Le crisi di Matilde 14

di
genere
sentimentali

L'inaspettato


La luce del mattino entra obliqua attraverso le persiane del mio ufficio, disegnando strisce dorate sulla scrivania ingombra di fogli. Il profumo del caffè si mescola all'odore di carta e legno degli arredi naturali. Mi siedo sulla poltroncina girevole, liscio la gonna sulle cosce e cerco di concentrarmi sulle parole di Claudia, receptionist e mio vero alter ego, che sta elencando con voce monotona i problemi sorti durante la mia assenza.

- La suite magnolia ha avuto un guasto al condizionatore, i De Santis pretendono il rimborso di due notti. Max, dell'enoteca, ha chiamato tre volte, vuole essere pagato, solo tu puoi autorizzare quella cifra. E poi c'è stata una perdita nel bagno della piscina, Paolo è venuto ieri sera a sistemare, dice se lo chiami: non ti sente da una settimana ed è preoccupato -prende fiato, consulta il taccuino- Ah! La signora Belmonte ha lasciato una recensione di una stella su TripAdvisor. Dice che il room service era lento. -

Annuisco, stringo le labbra. I segni sui fianchi pulsano ancora sotto la stoffa, un promemoria costante di mani che hanno lasciato il loro segno. Mi aggiusto sulla seduta e sento il tessuto della biancheria sfregare contro la pelle ancora sensibile,
Mi sfugge un piccolo lamento.

- Me ne occupo io, Claudia. Grazie. -

Lei annuisce e si ritira, lasciandomi sola con il ronzio del condizionatore e il peso di tutto ciò che è successo. Avvio il computer e fisso lo schermo senza guardare nulla. Il vuoto che ho sentito dopo la confessione di Giova si allarga nel petto come una crepa prima della frana.

Teams lampeggia, sono le 9:20. Sullo schermo il nome del dottor Franco Pecci che chiede la call. Inspiro, raddrizzo la schiena, indosso la maschera professionale.

- Buongiorno, dottor Pecci. -
- Matilde, buongiorno. E bentornata. Come sta andando? Tutto sotto controllo lì al resort? Sono sopravvissuti senza di lei? -

La sua voce è calda, vibrante di un'energia che non gli avevo ancora sentito.

- Qualche intoppo di routine, nulla che non possa gestire. Dottore, a cosa devo il piacere? -

Incrocio le gambe sotto la scrivania, il piede dondola nervosamente.

- Posso dire che è un piacere chiamarla, finalmente. Ho ricevuto notizie eccellenti, Matilde. Sapienza, a breve, sarà fuori gioco. Definitivamente. -

Alla sua risata bassa, quasi compiaciuta, segue un silenzio carico di riflessione. Sento il respiro di Franco farsi più lento, come se stesse scegliendo ogni sillaba.
Io rompo l'attesa con cautela.

- È una notizia fantastica. Il suo progetto ne beneficerà. -
- Non solo il progetto. Matilde, da dove comincio... quella notte all'asta... lei c'era -

Il piede si ferma. Le dita si stringono sul mouse. Il suo tono vira al confidenziale.

- Devo confessarle una mia debolezza: c'ero anche io. Veniva offerta una giovane e splendida donna, da domare; non potevo mancare. Quando l'ho vista su quel palco, la sua sottomissione incompleta mi ha eccitato oltremodo. Ho fatto l'ultima offerta. Poi la persona in rosso mi ha bloccato. -
- Mi ha vista in quello stato, sappia che... -
- Non mi deve spiegazioni, Matilde. Ed apprezzo che non mi stia giudicando. Il mondo BDSM è molto più pulito ed onesto di quello che sembra. -

Le mie mani si torcono, uno strano presentimento mi attanaglia lo stomaco. Mentre vedo negli occhi del dottore un velo di imbarazzo e vergogna.

- Quando l'ho vista nuda, esposta in quel modo, il desiderio di possederla è diventato irrefrenabile. Ma quell'abito, quella cintura... È stato vedere un fantasma. -

La sua voce tradisce una emozione repressa. La volontà di rendermi partecipe di un segreto che pesa sul suo cuore.

- Dottore, di che fantasma parla? -
- Michela. -

Il nome mi colpisce come uno schiaffo a mano fredda. La madre di Giovanni.
Ripeto il nome con la voce più sottile del voluto. Il suo sospiro che segue è carico di decenni di silenzio.

- Una donna straordinaria. Una soprano eccezionale, con oltre quattro ottave d'estensione. Abbiamo avuto una... breve relazione. Breve ma intensa e da cui nacque un figlio. Ma, all'epoca, ero uno scapestrato e lei già fidanzata con Sapienza... -

Il cuore mi batte contro le costole. Le immagini della notte scorsa mi attraversano come lampi: le mani di Giovanni sui miei fianchi, la sua voce roca che dice ti amo, il vestito rosso. E ora questo. Franco, il padre di Giova. L'ingegnere che lo ha riconosciuto come proprio.

- L'ho sempre saputo -continua- quando Michela me lo disse non stava nella pelle, avrebbe voluto che ci sposassimo... Le regalai quella mia cintura che le piaceva tanto, e scappai come un idiota. Ma l'ho sempre seguito, Matilde. Da lontano, senza interferire. Massimo lo ha riconosciuto, lo ha cresciuto come figlio suo e io... io ho taciuto. Era meglio così. Per tutti. -

I suoi occhi esplodono di lacrime represse da troppo tempo, bisbiglia qualcosa, il labiale è un ringraziamento.

- Franco, Perché mi dice questo ora? -

Mormoro mentre mi alzo dalla poltroncina - l'uso del nome senza titolo è un varco che non avevo programmato - e cammino verso la finestra; premo la fronte contro il vetro fresco. La campagna brilla sotto il sole, è un quadro verde con uno spicchio di mare blu in lontananza.

- Perché lei merita di sapere. E perché... Perché so quello che è successo fra lei e mio figlio. Qua a Firenze. -

Mi volto dalla finestra e riguardo, sullo schermo, il viso deciso del dottore; mi appare così simile a quello di Giova che mi sorprendo di non aver capito subito.

- Ma basta adesso. Volevo complimentarmi, i suoi meriti nella gestione del Volterraio sono eccezionali. Lo sa. Lo sanno tutti. Ha fatto un lavoro eccellente. Non l'ho detto mai abbastanza, nemmeno in privato, lo so. La gestione del resort, l'incremento delle prenotazioni, l'evento di gala, le presenze importanti, la ristrutturazione delle suite con le sole forze dell'hotel. Lei è stata la mia migliore dirigente, Matilde. Brillante, intuitiva, capace... -
- Ma veramente... Io... -
- Le ho inviato un PDF adesso, legga. -

Apro il file e la sorpresa esplode già al titolo, mentre le sue parole riassumo i punti con voce salda e professionale, ma con un sottofondo di calore che non aveva prima.

- Compravendita di quote? Ma... cosa? Lei... io? Nomina di cosa? Opporca vacca. ...aspetta... Noo... Non ci credo , è uno scherzo... Non posso accettare... Franco... Dottore. No, dai, lei è tutto matto! -
- Sì, mi sa di sì. È la dirigente più alta in grado della holding, con delega allo sviluppo, da maggio e, sì, ha il 10%
Non è un regalo, è un riconoscimento dovuto. -
- Non posso accettare. -
- Non deve accettare è già suo. E c'è di più. Il mega resort di Catania. Con Sapienza fuori dai piedi, il progetto procederà spedito e voglio che se ne occupi lei. Che lo guidi. Che lo faccia suo. -

Catania. Una nuova città, un nuovo inizio, una via d'uscita da questa ragnatela di corpi e segreti. Il pensiero corre veloce: la possibilità di ricostruire, di essere qualcuno che non sia la moglie di Alessandro, l'amante di Massimo, il bersaglio di una vendetta, l'oggetto del desiderio di Giovanni.

- Ne è sicuro? - la voce mi trema appena.
- Mai stato più sicuro di nulla, Matilde. -

Chiudo gli occhi. Il sole attraverso le palpebre è una macchia arancione, calda. Penso a Greta, al suo sguardo che mi attraversa come acqua.
E poi penso a me stessa. A Tilde. Alla ragazza con i riccioli scuri e gli occhi nocciola che è arrivata in questo resort con una valigia e un matrimonio vuoto, e che ora ha tra le mani un futuro che non le è stato dato: che si è presa.

- Accetto -dico- Accetto, Dottor Pecci. -

Le parola esce ferma, piena, definitiva.
Il silenzio dall'altra parte è quello di un uomo che ha aspettato a lungo di sentire esattamente questo.

- Bene. Molto bene, Matilde. Le mando i documenti questo pomeriggio. E... Matilde? -
- sì? -
- Grazie. Per tutto. -

Non faccio a tempo a dire altro che la chiude la caIl.

La luce del mattino ha cambiato angolazione, ora colpisce direttamente il legno, scaldandolo. Guardo la stanza - i fogli, il portatile, la tazza di caffè mezza vuota - e tutto sembra appartenere a un capitolo che si sta chiudendo.

Mi avvicino alla finestra. Il mare è una distesa infinita, e oltre l'orizzonte c'è un futuro che profuma di possibilità. Le dita sfiorano il vetro, seguendo la linea del paesaggio. Il vuoto nel petto non si è riempito - non del tutto - ma qualcosa si è posato sul fondo, come sedimenti dopo una tempesta. Una calma nuova, fragile ma reale.
Mentre il sole si alza sul Volterraio, mentre i gabbiani gridano sopra la piscina e Claudia risponde al telefono nella hall, io resto alla finestra, con i segni dei desideri notturni ancora impressi sulla pelle e il nome di una nuova città sulle labbra.

Catania.
scritto il
2026-09-29
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