Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 16

scritto il 2026-10-09 tempo di lettura 42 min

di
genere
fantascienza
cura
B

Sono immerso nel silenzio della mia capanna. A farmi compagnia c'è soltanto la melodia di un vecchio cartone animato che guardavo sempre da bambino e che mi è sempre rimasta in testa.
Sul tavolo ci sono i pezzi dello Schmidt-Rubin di Nick e quelli del mio HK416, di ultima generazione. Passo la pezza sul carrello dell'otturatore finché non smette di lasciare aloni neri.
La porta di compensato sbatte contro lo stipite. Ji-Soo entra senza bussare e porta con sé una ventata gelata che fa piegare la fiamma della candela. Non alzo la testa.

«Nick chiede a che punto sei con il suo fucile.» Ha le mani infilate nelle tasche del giubbotto.

«Ho quasi fatto. Le vostre armi fanno schifo, sai? Bisognerebbe pulirle ogni tanto.»

Ji-Soo guarda i pezzi sul tavolo. Dal piazzale arriva il brusio della mensa, attutito dalla neve sporca.

«Dobbiamo muoverci, Trevis.» Si china verso di me e abbassa la voce. «Quella di ieri sera è stata una commedia imbarazzante. La gente ha paura, Gorman soffia sul fuoco e mio padre cerca di coprire una crepa che si allarga sempre di più. Se restiamo qui a subire colpi senza restituirne uno, prima che la Stirpe arrivi al cancello, ci saremo già sbranati da soli.»

Infilo la molla di recupero nella sede e faccio scattare il fermo. Il clic risuona forte nella capanna.

«E cosa vorresti fare?» Alzo gli occhi. «Uscire dai cancelli a bandiere spiegate e bussare alla loro porta?»

«Voglio che ci aiuti a organizzare una risposta. Un attacco, un'imboscata, quello che serve a far capire che questo posto non è una pernice da cacciare.» Guarda le mie mani. «Vieni da mio padre. Ci sediamo e costruiamo un piano.»

«Se prendo io in mano la situazione, Gorman e i suoi avranno un motivo in più per dire che tuo padre sta perdendo il controllo. Altro malcontento.»

«Che si fottano Gorman e tutti quelli che piangono sulla loro razione.» Stringe i denti. «Nessuno di loro è mai stato in un teatro operativo. Tu sei l'unico qui dentro che sa organizzare un'azione senza mandare al macello la propria gente. Cosa dirà il piazzale non mi importa. Mi importa che chi esce là fuori torni vivo.»

Giro la testa verso di lei, la guardo per un secondo. Poi prendo la canna dell'HK416, la tengo contro la fiamma della candela e guardo dentro. Pulita. La poso sul tavolo.

«Andiamo.» Faccio un respiro profondo, poi mi alzo. «Ma chiariamo una cosa: io ascolto. Se da quella stanza esce un'idea con un senso tattico, bene. Altrimenti vi cercate un altro capo squadra. E detto tra noi, non vedo una gran fila di candidati.»

Entro nella capanna di Tae-Soo insieme a sua figlia. Sul tavolo ci sono due tazze d'alluminio con l'acqua ancora fumante e una lampada a cherosene tenuta al minimo per risparmiare combustibile.
Tae-Soo è seduto su una cassa, tiene i gomiti sulle ginocchia e ha gli occhi cerchiati dalle occhiaie.

«Grazie per essere venuto, Trevis.»

«Non ho accettato niente, Tae-Soo.» Trascino una sedia sgangherata e mi siedo di fronte a lui. «Se stasera esce qualcosa di eseguibile, ci sto. Altrimenti continuate coi turni sulle torrette e pregate che non vi mangino tutti.»

«Cosa ci consigli?»

«Io non consiglio un cazzo. Non ancora.» Appoggio i palmi sul tavolo. «Prima mi dite tutto quello che sapete su questi bastardi. Numeri, armamento, routine, punti d'infiltrazione. Se è abbastanza, vi dico come muoverci. Se sono supposizioni, stiamo solo perdendo tempo.»

Ji-Soo si appoggia allo stipite della finestra, accanto al padre. «Il loro campo principale è alla periferia di White Pine, appena fuori dal centro, nell'area degli ex stabilimenti industriali. Non sappiamo quanti sono, ma hanno molte armi, anche automatiche, e gente che le sa usare. E vengono spesso da questa parte del fiume. Nelle zone industriali la selvaggina scarseggia. Qui il bosco è ancora ricco, se sai dove cercare.»

«White Pine,» ripeto. «Avete una mappa della contea?»

Tae-Soo si alza a fatica, rovista tra i fascicoli della libreria e tira fuori una cartina della contea di Jefferson, piegata in quattro. La stende sul tavolo e ferma gli angoli con le tazze. «Noi siamo qui. Sull'Holston.»

Mi piego sulla carta e seguo con il dito le curve di livello, le strade. «Ora capisco perché vi stanno addosso. Non è solo caccia. Ci troviamo su una strozzatura. Tutta quest'area è protetta dal fiume. Per passare con mezzi o gruppi numerosi ci sono solo due accessi da nord: il ponte della statale 25E, che attraversa White Pine e va dritto su Morristown, e il ponte della vecchia ferrovia.»

«Se vuoi aggirare il fiume devi marciare due giorni nei boschi, a est o a ovest,» dice Ji-Soo. «Noi siamo un ostacolo sulla loro rotta di espansione.»

«Non siete solo un ostacolo. Loro vogliono questo posto. Sai dirmi dove passano quando fanno le loro gite da questa parte?»

«Dalla ferrovia. La statale non l'abbiamo mai vista usare.»

«Ovvio.» Batto il palmo sulla carta. «Non sono scemi. La statale è una trappola: due corsie, guardrail in cemento, nessuna via di fuga. Basta un camion messo di traverso sul ponte e hai la kill zone. La ferrovia è larga. Quattro binari, trecento metri di visuale libera, massicciata di ghiaia. Se incontrano un gruppo di erranti lo aggirano o lo abbattono senza restare incastrati. E, cosa ancor più importante, non puoi bloccarla semplicemente con un camion.»

«E come pensi di fermarli?» Tae-Soo si sporge sulla carta. «Su uno spazio aperto un'imboscata classica diventa uno scontro frontale. E loro hanno più potenza di fuoco di noi.»

«Non faremo un'imboscata classica. Prima di tutto serve una ricognizione. Tre persone al massimo. Voglio gli orari in cui attraversano il ponte, quanti ne mandano, quanto restano da questa parte. Poi, quando rientrano con le prede, gli chiudiamo la strada di casa.»

«Hai appena detto che una ferrovia a quattro binari non si blocca senza un esercito.» Ji-Soo incrocia le braccia.

«Ho detto che non si blocca con una barriera. Se vedono uno sbarramento capiscono che è una trappola e resteranno sull'attenti per tutto il viaggio. Non devono sospettare che dietro ci sia qualcuno. Deve sembrare sfortuna.»

«E come?»

«Con un'orda. Centocinquanta, duecento erranti. La incanaliamo sulla massicciata e la spingiamo verso il ponte ferroviario proprio mentre loro devono ripassare.»

Ji-Soo lascia cadere le braccia. «È una follia, Trevis. Portare duecento morti dove dici tu senza farsi sbranare? È un suicidio.»

«Lascialo finire.» Tae-Soo alza una mano verso la figlia, poi si volta verso di me. «Continua.»

«Gli erranti vanno dove c'è rumore, e un'orda fa tanto rumore. Si formano in modo naturale. Bastano pochi erranti. Quei pochi fanno rumore e attirano altri erranti. Il numero cresce e così si forma un'orda. Penseranno che sia solo una giornata sfortunata. Si portano da soli, basta solo dargli una direzione e poi loro continueranno dritto all'infinito.» Ji-Soo non risponde. «La Stirpe sa come si comportano i morti. Davanti a una massa che spinge sulla ferrovia non sprecherà centinaia di colpi per ripulire quattro binari. Non ha senso, attirerebbe solo altri morti. Farà quello che farebbe qualsiasi persona ragionevole: devierà verso il ponte della 25E.»

«E lì li aspettiamo,» dice Tae-Soo.

«No, non lì. Prima. Dove non se lo aspettano. Li disarmiamo e diamo loro una bella lezione.»

«Vuoi ucciderli?»

«Non tutti: lasciamo solo quelli che servono per mandare un messaggio a chi sta a White Pine.»

Nella stufa un tronco scoppietta e batte contro la griglia di ghisa. Ji-Soo fissa il punto in cui la linea nera della ferrovia si stringe tra le pareti del canyon. Tae-Soo si raddrizza sulla cassa e mi guarda a lungo.

«Toglimi una curiosità, Trevis. Eri un comandante o un ufficiale di stato maggiore?»

«Perché me lo chiedi?»

«Perché ragioni come chi muove pedine su una scacchiera insieme all'Intelligence. Non come un soldato di trincea.»

Spingo indietro la sedia. Scricchiola.

«No. Ero un tiratore scelto. In una tenda di comando a leggere mappe con gli ufficiali non ci sono mai stato. Un paio di volte ho provato a dire la mia su una ricognizione a lungo raggio, in una missione.»

«E com'è finita?» chiede Ji-Soo.

Alzo le spalle.

«Il mio capitano mi ha fatto fare cinquanta flessioni sulle nocche nel fango, sotto la pioggia, e ha detto che affidare una pianificazione a me sarebbe stato come dare due pistole cariche a una scimmia ubriaca.» Mi infilo le mani nelle tasche della giacca. «Ma a quanto pare le scimmie ubriache sono le uniche creature rimaste a sapere come si sopravvive qui fuori. A differenza dei grandi uomini in giacca e cravatta.»

«Rassicurante. Ci farai ammazzare tutti!»

«Veramente io non ho ancora nessuna intenzione di morire e di certo non ho intenzione di far morire le persone che sono con me.» Faccio una pausa. «Io capisco che tu voglia un piano più tranquillo e logico. Ma devi capire che la logica non può funzionare in un mondo di pazzi.» Poggio un gomito sul tavolo e mi sporgo verso Ji-Soo. «Chiunque può pisciare sul pavimento. Ma solo un vero eroe sa cagare sul soffitto.» Ji-Soo stringe gli occhi come se non avesse capito il senso. «Sono sicuro che hai capito.»

Passano un paio di giorni prima di dare inizio alle operazioni di ricognizione. Il primo giorno saliamo sul costone nord ore prima dell'alba, al buio pesto, e ci appostiamo tra i cespugli congelati. Siamo io, Ji-Soo e Nick. Ci alterniamo all'ottica, quaranta minuti a testa; chi non guarda resta schiacciato a terra con le mani sotto le ascelle.
Non passa nessuno. A mezzogiorno un cervo attraversa i binari, si ferma ad annusare a terra, poi riparte. Un errante che passava di lì lo ha spaventato. Prima che il sole scenda dietro le creste, smontiamo la posizione e rientriamo a Hilton River. Dopo il tramonto fuori non si muove nessuno, né noi né la Stirpe: al buio un tronco e un uomo si confondono, e nessuno può permettersi l'errore.
Il secondo giorno è uguale al primo. A metà mattina Ji-Soo comincia a tamburellare con le dita sulla coperta.

«E se non vengono?»

«Vengono. Non passano tutti i giorni.» dico, senza staccare l'occhio dall'ottica.

«Su che base?»

«Da questa parte c'è molta più selvaggina. Dovete avere pazienza. Qui almeno possiamo alternarci, quando c'era la guerra, nella postazione c'ero solo io e il mio spotter. Mi è capitato di aspettare giorni e giorni prima di veder muoversi qualcosa. Mi sono fatto anche la pipì sotto per non lasciare la postazione.»

«Non ci interessano i dettagli, grazie.»

Nick tira fuori dalla giacca un pezzo di pane duro, lo spezza in tre e ce lo passa. Mangiamo senza parlare.

Il terzo giorno, verso le undici, la nebbia che sale dall'Holston si dirada.

«Eccoli,» mormora Nick, con il fiato bianco.
Inquadro la pattuglia. Sono su un pick-up, tre davanti e due dietro sul cassone. Guardo l'orologio: sono le undici e sette.
Il quarto giorno la ferrovia resta vuota dall'alba al tramonto.
Il quinto giorno, alle undici, eccoli di nuovo. C'è un po' di nebbia, ma riusciamo comunque a vederli.

«Sempre cinque,» dice Nick.

Quella sera torniamo da Tae-Soo e mi siedo al tavolo con lui e sua figlia.

«Sono abitudinari,» dico. «Cinque uomini. Attraversano il ponte ferroviario due volte a settimana, arrivano e vanno via alla stessa ora, più o meno. È il momento di dare inizio alla preparazione.»

Tae-Soo guarda la mappa, poi me. «Quando cominciate?»

«Domani. Per raccogliere l'orda bastiamo in tre. Al resto pensiamo quando è pronta. Voglio la stessa squadra: io, Ji-Soo e Nick.»

Il sesto giorno avviamo un grosso camion. Guida Nick. Ji-Soo e io scendiamo a piedi e ci muoviamo tra i cortili delle case abbandonate e lungo le scarpate della statale per recuperare i morti.
Lavoriamo in coppia. Ji-Soo blocca il collo dell'errante con un bastone d'acciaio dal cappio a scorrimento, simile a quello di un accalappiacani, che abbiamo costruito noi; io gli arrivo alle spalle, gli calo sulla testa un sacco di iuta o una busta nera della spazzatura. Senza occhi sono ancora più stupidi, fanno fatica anche a capire da dove arriva il rumore.

«Potresti aiutarmi? Questo pesa novanta chili e puzza più degli altri,» sibila Ji-Soo, spingendo il corpo incappucciato verso la rampa del cassone.

«Che ti aspettavi, che profumassero di Chanel?» Punto la barra contro il petto dell'errante per farlo salire sui tavoloni. «Avanza. Dobbiamo farne entrare il più possibile.»

Nick tiene il motore acceso e gli occhi sulla strada. Quando il cassone è pieno, li portiamo in una vecchia chiesa.
La chiesetta è in pietra di fiume, a un miglio dalla ferrovia, in fondo a una pista che attraversa il bosco. La navata è sgombra, le finestre sono feritoie alte e strette, il portale è un unico blocco di quercia chiuso da una sbarra di ferro molto robusta.
Per lo scarico piantiamo quattro picchetti a T e tiriamo due campate di rete metallica da cantiere dalla coda del camion agli stipiti del portone. Un corridoio largo un metro e mezzo. Io mi metto accanto al portone, dietro la rete, con una roncola fissata in cima a un'asta. Ji-Soo resta al portellone. Nick sale sul tetto della cabina con la sua arma.

«Pronta?»

«Pronta. Apro.» Ji-Soo sfila il perno.

Il portellone si abbassa. Gli erranti escono uno alla volta, sbattendo contro la rete, spinti da quelli che hanno dietro. Quando il primo arriva alla soglia aggancio la busta e tiro via il sacco.
Al secondo scarico qualcosa va storto. Un errante alto, con il sacco strappato a metà da un rovo durante il carico, incrocia la luce dal portellone e devia di scatto. Sbatte con tutto il peso contro la rete. Il picchetto si piega, la struttura cede e si affloscia a terra.
Sul tetto della cabina Nick ha già il fucile in mano. Pronto a sparare solo in caso di estrema necessità.
Vedo Ji-Soo scivolare nel fango per schivarlo. Devo muovermi in fretta: infilo l'asta nella testa dell'errante finché non crolla di traverso a terra.
Aiuto Ji-Soo a tirarsi su. Lei si ripulisce una guancia dalla melma con il dorso della manica. Guarda il morto, poi guarda me.

«Grazie,» dice, senza cambiare tono.

«Prego, non c'è di che.» Sfilo il ferro dalla testa del morto e ci sbrighiamo a risistemare la recinzione.

Ci impieghiamo cinque intere giornate. Quando finalmente finiamo il lavoro, appoggio il palmo al legno del portone. Sento una vibrazione continua. Un continuo mormorio e corpi che sbattono contro le pareti, un raschiare di scarpe consumate sul pavimento. Centocinquanta morti, forse di più. A ogni spostamento la sbarra di ferro si flette.
Ji-Soo si accende una sigaretta sgualcita e sputa il fumo verso le cerniere del portale.

«Per portarli qui ci sono voluti cinque viaggi di camion,» dice. «Come facciamo a portarli al ponte senza che la Stirpe se ne accorga?»

«Il camion non ci serve più. Li portiamo a piedi, ed è una corsa contro il tempo. Servono due squadre.» Stringo l'ultimo giro di catena attorno agli anelli di tenuta. «Io, te e Nick sappiamo come guidare questi stronzi e li portiamo fino al ponte. L'altra squadra dev'essere di almeno nove persone e ci avvisa quando la Stirpe sta per arrivare. Da quel momento abbiamo dieci minuti per lasciare lì gli erranti e raggiungere gli altri al punto stabilito, prima che i cinque arrivino al ponte.»

Ji-Soo respira a fondo senza staccare gli occhi dal portone. «Per me resta una follia. Perché non fermarli direttamente al ponte? Lì ormai li abbiamo in pugno.»

«Perché uno scontro fa rumore, e il rumore richiama gli erranti. Se spariamo vicino al ponte, l'orda torna indietro e noi e quei cinque disgraziati moriamo tutti quel giorno. Il ponte sarà bloccato, quindi per tornare a casa vivi e in fretta devono passare dalla 25E. Per arrivarci prendono la strada boschiva che porta a questa chiesa, ed è lì che li aspetteremo. Il bosco è pieno di posti dove nascondersi. Noi saremo in dodici, loro cinque. Si arrenderanno.»

«Hai intenzione di ucciderli?»

«Non tutti. Se li ammazziamo tutti, per la Stirpe è solo una perdita in battaglia. Tornano senza paura.»

«E cosa vuoi fare?»

«Terrorizzarli. Al punto che avranno paura anche della loro ombra.»

Restiamo fermi davanti alla chiesa. Dalle fessure delle assi esce un odore di gasolio e di carne putrefatta.
Tornati a Hilton River, Tae-Soo alza un braccio e fa cenno a tutti di avvicinarsi. L'intera squadra si stringe in cerchio al centro del piazzale. Ci sono tutti. Meave sta a braccia incrociate, a pochi passi da me. Nessuno parla. Vedo le nocche bianche sulle canne dei fucili e qualcuno che respira a bocca aperta.
Faccio un passo avanti e li guardo uno per uno.

«Va bene, statemi a sentire. Lo ripeto per l'ultima volta, così stasera nessuno va a letto con dei dubbi. Il piano è semplice e non ammette errori.»

Indico la mappa stesa sul tavolo della mensa.

«Io, Nick e Ji-Soo ci occupiamo della parte rumorosa: attiriamo l'orda e la portiamo dritta sul ponte ferroviario. Voi vi dividete sui punti di avvistamento concordati. Avete un solo compito: tenere gli occhi aperti. Appena il veicolo dei cannibali torna verso il ponte, mi avvisate subito via radio.»

Picchietto le dita sul metallo.

«Quando si troveranno davanti un muro di erranti non avranno scelta. Cambieranno strada e punteranno sul ponte della 25E, l'unica via che gli resta. E noi saremo già lì, dove la strada si stringe.»

Sposto il dito poco più in là, vicino al fiume.

«Ci appostiamo lungo Pine Ridge Road, il tratto nel bosco che passa accanto alla vecchia chiesa dove abbiamo chiuso gli erranti. Siamo più numerosi e li vedremo prima che vedano noi. Quando ci vedono uscire dagli alberi capiscono che è finita e si arrendono senza sparare un colpo.»

Aspetto un secondo.

«A quel punto non restiamo sulla strada. Li portiamo subito nell'area della chiesa, fuori vista. Li leghiamo e li mettiamo in ginocchio, uno accanto all'altro. Da lì in poi ci penso io.»

Rimangono tutti in silenzio. Vedo mascelle serrate e mani che tremano appena. Faccio un altro passo verso di loro.

«Lo so che avete paura, ma ascoltatemi. Questo è un buon piano, e i buoni piani contano. Ma c'è una cosa che conta ancor più di qualsiasi piano.»

«Cioè?» chiede un ragazzo in seconda fila, con la voce che stona per il nervosismo.

«Le palle.» Nessuno ride. «Ce le avete tutti, anche quelli che pensano di no. Perché non parlo delle palle che avete nel vostro scroto.»

Alla mia destra Meave alza gli occhi al cielo e sospira.

«Parlo delle palle che avete qui. Nel cuore.» Mi batto un pugno sul petto. «Io sto parlando di coraggio. Coraggio di fare quello che va fatto, anche quando non vi va. Se siete troppo deboli per farlo, resterete con la merda fino al collo.»

Li guardo uno per uno, con la testa leggermente piegata.

«Bene, ragazzi. Adesso dite le vostre preghiere. E se non siete in buoni rapporti con il Padre Eterno, cominciate a pregare me. Perché io e Dio abbiamo una cosa in comune: disprezziamo i codardi.»

Il cerchio si scioglie, ci sono applausi e gente che cerca di automotivarsi. Nessuno scherza.
Mi incammino verso il magazzino sul retro. Mi assicuro che sia tutto pronto. Sul tavolo ci sono le armi con i caricatori smontati, mi assicuro che siano tutti pieni. Controllo le ricetrasmittenti C-80, funzionano tutti. Prendo un panno unto d'olio e comincio a pulire il carrello delle pistole, poi controllo le frequenze delle radio una per una. Poi sento la porta cigolare.
È Meave, entra e se la chiude alle spalle. Resta un secondo ferma nell'ombra. Poi viene verso di me. Ha gli occhi lucidi sotto la luce gialla della lampada.
Non parla finché non arriva al banco. Allunga una mano e mi blocca il braccio mentre sto infilando un caricatore in una pistola.

«Sei un idiota. Questo piano è una follia. È pericoloso.»

Riesco a percepire tutta la sua preoccupazione in quella voce. Lascio cadere la pistola sul banco.

«Meave...»

«No, lasciami finire.» Non molla il mio braccio. «Chi te lo dice che si arrenderanno e non ci spareranno addosso? Come pensi di tenere sotto controllo tutti quei morti? Tu davanti a tutti, a fare l'esca. E se l'orda impazzisce? Se i dieci minuti non bastano? Se uno di loro ti vede e...»

«Meave.»

«Ho visto cosa hanno fatto a Rayan, Trevis.» Il mento le trema. «Ho già perso troppe persone. Domani non voglio perdere anche te.»

Prendo la sua mano, quella che mi stringe il braccio, e la tengo ferma. «Guardami.» Lei alza la testa.

«Andrà tutto come deve andare. È tutto sotto controllo. I dieci minuti, i dodici uomini, il bosco, i punti dove ci nasconderemo. Se qualcosa non torna, annullo tutto e rientriamo. Non sono solo. Ho Nick, ho Ji-Soo, ho nove persone che mi coprono.» Le stringo le dita.
«Torno, Meave,» dico. «Non ti prometto che tornerò senza un graffio.»

«Dillo ancora.»

«Torno.»

Fa un passo avanti e appoggia la fronte contro il mio petto. Le passo un braccio dietro la schiena e la stringo. Sento il suo respiro che rallenta contro il collo, poi ricomincia a correre, in un altro modo.

«Non lasciarmi sola,» mormora.

«Non resti sola.»

Mi allungo oltre la sua spalla e faccio scorrere il chiavistello della porta. Meave solleva il viso. Mi afferra il bavero della giacca e mi tira giù, finché non sento il suo fiato sulle labbra.
La bacio. Lei risponde subito, con le mani che salgono ai miei capelli. Il banco urta contro la sua schiena e un caricatore rotola a terra. Nessuno dei due lo raccoglie. Meave chiude gli occhi per assaporare al meglio quel bacio. I nostri denti si scontrano. Le afferro il giubbotto all'altezza della nuca e stringo il tessuto, tirandola ancora più contro di me.
Meave mi spinge all'indietro. La mia gamba sbatte contro una vecchia sedia di ferro, ci inciampo e ci finisco seduto sopra. Lei non perde tempo. Mi sale a cavalcioni sulle cosce, intrappolandomi il bacino con le ginocchia. Inizia a sfilarmi la giacca con nervosismo, tirando il tessuto finché le braccia non sono libere, per poi gettarla sul pavimento.
Le apro la cerniera del giubbotto con uno strattone. Le sfilo la maglia da sotto, scoprendole il petto. Mi fermo un secondo a guardarla. Poi le passo le mani sui fianchi, slacciandole la cintura. Ci spogliamo.
Quando la afferro per i fianchi e la abbasso su di me, Meave inarca la schiena e comincia a gemere. Si abbassa piano ed entro in lei man mano che lei si abbassa su di me. La sedia comincia a scricchiolare quando lei inizia a muoversi su e giù. La guardo mentre gode e sobbalza sopra di me. Il suo sguardo è rivolto verso l'alto e ha gli occhi chiusi. Ogni spinta è guidata dalla paura per quello che succederà domani. Prendo i suoi seni, stringendoli con entrambe le mani mentre lei getta la testa all'indietro.
Poi si blocca. Smette di muoversi per un secondo, ma il suo corpo è teso. Riporta il viso verso il mio, abbassando la testa finché i nostri nasi non si sfiorano. Ha gli occhi spalancati e mi guarda con una fame che non le ho mai visto prima.

«Trevis...» ansima.

«Cosa c'è?»

«Devi tornare vivo.» Il suo fiato mi brucia sulle labbra. «Mi hai sentito? Tu domani torni qui da me.»

«Non ho intenzione di crepare su quella strada.»

Meave mi afferra il viso con le mani. Mi stringe la mascella fino a farmi quasi male.

«Ti amo, Trevis.»

Non mi aspettavo che lei si aprisse con me in questo modo così crudo e nudo. La guardo fissa negli occhi. Sento qualcosa nel mio stomaco contrarsi. Non riesco a risponderle nel modo che vorrebbe sentire.
La guardo, riesco solo a stringerla più forte finché le mie dita non le lasciano linee bianche sulla pelle. Invece di rispondere, le afferro la nuca e la bacio di nuovo, sperando che basti quello come risposta, ma so che non è così.
Faccio alzare Meave sollevandola di peso. Faccio due passi verso il banco di lavoro. Con un braccio spazzo via una scatola di munizioni vuota e un mucchio di stracci, facendoli cadere a terra, liberando lo spazio sul tavolo di legno.
L'afferro per le spalle e la spingo a faccia in giù contro il tavolo.

«Mettiti qui.» Con una mano le blocco la testa sul tavolo.
Meave non esita. Allarga le gambe, appoggiando i gomiti sul banco e inarcando la schiena verso di me. Lancia un grido di sorpresa ed eccitazione. Si volta appena per guardarmi da sopra la spalla.

«Scopami! Sbrigati prima che arrivi qualcuno.»

«Non riesci più a stare senza di me, eh?»

Mi posiziono dietro di lei. Prendo i suoi fianchi e affondo di nuovo, questa volta l'affondo è così forte che la faccio sbattere con il bacino contro il bordo del banco. Meave caccia un urlo soffocato, stringendo con le mani il bordo di legno del tavolo e chiudendo gli occhi. Non vuole che mi fermi. Con una mano mi afferra una coscia mentre mi incita a continuare. Il tavolo vibra a ogni colpo, le ricetrasmittenti, i caricatori e le armi tintinnano in modo incessante. Ha i brividi, lo vedo dalla sua schiena che si ricopre di pelle d'oca. Mi sporgo in avanti, premendo il mio petto contro la sua schiena e le mordo la spalla destra, tenendola ferma per i fianchi mentre continuo a scoparla da dietro. Lei geme più forte, con le mani cerca di spingersi indietro contro di me, rispondendo a ogni mio colpo, cercando l'impatto con la mia pelle. Non è semplicemente sesso, è il nostro istinto di sopravvivenza, un modo per ricordarci che in questo mondo siamo ancora umani con dei sentimenti e dei bisogni da soddisfare. Se il mondo non fosse andato a farsi fottere, adesso non mi fermerei. Andrei fino in fondo e le verrei dentro. Sento lo stimolo sempre più forte.

«Meave...» sibilo tra i denti, stringendole i fianchi con più forza. «Ci sono. Sto venendo.»

Alzo il ritmo, pronto a finire dentro di lei. Ma all'ultimo secondo, Meave punta i palmi sul tavolo, si spinge in avanti e si sottrae alla mia presa con uno strattone.

«Trevis! No, fuori,» urla, spingendomi indietro con una mano.

Mi sfilo da lei appena in tempo. Con un grugnito rauco, mi svuoto, finendo direttamente sul suo fondoschiena.
Faccio un passo indietro, recupero uno straccio di cotone pulito dal fondo del tavolo e mi avvicino. Glielo passo lentamente sulla schiena e sui glutei, pulendola come la scorsa volta. Meave si raddrizza, tenendosi il petto coperto con le braccia incrociate. Porta il suo viso vicino al mio. Mi guarda, aspetta un secondo e mi bacia.
Ci vestiamo in silenzio. C'è solo il rumore delle cerniere e delle fibbie metalliche lì con noi. Infilo la maglia e chiudo i pantaloni. Meave si rimette il giubbotto, tirando su la zip fino al collo, e si passa le mani tra i capelli scompigliati portandoli dietro le orecchie.
Non mi fa pesare il mio silenzio di prima. Non c'è amarezza nei suoi occhi.
Si avvicina al tavolo, prende i ricetrasmettitori C-80 e inizia a inserirli nelle tasche delle borse, allineando le batterie di scorta.

«Li ho controllati tutti,» dico, chiudendo la cinghia del mio fucile. «Funzionano.»

«Lo so,» risponde lei, chiudendo la borsa. Si gira verso di me. «Hai finito qui?»

Annuisco. Afferro il mio fucile, spengo la lampada da cantiere e apro la porta del magazzino. Fuori soffia un vento gelido. Camminiamo fianco a fianco, nel buio più totale dell'accampamento, tornando verso la nostra capanna per cercare di dormire almeno qualche ora prima che i giochi abbiano inizio.

Ogni mattina è sempre più freddo, il cielo minaccia neve tutto il giorno, ma per il momento regge. Ci raduniamo davanti ai cancelli, anche chi non partecipa alla spedizione esce dalle proprie capanne e viene incontro a noi. Ci scambiamo cenni del capo, pacche sulle spalle, e a chi sale sui mezzi augurano buona fortuna. Meave è già equipaggiata, con il fucile a tracolla e il viso tirato. Ci guardiamo per un attimo. Poi sale sul retro di un pick-up con il resto della squadra d'assalto.
Clementine resterà qui. Prima di salire sul veicolo con Nick e Ji-Soo, vado verso di lei. Le do un abbraccio forte e le scompiglio i capelli con una mano.

«So che tornerai.»

«Oh, finalmente qualcuno che ha fiducia in questo vecchio bastardo.»

«Mi fido di te. Non sei tanto diverso da Marcus. Avete lo stesso spirito.»

«Ah, quindi anche Marcus era stronzo quanto me?»

«Mmh, no. Quanto te no. È difficile batterti su questo.»
Rido e do un ultimo abbraccio a Clem. Voglio bene a questa ragazzina, ha qualcosa di speciale. Mi dispiace lasciarla qui, ma non è ancora pronta a vedere quello che succederà a quei cinque bastardi lì fuori.

Io, Nick e Ji-Soo andiamo diretti alla chiesa, sul camion. La Stirpe rientra verso le cinque del pomeriggio, e prima di allora abbiamo un intero gregge da guidare.
Il piano richiede una mimetizzazione che non ha niente a che fare con le mimetiche militari.
Dietro la chiesa ci aspettano due erranti abbattuti il giorno prima. Li squarto. Ji-Soo e Nick stanno fermi con le braccia larghe mentre verso sui loro giubbotti secchiate di sangue coagulato, interiora nerastre e grumi di grasso marcio. La puzza è nauseante. Nick ha conati a bocca chiusa. Ji-Soo stringe gli occhi finché non le lacrimano.
Quella donna è forte, penso.
Coperti di quella melma, per i morti diventano solo altri morti. Se non fanno rumore li lasceranno stare. Apro il portone della chiesa e l'orda si riversa fuori. Ji-Soo e Nick si piazzano ai fianchi della colonna, muti, al passo dei morti. I cadaveri gli sbattono contro e li ignorano.
Io cammino una ventina di metri più avanti, pulito. Sbatto una chiave inglese contro un tubo di ferro per dettare il passo.
Clang. Clang.
Una marea nera di corpi putrefatti mi segue come un cane segue il proprio padrone al guinzaglio, attratta solo dal rumore.
Ci mettiamo ore. Quando incanaliamo la mandria nella trincea ferroviaria, il lavoro è quasi finito.

La radio C-80 agganciata al giubbotto gracchia.

«Trevis, mi ricevi? Li vediamo. Sono a dieci minuti da voi.»

Premo il pulsante sul petto. «Forte e chiaro.»

«Dieci minuti. State attenti.»

«Voi pensate a fare il vostro lavoro,» dico, senza smettere di camminare all'indietro. «Appena sparisco dal vostro campo visivo, raggiungete la zona. Manda Garrett a prenderci, a piedi non arriviamo in tempo. Sa dov'è il punto.»

«Ricevuto.»

Smetto di battere il tubo. L'orda continua per inerzia verso il ponte. Io, Nick e Ji-Soo ci sganciamo e risaliamo piano la scarpata fino allo sterrato concordato.
Passa qualche minuto ed ecco il fuoristrada di Garrett che sgomma davanti a noi. Ci buttiamo dentro. Nell'abitacolo la puzza di Ji-Soo e Nick è dieci volte più forte.
Garrett inchioda per un secondo, tossendo.

«Mio Dio, non si respira con voi in macchina!»

«Sta' zitto. Tappati il naso e guida,» sputa Ji-Soo, aggrappandosi alla maniglia mentre il mezzo riparte con le gomme che slittano.

«Adesso capisco perché sei sempre stato single,» dico a Garrett, caricando il fucile e mettendolo in sicura. «Non si dice a una bella ragazza che puzza, anche se la cosa è abbastanza evidente. Vedi, se fossimo stati ancora nel vecchio mondo, ora saresti accusato di body shaming.»

Ji-Soo si gira verso di me, con la faccia sporca di sangue nero. «Comincia a darmi sui nervi la tua ironia, Trevis. Puoi fare il serio per un secondo? Non so se te ne sei reso conto, ma stiamo rischiando tutti la pelle.»

Sorrido appena, guardando fuori dal finestrino. «Tranquilla. Tra poco vedrai un Trevis molto più calmo. Basta un po' di pazienza.
Ho scelto di essere spiritoso piuttosto che gentile tanto tempo fa. Vi sorprenderebbe sapere quanto si vive meglio. Gentile vuol dire noioso. Essere gentili non ha mai portato a niente di buono e utile. E soprattutto sai in cosa non aiuta, Garrett?»

«No, non lo so,» risponde.

«Non ha mai aiutato a scopare nessuno in tutta la storia dell'umanità. Serve solo a farsi prendere per il culo dalla mattina alla sera, caro Garrett.»

Ji-Soo scuote la testa e si volta verso il finestrino, Nick scoppia a ridere. Garrett invece, non dice niente, come al solito.
Arriviamo su Pine Ridge Road. Il resto della squadra è già appostato tra gli alberi, sui due lati dello sterrato che costeggia il cortile della chiesa. Garrett nasconde il fuoristrada e prendiamo posizione.
Passano trenta minuti esatti. Poi sentiamo il rumore di un motore che spezza quel silenzio tombale.
Mi alzo dal cespuglio, appoggio la canna del fucile al tronco di una quercia e inquadro la strada nell'ottica. Un pick-up rinforzato con lastre di metallo artigianali. Tre uomini nell'abitacolo, altri due nel cassone, armati. Sono loro. Hanno trovato la ferrovia bloccata e hanno deviato, come previsto.
Li faccio avvicinare ancora un po'. Sono tranquilli, vedo i loro volti rilassati. Poi premo il grilletto.
Due colpi sul cofano, il terzo sulla gomma anteriore destra. Il pick-up sbanda e si pianta contro un cumulo di erbacce e terra a bordo strada.

Usciamo tutti insieme, dodici persone con i fucili spianati: davanti, ai lati, dietro. I due nel cassone alzano le armi. Poi contano le canne e le abbassano. Le portiere si aprono e i tre davanti scendono con le mani in alto.
I nostri sono veloci. Li sbattono a terra, calciano via le armi e legano i polsi dietro la schiena con fascette industriali. Li tirano su di peso e li spingono a calci verso il cortile della chiesa, lontano dalla strada.
Li fanno inginocchiare nel fango, uno accanto all'altro. La squadra forma un semicerchio.
Esco dall'ombra degli alberi e attraverso il cortile a passo lento, fischiettando una vecchia melodia da spot pubblicitario. Il fischio rimbomba nell'aria.
Mi fermo a tre metri da loro. Lascio il fucile appeso alla cinghia lungo il fianco e infilo le mani nelle tasche del giubbotto. Il sole è già basso dietro il tetto sfondato; le ombre dei cinque arrivano fino ai miei stivali. All'estremità sinistra del semicerchio c'è Meave, con il fucile in spalla. I nostri occhi si incontrano per un attimo. Poi lei guarda i prigionieri. Io faccio lo stesso. Li guardo uno per uno. Mi fermo su ciascuno un secondo più del necessario.

«Ce la stiamo facendo sotto?»
Voce bassa, quasi cortese.
Nessuno risponde. Sento il respiro di uno che stringe i denti.
«Mi sa tanto che ci siamo quasi... tra qualche minuto ve la farete tutti sotto.»
Inclino la testa. Continuano a tacere, e tace anche la mia squadra. Si sente solo il motore del pick-up che si raffredda, tic, tic, tic.
Faccio un passo avanti. «Chi di voi brutti coglioni è il capo?»
Ji-Soo, ancora sporca di sangue rappreso, esce dalla nostra linea e si ferma dietro uno dei prigionieri: un uomo robusto, con una cicatrice sull'occhio e una giacca militare senza gradi.

«Non credo che il capo sia qui, Trevis,» dice. «Ma questo è un suo uomo di fiducia. L'ho già visto guidare gli altri.»

Mi avvicino a lui, piano. Mi abbasso sui talloni, davanti a lui, finché i nostri occhi non sono alla stessa altezza.

«Ciao, mangia-uomini. Io sono Trevis.» Quasi un sussurro. «E non mi piace quando la tua gente uccide la mia.»

L'uomo alza il viso. Suda, nonostante il freddo. Ha paura, ma sul suo viso rimane una smorfia di rabbia impotente. Non dice niente.

«Si chiamava Rayan.» Lo dico piano, come se glielo presentassi. «Immagino che nessuno di voi lo sapesse.»
Con la coda dell'occhio vedo Meave sollevare la testa.
«Tra qualche minuto vi pentirete di ogni singola cosa che avete fatto contro di noi. Tutti.»
Mi rialzo lentamente. Resto in piedi sopra di loro. «Voglio che portiate un messaggio al vostro capo. Siete partiti in cinque. E ora come ora non so ancora quanti di voi torneranno a casa.»
Lascio passare qualche secondo. «Ora vi spiego come funzioneranno le cose da qui in poi. Primo, ci prendiamo le vostre armi e tutte le scorte che vi siete procurati oggi. Secondo, se provate a muovere un dito contro di noi, o se vi vediamo anche solo nei nostri paraggi, vi uccidiamo. Senza avvertimenti. Ma non è tutto. Non penserete di andarvene senza una punizione? Avete ucciso la nostra gente, e accidenti, anche parecchia. E per questo. Per questo dovete pagare. Nessuno dice nulla? Fare i bravi adesso non vi salverà d—»

«BASTA, SMETTILA!»

L'urlo interrompe il mio discorso. È il prigioniero più giovane, all'estrema destra della fila. Ha le lacrime agli occhi e strattona le fascette che gli bloccano i polsi. Credo abbia ventitré, ventiquattro anni al massimo.

Ji-Soo non esita. Fa un passo di lato e lo colpisce con il calcio del fucile sulla tempia.
«AH!» urla il ragazzo cadendo nel fango e il sangue gli riga subito la faccia, ma resta cosciente.

Non mi giro subito. Finisco di guardare l'uomo con la cicatrice. Poi mi volto. «Ehi.» Gli punto un dito contro. «Ti ho dato forse il permesso di parlare?» gli dico, il tono quasi gentile. «È già tanto che ti lascio respirare la mia stessa aria.»
Mi avvicino. Il ragazzo trema e si rannicchia come può.
«Hai paura? Fai bene.» Mi chino, senza fretta. «Sai, quando ero in guerra ho interrogato soldati nemici. Dovevo essere intimidatorio. Alcuni erano duri da far parlare. Però ho imparato che nessuno tace per sempre. Dipende solo da quanto tempo hai a disposizione.» Faccio una pausa. «E io ho tutta la sera. Anche tutta la notte, se serve.»
Il ragazzo ha smesso di tremare. Ha smesso di muoversi del tutto.
Alzo lo sguardo sugli altri quattro, poi lungo il semicerchio. Meave non si è mossa dal suo posto, ma il fucile è sceso di qualche centimetro e la canna punta il fango. Mi guarda la bocca mentre parlo, poi le mani, poi di nuovo la bocca. Ieri sera in magazzino non mi guardava così. Quando i nostri occhi si incontrano, è lei a distogliere lo sguardo.

«Bene,» dico. «Non ho perso la mano.»
Mi volto e vado verso il portone di quercia della chiesa. Tolgo la catena e spingo il battente quel tanto che basta per entrare. Dentro ho tenuto da parte un solo errante. Gli passo il cappio d'acciaio attorno al collo e lo tiro fuori trascinandolo nel fango. Ha un secchio di plastica incastrato sulla testa. I suoi ringhi ci rimbombano dentro.
Lo spingo verso il centro dello spiazzo.

«Tienilo tu. Piantati qui, davanti a loro.» Passo l'asta a Nick.

L'errante continua a muoversi, sente i rumori e cerca di andarci contro. Nick pianta gli scarponi e lo tiene fermo. Il secchio sbatte a destra e a sinistra.

«Grrreeaarrgg.» Il grugnito del morto rimbomba nel secchio.
All'estremità del semicerchio Meave ha spostato il peso sul piede dietro. Tiene il fucile con tutte e due le mani, la canna bassa.

Torno a camminare lungo la fila. Il più giovane trema così forte che gli battono i denti. Respira a scatti. Mi fermo davanti a lui.

«Cristo santo, hai un aspetto di merda.» Scuoto la testa. «Dovrei porre fine subito alle tue sofferenze.» Appoggio la mano sull'impugnatura del fucile. Non lo sollevo.

«No! No, ti prego non farlo! No, no!» L'urlo viene dal fondo della fila. L'uomo più anziano, non quello con la cicatrice, si getta in avanti, sbatte le ginocchia a terra e si contorce contro le fascette. Tolgo la mano dal fucile.
Due uomini della squadra gli saltano addosso, lo prendono per le spalle e lo schiacciano giù.

«Quello rimettetelo in fila.»

Lo tirano su di peso e lo sbattono di nuovo in ginocchio.

«Non farlo...» piagnucola.

Faccio un passo verso di lui e abbasso la voce. «Ultimo avvertimento. Che non ci provi più nessuno, o vi uccido tutti senza eccezioni.»
La fila tace. Si sente solo il raschiare degli scarponi dell'errante sulla ghiaia.
Torno davanti all'uomo con la giacca militare, quello indicato da Ji-Soo. Lo guardo dall'alto.

«È uno schifo, vero? Il momento in cui capisci che non sei un cazzo.» Lo dico piano. «Spero che tu capisca che non posso lasciarvi andare tutti. Avete ucciso troppa della nostra gente per pensare di passarla liscia.» Mi raddrizzo e stiro il collo. «Devo scegliere qualcuno. Tutto il tavolo sta aspettando che io ordini.»

Faccio qualche passo indietro. Dalla pertica l'errante si contorce ancora; il secchio continua a sbattere contro la testa. «Grrreeaarrgg.»

«Il problema è che non so proprio chi scegliere.» Mi avvicino all'errante camminando piano e fischietto di nuovo la canzone di quello spot pubblicitario. Mi giro verso i cinque. «Ho avuto un'idea.»
Vado da Ji-Soo e le prendo il bastone che di solito usa suo padre, senza dirle una parola. Torno davanti ai prigionieri e lo punto sul primo a sinistra.

«Eeny,» comincio a camminare, una parola e un passo, «meeny... miny... moe. Catch... a cannibal... by his toe... If he hollers... let him go...» Mi fermo. Lascio il silenzio dov'è per qualche secondo e li guardo uno a uno. «My mother... said... to pick... the very best one... and you... are... it.» La punta del bastone si ferma al centro. Sull'uomo con la cicatrice.
Vado da Nick. Afferro il manico del secchio e lo tiro via dalla testa dell'errante. La faccia mezza putrefatta e piena di buchi dell'errante scatta verso di me, prova a mordermi sbattendo le fauci a vuoto. «Lascialo a me.» Prendo la pertica e Nick si fa da parte. Guardo di nuovo la fila.
«Ok, ascoltate. Se qualcuno prova a fare qualcosa, giuro che cavo un occhio al più giovane e lo faccio mangiare a quello che prima si è disperato. E poi inizieremo.» Spingo l'errante in avanti. Il cappio mi tira le braccia. Mi fermo a un metro dall'uomo.
«Potete tremare! Potete respirare! Potete piangere!» Un secondo. «Sì! Eccome se piangerete!» Premo il rilascio della pertica. Il cappio si allenta e scivola via.
L'errante si getta sull'uomo e lo scaraventa di schiena nel fango. I denti gli affondano alla base del collo e vengono via con un unico strappo. Lui non può fare nulla. L'urlo è un gorgoglio bagnato, soffocato dal sangue che gli riempie la gola. Gli si unisce quello del ragazzo, che si dimena in preda alle convulsioni. Gli altri tre sbarrano gli occhi e tirano le fascette fino a tagliarsi i polsi, schiacciandosi l'uno contro l'altro per allontanarsi dal compagno. Mi metto le mani sui fianchi.

«Uh, ma guarda un po'.» Alzo la voce per sovrastare i versi. «Dei cannibali che si disperano perché una persona viene mangiata. Dovreste esserci abituati. È solo uno come voi con un po' di fame.» Lascio che l'errante scavi. Aspetto che le urla diventino rantoli più deboli e poi smettano. Il corpo sotto di lui non scalcia più. Gli uomini della squadra guardano il fango, o i propri stivali. Il mio sguardo cerca Meave: sta guardando me. Ha un'espressione preoccupata.
Mi avvicino, afferro l'errante da dietro per il bavero e lo tiro indietro con tutta la forza che ho. Lo inchiodo a terra e gli rimetto il secchio sulla testa. Faccio un po' di scena: batto una nocca sul fondo del secchio e resto in ascolto.
«Come dici? Hai ancora fame? Avevamo detto uno solo.» Dal secchio esce il solito grugnito, più bagnato rispetto a prima.

«Grrggrreeaa.»

«Avevamo detto uno soltanto e tu mi hai detto che andava bene. Gli accordi si rispettano.»

«Grrreeaarrgg.»

«E va bene, allora. Ma solo un altro.» Mi rialzo. «Scegli tu.» Lo rimetto in piedi, lo giro verso i quattro superstiti e tiro via di nuovo il secchio. L'errante si agita sul posto, disorientato. Gli do una spinta per mandarlo verso di loro. Ji-Soo batte lo scarpone su una lastra di pietra.
Il morto scatta verso il rumore, dritto sul fianco destro della fila, e cade addosso a uno dei prigionieri che non ha mai aperto bocca.
Le urla tornano a riempire il cortile. L'uomo viene sbranato vivo e grida, sapendo di non poter fare niente.

Quando cerco Meave, ha fatto due passi indietro. Tiene il fucile stretto al petto con tutte e due le mani. Non guarda l'errante. Guarda le mie mani. Le ho nere di sangue fino ai polsi.
L'errante continua a scavare. Aspetto come prima. Le urla dell'uomo scendono di tono fino a diventare un gorgoglio, poi nemmeno quello. Continuo a guardarlo: il suo piede scatta due volte verso l'alto. Poi si ferma. Solo allora mi avvicino. Lo prendo da dietro per i capelli, gli tiro indietro la testa e gli pianto il coltello nella tempia. Crolla sull'uomo che stava mangiando e nella mia mano restano i suoi capelli.
Pulisco la lama sulla gamba dei pantaloni e la rinfodero.
Alzo gli occhi. Meave è ancora dov'era, ma più indietro, quasi sotto gli alberi. Faccio un passo verso di lei. Lei ne fa uno indietro. Allora mi fermo.

«Voi tre, tirateli su.» Indico i prigionieri rimasti a terra.

Tre uomini della squadra si muovono. Nessuno mi guarda in faccia. Uno ha le mani che tremano mentre afferra un prigioniero per il braccio; un altro, quando passo, si sposta di mezzo passo più del necessario. Sollevano i superstiti e li rimettono in piedi di forza.
Mi metto davanti ai tre e cammino lungo la fila. Afferro il primo per il bavero e lo costringo a guardarmi.

«Voglio che vi sia chiara una cosa.» Lo lascio andare. «Pensavate di essere al sicuro. Avete un riparo, cibo in abbondanza, armi da fuoco.» Riprendo a camminare. «Ma voi non siete al sicuro, non lo siete affatto. Anzi, siete spacciati. Ancora più spacciati se non mi date quello che voglio, e quello che voglio è metà della vostra roba. E se secondo voi è troppo, potete uscire fuori per trovarne o rubarne a qualche altro disgraziato come voi.» Riprendo a camminare e mi fermo davanti a quello che sembra il più calmo: un uomo di mezza età, ha i capelli lunghi e unti, il viso scavato dalle rughe. Mi avvicino finché non sento il suo respiro affannato. «Questa è la vostra vita adesso. Quindi, se qualcuno bussa alla vostra porta, lo fate entrare. Quella porta è nostra. Provate a fermarci, e noi la butteremo giù. A me non va di coltivare un orto, quindi lo farete voi per me!»
Aspetto. Nessuno fiata.
«Sono stato chiaro?»
L'uomo mi fissa in silenzio, riesco a vedere quanto la sua mascella sia serrata. «Che c'è, non rispondi? Forse il messaggio non è stato abbastanza chiaro!»
Imbraccio il fucile, abbasso la canna sulla sua rotula destra e premo il grilletto.

A quella distanza il colpo gli spacca il ginocchio, si sbriciola. L'uomo crolla urlando: con i polsi legati dietro la schiena non riesce nemmeno a stringersi la gamba. Il sangue schizza sul fango e sui miei pantaloni.

Dal fondo del semicerchio arriva uno scatto di stivali. Meave si è girata. Mi dà la schiena. Il fucile le pende dalla mano, con la canna verso terra.

«Ah, ma allora ce l'hai la voce.» Mi chino verso l'uomo, che si contorce. «Quando ti fanno una domanda si risponde. È buona educazione.» Alzo lo sguardo. Il cielo si sta scurendo troppo.
«Tra poco sarà buio pesto. Siete a piedi e senza armi. Vi conviene darvi una mossa. Guardate il lato positivo, se per strada vi viene fame, sapete già chi mangiare.»

Scorto i tre superstiti fino al margine della strada con una manciata dei miei uomini. Taglio le fascette ai due che reggono ancora, mentre la squadra tiene i fucili puntati sui loro petti. Il ragazzo e l'altro si caricano sulle spalle quello con la gamba maciullata, che continua a gemere e a dimenarsi di dolore. Uno dei due mi tiene gli occhi addosso.
«Ora andate, prima che cambi idea anche su di voi.» Faccio un passo indietro.

«Sei un uomo morto,» dice lui, a voce bassa.

«Sarei dovuto morire tante volte. Ma poi a morire sono sempre state le persone che mi hanno fatto una promessa come la tua. Credo che il diavolo non mi voglia all'inferno con lui, quindi mi lascia qui. Forse teme di essere spodestato dal suo trono.»

I tre si avviano a fatica nel buio del bosco, lasciandosi dietro una striscia scura sul fango.
Mi volto e torno nel cortile, dove la squadra raccoglie le armi e i caricatori sequestrati. Cerco Meave, ma non c'è. Non è tra le sagome degli uomini, né sotto gli alberi dove stava prima.
Mi avvicino a Ji-Soo, che carica una cassa sul retro del pick-up.

«Dov'è Meave?»

Ji-Soo si ferma. Si volta piano. Mi guarda in faccia, senza sarcasmo, senza la confidenza di sempre.

«È rientrata con il primo gruppo.» Non dice il mio nome. Si gira e solleva un'altra cassa prima che io possa aggiungere altro.
Una volta raccolta tutta la roba, torniamo tutti insieme a Hilton River.

[CONTINUA...]
15
visite
0
voti
valutazione
0
il tuo voto

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.