Spunte blu... E poi
scritto il 2026-10-16 tempo di lettura 14 min
di
Tilde
genere
etero
cura
A−
di Starman e Tilde
Le tue spalle aderivano al marmo freddo del pilastro nell'atrio e la luce del mattino entrava dalle vetrate con quell'aggressività da sala interrogatori che ti faceva strizzare gli occhi.
Davanti a te, il ragazzo — Simone, o Samuele, o comunque si chiamasse quello con gli occhiali da miopia congenita e una felpa "Mens et Manus" che aveva visto giorni migliori — stava spiegando qualcosa a proposito di legami covalenti, gesticolando come un direttore d'orchestra ubriaco.
— Praticamente, tipo, se pensi al legame tra carbonio e idrogeno come a una relazione tossica, capisci perché...
Lui parlava, tu annuivi senza ascoltare una sillaba, perché la tua mente era ancora aggrappata al cellulare, alle due spunte blu, al video che avevi mandato alle 2:47 di notte con la lucidità di un bradipo sotto anestesia.
Poi il controluce cambiò.
Una sagoma si stagliò nel corridoio e il tuo stomaco fece quello scarto laterale che, di solito, riservavi agli esami orali. La camminata. La cartella di pelle marrone. La mascella. Il professor Verro avanzava verso di voi con la calma di chi sa esattamente dove sta andando e perché; tu capisti in un millisecondo che non potevi essere lì, ferma, a parlare di legami covalenti come se non gli avessi appena mandato un video in cui gridavi il suo nome mentre ti massacravi con un dildo rosa.
— Scusa — dicesti e, prima che Simone/Samuele potesse finire la frase sul carbonio, gli buttasti le braccia al collo.
Non fu un bacio elegante. Fu un bacio dettato dal panico, il genere di bacio che si dà quando si vuole sparire, scegliendo di farlo dentro la bocca di un altro. Lo tirasti verso di te con tanta forza che lui barcollò in avanti e, tra le sue labbra socchiuse per lo stupore, tu ci infilasti dentro la lingua come se cercassi un nascondiglio.
Il ragazzo emise un suono — qualcosa tra un gemito e un singhiozzo — e le sue mani, che fino a un secondo prima gesticolavano nel vuoto, atterrarono sui tuoi fianchi con la goffaggine di chi non tocca un corpo di femmina da mesi. Le dita scavarono sotto l'orlo della tua maglia, sfiorarono la pelle nuda sopra la cintura dei jeans e tu ti irrigidisti, non tanto per il contatto quanto per la vista, da sopra la spalla di Simone/Samuele, del prof che vi passava accanto.
Camminava senza fretta. La sua cartella dondolava leggermente. E ti sorrideva.
Un sorriso piccolo, laterale, il genere di sorriso che avrebbe potuto significare qualsiasi cosa — dal "buongiorno" al "ti ho vista nuda con un dildo rosa alle 2:47 di notte" — e che, invece, non significò nulla, perché lui tirò dritto e si fermò tre metri più avanti, appoggiandosi al muro opposto con le braccia incrociate, come se stesse aspettando l'autobus.
— Ma che fai? — mormorasti contro le labbra del ragazzo, ritraendoti di scatto.
Lui ti guardò con gli occhi spalancati di un cane che ha appena ricevuto un osso senza motivo.
— Io? Mi stavi baciando tu.
— Mi stavo nascondendo.
— Nascondendo da cosa?
— Da... non importa.
Le sue mani erano ancora sotto la tua maglia, i polpastrelli che tracciavano lenti disegni sulla tua pelle; tu gli afferrasti i polsi con una determinazione che non avevi ancora mostrato e la voce fu ferma.
— Levati.
— Ma mi hai appena baciato.
— Un errore.
— Un errore bello, però.
— Un errore.
Ripetesti e, ricordo bene, lo spingesti indietro con entrambe le mani sul petto, sentendo sotto i palmi il battito accelerato di un ragazzo che probabilmente non sarebbe riuscito a nominare tre elementi della tavola periodica senza aiuto.
Fu in quel momento che Verro si staccò dal muro e vi si avvicinò. I suoi passi erano silenziosi sul pavimento — troppo silenziosi per un uomo della sua stazza — e quando fu abbastanza vicino da far sentire il suo dopobarba, qualcosa di legnoso e pulito da riportarti al presente, si chinò verso il tuo orecchio.
— Ho visto il video dell'esercizio, Matilde.
Il tuo sangue si fermò. Letteralmente. Per un secondo il tuo cuore dimenticò cosa doveva fare.
La sua voce continuò, così bassa che dovesti inclinare la testa per sentirlo.
— Ne parliamo direttamente in aula o dopo nel mio ufficio?
Simone/Samuele era a mezzo metro da voi e fissava il vuoto con l'espressione di chi si è perso a una fermata sbagliata. Verro non lo guardò nemmeno.
— Meglio in ufficio — dicesti con voce sottile. — Mi vergogno.
Il prof annuì una volta sola, un cenno secco che poteva essere professionale o poteva essere qualsiasi altra cosa, e si raddrizzò. I suoi occhi neri, quegli occhi senza fondo che ti avevano fatto mandare un video pornografico in piena notte, ti scrutarono per un secondo, poi si staccarono e lui si allontanò verso le scale, calmo come era arrivato.
Rimaste lì. Tu e il ragazzo. Il marmo del pilastro che ti gelava la schiena.
— Allora — disse lui, schiarendosi la gola — non era...
— Nessuno.
— Ma sì, il prof di analisi. Come nessuno?
— Il prof è il prof.
— E perché il prof ti parla all'orecchio?
— Perché il professore ha una voce bassa.
— Matilde...
— Dai, andiamo. — Gli afferrasti la mano, un pelo sudaticcia e con le dita che ancora sapevano della tua pelle, e lo trascinasti verso le scale. — Su, muoviti, la lezione inizia tra cinque minuti.
— Ma mi hai appena baciato, poi mi hai detto di levarmi e adesso mi tieni la mano?
— La vita è complessa, Simone.
— Samuele.
— Appunto.
Salisti le scale con lui al seguito, nello scalpiccio dei vostri passi, e con la tua testa altrove: in un ufficio che non avevi ancora visto, con una porta che si chiudeva, con una voce bassa che diceva "bel metodo" come se stesse parlando di integrali e del teorema di Torricelli, e non di te che ti scopavi con un dildo rosa gridando il suo nome.
Sentisti un fremito tra le cosce, un calore umido che si diffondeva, così stringesti la mano di Samuele più forte del necessario; perché, se non ti aggrappavi a qualcosa, saresti scivolata lungo la ringhiera come una bava di sapone.
— Mi spieghi, almeno, cosa sta succedendo? — chiese lui, ansimando al tuo fianco.
— Analisi — rispondesti. — Sta iniziando analisi.
E non era nemmeno una bugia.
Qualche ora dopo...
L'ufficio del professor Verro era un prestito del docente di impianti industriali, al secondo piano del plesso d'Ingegneria, ma non aveva nulla dell'austera solennità accademica che ti saresti aspettata. Odorava di carta stampata, caffè moka fresco e, soprattutto, di lui: quella nota inconfondibile di legno di sandalo e sapone al lime che la notte prima ti era entrata sotto pelle come un veleno lento.
Lui chiuse la porta di tamburato dozzinale alle vostre spalle e due scrocchi scattarono nella serratura, secchi e definitivi.
Tu sussultasti al suono. Il cuore picchiava nel tuo petto con la violenza di un martello sull'incudine. Rimanesti impalata al centro della stanza, la borsa stretta al ventre come uno scudo, gli occhi sgranati verso la grande lavagna d'ardesia coperta di equazioni differenziali e matrici.
— Puoi posare le tue cose lì, Matilde — disse con voce calma, quasi di routine, mentre si sfilava la giacca e la appendeva con cura al retro della sedia da ufficio.
Rimasto in sola camicia bianca, si arrotolò le maniche con cura fino ai gomiti, scoprendo gli avambracci muscolosi, scuri e con un piccolo tatuaggio. Si avvicinò alla scrivania e, dalla tasca dei pantaloni in chino di cotone kaki, tirò fuori lo smartphone e lo posò sul ripiano di finto palissandro della scrivania, con lo schermo rivolto verso l'alto. Il tuo video, Matilde, era ancora in pausa su un fotogramma inequivocabile.
— Allora — esordì lui, incrociando le braccia sul petto e appoggiandosi al bordo della scrivania — parliamo del tuo ultimo elaborato multimediale.
Tu sentisti le guance andare in fiamme. I ricordi sfocati della notte prima tornavano in alta definizione: le tue gambe spalancate, il gemito sguaiato, quel dildo rosa, le parole sussurrate all'obiettivo con la voce impastata dall'alcol...
— Professore, la prego... — mormorasti, facendo un piccolo passo indietro fino a sentire il bordo rigido della grande lavagna contro le spalle. — Ero ubriaca. È stato un errore madornale, un cortocircuito cerebrale. Se vuole che io mi ritiri dall'esame o cambi corso, lo farò, ma non mi umili...
— Umiliarti? — Verro alzò un sopracciglio, un sorriso obliquo e sottile che gli increspò le labbra. — Chi ha parlato di umiliazioni? Ingegnera, io ho un'alta considerazione della precisione. E nel tuo video ho notato una grave incoerenza metodologica.
— Incoerenza... metodologica? — ripetesti, sbattendo le palpebre, disorientata.
— Esatto — lui si alzò dalla scrivania e cominciò a camminare verso di te con passi lenti, felini, dominanti. — Nel video ripetevi continuamente il mio nome. Gabriele. Chiedevi se ti stessi guardando, se mi piacesse quello che vedevo... Ma stavi usando un oggetto di silicone rosa. Un sostituto inerte, privo di massa variabile, privo di calore cellulare. Un'approssimazione davvero deludente per una studentessa brillante come te.
Il respiro ti si blockò nei polmoni con lui, Gabriele, a meno di venti centimetri da te. Sentivi il calore irradiato dal suo corpo e l'ampiezza delle sue spalle oscurava la luce della finestra.
— Non avevi un'alternativa migliore a disposizione a quell'ora della notte, immagino — continuò lui, la voce scesa a un registro ruvido, viscerale, che ti fece vibrare il basso ventre.
— No...
— Bene. Ora ce l'hai.
Prima che potessi elaborare la frase, Verro allungò la mano e afferrò il bordo della tua maglia. Con un movimento fluido e deciso, fece scivolare il tessuto sopra la tua testa, scompigliandoti i capelli in un'esplosione di ricci castani.
Confusa ed emozionata accennasti una debole protesta, ma la voce ti morì in gola quando rimanesti con indosso solo la canottiera di pizzo nero e il reggiseno sottostante. I tuoi capezzoli, sensibili al cambio d'aria e all'ondata di adrenalina, si stamparono nitidi contro il tessuto leggero.
— Prof... Gabriele... siamo all'università... se qualcuno sente... — ansimasti, mentre le sue mani scendevano con possesso sui tuoi fianchi, stringendoli fino a far aderire il tuo bacino contro il suo.
Una scarica inondò il tuo animo e mandò a soqquadro anche me. "Scappa", avrei voluto suggerirti, invece ti ordinai di lasciarti andare.
Sentisti distintamente la massa rigida e imponente dell'erezione di lui premere contro la stoffa dei tuoi jeans. Un gemito sfuggì dalle tue labbra prima che potessi fermarlo.
— Questa stanza è abbastanza insonorizzata — sussurrò lui contro il tuo orecchio, mordicchiando leggermente il lobo. — E la porta è chiusa a chiave. L'unica cosa che può uscire da qui è la tua resa.
Con una mossa rapida, Verro ti prese per i fianchi e ti sollevò senza sforzo, facendoti sedere direttamente sul piano scuro e rossastro, tra cataste di dispense e libri di testo. I fogli volarono a terra in un fruscio caotico, ma nessuno dei due ci fece caso.
Le dita di Gabriele andarono al bottone dei jeans. La zip venne tirata giù con un suono metallico che parve rimbombare nello studio. Ti afferrò i pantaloni e le mutandine insieme, sfilandoli dalle gambe in un unico gesto pratico e autorevole, lasciandoti completamente nuda dalla vita in giù, con le cosce bianche e lisce esposte alla luce obliqua del primo pomeriggio.
Il tuo istinto e le mie grida d'imbarazzo ti spinsero a chiudere le gambe, ma la carica erotica della situazione era fuori controllo. Verro s'incuneò subito tra le tue ginocchia, divaricandole con decisione.
— Guarda cosa hai fatto — mormorò lui, abbassando lo sguardo sul tuo sesso.
La figa era già umida, lucida, completamente bagnata di un umore denso e trasparente che perlava tra le labbra rosee. Il contrasto tra la solennità della cattedra e la tua nudità sfacciata faceva tremare di vergogna me e di un desiderio incontrollabile te.
— È... è colpa sua. Lei mi terrorizza, professore...
— Allora vediamo di incanalare questo terrore nel modo corretto.
Senza preavviso, si chinò, piegò la testa e affondò la bocca direttamente nel tuo sesso.
Un urlo soffocato, Matilde, inarcando la schiena sulla cattedra e piantando le dita nei capelli corti e folti del professore. La lingua di Gabriele non era delicata o timida: lavorava con spinta esperta, lunga, calda, leccando il calore accumulato tra le tue labbra, prima di concentrarsi sul clitoride con una pressione costante che fece vedere le stelle a te e perdere la ragione a me.
— Ah! Dio... Gabriele... sì! — gridasti, dimentica di ogni contegno, mentre le labbra del tuo docente risucchiavano la carne sensibile con una brama atavica. Lui affondò d'un colpo due dita dentro la vagina, spingendo a fondo.
Il suono bagnato e ritmico risuonava nello studio, mescolandosi ai respiri affannati di entrambi. Eri sul punto di esplodere, le gambe che tremavano violentemente contro le spalle di Verro, quando lui staccò improvvisamente la bocca e si alzò in piedi.
— No... la prego, non si fermi! — supplicasti, priva di qualsiasi dignità, allungando le mani verso di lui.
Verro, ansimando leggermente con le labbra lucide della tua passione, sorrise in modo diabolico. Si sbottonò i pantaloni con gesti rapidi e si liberò dell'intimo. Il suo membro venne fuori, eretto, venoso, lungo e notevolmente più imponente del dildo di silicone rosa nascosto sotto il letto.
Matilde, tu deglutisti, con lo sguardo fisso su quella meraviglia carnale che pulsava a pochi centimetri dal tuo viso.
— A quanto pare, i tuoi calcoli sulle dimensioni erano decisamente sottostimati, ingegnera — mormorò Verro con voce profonda.
Ti prese le cosce, tirandoti verso il bordo della cattedra e, senza ulteriori indugi, allineò il glande alle labbra caldissime e scivolose. Spinse con decisione.
Ti vidi riflessa nel vetro: spalancasti la bocca in un grido muto quando il cazzo spesso di Gabriele ti allargò. Poi, con una spinta fluida e profonda, il professore s'infilò tutto dentro di te, fino ad arrivare a toccare il fondo dell'utero.
— Aaaah! — urlasti, aggrappata ai suoi avambracci muscolosi, graffiandolo, mentre il corpo veniva riempito da una presenza quasi dolorosa per quanto fantastica.
— Dio, Matilde... sei un forno... strettissima... — imprecò Verro tra i denti, la facciata rigida da professore spazzata via da un'ondata di pura lussuria.
Cominciò a muoversi. Un ritmo lento, pesante, profondo, che faceva scricchiolare la cattedra di legno a ogni spinta. Sussultavi a ogni impatto, la schiena piegata all'indietro tra gli appunti di trigonometria, i capezzoli che sgusciavano fuori dal reggiseno a ogni scossa.
— Guarda la lavagna, Matilde! — ordinò lui con tono perentorio, afferrandoti per i fianchi e sollevandoti leggermente per cambiare l'angolo di penetrazione e colpire con precisione chirurgica il punto che ti faceva gridare e sognare di piacere.
— Mmamma... sì, sì, così... Gabry... — strillasti, mentre l'orgasmo cominciava a montare come una marea crescente.
— Guardala! Dici che la risposta all'equazione è corretta? O dobbiamo ripetere il passaggio? — ansimò lui, spingendo più veloce, più forte, il suo corpo che sbatteva contro le tue natiche già arrossate con uno schiocco erotico che riempiva la stanza.
— È corretta! È correttissima! — urlasti, perdendo completamente il controllo. I muscoli della figa si contrassero attorno al cazzo di Gabriele in una serie di spasmi incontrollabili. L'orgasmo vi travolse con la violenza di un fulmine: la vista si appannò, le gambe si irrigidirono a tenaglia attorno alla vita del professore e un urlo acuto ti squarciò la gola.
Sentendo la tua stretta spasmodica, Gabriele perse l'ultimo briciolo di autocontrollo. Con tre spinte feroci, profonde e disperate, affondò fino alla radice e inondò dentro di te, rilasciando la sua carica calda, fertile e copiosa nel fondo del tuo grembo. Fu un ruggito sordo e profondo sul tuo collo a donarti un ultimo brivido.
Rimaneste così per lunghi minuti: uniti, ansimanti, avvinghiati sopra la cattedra cosparsa di fogli, il sudore che faceva brillare i vostri corpi alla luce del sole che iniziava a calare.
Quando Gabriele si sfilò lentamente, un rivolo caldo colò lungo il perineo, accarezzandoti l'ano, e gocciolò su un foglio di esercizi che giaceva sul piano.
Verro si risistemò con calma serafica, rivestendosi come se nulla fosse accaduto, mentre tu... Tu cercavi riparo e respiro ritirando le gambe al petto, ancora tremante e paonazza.
Il professore raccolse lo smartphone, cancellò con un gesto deciso il video dalla chat e dalla galleria, poi guardò i tuoi occhi nocciola con un'espressione enigmatica e un sorrisetto appena accennato.
— Per oggi la lezione è finita, Rossi — disse lui, riacquistando il suo tono formale. — L'esercitazione di giovedì prossimo sarà sul calcolo differenziale. Ti consiglio di arrivare preparata... e senza smartphone.
Le tue spalle aderivano al marmo freddo del pilastro nell'atrio e la luce del mattino entrava dalle vetrate con quell'aggressività da sala interrogatori che ti faceva strizzare gli occhi.
Davanti a te, il ragazzo — Simone, o Samuele, o comunque si chiamasse quello con gli occhiali da miopia congenita e una felpa "Mens et Manus" che aveva visto giorni migliori — stava spiegando qualcosa a proposito di legami covalenti, gesticolando come un direttore d'orchestra ubriaco.
— Praticamente, tipo, se pensi al legame tra carbonio e idrogeno come a una relazione tossica, capisci perché...
Lui parlava, tu annuivi senza ascoltare una sillaba, perché la tua mente era ancora aggrappata al cellulare, alle due spunte blu, al video che avevi mandato alle 2:47 di notte con la lucidità di un bradipo sotto anestesia.
Poi il controluce cambiò.
Una sagoma si stagliò nel corridoio e il tuo stomaco fece quello scarto laterale che, di solito, riservavi agli esami orali. La camminata. La cartella di pelle marrone. La mascella. Il professor Verro avanzava verso di voi con la calma di chi sa esattamente dove sta andando e perché; tu capisti in un millisecondo che non potevi essere lì, ferma, a parlare di legami covalenti come se non gli avessi appena mandato un video in cui gridavi il suo nome mentre ti massacravi con un dildo rosa.
— Scusa — dicesti e, prima che Simone/Samuele potesse finire la frase sul carbonio, gli buttasti le braccia al collo.
Non fu un bacio elegante. Fu un bacio dettato dal panico, il genere di bacio che si dà quando si vuole sparire, scegliendo di farlo dentro la bocca di un altro. Lo tirasti verso di te con tanta forza che lui barcollò in avanti e, tra le sue labbra socchiuse per lo stupore, tu ci infilasti dentro la lingua come se cercassi un nascondiglio.
Il ragazzo emise un suono — qualcosa tra un gemito e un singhiozzo — e le sue mani, che fino a un secondo prima gesticolavano nel vuoto, atterrarono sui tuoi fianchi con la goffaggine di chi non tocca un corpo di femmina da mesi. Le dita scavarono sotto l'orlo della tua maglia, sfiorarono la pelle nuda sopra la cintura dei jeans e tu ti irrigidisti, non tanto per il contatto quanto per la vista, da sopra la spalla di Simone/Samuele, del prof che vi passava accanto.
Camminava senza fretta. La sua cartella dondolava leggermente. E ti sorrideva.
Un sorriso piccolo, laterale, il genere di sorriso che avrebbe potuto significare qualsiasi cosa — dal "buongiorno" al "ti ho vista nuda con un dildo rosa alle 2:47 di notte" — e che, invece, non significò nulla, perché lui tirò dritto e si fermò tre metri più avanti, appoggiandosi al muro opposto con le braccia incrociate, come se stesse aspettando l'autobus.
— Ma che fai? — mormorasti contro le labbra del ragazzo, ritraendoti di scatto.
Lui ti guardò con gli occhi spalancati di un cane che ha appena ricevuto un osso senza motivo.
— Io? Mi stavi baciando tu.
— Mi stavo nascondendo.
— Nascondendo da cosa?
— Da... non importa.
Le sue mani erano ancora sotto la tua maglia, i polpastrelli che tracciavano lenti disegni sulla tua pelle; tu gli afferrasti i polsi con una determinazione che non avevi ancora mostrato e la voce fu ferma.
— Levati.
— Ma mi hai appena baciato.
— Un errore.
— Un errore bello, però.
— Un errore.
Ripetesti e, ricordo bene, lo spingesti indietro con entrambe le mani sul petto, sentendo sotto i palmi il battito accelerato di un ragazzo che probabilmente non sarebbe riuscito a nominare tre elementi della tavola periodica senza aiuto.
Fu in quel momento che Verro si staccò dal muro e vi si avvicinò. I suoi passi erano silenziosi sul pavimento — troppo silenziosi per un uomo della sua stazza — e quando fu abbastanza vicino da far sentire il suo dopobarba, qualcosa di legnoso e pulito da riportarti al presente, si chinò verso il tuo orecchio.
— Ho visto il video dell'esercizio, Matilde.
Il tuo sangue si fermò. Letteralmente. Per un secondo il tuo cuore dimenticò cosa doveva fare.
La sua voce continuò, così bassa che dovesti inclinare la testa per sentirlo.
— Ne parliamo direttamente in aula o dopo nel mio ufficio?
Simone/Samuele era a mezzo metro da voi e fissava il vuoto con l'espressione di chi si è perso a una fermata sbagliata. Verro non lo guardò nemmeno.
— Meglio in ufficio — dicesti con voce sottile. — Mi vergogno.
Il prof annuì una volta sola, un cenno secco che poteva essere professionale o poteva essere qualsiasi altra cosa, e si raddrizzò. I suoi occhi neri, quegli occhi senza fondo che ti avevano fatto mandare un video pornografico in piena notte, ti scrutarono per un secondo, poi si staccarono e lui si allontanò verso le scale, calmo come era arrivato.
Rimaste lì. Tu e il ragazzo. Il marmo del pilastro che ti gelava la schiena.
— Allora — disse lui, schiarendosi la gola — non era...
— Nessuno.
— Ma sì, il prof di analisi. Come nessuno?
— Il prof è il prof.
— E perché il prof ti parla all'orecchio?
— Perché il professore ha una voce bassa.
— Matilde...
— Dai, andiamo. — Gli afferrasti la mano, un pelo sudaticcia e con le dita che ancora sapevano della tua pelle, e lo trascinasti verso le scale. — Su, muoviti, la lezione inizia tra cinque minuti.
— Ma mi hai appena baciato, poi mi hai detto di levarmi e adesso mi tieni la mano?
— La vita è complessa, Simone.
— Samuele.
— Appunto.
Salisti le scale con lui al seguito, nello scalpiccio dei vostri passi, e con la tua testa altrove: in un ufficio che non avevi ancora visto, con una porta che si chiudeva, con una voce bassa che diceva "bel metodo" come se stesse parlando di integrali e del teorema di Torricelli, e non di te che ti scopavi con un dildo rosa gridando il suo nome.
Sentisti un fremito tra le cosce, un calore umido che si diffondeva, così stringesti la mano di Samuele più forte del necessario; perché, se non ti aggrappavi a qualcosa, saresti scivolata lungo la ringhiera come una bava di sapone.
— Mi spieghi, almeno, cosa sta succedendo? — chiese lui, ansimando al tuo fianco.
— Analisi — rispondesti. — Sta iniziando analisi.
E non era nemmeno una bugia.
Qualche ora dopo...
L'ufficio del professor Verro era un prestito del docente di impianti industriali, al secondo piano del plesso d'Ingegneria, ma non aveva nulla dell'austera solennità accademica che ti saresti aspettata. Odorava di carta stampata, caffè moka fresco e, soprattutto, di lui: quella nota inconfondibile di legno di sandalo e sapone al lime che la notte prima ti era entrata sotto pelle come un veleno lento.
Lui chiuse la porta di tamburato dozzinale alle vostre spalle e due scrocchi scattarono nella serratura, secchi e definitivi.
Tu sussultasti al suono. Il cuore picchiava nel tuo petto con la violenza di un martello sull'incudine. Rimanesti impalata al centro della stanza, la borsa stretta al ventre come uno scudo, gli occhi sgranati verso la grande lavagna d'ardesia coperta di equazioni differenziali e matrici.
— Puoi posare le tue cose lì, Matilde — disse con voce calma, quasi di routine, mentre si sfilava la giacca e la appendeva con cura al retro della sedia da ufficio.
Rimasto in sola camicia bianca, si arrotolò le maniche con cura fino ai gomiti, scoprendo gli avambracci muscolosi, scuri e con un piccolo tatuaggio. Si avvicinò alla scrivania e, dalla tasca dei pantaloni in chino di cotone kaki, tirò fuori lo smartphone e lo posò sul ripiano di finto palissandro della scrivania, con lo schermo rivolto verso l'alto. Il tuo video, Matilde, era ancora in pausa su un fotogramma inequivocabile.
— Allora — esordì lui, incrociando le braccia sul petto e appoggiandosi al bordo della scrivania — parliamo del tuo ultimo elaborato multimediale.
Tu sentisti le guance andare in fiamme. I ricordi sfocati della notte prima tornavano in alta definizione: le tue gambe spalancate, il gemito sguaiato, quel dildo rosa, le parole sussurrate all'obiettivo con la voce impastata dall'alcol...
— Professore, la prego... — mormorasti, facendo un piccolo passo indietro fino a sentire il bordo rigido della grande lavagna contro le spalle. — Ero ubriaca. È stato un errore madornale, un cortocircuito cerebrale. Se vuole che io mi ritiri dall'esame o cambi corso, lo farò, ma non mi umili...
— Umiliarti? — Verro alzò un sopracciglio, un sorriso obliquo e sottile che gli increspò le labbra. — Chi ha parlato di umiliazioni? Ingegnera, io ho un'alta considerazione della precisione. E nel tuo video ho notato una grave incoerenza metodologica.
— Incoerenza... metodologica? — ripetesti, sbattendo le palpebre, disorientata.
— Esatto — lui si alzò dalla scrivania e cominciò a camminare verso di te con passi lenti, felini, dominanti. — Nel video ripetevi continuamente il mio nome. Gabriele. Chiedevi se ti stessi guardando, se mi piacesse quello che vedevo... Ma stavi usando un oggetto di silicone rosa. Un sostituto inerte, privo di massa variabile, privo di calore cellulare. Un'approssimazione davvero deludente per una studentessa brillante come te.
Il respiro ti si blockò nei polmoni con lui, Gabriele, a meno di venti centimetri da te. Sentivi il calore irradiato dal suo corpo e l'ampiezza delle sue spalle oscurava la luce della finestra.
— Non avevi un'alternativa migliore a disposizione a quell'ora della notte, immagino — continuò lui, la voce scesa a un registro ruvido, viscerale, che ti fece vibrare il basso ventre.
— No...
— Bene. Ora ce l'hai.
Prima che potessi elaborare la frase, Verro allungò la mano e afferrò il bordo della tua maglia. Con un movimento fluido e deciso, fece scivolare il tessuto sopra la tua testa, scompigliandoti i capelli in un'esplosione di ricci castani.
Confusa ed emozionata accennasti una debole protesta, ma la voce ti morì in gola quando rimanesti con indosso solo la canottiera di pizzo nero e il reggiseno sottostante. I tuoi capezzoli, sensibili al cambio d'aria e all'ondata di adrenalina, si stamparono nitidi contro il tessuto leggero.
— Prof... Gabriele... siamo all'università... se qualcuno sente... — ansimasti, mentre le sue mani scendevano con possesso sui tuoi fianchi, stringendoli fino a far aderire il tuo bacino contro il suo.
Una scarica inondò il tuo animo e mandò a soqquadro anche me. "Scappa", avrei voluto suggerirti, invece ti ordinai di lasciarti andare.
Sentisti distintamente la massa rigida e imponente dell'erezione di lui premere contro la stoffa dei tuoi jeans. Un gemito sfuggì dalle tue labbra prima che potessi fermarlo.
— Questa stanza è abbastanza insonorizzata — sussurrò lui contro il tuo orecchio, mordicchiando leggermente il lobo. — E la porta è chiusa a chiave. L'unica cosa che può uscire da qui è la tua resa.
Con una mossa rapida, Verro ti prese per i fianchi e ti sollevò senza sforzo, facendoti sedere direttamente sul piano scuro e rossastro, tra cataste di dispense e libri di testo. I fogli volarono a terra in un fruscio caotico, ma nessuno dei due ci fece caso.
Le dita di Gabriele andarono al bottone dei jeans. La zip venne tirata giù con un suono metallico che parve rimbombare nello studio. Ti afferrò i pantaloni e le mutandine insieme, sfilandoli dalle gambe in un unico gesto pratico e autorevole, lasciandoti completamente nuda dalla vita in giù, con le cosce bianche e lisce esposte alla luce obliqua del primo pomeriggio.
Il tuo istinto e le mie grida d'imbarazzo ti spinsero a chiudere le gambe, ma la carica erotica della situazione era fuori controllo. Verro s'incuneò subito tra le tue ginocchia, divaricandole con decisione.
— Guarda cosa hai fatto — mormorò lui, abbassando lo sguardo sul tuo sesso.
La figa era già umida, lucida, completamente bagnata di un umore denso e trasparente che perlava tra le labbra rosee. Il contrasto tra la solennità della cattedra e la tua nudità sfacciata faceva tremare di vergogna me e di un desiderio incontrollabile te.
— È... è colpa sua. Lei mi terrorizza, professore...
— Allora vediamo di incanalare questo terrore nel modo corretto.
Senza preavviso, si chinò, piegò la testa e affondò la bocca direttamente nel tuo sesso.
Un urlo soffocato, Matilde, inarcando la schiena sulla cattedra e piantando le dita nei capelli corti e folti del professore. La lingua di Gabriele non era delicata o timida: lavorava con spinta esperta, lunga, calda, leccando il calore accumulato tra le tue labbra, prima di concentrarsi sul clitoride con una pressione costante che fece vedere le stelle a te e perdere la ragione a me.
— Ah! Dio... Gabriele... sì! — gridasti, dimentica di ogni contegno, mentre le labbra del tuo docente risucchiavano la carne sensibile con una brama atavica. Lui affondò d'un colpo due dita dentro la vagina, spingendo a fondo.
Il suono bagnato e ritmico risuonava nello studio, mescolandosi ai respiri affannati di entrambi. Eri sul punto di esplodere, le gambe che tremavano violentemente contro le spalle di Verro, quando lui staccò improvvisamente la bocca e si alzò in piedi.
— No... la prego, non si fermi! — supplicasti, priva di qualsiasi dignità, allungando le mani verso di lui.
Verro, ansimando leggermente con le labbra lucide della tua passione, sorrise in modo diabolico. Si sbottonò i pantaloni con gesti rapidi e si liberò dell'intimo. Il suo membro venne fuori, eretto, venoso, lungo e notevolmente più imponente del dildo di silicone rosa nascosto sotto il letto.
Matilde, tu deglutisti, con lo sguardo fisso su quella meraviglia carnale che pulsava a pochi centimetri dal tuo viso.
— A quanto pare, i tuoi calcoli sulle dimensioni erano decisamente sottostimati, ingegnera — mormorò Verro con voce profonda.
Ti prese le cosce, tirandoti verso il bordo della cattedra e, senza ulteriori indugi, allineò il glande alle labbra caldissime e scivolose. Spinse con decisione.
Ti vidi riflessa nel vetro: spalancasti la bocca in un grido muto quando il cazzo spesso di Gabriele ti allargò. Poi, con una spinta fluida e profonda, il professore s'infilò tutto dentro di te, fino ad arrivare a toccare il fondo dell'utero.
— Aaaah! — urlasti, aggrappata ai suoi avambracci muscolosi, graffiandolo, mentre il corpo veniva riempito da una presenza quasi dolorosa per quanto fantastica.
— Dio, Matilde... sei un forno... strettissima... — imprecò Verro tra i denti, la facciata rigida da professore spazzata via da un'ondata di pura lussuria.
Cominciò a muoversi. Un ritmo lento, pesante, profondo, che faceva scricchiolare la cattedra di legno a ogni spinta. Sussultavi a ogni impatto, la schiena piegata all'indietro tra gli appunti di trigonometria, i capezzoli che sgusciavano fuori dal reggiseno a ogni scossa.
— Guarda la lavagna, Matilde! — ordinò lui con tono perentorio, afferrandoti per i fianchi e sollevandoti leggermente per cambiare l'angolo di penetrazione e colpire con precisione chirurgica il punto che ti faceva gridare e sognare di piacere.
— Mmamma... sì, sì, così... Gabry... — strillasti, mentre l'orgasmo cominciava a montare come una marea crescente.
— Guardala! Dici che la risposta all'equazione è corretta? O dobbiamo ripetere il passaggio? — ansimò lui, spingendo più veloce, più forte, il suo corpo che sbatteva contro le tue natiche già arrossate con uno schiocco erotico che riempiva la stanza.
— È corretta! È correttissima! — urlasti, perdendo completamente il controllo. I muscoli della figa si contrassero attorno al cazzo di Gabriele in una serie di spasmi incontrollabili. L'orgasmo vi travolse con la violenza di un fulmine: la vista si appannò, le gambe si irrigidirono a tenaglia attorno alla vita del professore e un urlo acuto ti squarciò la gola.
Sentendo la tua stretta spasmodica, Gabriele perse l'ultimo briciolo di autocontrollo. Con tre spinte feroci, profonde e disperate, affondò fino alla radice e inondò dentro di te, rilasciando la sua carica calda, fertile e copiosa nel fondo del tuo grembo. Fu un ruggito sordo e profondo sul tuo collo a donarti un ultimo brivido.
Rimaneste così per lunghi minuti: uniti, ansimanti, avvinghiati sopra la cattedra cosparsa di fogli, il sudore che faceva brillare i vostri corpi alla luce del sole che iniziava a calare.
Quando Gabriele si sfilò lentamente, un rivolo caldo colò lungo il perineo, accarezzandoti l'ano, e gocciolò su un foglio di esercizi che giaceva sul piano.
Verro si risistemò con calma serafica, rivestendosi come se nulla fosse accaduto, mentre tu... Tu cercavi riparo e respiro ritirando le gambe al petto, ancora tremante e paonazza.
Il professore raccolse lo smartphone, cancellò con un gesto deciso il video dalla chat e dalla galleria, poi guardò i tuoi occhi nocciola con un'espressione enigmatica e un sorrisetto appena accennato.
— Per oggi la lezione è finita, Rossi — disse lui, riacquistando il suo tono formale. — L'esercitazione di giovedì prossimo sarà sul calcolo differenziale. Ti consiglio di arrivare preparata... e senza smartphone.
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