Spunte blu

scritto il 2026-10-12 tempo di lettura 10 min

di
genere
esibizionismo
cura
C

di Starman e Tilde



Ti ho vista, sai. Ti ho vista arrivare barcollando lungo il corridoio delle camere, i tacchi che avevi rubato a Chiara in mano, i capelli che sfuggivano dallo chignon disfatto come corvi da un nido scassato. Hai appoggiato la spalla allo stipite della porta come se fosse l'unica cosa tra te e la gravità.
Forse lo era.

Ma partiamo dall'inizio. Perché, da tua coscienza, mi piace raccontare le cose per bene.

Giovedì. Fuori porta Saragozza, sopra i giardini di villa Cassarini, al plesso d'ingegneria, a quelle scale scure, con il doppio corrimano sovrapposto di legno caldo che puzza di disinfettante al pino. Tu salivi, lui scendeva. Il professor Verro - quarantadue anni, occhi che sembrano rubati alla notte, pelle ambrata che sa di caffè e camicia stirata male - ti veniva incontro con la sua cartella di pelle marrone e quell'aria da "non ho dormito, ma spacco comunque il culo a metà facoltà". Tu avevi le braccia scoperte, sotto le maniche corte di una maglietta blu. Pelle d'oca non per il freddo, ma perché l'avevi visto.

Vi siete sfiorati. Il suo avambraccio contro il tuo. Un contatto di tre secondi, forse quattro. Abbastanza perché il suo odore - legno di sandalo, cuoio e una traccia di sapone al lime - ti si infilasse sotto la pelle come un amo. I suoi occhi neri sono scivolati sul nocciola dei tuoi.
Non ha detto niente.
Tu non hai detto niente.
Un sorriso a metà, il genere che significa "ti ho notata, ma sono il tuo professore e non sono scemo". Poi è sceso; e tu sei rimasta lì, sul pianerottolo, con il cuore che batteva come se avessi fatto le scale a quattro a quattro.

Ridicola. Assolutamente ridicola.

Ma la parte migliore, quella che mi fa morire dal ridere, è venuta dopo.

Serata al "Freakout", sul palco cantavano i "Blue Bird", è rock, è funky, è R&B, ti entra nelle vene, ti fa ballare, ti fa bere. Greta, la tua amica di corso, è con te, balla con te, gioca con il tuo corpo; e tu col suo. Una danza di due donne che si desiderano, senza freni. Tre spritz, uno shot di tequila, che sapeva di plastica e rimpianto. Il tasso alcolico si alza: un daiquiri e scocca il primo bacio, potente, nella calca. Le mani di Greta su di te, gli occhi di mezza sala su di voi. Un ragazzo si avvicina e vi offre un bicchiere.
Un terribile moscow mule che, per una spinta, finisce per metà sul tuo top bianco, evidenziando i tuoi capezzoli turgidi.
Lui si stringe a te; senti le sue mani sui tuoi fianchi, mentre il seno di Greta si schiaccia contro il tuo, umido di vodka.
Ti stai eccitando, lo vedo dai tuoi occhi che brillano sotto le strobo, dal tuo corpo che si muove sinuoso e desideroso di essere guardato, toccato, usato. Le tue mani accarezzano la pelle nuda della schiena di Greta, un altro bacio, più profondo, chiudi i tuoi splendidi occhi e ti abbandoni ai baci di lei; di lui, dietro di te.
Lui, chi cazzo è lui? Non ne sai nemmeno il nome, non ti importa, ma senti la sua erezione premere fra le tue natiche. La tua gonna, già corta, risale fra le sue mani, scoprendo il pizzo nero delle tue mutandine.

So a chi hai pensato quando la tua pelle più sensibile ha assaggiato il ruvido del jeans.

Domani lezione, con lui che ti sembra parli solo a te in quell'aula. Hai deciso che era ora di tornare. Le tue amiche ti hanno scortata all'auto.

- Sto bene amo', non importa. -
- Dai, ti porto io, lascia la macchina qui. -
- Ha ragione Greta. -
- Sabry, chill, ce la faccio. Tornate dentro e non fate nulla che non farei. -
- Scema, almeno textami quando arrivi. -
- K, Chiara. -

Le voci ti seguivano: "Maty, bevi acqua.", "Maty, niente prof, giura."
Tu hai giurato. Hai giurato con le dita incrociate dietro la schiena, come una bambina della primaria.

Sei entrata in camera. Hai chiuso la porta con un calcio. Le scarpe - i tacchi di Chiara - sono volate nell'angolo, una ha colpito il poster di Schrödinger e l'ha staccato dal muro. Il gatto morto-vivo è scivolato dietro la scrivania. Non te ne fregava niente.

Ti sei seduta sul bordo del letto, le dita che armeggiavano con la zip della gonna. Lo smart era sul tavolo, lo schermo illuminato da una notifica del gruppo WA di analisi: "Domani esercitazione in vista dell'esame. portate il libro."

Il libro. Il professore. I suoi occhi neri come la pece. Il suo braccio che sfiorava il tuo sulle scale.

L'alcol fa schifo, lo sai. Ma fa anche qualcosa d'altro: ti toglie i filtri come un equalizzatore mal tarato. E tu, senza filtri, eri uno spettacolo.

Hai aperto la fotocamera. Non la normale, quella anteriore, in modalità video. Hai posizionato il telefono sul ripiano, inclinato contro il portapenne, e sei indietreggiata. Nello specchio dell'armadio ti sei vista: capelli spettinati, maglietta macchiata, occhi lucidi. Un disastro. Un disastro sexy, ma pur sempre un disastro.

E io ti ho detto: "Spogliati."

E tu, ubriaca e incosciente come una scimmia ammaestrata, hai obbedito.

Hai iniziato dalla maglietta. L'hai afferrata per l'orlo, lentamente, troppo lentamente, come se ci fosse qualcuno a guardarti. E in un certo senso c'era. Nella tua testa c'era lui, Verro, seduto su quella sedia girevole da ufficio, le gambe accavallate, che ti guardava con quegli occhi da notte senza stelle e un sorrisetto che diceva: "continua".

La maglietta è salita. Hai scoperto l'ombelico, la pancia piatta, il reggiseno bianco, l'unico decente che avevi, quello che metti quando sai che potresti finire a letto con qualcuno; anche se non succede mai. L'hai sfilata e l'hai lanciata verso l'occhio dello smart, con un gesto teatrale che avrebbe fatto impallidire una spogliarellista di terza categoria.

- Questo è per lei, professore -hai detto alla camera, biascicando appena- Per i suoi occhi scuri del cazzo. -

La gonna è venuta dopo. Bottone, zip, e giù, con un dimenare di fianchi che ti ha fatto perdere l'equilibrio. Sei caduta sul letto con un "oof" poco elegante, il tessuto intorno alle caviglie come la catena di un forzato. Ti sei sfilata le calze - finite sulla lampada a pendere, smagliate - e sei rimasta lì, in reggiseno e mutandine, a fissare il telefono come se fosse una persona che godeva delle curve del tuo corpo.

E io ti ho detto: "Il reggiseno."

Le tue dita hanno trovato la chiusura posteriore. Tre tentativi - l'alcol non aiuta la motricità fine - e poi è scivolato. Le tue tette sono uscite, piccole e sode, i capezzoli irti per l'aria fredda o per l'eccitazione o per entrambe. Ti sei messa in posa: mani dietro la testa, schiena inarcata, sguardo da gatta in calore rivolto all'obiettivo.

- Le piace, professore? -hai mormorato- Le piace quello che vede? -

Il telefono non ha risposto. Ma tu hai continuato come se l'avesse fatto.

Le mutandine. Le hai sfilate con i pollici, facendole scivolare lungo le cosce con una lentezza esagerata. Sei rimasta nuda, completamente nuda, nella tua stanza del dormitorio con il poster di Schrödinger afflosciato in terra e una pila di appunti di termodinamica sul comodino. Il contrasto era comico e tragico e, tremendamente, eccitante.

Ti sei stesa sul letto. Hai aperto le gambe verso il piccolo schermo in rec, le ginocchia piegate, i piedi piatti sul lenzuolo. La tua fica era lì, esposta, leggermente bagnata. L'avevi sentito pulsare - da quando avevi iniziato a spogliarti - quel calore umido che si accumulava tra le labbra come una promessa.

Le tue mani ti hanno accarezzata lungo le cosce, lentamente, tracciando cerchi con le punte delle dita. Sei risalita sui fianchi, sul ventre, fino al seno. Hai preso i capezzoli tra le dita e li hai pizzicati, un gemito ti è sfuggito dalle labbra come lo squittio di un topo da un sacco. Ti sei toccata il collo, la clavicola, il solco tra i seni. Tutto mentre guardavi il telefono, immaginando il nero dei suoi occhi su di te.

- Mi guardi, Gabriele? -hai sussurrato- Mi guardi mentre mi tocco? -

Le tue dita sono scese. Lungo il ventre, attraverso la peluria scura, fino alla fessura calda. Hai sfiorato il clitoride e un brivido ti ha attraversata come una scossa di piacere. Hai iniziato a muovere le dita in cerchi lenti, pigri, gli occhi semichiusi, la bocca aperta.

E io ti ho detto: "Più veloce."

Hai obbedito. I cerchi sono diventati più rapidi, più decisi. Hai infilato un dito dentro, poi due. Bagnata, scivolosa, il suono della tua fica che risucchiava le dita riempiva la stanza come una ninna nanna oscena. Ansimavi, il petto che si alzava e abbassava, i capezzoli duri come sassolini.

Ma non bastava. Lo sapevi. Sapevi che volevi di più.

Ti sei allungata sotto il letto, con il braccio teso e le dita che cercavano nel buio. Hai trovato la scatola di biscotti danesi - nascondiglio ingenuo - e l'hai tirata fuori. Dentro, avvolto in un foulard di seta a pois, c'era il tuo dildo. Rosa, gelatinoso, venti centimetri di silicone che avevi comprato online con il nome utente "ingegnera_soddisfatta" e una recensione a cinque stelle che diceva: "ottimo prodotto, consegna puntuale".

Te lo sei portato alle labbra. L'hai leccato, la lingua che tracciava il profilo della punta come se fosse il cazzo del professore. L'hai preso in bocca, succhiando, a occhi chiusi, in un gemito gutturale che vibrava nel silicone.

Poi l'hai portato giù. Tra le gambe. La punta contro le labbra tumide della tua fica, bagnata e pronta.

E io ti ho detto: "Infilalo."

Hai spinto. Il silicone è scivolato dentro, centimetro dopo centimetro, riempiendoti, allargandoti. Hai gridato. È stato un verso strozzato, metà dolore e metà piacere, poi hai iniziato a muoverlo. Dentro e fuori, lentamente, dentro e fuori, il ritmo che aumentava, la mano libera che pizzicava il capezzolo, i fianchi che si sollevavano per incontrare ogni spinta.

- Gabry, guardami -hai ansimato- prendimi... scopami... sì, così, così -

L'orgasmo ti ha travolta come un'onda. La schiena inarcata, i muscoli delle cosce contratti, un urlo che hai soffocato nel cuscino - spinto sulla faccia come fosse il suo viso da baciare - ma non abbastanza, perché la ragazza della stanza accanto ha battuto il pugno contro il muro e ha gridato

- MATILDE, MA CHE CAZZO! -

Che in quel momento ti è sembrata la cosa più divertente del mondo.

Sei crollata sul letto, il dildo ancora dentro, il petto che si alzava e abbassava come un mantice. Il telefono smetteva di registrare per memoria piena e il messaggio lampeggiava sullo schermo.

Hai recuperato fiato. Ti sei seduta, hai preso il telefono, hai aperto il video. Lì, in alta definizione, c'eri tu: nuda, sudata, con un dildo rosa piantato nella fica, che gemevi il nome del tuo professore di analisi come una pornostar in un film di serie B.

Hai riso. Una risata ubriaca, sguaiata, che ti ha fatto lacrimare gli occhi. Poi hai aperto WA. Hai cercato il contatto. "Prof Verro", amministratore della chat di analisi.

Hai allegato il video. Hai scritto: "Questo è per i pozzi di perdizione dei suoi occhi, prof."

Hai premuto invio.

Due minuti. Hai guardato lo schermo. E poi hai guardato di nuovo. E hai capito.

Due spunte blu.

Letto.

E io ti ho detto: "Benvenuta nel panico, bambina."
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