Il nostro amore è la nostra rovina – Parte 3

scritto il 2026-10-05 tempo di lettura 33 min

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sentimentali
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I primi raggi del sole filtrano attraverso le tende. Sono sveglio da poco, sollevato su un gomito alle sue spalle, mentre la osservo riposare. Siamo nudi, protetti solo da un leggero lenzuolo bianco che conserva ancora il calore della notte.
​Allungo le dita tra i suoi capelli, scostandole le ciocche dalla fronte per scoprirle il viso. Faccio scivolare il braccio sinistro attorno alla sua vita, per tirarla a me finché la sua schiena non aderisce al mio torace. Mi chino su di lei, lasciandole un bacio lento sulla guancia e poi lungo la linea del collo.
​Asia accenna un verso di insofferenza per essere stata strappata al sonno, si muove tra le coperte e infine si volta. Apre gli occhi a fatica, battendo le palpebre per mettermi a fuoco.

​«Buongiorno, amore mio,» dico.
​Asia apre impercettibilmente gli occhi, si guarda intorno e poi fa scivolare lo sguardo verso i nostri corpi nudi.

​«Ehi... che ore sono... i bambini, devo andare a prenderli da mia madre,» risponde, la voce ancora velata dal sonno e inclinata verso un'ansia istintiva.

​«Sono appena le otto, non preoccuparti, probabilmente dormono ancora. Alle nonne non dispiace tenere i nipoti, stai tranquilla.»
​Mi abbasso e la bacio. Quando mi stacco, rimango a respirare la sua stessa aria a un soffio dalla sua bocca.
​«Non mi respingi questa mattina?»
​Lei scuote appena il capo, affondando la testa nel cuscino.

«Smettila,» risponde.
​Mi porto sopra di lei, bloccandola sotto di me. Con le mani le prendo il viso, costringendo i suoi occhi azzurri a guardare i miei.

​«Ti voglio con me, lo capisci? Il matrimonio, il divorzio... è solo carta straccia.»
​Torno sulle sue labbra prima che possa sputare fuori un'altra difesa. Asia non cerca scampo: ricambia il bacio, abbandonando le braccia all'indietro sopra alla sua testa. Mi concede campo aperto.
​Lascio la sua bocca e inizio a scendere lungo la mascella, la gola, spingendomi più giù fino alla pelle dell'addome. Non appena la mia bocca sfiora il suo ventre, Asia ha una contrazione istintiva, ritrae la pancia.
​Risalgo subito, ritrovando le sue labbra per un altro bacio. Poi mi fermo di nuovo con le nostre labbra che si sfiorano appena. Ci fissiamo. Asia sfila una mano da sotto il cuscino, se la porta alla bocca per inumidirsi le dita, poi scende nello spazio tra i nostri bacini, mi afferra e mi conduce a entrare dentro di lei.

Entro, inizio a muovermi dentro di lei avanti e indietro. Ondeggio con il bacino per dettare un ritmo controllato. Asia tiene gli occhi chiusi, la testa di lato sul cuscino, mentre io mi sorreggo sulle braccia per guardare ogni reazione del suo corpo. Lei mi afferra il bicipite sinistro, graffiandomi con le unghie, confermando la sua eccitazione.
​Mi abbasso un po' di più per raggiungere i suoi seni, prendendo un capezzolo tra le labbra e stimolandolo con la lingua. Ansima.
Le sue mani si posano sulle mie spalle. Non mi respinge, mi ferma.

«Michael, aspetta un secondo. Devo dirti una cosa.»
Mi ritraggo quel poco che basta per restare fermo dentro di lei e la osservo.

«Dimmi.»

«Ieri sera volevo parlarti di una cosa. Poi non ne abbiamo avuto il tempo.»

«E di cosa si tratta?»

«Di Melbourne.»

«Cosa, di Melbourne?»

«Ti ricordi cosa è successo, vero?»

«Come potrei dimenticarlo? Certe cose non si dimenticano. Nemmeno quando si vorrebbe.»
Le braccia iniziano a tremarmi per il peso sostenuto troppo a lungo. Mi lascio scivolare sulla schiena e la porto con me, facendola sedere a cavalcioni sul mio bacino. Lei appoggia le mani sul mio petto. Il suo respiro è corto, ma questa volta non per il sesso. Mi guarda per qualche secondo. Poi abbassa gli occhi.

«Aspetto un altro bambino.»
Non so perché, ma ho sentito una pugnalata in pieno petto. Temo il peggio, temo che quel bambino sia di Marco e quello che era successo tra me e lei ieri sera fosse una sorta di addio. Per un istante non riesco nemmeno a capire cosa significhino quelle parole. La guardo, cercando sul suo viso qualcosa che possa aiutarmi a capire se quello che penso è vero. I suoi occhi tornano nei miei.
«Michael…»

«È mio?»
Asia alza gli occhi al cielo come quando qualcuno sta dicendo qualcosa di scontato e risaputo.

«Sì che è tuo. Di chi altro, Michael?»
La sua risposta mi dà sollievo e fastidio allo stesso tempo. Non sono di certo l'unico uomo della sua vita, e dare per scontata una cosa così importante mi provoca un po' di fastidio.

«E perché non di Marco? Ultimamente sei andata a letto più con lui che con me.»
Per qualche secondo non risponde. Poi scuote lentamente la testa.

«Abbiamo già due figli insieme. Pensi davvero che scherzerei su una cosa del genere?»
Distoglie lo sguardo e prende fiato, come se fosse stanca di dovermi spiegare qualcosa che, ai suoi occhi, dovrebbe essere evidente. Fa un respiro profondo per calmarsi.
«Marco usa il preservativo. E anche con quello non lo lascio mai finire dentro, perché fin dal primo giorno gli ho detto che non voglio altri figli.» Mi sorprende il modo in cui lo dice, perché di solito è così che iniziano i nostri litigi. Torna a guardarmi.
«L'unico che si è permesso di non fermarsi sei stato tu.» La frase rimane sospesa tra noi. «A Melbourne.»

Non dico niente. Non serve: l'immagine di quella notte torna intera, sovrapposta al suo corpo sopra il mio, e con essa la certezza che sto per diventare padre una terza volta.
Prima che riesca a trovare le parole, Asia si stacca da me e scompare oltre la porta della camera, nuda, il passo rapido sul parquet. Rientra pochi secondi dopo con la borsa in mano. La rovescia a metà sul letto: due test di gravidanza rotolano sul lenzuolo. Il segno è inequivocabile su entrambi.

Poi si blocca. La vedo frugare nella borsa fino a recuperare il telefono. Preme il tasto laterale e lo schermo si illumina. Resta a fissare il display.

«Che succede?»
Non mi risponde. Scorre rapidamente le notifiche con il pollice. Riesco a vedere soltanto un nome ripetersi sullo schermo. Marco.
Il telefono vibra di nuovo tra le sue mani.
Asia guarda l'ora sul comodino e spalanca gli occhi.

«Porca puttana.» Si porta una mano alla bocca. «No, no... non devi venire, idiota.»

«Che cosa ha scritto?»
Lascia cadere il telefono sul letto.

«Devi andartene.»

«Asia—»

«Subito, Michael.» La sua voce trema.

«Sta arrivando Marco.»
Io non mi muovo, resto seduto senza muovere un muscolo.

«E a me che cazzo me ne frega,» rispondo, «Non aprirgli e la storia finisce lì. Se ne starà fuori a bussare finché non si stanca e torna a casa sua.»

«C'è la mia auto parcheggiata sotto casa!» Si volta. «E anche la tua, Michael! Forza, vattene!»

«E se restassi?» le chiedo, senza alzarmi.

«Non puoi restare,» sibila, senza fermarsi a guardarmi. «E tu lo sai benissimo.»

Non aspetta la mia risposta. Sblocca il telefono col pollice che trema visibilmente e comincia a digitare un messaggio, una scusa qualsiasi pur di fermarlo prima che arrivi, ma il suo tentativo è inutile perché il campanello suona e Asia si porta le mani al viso, sfregandosele come se potesse cancellare i minuti che ci separano da questo momento.

«Resta qui. Zitto.» La voce le esce in un sussurro tagliente, categorico. «Sa che sono in casa.»
Spalanca l'anta dell'armadio, tira fuori un paio di pantaloncini e una maglietta, se li infila senza nemmeno l'intimo.

Resto seduto sul bordo del materasso, nudo, i muscoli contratti come corde tese. Non mi muovo, ma ogni suono dell'appartamento arriva fino a me amplificato: i passi scalzi sul parquet del corridoio, lo scatto metallico della serratura, il cigolio del cardine.

«Asia? Ma che cazzo ti prende?» La voce di Marco non promette nulla di buono.

«Stavo dormendo, Marco. Mi sono svegliata tardi, devo andare a riprendere Diego e Alice da mia madre. Ti chiamo dopo, ok?»

«No, col cazzo che mi chiami dopo. Dimmi adesso cosa sta succedendo.»

«Ma di che parli?»

«Ti sei guardata allo specchio prima di aprirmi la porta?» Il suo tono continua a essere accusatorio, ma parlare così ad Asia è la cosa più sbagliata che lui possa fare. «Da quando vai a dormire truccata? Hai il rossetto sbavato. Sembri una che è appena uscita da una rissa.»

«Marco, ero stanca, cazzo!» Il tono di Asia sale, un tentativo di seppellire sotto il volume l'assenza di argomenti. «Ho due bambini da gestire da sola. Li ho portati da mia madre, sono tornata, mi sono buttata sul letto e sono crollata. Devo giustificare anche quando mi cala la pressione?»

«Ti ho chiamata quattro volte ieri sera.»

«Il telefono era silenzioso! Guarda, vedi?!»

«E per accompagnare i tuoi figli da tua madre serviva il rossetto da sera?»

«Oh, calmati, che rottura di palle!» Il contrattacco è l'unica arma che le resta. «Sì, mi sono truccata perché mi andava. Mi trucco anche per buttare la spazzatura, se mi va. Adesso devo prepararmi. E non chiamarmi oggi, mi hai già fatto girare abbastanza le palle che non ho.»

Non sento più nulla. Poi la voce di Marco si abbassa di un tono.

«Devo prendere il tablet. Senza quello non lavoro.»

«Te lo prendo io, dimmi dov'è.» Sento i passi di Marco.

«Faccio da solo.»
I suoi passi proseguono, pesanti, ritmici, verso il soggiorno.

Poi, nulla di nuovo. So cosa deve aver visto: i miei pantaloni buttati per terra, la camicia accartocciata accanto al divano, il suo vestito bianco, le scarpe di entrambi.

«Cos'è questo?» La voce di Marco diventa più dura, carica di rabbia.

«Niente...»

«Niente?!» ripete. «Panni gettati a terra come se fosse un set porno è niente, Asia? Ma chi cazzo vuoi prendere per il culo, troia!»

«Marco, ti prego, fammi spiegare...»

«Spiegare cosa?» Marco ha perso il controllo, e la sua voce è sempre più alta. «Che ti sei fatta scopare sul divano dove mi siedo io ogni sera? Che hai passato la notte a scoparti il tuo ex marito mentre io ti chiamavo come un idiota, preoccupato per te? Sei patetica. Hai recitato la parte della donna ferita, quella che voleva solo stabilità, e appena lui è tornato hai aperto le gambe come l'ultima delle puttane.»

Mi alzo dal letto. Non riesco più a restare seduto ad ascoltare.

«Non ti permettere di parlarmi così! Esci da casa mia, subito!» La sua voce è incrinata. Sento dei passi veloci e la porta d'ingresso che viene aperta. «Esci ho detto, esci!»

«Dov'è?» dice lui, non urla questa volta. «Lo so che è ancora qui: se ci sono i suoi panni a terra vuol dire che ha passato la notte qui. Non ce l'ho con lui, ce l'ho più con te perché fai schifo.»

«Non c'è nessuno! Vattene!»

Marco ride in modo ironico.
«Puttana e anche bugiarda. È in camera tua, non è vero?»
Sento alcuni passi avvicinarsi alla porta della camera, ma Asia non gli lascia nemmeno il tempo di arrivare alla maniglia.

«Bene, vuoi la verità?» La voce cambia completamente tono, parla in modo diretto e velenoso. «Eccola, la verità, Marco: sono incinta. Del mio ex marito.»

Questa è Asia: stronza, spietata e fredda come l'Artico.

«Cosa cazzo hai detto?!» dice con un mix di sorpresa e incredulità. Un pugno, forse, sferrato contro l'intonaco. «Da quanto va avanti? Da quanto mi stai prendendo per il culo, Asia?»

«Da quanto basta,» risponde lei, senza pietà nemmeno per se stessa.

Vorrei avere a disposizione qualcosa da indossare, qualunque cosa mi permetta di uscire da questa stanza e spaccargli la faccia una volta per tutte. Ma non c'è niente: i pantaloni e la mia camicia sono in salotto. Stringo la maniglia finché le nocche diventano bianche. La mia testa grida di abbassarla.

«Abbiamo scopato, sì.» Asia non si difende più. Ha smesso di arretrare e adesso avanza, decisa a farsi male da sola pur di non lasciarlo fare a lui. «Un mese fa, a Melbourne. E ieri sera di nuovo. Su quel divano, poi nel mio letto. Ti è chiaro adesso? Ti basta?»

«Fai schifo.» La voce di Marco trema, sull'orlo di qualcosa che sembra quasi pianto prima di richiudersi in un ghigno di disprezzo. «Mi fai vomitare, letteralmente. Io che pensavo di essere finito con una donna adulta, una madre che voleva solo rimettersi in piedi dopo tutto quello che aveva passato... Tu e quel parassita vi meritate a vicenda, in questo letamaio che chiamate amore.»

Basterebbe un secondo per azzerare la distanza, prenderlo per la gola e chiudergli quella bocca di merda, ma devo contenermi. Quella non è la mia guerra.

«Esci da casa mia!» Sento la sua voce incrinarsi di nuovo, ma cerca di non farlo notare.

«Tranquilla, me ne vado di corsa. Non voglio respirare la stessa aria di una puttana che si fa mettere incinta dall'ex, mentre organizza le vacanze con me.» La voce di Marco cala. «Sai qual è la cosa peggiore? Che mi fai pena. Avete già messo al mondo due bambini in mezzo a questa merda, e ora ne arriva un terzo. Siete la feccia, tutti e due.»

Giuro che se non se ne va entro un minuto esco e lo riempio di botte. Non apro perché non spetta a me chiudere quella faccenda. Deve pensarci Asia, ed è lei ad aver scelto di fare da boia a se stessa. Se uscissi adesso, trasformerei la sua confessione in una rissa qualunque tra due uomini che si contendono un territorio. Asia ha appena fatto a pezzi anni di finzione con le sue stesse mani, e sta sanguinando su quel pavimento per scelta, non per debolezza.

Sento finalmente i passi di Marco che si allontanano. Poi il tonfo della porta d'ingresso che sbatte violentemente. Subito dopo, il nulla. Quel silenzio si infrange poco dopo con un pianto trattenuto.

Prendo il lenzuolo dal materasso, me lo annodo intorno alla vita ed esco nel corridoio. La vedo rannicchiata contro lo schienale del divano, le ginocchia tirate al petto, il viso sepolto tra le cosce. Le spalle le sussultano per il pianto.
Non dico nulla. Recupero le mutande accanto al tappeto, me le infilo sotto il lenzuolo e lascio cadere la stoffa a terra.

«Vattene anche tu,» dice, la voce le esce spezzata contro le ginocchia. «Subito.»
Si alza e mi viene incontro in modo aggressivo. Il trucco è ormai sciolto sulle guance e lascia linee nere sul viso.

«Quando le cose vanno a puttane, ci sei sempre tu di mezzo. Sempre, cazzo.»

«Asia, calmati. Lo so che questo non è il mom—»

«Devi andartene, ora!»

«Se non ti calmi non vado da nessuna parte,» rispondo, alzando appena il tono. «Vuoi sentirti male di nuovo?»
Mi avvicino. La conosco: a questo livello di nervosismo Asia diventa imprevedibile, capace di far saltare in aria tutto quello che le sta intorno — se stessa per prima.

«Io non... non riesco a crederci,» balbetta, stringendosi le tempie. «Mi è bastato rivederti due volte per buttare all'aria cinque anni costruiti senza di te. Tutto. Tutto spazzato via in una notte.»

«Pensavi davvero di poter costruire qualcosa di vero con lui?» Alzo la voce, senza pietà. «Guardami e rispondimi.»

«Certo che sì!» strilla. «Era un uomo normale. Mi dava pace. Una vita senza sbronze, senza le tue sparizioni, senza i tuoi ritorni a sorpresa!»

«E allora perché sei venuta a letto con me senza tirarti indietro nemmeno per un secondo?» Mi esce tutto in modo naturale. «A me non hai detto "stai attento, non voglio un'altra gravidanza". Non mi hai chiesto niente. A lui sì. Con lui i patti erano chiari... lo facevi uscire anche col preservativo, pur di non rischiare un figlio suo.»

«Non significa niente!» Cerca di girarsi per sottrarsi.

Le sbarro il passo. «Mi devi guardare. Come fa a non significare niente? Perché non riesci, per una volta, a essere onesta con te stessa? Io lo sono. Non sono un santo, ho fatto una quantità industriale di cazzate e le sto ancora pagando. Ma non nego di amarti. Non nego di voler crescere i nostri figli con te. E non mi vergogno di essere felice per questa gravidanza.» Sono incazzato.

Asia trattiene il fiato. Le lacrime continuano a scavare solchi neri fino al mento.

«Tu non dovresti nemmeno esistere nella mia vita,» sussurra, e la rabbia si è già consumata. «Dovrei odiarti. E invece no. Ogni volta che mi tocchi è come tornare alla prima sera. Come se tutto ciò che c'è stato prima e dopo di te non fosse mai esistito.»

«Perché è così, Asia. Non parlo di quello che c'è stato prima di me, ma con Marco non c'era un cazzo. Non c'è mai stato un cazzo.» Abbasso la voce, ma pianto ogni parola come un chiodo. «Marco non ti ha mai avuta davvero. Ha avuto il tuo corpo, la tua presenza in casa. Ma ha vissuto con una donna che pensava a me ogni giorno. Una donna che, quando veniva, chiudeva gli occhi sperando di trovare la mia faccia. E lo sapeva. Lo ha sempre saputo. Per questo stamattina è esploso così.»

«Zitto,» dice, e la sua voce diventa una supplica. «Per favore, zitto.»

«Respira, Asia. Pensa al bambino.»

«Non provarci.» Indietreggia finché la schiena non trova il bordo del divano. «Non usare questa gravidanza per farmi tacere, non dopo quello che è appena successo qui dentro.»

«Non la sto usando. Ho paura, Asia. Paura che ti venga un mancamento mentre urli. Ti ricordi cosa è successo con Alice?» Prendo fiato, cerco di abbassare il battito. «Alice mi chiede ogni volta perché non vivo con voi. Prima avevo la scusa del calcio, dei ritiri, delle città che cambiavano ogni due anni. Adesso ho smesso. Cosa le rispondo, Asia? Quando la guardo addormentarsi sul mio petto vedo i tuoi occhi, sono identici, e mi chiedo come ho fatto a lasciarti andare. E adesso c'è un altro figlio mio che cresce dentro di te, mentre io vivo da solo in un appartamento gigante ai Parioli che sembra un deposito, non una casa.»

La vedo posare la mano destra sul ventre.

«Non è giusto,» sussurra. «Non è giusto che tu mi dica queste cose adesso. Proprio ora che Marco se n'è andato, che ho appena bruciato l'unica cosa normale che ero riuscita a rimettere in piedi senza di te.»

«Ma non era normale! Era una recita del cazzo.» Faccio un altro passo, senza toccarla. «Con lui recitavi una parte, e lo hai fatto dal primo all'ultimo giorno. E lo dico con questa certezza perché ti conosco. Conosco la tua pelle. Conosco il modo in cui respiri un attimo prima di un orgasmo vero... e con lui non lo era mai. Dimmi che sbaglio. Guardami in faccia e dimmi che sto sbagliando.»

Asia serra le labbra. Non risponde. Non riesce a smentirmi, e il silenzio pesa più di qualsiasi urlo.

«Lasciami tornare a casa,» dico, e smetto di fare il duro. Lo dico per bisogno. «Voglio svegliarmi con Diego che salta sul letto. Voglio insegnare ad Alice a nuotare quest'estate. Voglio essere lì quando nasce questo bambino, tagliare io il cordone, come le altre due volte. Voglio dormire nel nostro letto ogni notte. E non parlo solo di dormire... voglio fare l'amore con te fino a farti dimenticare pure come si pronuncia il nome di quell'uomo. Voglio rifare bene tutto quello che ho sbagliato. Sono libero, adesso. Non gioco più. Rimando Coverciano, lo cancello se serve. Non me ne frega niente. I passi li faccio tutti io, Asia. E lo sai anche tu che tra noi non è mai davvero finita.»

So di averla colpita nel profondo, ma Asia rimane sempre sulla difensiva.

«Lo vorrei,» sussurra tra le lacrime. Alza il viso, mostrandomi il disastro del trucco e qualcosa di più vero sotto. «Lo vorrei davvero. Ma ho paura di te, Michael. Ho paura di noi.»

«Non devi averne.»

«Sì, invece.» Scuote la testa. «Quella mattina, quando abbiamo firmato le carte del, divorzio non riuscivo a respirare. Ci ho messo anni per smettere di cercare la tua sagoma nel letto. Marco era noioso, prevedibile, non mi faceva incazzare. Con lui dormivo tranquilla. Tu mi distruggi, Michael. Lo fai sempre. E questa volta ho troppo da perdere per lasciarti riprovare.» Si asciuga le guance col dorso della mano. «Se mi fido di te e sbagli di nuovo, io non mi rialzo. Non sopravvivo a un secondo naufragio, non con un terzo figlio, non a questa età. Perdiamo entrambi comunque, Michael. Solo più tardi.»

La guardo, e in quella frase sento tutto il peso di quello che le ho fatto in passato. Non è orgoglio, il suo. È la verità nuda e cruda.

«Cosa vuoi che faccia?» chiedo, svuotato.

«Vattene,» risponde, e non c'è più ostilità, solo una stanchezza senza fondo. «Lasciami sola. Se vuoi davvero dimostrarmi che sei cambiato, non farlo a parole. Dammi il tempo di vedere chi sei diventato. Ma adesso, ti prego, vai.»

Annuisco. Non cerco scorciatoie, non provo a rubarle un bacio o una promessa. Recupero pantaloni e camicia da terra, mi vesto in silenzio, e mi avvio verso la porta. Abbasso la maniglia. La porta si apre appena, ma poi lei mi chiama.

«Michael.» La sua voce è bassa e mi fa capire subito che c'è qualcosa che non va.
Mi giro subito. Asia è ferma in mezzo al soggiorno, con la mano destra aggrappata allo schienale del divano e la sinistra premuta forte contro la tempia.

«Asia?!» Mollo la porta. Faccio tre passi e le sono addosso. «Ti senti bene? Devo portarti in ospedale?»

«Vieni qui, sbrigati.»

«Eccomi. Che hai, ti gira la testa?» Lei annuisce, chiudendo gli occhi. Le metto un braccio dietro la schiena e lei vi si aggrappa.

«Adesso mi passa,» mormora contro la mia spalla. «Non è la prima volta.»

«Ti porto in ospedale, Asia, dai. Almeno stiamo tranquilli.»

«No. No, ho solo bisogno di riposare. Credo sia stato tutto il nervosismo di prima... lo sfogo.»
Le bacio la fronte. Scotta leggermente. La tiro ancora più a me e metto un braccio sotto le sue ginocchia per prenderla in braccio.

«Portami a letto.»
Attraverso il corridoio, apro la porta della camera con il piede e la adagio sul materasso sistemandole il cuscino dietro la nuca.

Asia tira fuori il suo telefono dalla tasca dei pantaloncini, sblocca lo schermo col pollice e me lo passa.

«Scrivi a mia madre. Dille se può tenere Diego e Alice almeno fino a dopo pranzo perché non mi sento bene. Ma dille di non preoccuparsi, che non sono sola.» Scrivo il messaggio esattamente come me lo ha dettato e lo invio. Appoggio il telefono sul comodino.
Vado in bagno a prenderle una bustina effervescente di tachipirina. Ho già vissuto due gravidanze con lei, so cosa può prendere e cosa no. Lascio cadere la pastiglia nel bicchiere d'acqua. Quando torno di là da lei, il rumore del farmaco che frizza e fa schiuma contro il vetro la fa svegliare. Apre un occhio.

«Che è?»

«Tachipirina. È da cinquecento però. Meglio che non esageri con i farmaci.»

«Va bene lo stesso, grazie.» Si mette seduta per bere la medicina, poi si lascia cadere di nuovo sul cuscino. Chiude gli occhi e la lascio riposare.

Torno di là, ma non me ne vado. Non posso lasciarla sola. Mi metto a sistemare un po' la casa: raccolgo i miei vestiti, i suoi. Piego la mia camicia. Vado in bagno e prendo il cesto della biancheria. È pieno. C'è la roba di tutti e tre. Lo prendo e vado in lavanderia. Divido i colorati dai bianchi. Le magliette di Diego, i calzini minuscoli di Alice, i pantaloni di Asia. Infilo tutto nel cestello, verso il detersivo e imposto il programma veloce.

Una volta finito di dare una sistemata veloce, vado in cucina, accendo la macchinetta del caffè e prendo una cialda mentre aspetto la luce verde della macchinetta. Mi appoggio al bancone, tiro fuori il telefono e apro i PDF di tattica del corso di Coverciano. Cerco di portarmi avanti, ma la testa è nell'altra stanza. Intanto la macchinetta è pronta. Premo il pulsante e guardo il caffè riempire il bicchierino di vetro, poi, mentre lo bevo in silenzio, vedo la tapparella della finestra sopra il lavandino che è mezza incastrata sui binari laterali. Poso il bicchiere sul davanzale, mi avvicino alla finestra e tiro la cinghia. Niente. Strattono più forte. La plastica scricchiola e si incastra peggio di prima.
«Devo per forza bestemmiare... vuoi vedere che se impreco torna immediatamente al suo posto?» sto parlando da solo a mezza voce, tirando un altro colpo alla base dell'infisso per sbloccarla.

All'improvviso sento le braccia di Asia che mi circondano la vita da dietro. Appoggia la guancia al centro della mia schiena.

«È rotta,» dice, la voce impastata dal sonno. «È inutile che ci provi.» Lascio andare la cinghia. Mi giro, incastrandomi tra il mobile della cucina e lei. Asia poggia la fronte contro il mio petto. «Hai sistemato tu casa e fatto la lavatrice?» mormora. Alza il viso verso di me. Ha un colore migliore, la pelle è tornata chiara e la sua voce ha un tono più dolce. «Non è che stai impazzendo come quegli uomini che vanno in pensione? Tra qualche giorno andrai a guardare i cantieri con le braccia dietro la schiena.»

«Non è facile passare dal non avere quasi mai un riposo ad avere tutti i giorni liberi,» le rispondo. «Come va la testa?»

«Mi è passata.»

«Meglio così.»

Asia si alza sulle punte. La distanza tra le nostre bocche si azzera quasi del tutto, ma lei si ferma un millimetro prima.

«Mi baci o resti a guardarmi?» Poggio le mani sul bordo del lavandino alle mie spalle, stringendo il marmo sotto le dita.

«Te l'ho detto prima...» ribatto, tenendo la voce ferma. «Io i miei passi li ho già fatti.»

Asia socchiude gli occhi. Accetta la sfida e alza la posta. Invece di colmare quel millimetro, gestisce la distanza. Sfiora il mio labbro inferiore con il suo. Si sposta baciandomi l'angolo della bocca e la mascella. Sento il calore del suo respiro sul collo. Le mie mani scivolano lungo i suoi fianchi, afferrando il tessuto dei pantaloni e portando i palmi aperti direttamente sul suo culo. La tiro a me, schiacciandola contro il mio stomaco. E a quel punto il mio stesso corpo mi tradisce, mi eccito contro il cotone leggero della sua maglietta. Lei lo percepisce, e pianta gli occhi nei miei. Occhi predatori. Conosce il mio punto di rottura come io conosco il suo e ci sta camminando sopra, demolendo ogni mia difesa.

«Avevi ragione su tutto prima,» sussurra, «Con Marco non ho mai avuto un vero orgasmo.»
Sa benissimo che volevo sentirmelo dire. L'istinto primordiale mi dice di prenderla, sollevarla, sbatterla contro il muro e scoparla in piedi, qui, ora. Ma non muovo un dito. Resto immobile attaccato al marmo della cucina. Questa è la sua partita. Lei ha alzato il muro stamattina, lei deve buttarlo giù. Deve essere una sua scelta.
Asia si accorge del controllo che sto imponendo ai miei muscoli. Un'espressione di puro trionfo e desiderio le appare sul viso. Usa il suo bacino per strofinarsi contro la mia erezione intrappolata nei pantaloni.
La tensione è arrivata al suo apice. Asia smette di giocare. Le sue mani risalgono velocemente e mi afferrano il colletto della mia t-shirt per tirarmi a sé con decisione. Finalmente ha buttato giù quella barriera e mi bacia. Poi mi morde. Le sue labbra si aprono e va alla ricerca della mia lingua cancellando cinque anni di distanza in un battito di ciglia. Sgancio le mani dal marmo e smetto di subire. Ricambio l'assalto con la stessa fame, togliendole il respiro finché non è costretta a spezzare il bacio di un millimetro.

Le sue palpebre tremano, mezzo chiuse, e il respiro le solleva il torace in ondate lente. Le dita le affondo tra i capelli neri, sulla nuca, e stringo. Non forte. Abbastanza perché lei sappia che non è una richiesta.

I suoi occhi azzurri si aprono. Mi guardano dal basso, con quel desiderio di dieci anni fa, quando il mondo era solo nostro e non esisteva il resto. Le stringo la vita con l'altra mano, i palmi che scivolano sulla pelle umida, e la sollevo. Pesa poco — é sempre pesata poco, anche quando eravamo sposati e facevamo sesso in bagno al mattino prima degli allenamenti. Le sue gambe mi si allacciano attorno ai fianchi con un riflesso che il suo corpo non ha dimenticato.
Pochi passi, ma sufficienti perché lei mi morda il collo, appena sotto l'orecchio. La sua lingua traccia il contorno del morso che mi ha lasciato prima, e il cazzo mi si indurisce di nuovo contro la sua pancia, premuto tra i nostri corpi. La appoggio sul tavolo della cucina giusto il tempo di liberarci dei vestiti; lei non ha nemmeno l'intimo. La sbatto contro lo sportello del frigorifero. I suoi capezzoli si inturgidiscono al contatto con la superficie fredda del frigo, e premono contro il mio petto cone due punte dure.
La sua bocca è vorace. Mi morde il labbro inferiore, lo tira, poi entra con la lingua nella mia bocca. Le dita le intreccio ancora più strette tra i capelli, le tiro la testa indietro. Le bacio il collo, il punto dietro l'orecchio dove la pelle è così sottile che sento il sangue pulsare.

«Marco non ti ha mai toccata così,» le dico contro l'orecchio. Non è una domanda. È una verità che le sto piantando nella carne.

«No.» La voce le esce rotta. Le unghie mi affondano nelle spalle, lasciando mezzelune che bruceranno domani. «Mai così.»

Le mani scendono, le palpo il culo — sodo, grande e rotondo — e la sollevo di più. È bagnata. Così bagnata che le labbra scivolano contro la mia erezione quando mi muovo, e il calore che emana mi fa digrignare i denti.

«Guardami.»
I suoi occhi sono spalancati, lucidi, con un velo di lacrime che non cadranno. Ma c'è qualcosa in quella luce che non vedevo da anni: la fiducia.

«Sei sempre stata mia» le dico. Non glielo chiedo. Glielo dico.

«E invece ti sbagli,» risponde lei, e la voce le si spezza sull'ultima parola.

«Sì, sei mia dal primo messaggio che ti ho inviato su Instagram a quattordici anni.»

Entro in lei, il frigorifero sbatte di nuovo contro il muro, un magnete cade sul pavimento scheggiandosi, ma a nessuno importa. Asia si avventa contro il mio collo e mi morde in modo intenso. La sento che mi stringe dentro di lei.
Mi fermo. Resto dentro di lei, completamente sepolto, e la guardo. I capelli neri le incorniciano il viso, appiccicati alle tempie. Le labbra sono gonfie, aperte, e il respiro è corto e frenetico. Quanto cazzo è bella, penso. E non intendo come nelle fotografie, ma in quel momento devastato di chi si è arreso.

«Michael...» La sua mano mi raggiunge il viso. «Muoviti. Ti prego.»
Riprendo a muovermi. Lentamente. Colpi lunghi, profondi, che la staccano dal frigorifero e la sbattono di nuovo a ogni affondo. Sentirla gemere è il suono più bello che abbia mai sentito. La bacio di nuovo, più forte, più rude.
La sollevo dal frigorifero. Lei si sfila da me e mi prende il viso tra le mani per baciarmi.
«La camera,» ansima lei contro la mia bocca. Mi afferra un braccio e mi riporta in camera da letto.

Il letto è sfatto. La adagio sul bordo del materasso.
Le afferro le mani. Gliele blocco sopra la testa, intrecciando le dita alle sue, e la guardo dall'alto: ha i capezzoli duri come sassi, la pelle arrossata dove l'ho morsa, baciata e afferrata con forza.

«Non ti muovere», le dico.

Le labbra si curvano in un sorriso che è metà sfida e metà resa.

«Fammi stare ferma, allora.»

Sollevo le sue gambe e la apro. Entro di nuovo, questa volta il ritmo è più dolce, non ha niente a che fare con la furia di prima. La guardo negli occhi mentre la scopo, e lei mi restituisce lo sguardo senza abbassarlo.
La porta della camera è socchiusa. Di fuori inizia a piovere e sento le gocce battere sulla finestra.

Quella rabbia che mi spingeva dentro di lei come se volessi punirla per ogni anno perso, svanisce. La pioggia intanto aumenta l'intensità, e il letto sotto di noi scricchiola a ogni movimento come una vecchia barca che dondola.
Il suo respiro è lento, ma le sue mani raccontano un'altra storia: le dita affondandano nella mia pelle e lasciano tracce bianche sul mio corpo.

La guardo, c'è qualcosa in quello sguardo che va oltre il desiderio. Mi spingo dentro con un affondo più deciso e profondo, lei geme più forte, ma non chiude gli occhi. Li tiene fissi su di me. Solo su di me.

«Se mi guardi così vengo in meno di un minuto,» l'avverto.
Lei non sorride. Le sue labbra si schiudono appena, e poi un angolo della bocca si solleva — quel mezzo sorriso che dice "lo so cosa ti faccio."

«Allora non guardarmi,» mormora, e la sua voce è bassa, con quel tremolio che conosco come il preludio di qualcosa di potente. «Leccami come sai fare solo tu.»

Esco da lei lentamente, sentendo ogni millimetro del suo corpo che mi lascia andare, e mi inginocchio sul pavimento davanti a lei. Le afferro le ginocchia e le divarico, così da ammirarla in tutto il suo splendore davanti a me — rosea, gonfia, lucida dei nostri liquidi. Il suo profumo denso mi riempie le narici, e chiudo gli occhi per un secondo solo, lasciando che mi saturi. Poi la mia lingua la trova.

Inizio dal basso, risalendo lentamente, e il suo corpo si tende all'improvviso. Le stringo le cosce, tenendola ferma, mentre la lecco con la pazienza che ho imparato in anni passati a studiarla — la pressione giusta, il ritmo esatto, il punto dove lei è più sensibile. La sento tremare sotto le mie labbra, i suoi fianchi che oscillano verso la mia bocca.

«Amore...» Il suo gemito è acuto, mi afferra i capelli e stringe la presa. Non mi guida, mi tiene ancorato a lei.
Aumento il ritmo. La mia lingua traccia cerchi stretti attorno al clitoride, poi lo succhio, e lei si inarca sul letto lasciando uscire un suono che le nasce dalla gola e le esce come un lamento. La sento contrarsi sotto la mia bocca, i muscoli pulsano, e so che ci siamo. La conosco troppo bene per sbagliarmi: non sta fingendo. Questo tremito è quello vero, quello che parte dal profondo e le attraversa tutto il corpo.
Mi stacco da lei.
Mi guarda confusa, quasi arrabbiata, ma io sostengo il suo sguardo e le mie dita prendono il posto della lingua. Voglio vedere la sua faccia mentre gode. Voglio guardare quegli occhi azzurri mentre si perdono.

«Non smetto,» le dico. «Guardami.»

E lei mi guarda. Spalanca gli occhi e poi li socchiude, la bocca aperta pronta a far uscire un grido di puro piacere. L'orgasmo la travolge: i muscoli addominali che si contraggono, le cosce che tremano attorno alla mia mano, i fianchi che si sollevano dal letto.

Non le do il tempo di rilassarsi. Mi alzo, le afferro i fianchi e rientro in lei con un colpo solo. Asia geme più forte, ancora troppo sensibile dopo l'orgasmo, ma io non mi fermo. Mi sporgo in avanti afferrandole il viso con entrambe le mani, non la bacio, la guardo soltanto, sento il suo respiro affannoso e respiro la sua stessa aria.

«Baciami!» dice lei.
«No! Devi solo guardarmi.»
Prova a tirarsi su, ma con le mani la tengo ferma sul materasso. Affondo l'ultimo colpo e rimango dentro di lei. Mi svuoto dentro di lei con pulsazioni intense e ripetute, i suoi muscoli si stringono per non lasciarmi andare. Il mio gemito è un suono gutturale e pieno di piacere. I nostri occhi non si staccano. Mi abbasso su di lei e questa volta la bacio. Le scosto i capelli dal viso con una mano che trema, e lei mi guarda con quell'espressione che non le ho mai visto addosso in tutti questi anni.

«Riproviamo,» dico contro la sua bocca. «Riproviamoci. Cresciamo i nostri figli insieme, ma non come una coppia che convive per necessità.»
Lei non risponde subito. Annuisce, poi, con una voce così bassa che devo abbassarmi per sentirla, mi dice: «Ti amo.»

«Ti amo anche io.»

Mi sposto di lato, trascinandola con me. Con la gamba urto qualcosa di rigido tra le pieghe del lenzuolo stropicciato. Abbasso lo sguardo: uno dei due test di gravidanza è finito contro la mia coscia, incastrato tra le pieghe della stoffa. È lo stesso pezzo di plastica che questa mattina ha posto fine alla relazione tra Marco e Asia.

Lo prendo in mano. Le due linee rosse sono marcate, indiscutibili. Asia mi segue con lo sguardo e fissa il test. Le passo il bastoncino di plastica. Lo prende tra le dita, facendolo ruotare piano.

«Tre,» mormora.
«Tre,» ripeto. Le metto una mano sul ventre, dove la pelle è ancora calda. «E questa casa è diventata troppo piccola.»

Asia si gira di fianco a guardarmi.
«Cosa vorresti dire con questo?»

«Intendo che ai Parioli ho duecento metri quadri vuoti. Adesso sembra un deposito perché ci vado solo a dormire, ma è la casa giusta per noi. Diego e Alice avranno una stanza ciascuno, e la terza la prepariamo per il nuovo o la nuova arrivata.»

Asia guarda il soffitto della sua camera, poi le pareti. So cosa sta pensando.

«È più lontano dalla scuola dei bambini, Michael,» dice, ma è solo un inutile tentativo per evitare di dire subito "sì".

«Li accompagno io ogni mattina. Ho smesso di giocare: il tempo ce l'ho. E se serve prendo una macchina più grande.»

Asia sbuffa una mezza risata, appoggiando la fronte sulla mia spalla.
«Sei il solito esagerato.»

«Avanti, amore. Questa storia si chiude se cambiamo aria tutti insieme. Oggi.»
Lei alza la testa dal mio petto, cercando i miei occhi.

«Oggi?»

«Prendiamo i vestiti dei bambini, i tuoi, le cose essenziali. Vai a riprendere Diego e Alice da tua madre e stasera dormiamo a casa mia. Il resto lo veniamo a impacchettare con calma nei prossimi giorni.»

Asia rimane in silenzio per qualche secondo. Sento il suo respiro regolarizzarsi, diventare profondo, come se si stesse togliendo di dosso un peso che portava da anni. Prende la mia mano.

«Va bene,» dice, e la voce le sale chiara dalla gola, senza più tremare. «Portaci a casa.»

[FINE]

Un grazie di cuore a tutti i lettori, attivi e silenziosi, che hanno seguito ogni singolo capitolo dal primo capitolo di "Maledetta tentazione" fino a questo secondo spin-off. Con questo finale la storia di Michael e Asia è giunta al suo termine definitivo. Grazie per averne fatto parte.
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