Vi capite al volo, vi toccate davanti a tutti senza il minimo imbarazzo. Non voglio accusarti di niente, ma abbi almeno il buon gusto di non fare scenate romantiche davanti ai miei occhi.»
«Nancy... Tessa è—»
«Sì, lo so cosa vuoi dire. Stai zitto.» Alza un palmo aperto per bloccarmi. «Tu hai avuto un anno intero per metabolizzare la cosa. Per te mia sorella è un capitolo chiuso, un ricordo che hai già riposto nell'armadio per fare spazio al resto. Io ho avuto due giorni. E scusami se mi dà il voltastomaco vedere la persona che consideravo mio cognato, l'unico pezzo della mia vecchia famiglia rimasto in piedi, fare il nido con un'altra come se niente fosse mai successo.»
Avanzo di mezzo passo. Lei non si sposta dalla sedia.
«Tessa non sarà mai un capitolo chiuso per me. E non sto rimpiazzando nessuno. Il mondo là fuori non aspetta i nostri tempi di recupero, Nancy. Se ti fe—»
Nancy ride una volta sola in modo ironico.
«Certo. Eccolo il grande Trevis. Sempre pratico, sempre lucido, sempre pronto a voltare pagina in nome della sopravvivenza. È comodo usare l'apocalisse come scusa per non provare più un cazzo verso chi ti stava accanto, vero? Ti rende la vita così semplice.»
Si piega in avanti, con le mani sulle ginocchia, e alza il mento verso di me.
«Fai quello che ritieni giusto. Però fai un favore a te stesso e a me: risparmiati queste visite. Non venire qui a fare la parte del capo premuroso che passa a controllare le truppe. Io e Jason non abbiamo bisogno della tua pietà.»
«Non sono qui per pietà,» dico, a voce ferma. «Siamo tutti un'unica squadra. Dobbiamo restare uniti per affrontare questo inferno.»
«Sono nervosa e stanca, Trevis.» Gira di nuovo la sedia verso Jason. «Lasciami in pace, per favore.»
Resto in piedi in mezzo alla stanza per qualche secondo. Il neon ha un piccolo sbalzo di corrente. Nancy non aggiunge niente e guarda la benda di Jason.
Mi volto, spingo la porta di compensato ed esco.
Dopo aver cenato, torniamo tutti alla capanna. Nancy è l'ultima a rientrare. Fatico a prendere sonno, chiudo semplicemente gli occhi sperando di addormentarmi.
Il mattino seguente torno con Nick nella nostra postazione di guardia. Oggi non c'è stato nessun movimento. Smonto dal turno sulla torretta con le spalle contratte dal freddo. Invece di andare agli alloggi, taglio verso il perimetro sud, dove c'è la serra: un'intelaiatura di legno rivestita di pannelli traslucidi che lasciano passare la luce e fermano il vento. Dentro l'aria è umida e tiepida, odora di terra bagnata e di compost.
Passo tra i filari di vasi e le impalcature verticali. Nell'angolo in fondo, nascosta all'ingresso da una pila di casse e bancali addossati alle pareti, c'è Meave. È sola, china su un bancone da lavoro, e trapianta germogli di cavolo nero e piantine di pomodoro in vasi di terracotta.
«Tutta sola?»
Si volta sorpresa, poi il suo viso si distende e sorride.
«Sono rimasta un po' di più per finire qui.» Si ripulisce un avambraccio sporco di terra. «Mi tiene la testa occupata, e la giornata passa più in fretta. Tu che ci fai qui?»
«Ti cercavo. Non ti ho trovata da nessuna parte.»
Meave si appoggia al bordo del bancone e si sfila un guanto di gomma, un dito alla volta, poi lo lascia cadere sul legno.
«Mmh, interessante,» dice, guardandomi da sotto in su. «Trevis il cattivone che si preoccupa per qualcuno.»
Mi avvicino fino a fermarmi a un palmo da lei. «Qualcuno? È così che pensi che ti consideri?»
Si toglie anche l'altro guanto e appoggia i palmi sul bancone, dietro di sé. Le metto le mani sui fianchi e la stringo tirandola appena verso di me. Lei inclina la testa. La luce che filtra dai pannelli le rende più chiari gli occhi.
«Allora chi sono per te?» Avvicina il viso al mio, tanto che sento il suo fiato sulla pelle.
«Sei quella che non riesco più a considerare solo una compagna di viaggio.»
Abbassa un poco le palpebre.
«Cavolo, hai anche dei sentimenti?»
«E io per te cosa sono?»
«Non si risponde a una domanda con un'altra domanda.» Il sorriso le passa piano. «Sei importante per me, Trevis. Credo che tu lo sappia già.»
«Ti ho sparato a una gamba.»
«Se fossi scappata quel giorno sarei morta di freddo o di fame.» Non esita. La sua voce si abbassa e si fa più vicina. «Mi hai salvata.»
Non le lascio il tempo di aggiungere altro. Mi chino e catturo la sua bocca e la sollevo da sotto le cosce. Meave mi chiude le gambe attorno ai fianchi e si ritrova seduta sul bordo del bancone. Due vasetti vuoti rotolano giù e si spaccano sul cemento.
Restiamo immobili, con le bocche ancora unite. Ascoltiamo il vento che si infrange sui pannelli.
Poi il bacio riparte con più foga. Meave si stacca di qualche centimetro, con i capelli scompigliati sul viso e il respiro veloce.
«Ma che fai, vuoi farlo qui?»
«Qui siamo soli.»
«Può sempre entrare qualcuno.»
«Allora blocchiamo la porta.»
Mi allontano da lei. Vicino alla parete laterale c'è un armadio di legno da cantiere; lo afferro per il montante e lo trascino sul cemento fino a incastrarlo contro la porta.
Torno a passi rapidi. Meave è rimasta sul bancone, con i palmi indietro e le ginocchia un po' aperte, e mi guarda arrivare. Mi rimetto tra le sue gambe, le prendo il viso tra le mani e la bacio di nuovo, spingendola indietro.
Lei ride piano contro la mia bocca. «Sei completamente pazzo.»
Mi tolgo la giacca e la lascio cadere. Le apro il giubbotto e glielo faccio scendere dalle spalle, fino a terra. L'aria della serra è così umida che sulla sua clavicola brilla già un velo di sudore. Faccio scorrere una mano sotto la maglia, sulle costole, e sento il respiro cambiarle ritmo contro il palmo. Gliela sfilo da sopra la testa.
Sotto ha la pelle calda. Le bacio il collo, lei alza il viso verso il soffitto, poi scendo più giù. Meave mi infila una mano tra i capelli, chiude il pugno attorno al codino e mi tira la testa all'indietro, scoprendomi il collo.
«Te l'avevo detto che ti stava bene,» mormora, e mi morde sotto la mandibola.
Le sue dita trovano la fibbia della mia cintura e la aprono. Io slaccio il bottone dei suoi pantaloni e glieli faccio scendere sulle cosce; lei solleva i fianchi per aiutarmi. Appena la pelle nuda tocca il legno del bancone trasale e tira il fiato tra i denti.
«È gelato.»
«Ti scaldo io.»
«Allora sbrigati.» Mi attira a sé con le gambe.
Struscio la punta su e giù e poi entro in lei piano, con una sola spinta. Meave mi mette le braccia intorno al collo e posa la fronte sulla mia mordendosi il labbro per non fare rumore. Il legno scricchiola sotto di noi. Su una mensola un barattolo di semi tintinna a ogni colpo. Mi fermo. Meave affonda le unghie nelle mie spalle.
«Non ti fermare.»
Riprendo, più forte. La tiro ancora di più verso di me; l'angolo cambia e lei trattiene il fiato. La faccio poggiare con la schiena sul bancone mentre mi chino più che posso verso di lei. Continuo a penetrarla con spinte decise.
«Piano,» sussurra. «Ci sentono.»
«Allora zitta.»
«Non ci riesco.» Tira la testa all'indietro e si porta una mano alla bocca per soffocare il gemito.
La tengo per i fianchi. Ha gli occhi spalancati, fissi nei miei. Il ritmo cresce. Le sue cosce si serrano e un tremito le attraversa il ventre; apre la bocca senza voce e mi stringe finché non sento il suo corpo cedere in una serie di scosse.
«Eccomi, Meave. Arrivo!»
«Fuori,» ansima. «Trevis. Fuori.»
Mi sfilo all'ultimo, con uno sforzo che mi piega in due, con una mano punto dritto verso il suo ventre mentre continuo a stimolarmi e vengo sul suo ventre, con un verso che mi esce a denti stretti.
Meave si rimette seduta sul bancone, mi guarda e torna a baciarmi e a mordermi le labbra. Restiamo così, fronte contro fronte, i petti incollati dal sudore. Poi prendo dal bancone lo straccio con cui ripulisce i vasi, ancora piegato, e le asciugo il ventre. Meave mi lascia fare, con le braccia attorno al mio collo.
«Anche le buone maniere, cominci a preoccuparmi, sai?» dice, a voce bassa. «Allora sei un cattivone solo all'apparenza.»
«Ti sbagli, sono cattivo con tutti... tranne con te.»
Meave ride. Fa scivolare le dita tra i miei capelli. Restiamo fermi, fronte contro fronte. Quando uno dei due sposta il peso, il bancone scricchiola.
Poi inclina la testa e mi studia.
«Sai a cosa pensavo ieri mentre ti baciavo?» mormora. «Che rischiamo la pelle insieme ogni santo giorno e io non so ancora come ti chiami davvero. Il cognome, intendo.»
«Dalton,» rispondo, senza lasciarle i fianchi. «Trevis Dalton.»
«Trevis Dalton,» ripete lei, come se lo assaggiasse. «Sì... ha proprio il suono di uno cattivo.»
«Non a caso.»
«Non a caso, cosa?» Inarca un sopracciglio. «Dovrebbe dirmi qualcosa?»
«Ormai non più. Prima sì. Mio nonno era fissato con la storia di famiglia. Diceva che discendiamo da Bill Dalton, uno dei fratelli della banda Dalton. Fuorilegge del vecchio West. Lui era l'unico ad aver lasciato dei figli.»
«Un fuorilegge. Quindi la stronzaggine è ereditaria.»
«Può darsi. Anche se mio nonno non la pensava proprio così. Per lui erano eroi. Ho sempre pensato che fosse un po' pazzo.» La faccio scivolare un po' più vicina. «Mi raccontava sempre di Emmett, il più giovane. Nel 1892 la banda tentò di rapinare due banche in contemporanea a Coffeyville, in Kansas. Fu un massacro. Emmett sopravvisse con ventitré pallottole in corpo. Su quello aveva ragione, almeno. Poi chiudeva sempre allo stesso modo: "I Dalton non muoiono facilmente."»
«Ventitré,» ripete Meave. «Questo spiega la tua pellaccia tosta.»
«Poi sono andato a leggere come andò davvero. Quando si poteva utilizzare ancora internet.» Faccio una pausa. «La città li stava aspettando. Dei cinque che entrarono, quattro restarono in strada, e due erano fratelli di Emmett. Morirono i due fratelli di Emmett, gli altri due complici e anche quattro cittadini, tra cui il maresciallo. Emmett fu l'unico superstite di quella disastrosa rapina. Si fece quattordici anni di galera. Bill non era nemmeno lì. Lo ammazzarono due anni dopo.»
«Altro che eroi.»
«Erano dei ragazzi con le pistole che hanno ammazzato della gente per qualche migliaio di dollari. All'epoca era la normalità.» Alzo le spalle. «Dopo Bill, nessun altro Dalton ha più rubato niente.»
«E meno male.» Meave scoppia a ridere.
«E pensa che prima di diventare fuorilegge erano dei vice-sceriffi.»
«Volevano assicurarsi che la legge fosse sicura e hanno deciso di provare di persona.»
«Chi lo sa...» Faccio una pausa. «Adesso però tocca a te.» Avvicino il viso al suo, finché le fronti non tornano a sfiorarsi. «Come si chiama la donna che si sta approfittando di me su questo bancone?»
«Ellison,» dice piano. «Meave Ellison. E no, non ho nessuna storia particolare in famiglia.»
«Peccato, l'avrei ascoltata volentieri.»
Ci sistemiamo i vestiti. Do uno sguardo fuori, la situazione sembra tranquilla, nessuno ci ha visti.
[CONTINUA...]
Rientro nella capanna. Dentro nessuno parla. Nel cubicolo del bagno uso mezza razione dell'acqua non potabile per lavarmi di dosso lo sporco e l'odore di olio e metallo che le armi mi lasciano sulle mani. Quando torno di là, noto che sulla branda c'è un cambio pulito: pantaloni da lavoro pesanti, una maglia a maniche lunghe, un maglione di lana e una giacca invernale. Ce li ha fatti recapitare la famiglia di Tae-Soo. Il gomito sinistro del maglione è rammendato con filo di un altro colore.
Mentre mi allaccio gli stivali, Nancy si alza dalla branda inferiore. Ha gli occhi gonfi e le spalle curve in avanti, ma si è data una sistemata.
«Sai della riunione, vero?»
«Sì,» risponde senza guardarmi, impegnata a lisciare le pieghe di una coperta. «Arrivo tra qualche minuto. Tu vai pure.»
Non insisto. Esco e vado verso il centro dell'insediamento.
Guardo il cielo che si è chiuso in un grigio uniforme e l'aria fredda è quasi insopportabile. Arrivo nel piazzale tra la mensa e l'armeria. Tae-Soo ha acceso un fuoco dentro un fusto industriale. I ciocchi di legno scoppiettano e sputano scintille. Il capo è in piedi vicino al calore, con le mani incrociate dietro la schiena. Quando mi vede arrivare, fa un breve cenno col capo. Ricambio e mi avvicino.
C'è ancora poca gente. Su una cassa di legno rovesciata, a poca distanza dal fuoco, è seduta Clementine, con in mano un paio di forbici dalle lame lunghe e opache. Con le dita isola una ciocca sulla nuca e prova a tagliarla alla cieca.
Mi avvicino e le copro la luce del fuoco mettendomi davanti a lei.
«Ti serve una mano? Ti vedo in difficoltà.»
Clementine alza gli occhi. Tiene la ciocca tra indice e medio e sorride a metà.
«Magari dietro. Lì non riesco a vedere.»
Prendo le forbici. Mi metto alle sue spalle e le sollevo una ciocca.
«Non sono poi così lunghi. Perché li tagli?»
«Non mi piacciono troppo lunghi,» dice lei, tenendo la testa ferma. «Li ho sempre avuti corti o legati. Sono più comodi.»
«Come vuoi, ti accontento subito.»
Comincio a sforbiciare, ma fa talmente freddo che fatico anche a tenere le forbici in mano. Vado a occhio: pareggio i danni che si è fatta da sola ai lati. Clem non si muove nemmeno quando le lame le passano accanto all'orecchio.
Un grumo di capelli neri cade sulla terra battuta. Da dietro sento arrivare altri passi: la gente comincia a uscire dalle capanne. Tra loro c'è Meave. Si ferma accanto a noi e inclina la testa.
«Ma che stai facendo?»
«Taglio i capelli a Clem. Non si vede?»
Meave sbuffa una mezza risata.
«Sì, ma almeno tagliali bene. Da questa parte sembra che qualcuno li abbia strappati a morsi.» Allunga la mano e si prende le forbici. «Dai qua. Questo almeno era il mio mestiere, prima che il mondo andasse a puttane.»
Si piazza dietro Clementine e le passa le dita tra i capelli per valutare il dislivello. «E tu ti sei fidata a farti tagliare i capelli da lui?»
Clementine alza una spalla. «L'ho fatto anche da sola. Era difficile fare peggio.»
Meave sorride e si mette al lavoro. Va veloce: sfoltisce la nuca, scala i contorni con la costa delle forbici. Ci mette solo qualche minuto a cancellare il disastro combinato da me e da Clem stessa. Alla fine raccoglie i capelli dietro in un codino basso e stretto, poi con le dita scompiglia la parte davanti e lascia scendere un paio di ciocche ricce fino all'altezza delle orecchie.
«Finito. Vai a guardarti.»
Clem si alza, si china sul bordo di un barile per la raccolta dell'acqua e aspetta che la superficie smetta di incresparsi. Si tocca il codino, sposta una ciocca laterale, gira la testa da una parte e dall'altra.
«Wow,» mormora. Si volta verso di noi. «Che belli. Grazie, Meave.»
«Di nulla, piccola,» dice Meave, sorridendole.
Clementine torna al fuoco e si risiede sulla cassa vicino a noi. Meave mi segue, allunga gli stivali verso il fusto e appoggia la testa sulla mia spalla. Alzo il braccio sinistro e glielo passo dietro la schiena. Meave chiude gli occhi, con la faccia rivolta alle fiamme.
In quel momento vedo arrivare Nancy. Cammina piano, con la giacca chiusa fino al mento. Si ferma per qualche istante e guarda dritta verso me e Meave.
Nancy attraversa il cerchio fino al lato opposto, dove c'è un tronco libero, e si siede. Pianta i gomiti sulle ginocchia e rimane a fissare il fuoco, senza dire una parola a nessuno.
Il piazzale continua a riempirsi. Il rumore del vento che sbatte contro le lamiere viene coperto dal vociare della gente intorno a noi. Tae-Soo si stacca dal fuoco, fa due passi verso il centro del cerchio e alza una mano. Il brusio cala di colpo.
«Buonasera a tutti. Vi ho chiamato perché ci sono delle cose da discutere e chiarire insieme. Da stasera cambiano le regole,» esordisce Tae-Soo. Non alza la voce, e oltre alla sua c'è solo il crepitio della legna nel fusto. «Quello che hanno fatto a Rayan dimostra che la Stirpe ci sta braccando. Per questo le uscite per i recuperi saranno dimezzate e il raggio d'azione ridotto. Nessuno si allontana per lunghe distanze. In compenso aumentano i turni di lavoro negli orti e nelle serre.»
Incrocia le mani dietro la schiena e passa in rassegna le prime file. «Raddoppiamo anche la sorveglianza notturna sulle mura. E da domani ognuno di voi ritira un'arma dall'armeria e la tiene nella propria capanna. Averla per difesa personale diventa obbligatorio. Se entrano, dobbiamo poter sparare da ogni porta.»
«Ci chiudiamo in gabbia con gente che non conosciamo,» dice un uomo dalle retrovie. Avrà cinquant'anni, porta un giubbotto da cantiere e tiene le braccia spalancate.
«Spiegati, Gorman.» Tae-Soo non si muove.
«Siamo braccati. Usciamo sempre di meno, il cibo è contato, e tu fai entrare altra gente che non sappiamo da dove cazzo arrivi.» Gorman indica me e Meave, poi allunga il braccio verso l'infermeria. «Dei nuovi non sappiamo niente. Potrebbero essere chiunque. E intanto buttiamo medicine e scorte buone su uno sconosciuto a cui avete appena segato un braccio. Se sopravvive, qui dentro non potrà fare quasi nessun lavoro. Non ha senso far entrare altra gente quando già facciamo fatica.»
Nancy scatta in piedi. Il tronco su cui era seduta si ribalta all'indietro nella ghiaia.
«Se ci fosse stata tua moglie in quella situazione, o peggio tuo figlio, avresti detto la stessa cosa? Eh, pezzo di merda!» urla, con i pugni stretti lungo i fianchi e il busto proteso in avanti.
Mi alzo, attraverso lo spazio che ci separa e la prendo per il braccio, stringendo la stoffa della giacca per tirarla indietro prima che si butti addosso a Gorman.
Nancy si libera con uno strattone. Si volta e mi pianta gli occhi in faccia. Il suo sguardo passa sopra la mia spalla, verso Meave, e torna su di me. «Toglimi le mani di dosso, Trevis!» sibila, respirando a fatica. «Come faccio a rimanere calma?»
Ji-Soo lascia il fianco del padre e in due passi si mette tra Nancy e Gorman. «Abbassate la voce, tutti e due.» Il suo tono è severo. «Mantenete il controllo e state al vostro posto. Non è il momento di sbranarci tra di noi.»
Nancy fa un passo indietro, senza guardare Ji-Soo. Passa in rassegna le facce illuminate dalle fiamme. «Voi non avete la minima idea di cosa significhi stare lì fuori senza un riparo. Per voi è facile parlare. State al caldo, avete il cibo e una zona sicura. Se questo è il vostro modo di ragionare, allora non siete tanto diversi da quei mostri lì fuori. Noi ci diamo da fare come fanno tutti gli altri, se a te non sta bene è un tuo problema. Io non ho nessuna intenzione di tormare lì fuori.»
Avanzo di un passo.
«Nancy, per favore, calmati. Siediti. Nessuno sta dicendo che devi andartene.»
Lei si gira verso di me. Si passa il dorso della mano sugli occhi e serra la mascella.
«Sì, invece. Stanno dicendo proprio questo,» risponde a denti stretti. «Di me, di te, di Meave... di tutti noi.»
Cerco di avvicinarmi, ma lei si ritrae.
«Ti ho detto di non toccarmi.»
Volta le spalle al fuoco, attraversa la folla che le fa largo e si allontana nel buio, dritta verso l'infermeria.
Ji-Soo non ha mai tolto gli occhi da Gorman. Gli va incontro e gli punta un dito contro il petto, costringendolo a indietreggiare.
«Devi mantenere la calma, Gorman. Se vuoi dire qualcosa dillo, ma non puntare il dito contro nessuno. Le supposizioni non hanno mai aiutato nessuno. Questo tipo di decisioni spettano a mio padre, se non c'è mio padre spettano a me. Quindi, se abbiamo aperto i cancelli per loro, è perché abbiamo contato le scorte e ce lo possiamo permettere. Ci serve gente che sappia da che parte si impugna un fucile. Mettere un'arma in mano a metà di voi, che non hanno mai sparato a un bersaglio in movimento, non ci rende più sicuri. Ci rende solo più numerosi e rumorosi. Loro sanno combattere. Jason ci metterà un po' a rimettersi in piedi, ma si adatterà e farà la sua parte qui dentro come tutti voi.»
Gorman prova a ribattere, ma Ji-Soo non gli lascia spazio. «Se smettiamo di far entrare chi ci serve solo perché abbiamo paura, facciamo la fine che meritiamo. Bestie in gabbia che aspettano il macello. È questa la tua idea di sopravvivenza?»
Il piazzale si divide. Una parte della folla annuisce. Accanto a Gorman altri scuotono la testa e si scambiano occhiate; qualcuno borbotta della propria razione. Il brusio risale, le voci si sovrappongono.
Tae-Soo si ferma in mezzo allo spiazzo, tra la figlia e il gruppo di Gorman.
«Basta così.» Tutte le voci si interrompono insieme. «La decisione è presa. Da questo momento valgono le nuove direttive. Ognuno faccia il suo turno, ritiri la sua arma e si tenga pronto. Non voglio sentire un'altra parola su chi mangia e chi no. La riunione è sciolta.»
Non aspetta di vedere chi obbedisce. Nessuno protesta. Gorman ci lancia un'ultima occhiata, poi volta le spalle, infila le mani in tasca e si avvia verso la mensa comune, seguito da un capannello di uomini. Il piazzale si svuota piano, e resta il crepitio della legna che brucia.
Tae-Soo aspetta che le prime file si disperdano. Si passa una mano sul viso, dalla fronte al mento, poi viene verso me, Meave e Clem.
«Non fate caso a quello che ha detto Gorman,» dice, fermandosi a un metro da noi. Parla a voce normale, ma è stanco. «La paura fa parlare a sproposito.»
«Nessun problema,» rispondo infilando le mani nelle tasche della giacca. «Sono spaventati. Hanno visto morire la loro gente e sanno di essere un bersaglio.»
«Tutti abbiamo perso qualcuno, Trevis.»
«Sì, ma non sotto una minaccia costante di essere ammazzati in quel modo.» Sostengo lo sguardo «Quello che è successo stasera, il panico, trovare un colpevole tra noi, è quello che vogliono i figli di puttana là fuori. Logoramento. Vi vogliono spaccare dall'interno. Se non siamo più furbi di loro, questo posto crollerà senza che sparino un colpo contro il cancello.»
Il coreano incrocia le braccia al petto e mi fissa.
«E cosa consigli? Ti ascolto.»
Mi avvicino al fuoco e abbasso la voce.
«Fermare la riunione è stata la mossa giusta. Prima, però, hai sbagliato. Armi a civili che non reggono lo stress, turni di guardia raddoppiati, uscite dimezzate, tutto nella stessa sera e davanti a un cadavere ancora caldo. Le misure servono, non lo discuto. Ma dovevi darle con discrezione.» Guardo il muro est, poi torno su di lui. «Così hai detto alla tua gente che avete perso il controllo, e Gorman ne è la prova. Devono credere che ogni mossa sia calcolata, non dettata dall'emergenza.»
Tae-Soo guarda le fiamme nel fusto per qualche secondo, con la mascella serrata. Poi annuisce, un cenno breve.
«Forse hai ragione. Adesso lasciamo calmare le acque.»
«Esatto.» Faccio un passo indietro. «Ora non fare nessun passo indietro, da domani entrano in vigore le nuove direttive, noi seguiremo le nostre mansioni e teniamo un basso profilo. A Nancy penso io. Stanotte lasciala sbollire: ha incassato due colpi pesanti nel giro di poco tempo e non è lucida. Tu mostrati sicuro di te, la paura, anche se c'è, lasciala da parte. Sono tutti già sotto pressione, se li carichi ancora finisce tutto.»
Tae-Soo mi guarda per un momento. Non aggiunge frasi di circostanza. Fa un cenno col capo, prima a me e poi a Meave.
«Ci vediamo a cena,» dice, poi si volta e va verso l'edificio della mensa.
Restiamo io, Meave e Clementine vicino al fusto. La legna è ridotta a un cumulo di braci che si ravvivano a ogni folata di vento.
Resto seduto sulla panca, con gli avambracci sulle ginocchia. Alzo gli occhi e trovo Meave che mi guarda, la testa inclinata, le palpebre socchiuse per il fumo.
«Che c'è?» chiedo. «Perché mi guardi in quel modo?»
Meave sorride e si strofina il dorso della mano guantata sulla guancia.
«Dovresti darti una sistemata anche tu a quei capelli.»
«Stanno benissimo.»
«Un amore proprio. Sembri uno di quei cani randagi che si sono sgrullati dopo essere usciti da un fosso.» Fa scattare le forbici a vuoto.
«Dai, vieni qui, già che ci siamo. Tu che dici, Clem?»
Clementine, seduta sulla cassa di fronte a noi, si stringe nella giacca a vento e annuisce. «Sono d'accordo con lei.»
Meave viene verso di me.
«Ho avuto un'idea. Non serve neanche tagliarli tanto. Con il codino staresti proprio bene.»
Mi raddrizzo.
«Cosa? No, non ci pensare neanche. E poi non mi piace.»
«Piace a me, infatti. Questo basta.»
Giro la testa e la guardo in faccia. Meave non sposta lo sguardo. Tiene le forbici ferme lungo la coscia, il mento un po' sollevato. Passano un paio di secondi, poi l'angolo della sua bocca sale.
Non ribatto. Resto seduto, con le mani sulle cosce. Meave aggira la panca e si piazza dietro di me.
Mi pettina i capelli all'indietro con le mani, sciogliendo i nodi uno alla volta, e mi tira le ciocche verso la nuca. Taglia giusto il necessario. Le unghie mi grattano il cuoio capelluto. Dalla tasca del giubbotto estrae un pezzo di spago nero, lo avvolge due volte attorno alla ciocca e stringe il nodo con uno strattone che mi tira la testa all'indietro per un istante.
«Fatto.» Dà un colpetto al codino per vedere se regge.
Clementine si alza e si sfrega le mani, poi ci soffia sopra.
«Comincio ad andare in mensa, vi tengo il posto. Se resto ferma ancora un po', mi congelo.» Le faccio un cenno con la mano. Si volta e si allontana. Restiamo soli.
Meave torna davanti a me. Con la punta dello stivale mi allarga le ginocchia e si infila in mezzo, a mezzo passo dal mio petto.
«Alza il mento,» dice a voce bassa.
Sollevo la testa. Avvicina le lame alla mia mascella e comincia a sfoltirmi la barba sui lati, attorno alla bocca. Quando finisce i nostri sguardi si incontrano.
Lei guarda le mie labbra, poi risale ai miei occhi.
Appoggia le forbici sulla panca accanto a me. Mi prende il viso con tutte e due le mani, si china e mi bacia.
Ricambio il bacio. Ieri notte è stato tutto più sbrigativo. Afferro il suo giubbotto all'altezza dei fianchi e la tiro a me. Lei apre la bocca. Le porto le mani sulla schiena e la stringo, e lei mi passa le braccia attorno al collo e affonda di nuovo le dita nei capelli appena legati.
La tiro più giù, e Meave piega le ginocchia e si siede a cavalcioni sulla mia gamba destra senza staccarsi. La tengo stretta. Sento il suo respiro, veloce e poi più lento. Le braci si spengono una a una accanto a noi. Ho le ginocchia gelate e non mi muovo.
Meave stacca la bocca dalla mia e mi dà un ultimo bacio leggero all'angolo delle labbra. Riprende le forbici dalla panca, ne pulisce le lame sul bordo dei pantaloni e le infila nella tasca del giubbotto.
«Andiamo a cena?» Si alza sistemandosi la giacca. «Fa troppo freddo anche per stare vicino al fuoco.»
«Arrivo tra poco.» Mi infilo le mani nelle tasche della giacca a vento. «Passo un attimo in infermeria a vedere come sta Jason.»
Meave annuisce, senza fare domande.
«Non metterci troppo.»
Mi fa un cenno con la mano e imbocca il viale verso l'edificio.
Volto le spalle al fusto, dove restano solo braci, e vado verso l'ala est dell'accampamento. L'infermeria è un prefabbricato di legno recuperato da un vecchio ufficio di cantiere.
I neon al soffitto ronzano e danno una luce giallastra alle pareti scrostate. Gli edifici principali sono alimentati con i pannelli solari.
Jason è steso sulla prima branda di metallo, coperto fino al petto da una coperta pesante. Il moncone del braccio destro è avvolto in un grosso strato di bende pulite. Ha ripreso il colorito, la fronte è asciutta e il respiro sembra regolare.
Nancy è seduta su una sedia pieghevole di plastica accanto al letto, con i gomiti sulle ginocchia e le dita intrecciate. Guarda le scarpe di Jason, appoggiate a terra.
«Come sta?» chiedo, fermandomi a due passi dalla branda.
Nancy non alza la testa.
«Meglio. Pare che ce la farà,» risponde, senza intonazione.
«È una bella notizia. Non sei felice?»
Nancy rovescia la testa all'indietro, fa girare il collo fino a farlo schioccare, incrocia le braccia. Continua a guardare il muro di fronte.
«Ho saputo l'altro ieri che mia sorella è morta, Trevis. Sono felice per Jason, certo. Ma perdonami se non faccio i salti di gioia e non mi metto a stappare una bottiglia. A quanto pare c'è chi dimentica in fretta e chi ci mette di più. Una cosa così non si archivia cambiando stanza. O letto.»
La guardo.
«Cosa intendi con l'ultima frase?»
«Niente. Ho solo detto quello che penso.»
«Se vuoi accusarmi di qualcosa, Nancy, dimmelo in faccia. Senza parabole.»
Nancy gira la sedia verso di me. Ha gli occhi gonfi e le occhiaie, e li tiene su di me senza distogliere lo sguardo.
«Che c'è, hai la coda di paglia?» Tiene la voce bassa per non svegliare Jason e scandisce ogni parola. «Si vede da chilometri come vi muovete, tu e quella lì. Come una coppia collaudata. Vi capite al volo, vi toccate davanti a tutti senza il minimo imbarazzo. Non voglio accusarti di niente, ma abbi almeno il buon gusto di non fare scenate romantiche davanti ai miei occhi.»
«Nancy... Tessa è—»
«Sì, lo so cosa vuoi dire. Stai zitto.» Alza un palmo aperto per bloccarmi. «Tu hai avuto un anno intero per metabolizzare la cosa. Per te mia sorella è un capitolo chiuso, un ricordo che hai già riposto nell'armadio per fare spazio al resto. Io ho avuto due giorni. E scusami se mi dà il voltastomaco vedere la persona che consideravo mio cognato, l'unico pezzo della mia vecchia famiglia rimasto in piedi, fare il nido con un'altra come se niente fosse mai successo.»
Avanzo di mezzo passo. Lei non si sposta dalla sedia.
«Tessa non sarà mai un capitolo chiuso per me. E non sto rimpiazzando nessuno. Il mondo là fuori non aspetta i nostri tempi di recupero, Nancy. Se ti fe—»
Nancy ride una volta sola in modo ironico.
«Certo. Eccolo il grande Trevis. Sempre pratico, sempre lucido, sempre pronto a voltare pagina in nome della sopravvivenza. È comodo usare l'apocalisse come scusa per non provare più un cazzo verso chi ti stava accanto, vero? Ti rende la vita così semplice.»
Si piega in avanti, con le mani sulle ginocchia, e alza il mento verso di me.
«Fai quello che ritieni giusto. Però fai un favore a te stesso e a me: risparmiati queste visite. Non venire qui a fare la parte del capo premuroso che passa a controllare le truppe. Io e Jason non abbiamo bisogno della tua pietà.»
«Non sono qui per pietà,» dico, a voce ferma. «Siamo tutti un'unica squadra. Dobbiamo restare uniti per affrontare questo inferno.»
«Sono nervosa e stanca, Trevis.» Gira di nuovo la sedia verso Jason. «Lasciami in pace, per favore.»
Resto in piedi in mezzo alla stanza per qualche secondo. Il neon ha un piccolo sbalzo di corrente. Nancy non aggiunge niente e guarda la benda di Jason.
Mi volto, spingo la porta di compensato ed esco.
Dopo aver cenato, torniamo tutti alla capanna. Nancy è l'ultima a rientrare. Fatico a prendere sonno, chiudo semplicemente gli occhi sperando di addormentarmi.
Il mattino seguente torno con Nick nella nostra postazione di guardia. Oggi non c'è stato nessun movimento. Smonto dal turno sulla torretta con le spalle contratte dal freddo. Invece di andare agli alloggi, taglio verso il perimetro sud, dove c'è la serra: un'intelaiatura di legno rivestita di pannelli traslucidi che lasciano passare la luce e fermano il vento. Dentro l'aria è umida e tiepida, odora di terra bagnata e di compost.
Passo tra i filari di vasi e le impalcature verticali. Nell'angolo in fondo, nascosta all'ingresso da una pila di casse e bancali addossati alle pareti, c'è Meave. È sola, china su un bancone da lavoro, e trapianta germogli di cavolo nero e piantine di pomodoro in vasi di terracotta.
«Tutta sola?»
Si volta sorpresa, poi il suo viso si distende e sorride.
«Sono rimasta un po' di più per finire qui.» Si ripulisce un avambraccio sporco di terra. «Mi tiene la testa occupata, e la giornata passa più in fretta. Tu che ci fai qui?»
«Ti cercavo. Non ti ho trovata da nessuna parte.»
Meave si appoggia al bordo del bancone e si sfila un guanto di gomma, un dito alla volta, poi lo lascia cadere sul legno.
«Mmh, interessante,» dice, guardandomi da sotto in su. «Trevis il cattivone che si preoccupa per qualcuno.»
Mi avvicino fino a fermarmi a un palmo da lei. «Qualcuno? È così che pensi che ti consideri?»
Si toglie anche l'altro guanto e appoggia i palmi sul bancone, dietro di sé. Le metto le mani sui fianchi e la stringo tirandola appena verso di me. Lei inclina la testa. La luce che filtra dai pannelli le rende più chiari gli occhi.
«Allora chi sono per te?» Avvicina il viso al mio, tanto che sento il suo fiato sulla pelle.
«Sei quella che non riesco più a considerare solo una compagna di viaggio.»
Abbassa un poco le palpebre.
«Cavolo, hai anche dei sentimenti?»
«E io per te cosa sono?»
«Non si risponde a una domanda con un'altra domanda.» Il sorriso le passa piano. «Sei importante per me, Trevis. Credo che tu lo sappia già.»
«Ti ho sparato a una gamba.»
«Se fossi scappata quel giorno sarei morta di freddo o di fame.» Non esita. La sua voce si abbassa e si fa più vicina. «Mi hai salvata.»
Non le lascio il tempo di aggiungere altro. Mi chino e catturo la sua bocca e la sollevo da sotto le cosce. Meave mi chiude le gambe attorno ai fianchi e si ritrova seduta sul bordo del bancone. Due vasetti vuoti rotolano giù e si spaccano sul cemento.
Restiamo immobili, con le bocche ancora unite. Ascoltiamo il vento che si infrange sui pannelli.
Poi il bacio riparte con più foga. Meave si stacca di qualche centimetro, con i capelli scompigliati sul viso e il respiro veloce.
«Ma che fai, vuoi farlo qui?»
«Qui siamo soli.»
«Può sempre entrare qualcuno.»
«Allora blocchiamo la porta.»
Mi allontano da lei. Vicino alla parete laterale c'è un armadio di legno da cantiere; lo afferro per il montante e lo trascino sul cemento fino a incastrarlo contro la porta.
Torno a passi rapidi. Meave è rimasta sul bancone, con i palmi indietro e le ginocchia un po' aperte, e mi guarda arrivare. Mi rimetto tra le sue gambe, le prendo il viso tra le mani e la bacio di nuovo, spingendola indietro.
Lei ride piano contro la mia bocca. «Sei completamente pazzo.»
Mi tolgo la giacca e la lascio cadere. Le apro il giubbotto e glielo faccio scendere dalle spalle, fino a terra. L'aria della serra è così umida che sulla sua clavicola brilla già un velo di sudore. Faccio scorrere una mano sotto la maglia, sulle costole, e sento il respiro cambiarle ritmo contro il palmo. Gliela sfilo da sopra la testa.
Sotto ha la pelle calda. Le bacio il collo, lei alza il viso verso il soffitto, poi scendo più giù. Meave mi infila una mano tra i capelli, chiude il pugno attorno al codino e mi tira la testa all'indietro, scoprendomi il collo.
«Te l'avevo detto che ti stava bene,» mormora, e mi morde sotto la mandibola.
Le sue dita trovano la fibbia della mia cintura e la aprono. Io slaccio il bottone dei suoi pantaloni e glieli faccio scendere sulle cosce; lei solleva i fianchi per aiutarmi. Appena la pelle nuda tocca il legno del bancone trasale e tira il fiato tra i denti.
«È gelato.»
«Ti scaldo io.»
«Allora sbrigati.» Mi attira a sé con le gambe.
Struscio la punta su e giù e poi entro in lei piano, con una sola spinta. Meave mi mette le braccia intorno al collo e posa la fronte sulla mia mordendosi il labbro per non fare rumore. Il legno scricchiola sotto di noi. Su una mensola un barattolo di semi tintinna a ogni colpo. Mi fermo. Meave affonda le unghie nelle mie spalle.
«Non ti fermare.»
Riprendo, più forte. La tiro ancora di più verso di me; l'angolo cambia e lei trattiene il fiato. La faccio poggiare con la schiena sul bancone mentre mi chino più che posso verso di lei. Continuo a penetrarla con spinte decise.
«Piano,» sussurra. «Ci sentono.»
«Allora zitta.»
«Non ci riesco.» Tira la testa all'indietro e si porta una mano alla bocca per soffocare il gemito.
La tengo per i fianchi. Ha gli occhi spalancati, fissi nei miei. Il ritmo cresce. Le sue cosce si serrano e un tremito le attraversa il ventre; apre la bocca senza voce e mi stringe finché non sento il suo corpo cedere in una serie di scosse.
«Eccomi, Meave. Arrivo!»
«Fuori,» ansima. «Trevis. Fuori.»
Mi sfilo all'ultimo, con uno sforzo che mi piega in due, con una mano punto dritto verso il suo ventre mentre continuo a stimolarmi e vengo sul suo ventre, con un verso che mi esce a denti stretti.
Meave si rimette seduta sul bancone, mi guarda e torna a baciarmi e a mordermi le labbra. Restiamo così, fronte contro fronte, i petti incollati dal sudore. Poi prendo dal bancone lo straccio con cui ripulisce i vasi, ancora piegato, e le asciugo il ventre. Meave mi lascia fare, con le braccia attorno al mio collo.
«Anche le buone maniere, cominci a preoccuparmi, sai?» dice, a voce bassa. «Allora sei un cattivone solo all'apparenza.»
«Ti sbagli, sono cattivo con tutti... tranne con te.»
Meave ride. Fa scivolare le dita tra i miei capelli. Restiamo fermi, fronte contro fronte. Quando uno dei due sposta il peso, il bancone scricchiola.
Poi inclina la testa e mi studia.
«Sai a cosa pensavo ieri mentre ti baciavo?» mormora. «Che rischiamo la pelle insieme ogni santo giorno e io non so ancora come ti chiami davvero. Il cognome, intendo.»
«Dalton,» rispondo, senza lasciarle i fianchi. «Trevis Dalton.»
«Trevis Dalton,» ripete lei, come se lo assaggiasse. «Sì... ha proprio il suono di uno cattivo.»
«Non a caso.»
«Non a caso, cosa?» Inarca un sopracciglio. «Dovrebbe dirmi qualcosa?»
«Ormai non più. Prima sì. Mio nonno era fissato con la storia di famiglia. Diceva che discendiamo da Bill Dalton, uno dei fratelli della banda Dalton. Fuorilegge del vecchio West. Lui era l'unico ad aver lasciato dei figli.»
«Un fuorilegge. Quindi la stronzaggine è ereditaria.»
«Può darsi. Anche se mio nonno non la pensava proprio così. Per lui erano eroi. Ho sempre pensato che fosse un po' pazzo.» La faccio scivolare un po' più vicina. «Mi raccontava sempre di Emmett, il più giovane. Nel 1892 la banda tentò di rapinare due banche in contemporanea a Coffeyville, in Kansas. Fu un massacro. Emmett sopravvisse con ventitré pallottole in corpo. Su quello aveva ragione, almeno. Poi chiudeva sempre allo stesso modo: "I Dalton non muoiono facilmente."»
«Ventitré,» ripete Meave. «Questo spiega la tua pellaccia tosta.»
«Poi sono andato a leggere come andò davvero. Quando si poteva utilizzare ancora internet.» Faccio una pausa. «La città li stava aspettando. Dei cinque che entrarono, quattro restarono in strada, e due erano fratelli di Emmett. Morirono i due fratelli di Emmett, gli altri due complici e anche quattro cittadini, tra cui il maresciallo. Emmett fu l'unico superstite di quella disastrosa rapina. Si fece quattordici anni di galera. Bill non era nemmeno lì. Lo ammazzarono due anni dopo.»
«Altro che eroi.»
«Erano dei ragazzi con le pistole che hanno ammazzato della gente per qualche migliaio di dollari. All'epoca era la normalità.» Alzo le spalle. «Dopo Bill, nessun altro Dalton ha più rubato niente.»
«E meno male.» Meave scoppia a ridere.
«E pensa che prima di diventare fuorilegge erano dei vice-sceriffi.»
«Volevano assicurarsi che la legge fosse sicura e hanno deciso di provare di persona.»
«Chi lo sa...» Faccio una pausa. «Adesso però tocca a te.» Avvicino il viso al suo, finché le fronti non tornano a sfiorarsi. «Come si chiama la donna che si sta approfittando di me su questo bancone?»
«Ellison,» dice piano. «Meave Ellison. E no, non ho nessuna storia particolare in famiglia.»
«Peccato, l'avrei ascoltata volentieri.»
Ci sistemiamo i vestiti. Do uno sguardo fuori, la situazione sembra tranquilla, nessuno ci ha visti.
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