Le crisi di Matilde 11

di
genere
etero

Il golf - Secondo tempo


La suite nell suo hotel del centro è immersa nel silenzio della notte e nei nostri respiri, interrotti solo dal rumore di passi e voci che salgono da tre piani sotto di noi.

La cena è stata un prolungamento di sguardi, tocchi di gambe e di piedi sotto il tavolo; di mani sopra. Credo che ogni cameriere in sala abbia sorriso più di una volta. Seduti di fronte, abbiamo iniziato seri, con il golf, il contratto che mi lega alla sua holding; poi, crucciato ancora da Yasser, si è rallegrato quando gli ho detto che lo avrei avuto ospite a breve; da lì, la comunicazione è scivolata presto sul giocoso, rivelando un ingegnere di spirito e dalla battuta pronta. Era a suo agio, non solo perché stava giocando fra mura amiche, ma perché aveva capito che con me poteva essere sé stesso.

Adesso siamo qui, stanza 303, dove ogni inibizione sta saltando. Massimo mi spinge contro la porta d'ingresso appena chiusa, la sua bocca si abbatte sulla mia con una fame selvaggia. Non c’è più la gentilezza del golfista, qui c’è solo l'uomo che prende. Ed io sono qui per essere usata.

Le sue mani sono ovunque, strappano i bottoni della mia camicetta, scendono violentemente sulla mia pelle, spingono via i lembi di tessuto ed afferrano il mio seno.

- Maledetta... -sibila contro la mia bocca- Mi hai mandato fuori di testa tutto il giorno. -
- Dimmelo, dimmi quanto mi vuoi. -

Il mio respiro si fa intenso, mentre i suoi denti affondano nel mio collo, un morso che fa male e che mi fa indietreggiare, in trappola contro lo stipite.

Lui non risponde, agisce. Mi gira con forza, facendomi schiacciare il petto contro il legno freddo della porta. Le sue mani scivolano sotto la mia gonna, trovano le mie cosce e le risale famelico fino a raggiungere l'elastico delle mie mutandine, le sue dita, un solo movimento deciso e le strappa giù. Il tessuto scivola lungo le mie gambe e lui le spinge via

Il suo cazzo, duro e pulsante, preme contro le mie natiche. È caldo, pronto. Ma la mia carne risponde all'ansia, non al desiderio.

- Sei così asciutta, puttana... Cosa c'è, non ti piace il tuo capo? -

Grugnisce quella parola, lorda di una voglia che torna dal passato, che mi fa tremare. Infila due dita dentro di me, gemo più di dolore che di piacere.

- Vuoi questo cazzo? Vuoi che ti riempia fino a farti male? -

Solo un alito di voce esce da me, implorante, mentre l'umidità inizia a rendere piacevole il suo tocco.

Lui si allontana per un secondo, sento il rumore di un preservativo che viene aperto e srotolato, poi è su di me. Dietro di me. Mi schiaccia contro la porta, scalcia le mie caviglie aprendomi le gambe e sento il glande, gonfio, premere e dilatare le labbra, ora bagnate e pulsanti; esita ancora, un tormento che è brama che cresce. Poi, con una spinta decisa, violenta, penetra totalmente in me. Urlo, è un suono acuto di godimento che si spegne in un lamento contro il legno della porta. È troppo grande, troppo in fretta, mi fa male, ma il dolore si trasforma istantaneamente in un caldo esplosivo che mi dilania.

Inizia a scoparmi, senza dolcezza, è una punizione, un possesso animalesco, vorace. Ogni colpo è profondo, mi sbatte contro la porta, i suoi testicoli schiaffeggiano il mio clitoride ad ogni spinta. Mi afferra i fianchi con forza tale da lasciare segni lividi.

- Prendilo tutto, puttana! Questa è la lezione, Matilde. Non puoi fare impazzire come fai tu, impunemente. -

Chiudo gli occhi, la testa indietro, ho i capelli arruffati che mi accarezzano il viso. Le mie mani cercano appiglio sulla porta liscia, non ne trovano. Sono completamente in suo potere, l'idea mi fa venire un orgasmo violento.

- Dio! Sto venendo! -

È un urlo che provo a smorzare, senza successo, mentre i miei muscoli si contraggono attorno a lui, soffocandolo, mordendolo dentro di me.
Lui non si ferma. Anzi, aumenta il ritmo, la sua eccitazione non ha limiti, è puro istinto maschile che non accetta rifiuti sconfitta, è vendetta. Mi gira di nuovo, mi solleva come se fossi una piuma e mi porta sul letto al centro della stanza oltre la porta del vestibolo. Mi getta sul materasso, in un'onda di stoffa e cuscini, mi spalanca le gambe e la gonna scivola ad abbracciarmi la vita. È in piedi, davanti a me, l'asta dura, dritta, puntata contro di me come fosse un'arma. Vedo il suo sguardo godere della vista del mio volto disfatto, dei miei seni, del mio corpo caldo e madido. Si china a sfilarmi la gonna, accarezzandomi la pelle con dolcezza; sembra cambiato, scevro di rabbia. Lentamente si stende fra le mie ginocchia e torna dentro di me, in un gemito mio profondo, mentre le mie gambe avvolgono la sua vita. "Non è ancora, finita." Forse è un ordine, forse una minaccia, è un sussurro sulla mia bocca. Ed i suoi occhi grigi diventano due buchi neri di pura lussuria.

Ci scopiamo per ore, cambiando posizione, usandoci a vicenda senza pietà. Lecco il sudore dal suo petto, lui morde i miei capezzoli fino a farli diventare viola. È una lotta fisica, un corpo a corpo dove vinciamo entrambi. Quando alla fine crolliamo, esausti, le lenzuola sono un groviglio fradicio di noi, la stanza puzza di sesso e sudore. Lui mi stringe contro di sé,ed io adagio la testa sulla sua spalla pelosa che si alza ed abbassa come un'onda, seguendo i nostri respiri fusi insieme ed ancora affannosi.

Il battito di Massimo rallenta portandolo ad un torpore che riempie la stanza del suo sonno. I miei fianchi dolgono, marchiati dalle sue dita, i capezzoli, ancora sensibili al tocco delle lenzuola, sono un promemoria vivido di come mi ha posseduta. Sono stata uno strumento, un corpo da usare, eppure ho amato ogni secondo di quella resa. Ma ora la luce che, da nera si fa grigia e poi viola nell'alba, filtra tra le tende ed il richiamo della realtà è più forte del calore del suo corpo addormentato.

- Devo andare. -

Sono un alito di parole che deposito sulle sue labbra. Mi stacco da lui con una lentezza estenuante, temendo che il rumore delle lenzuola possa svegliarlo. Massimo non si muove, affondato nel sonno dei vincitori. Scendo dal letto, le mie gambe tremano leggermente toccando il pavimento freddo. Mi guardo intorno: i miei vestiti sono sparsi sul tappeto come relitti di un naufragio. Raccolgo la camicia, la gonna, le mutandine strappate, vestendomi nell'aurora. Ogni capo che indosso mi allontana da quel momento, è una copertura che nasconde i segni della sua passione.

Uscita dalla suite, l'aria fresca del corridoio mi punge la pelle umida, un inserviente in lontananza posa due paia di scarpe lucidate davanti una camera. L'ascensore scende con un sibilo, e quando le porte si aprono nel garage sotterraneo, vedo la macchina di Giulia. Sonnecchiante alla guida. Sfioro il cofano, gelido, contrastante il calore che ancora mi brucia sotto la pelle.

Come chiudo lo sportello Giulia si sveglia, senza timore, come se sapesse che solo io sarei salita.

- Bello rivederti, mi sei mancata stanotte. -
Le sue parole romantiche mi sorprendono e mi limito ad un mendace "anche tu" seguito da un bacio vero.
Parte e manovra con decisione per le strade deserte di Firenze all'alba. Guardo fuori dal finestrino, i palazzi, Santa Maria novella, la fortezza, i viali che scorrono veloci, riflessi sfocati nel vetro. Il silenzio nell'abitacolo c'è, carico dell'odore di sesso che mi porto dietro. Mi sento svuotata dall'esperienza e dall'inganno. Chiudo gli occhi e un sospiro mi sfugge, profondo e rotto.

- Allora, scopa bene mio marito? -

La sua voce piomba improvvisa, bassa, a rompere quella cortina di silenzio imbarazzato. Nel cielo che si sta tingendo di rosa.

- Giulia... -
- Davvero, non sono gelosa di lui, credo si sia capito. Lo sono di te. -

La sua mano si stacca dal volante per posarsi sulla mia coscia, sopra la stoffa della gonna. Il contatto è complice, non possessivo come quello di Massimo.
Provo a distogliere lo sguardo, a fissare il mio riflesso nel vetro, ma non posso mentire a lei. Non ora.

- Sì, Giulia, è ruvido, ma la passione che ci mette... -la voce mi trema- sicura di voler ascoltare? -
- Forse no. So già quanto in alto riesca a portarti. Grazie del tuo tatto, amore. Solo una cosa: ti ha fatto male? -
- Successo anche a te? Sì, all'inizio, la sua fame era incontenibile. -

Lei annuisce con un luccichio sotto le ciglia, mi sporgo e la bacio sulla guancia. Ma avrei voluto le sue labbra.
Giulia accarezza la mia pelle sopra il ginocchio con il pollice, un movimento lento e circolare che mi tranquillizza, a cui rispondo stringendole la mano con le gambe.

- Ti senti usata? -
- Sì. E no. È che... vorrei tornare all'Elba. Alla mia vita. E... Stanotte... Stanotte ho perso il controllo e, per un attimo, è stato bellissimo, ma ora il rimorso mi divora -

rispondo, cercando le parole nel caos della mia mente. Giulia frena a un semaforo, anche se la strada è libera, e si gira verso di me. I suoi occhi mi scavano dentro, leggendo la mia anima.

- Ascoltami, piccola, è questione di giorni. Tutto questo collasserà su se stesso. Ti prometto che, inchiodato dal divorzio, perderà i suoi sodali e sarà rovinato. Ma devi sapere una cosa: quello che succede tra noi due, durerà finché lo vorremo entrambe. -

La sua mano sale più in alto sulla mia coscia, sfiorando il bordo della biancheria intima. Le sue parole mi scaldano, spazzando via il freddo dell'alba. Annuisco, sentendo le lacrime asciugarsi prima ancora di cadere. Quando arriviamo alla villa, il sole sta già accorciando le ombre. Entriamo in silenzio, come ladri, nella sua stessa casa.

In camera, l'atmosfera cambia. Non c'è la furia animalesca che ho avuto con Massimo, ma qualcosa di diverso, di sacro e profondo, non solo l'esecuzione della clausola d'accordo. Giulia mi scioglie i capelli, le sue dita si intrecciano tra i miei ricci scuri, poi le sue labbra cercano le mie. È un bacio lento, che sa di conforto e desiderio intenso.

Ci spogliamo l'una l'altra con calma, ammirando ogni centimetro di pelle esposta. Mi spinge sul letto con dolcezza e il suo corpo scorre sopra il mio. La sua pelle è morbida contro la mia, i suoi seni morbidi premuti contro i miei piccoli capezzoli induriti. Quando la sua mano scivola tra le mie cosce, non c'è fretta. Le sue dita accarezzano le mie grandi labbra, bagnate e calde, spingendole con dolcezza per scoprire il clitoride pulsante.

- Sei mia. -

Un sussurro delle sue labbra sulla mia gola, mordicchiando lieve la pelle dove il mio battito si sente più forte.

Lei scende, baciando il mio petto, il mio ventre, contratto in un brivido, fino a posare le labbra sulla mia intimità. La sua lingua è calda e insistente, leccandomi con movimenti lunghi e lenti che mi fanno tendere la schiena. Le mie dita affondano fra le sue ciocche rosse. Le sue entrano in me, riempiendomi, curando il vuoto che Massimo aveva lasciato con la sua brutalità. È un sesso sublime, fatto di respiri affannosi e sussurri di nome, un crescendo di piacere che mi fa tremare dalle radici dei capelli alle punte dei piedi. L'orgasmo mi travolge come un'onda calma ma potente, facendomi gemere contro l'aria, contro il soffitto affrescato, mentre lei continua a leccarmi, raccogliendo ogni goccia del mio piacere.

Poi è il mio turno. La prendo, le mie labbra sulle sue, le mie mani che esplorano le curve del suo corpo. La lecco con avidità, bevendo il suo sapore, sentendo i suoi muscoli contrarsi sotto la mia lingua.

Sono carezze e baci lenti, dolci, che accompagnano i nostri respiri alla quiete. Fino a che mi addormento fra le sue braccia.

Mi sveglio sola, qualche ora dopo, con la luce del sole che inonda la stanza e batte sulla mia faccia. Mi stiracchio, sentendo il dolore muscolare dei giorni precedenti mescolato a una piacevole pesantezza. Cerco Giulia tastando il materasso, non c'è. Mi rotolo dove era, respirando il suo odore, con le lenzuola, sfatte, fra le gambe. Mi alzo e vado a lavarmi.

Scendo nello studio, incrociando la ragazza delle pulizie intenta a lavare le scale. Quando apro la porta lei è lì, in piedi, una mano che stringe una busta e l'altra appoggiata al piano della scrivania.

- Guarda! -

Lo grida voltandosi appena. Il suo viso è illuminato da un sorriso di pura, maliziosa gioia; sembra una bambina la mattina di natale che scopre il regalo perfetto.

Mi avvicino e lei mi porge le foto. Sono nitide, scattate con un teleobiettivo potente. C'è Massimo e ci sono io. Si vedono i tocchi dolci al golf, il mio viso che stringe la sua mano contro la spalla, poi lui dietro di me che mi parla. Un minimo di emozione la tradisco. Ed ancora, quando entriamo all'hotel, le parole complici a cena. E poi... noi, nella stanza; immagini più scadenti, di telecamera, ma sempre chiare, siamo riconoscibili e le nostre posizioni inequivocabili. È la prova definitiva. La sua rovina.
Ma c'è anche un'immagine che tradisce il mio viso in piena estasi ed un altra, di quel momento in cui lui dorme ed io lo bacio sulle labbra. Ho un fremito.

- L'investigatore è stato bravo -ride Giulia- Abbiamo abbastanza per strappargli tutto, Matilde. Per distruggerlo socialmente ed economicamente. Ma servirà un avvocato diverso. Qualcuno che non abbia paura e che non sia della sua stessa cerchia. -

Guardo le foto, vedendo me stessa in quelle pose, e invece di vergogna provo un brivido di potere. E la mente corre a vecchie conversazioni, allo studio di Piombino dove tutto ebbe inizio. A Greta, che mi manca come l'aria ad alta quota.

- Conosco qualcuno. Lapo di Talini. È un cane sciolto, non si lega a nessuno. E odia i prepotenti. -

Giulia mi guarda, il suo sorriso è un misto di compassione e meraviglia.

- di Talini? Mai sentito nominare. È perfetto. -

Si avvicina, mi afferra il viso tra le mani e mi bacia duramente, un bacio che sigilla il nostro patto e la nostra vendetta.
scritto il
2026-09-13
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