Roma
di
Tilde
genere
tradimenti
La sera calava su Roma, scura, portandosi via il ponentino col suo sollievo ed avvolgendo le straduzze di Trastevere degli odori di cotture e resine di pino, in un’atmosfera di luci tremolanti riflesse sui sampietrini.
Venivo da palazzo Spada, con le gambe indolenzite dopo ore a vagabondare tra musei vaticani e scalinate infinite, cercando solo un po' di refrigerio. Il bar sulle rive del Tevere, quasi sotto Ponte Sisto, era un richiamo con quel caos di voci, risate e tintinnio di bicchieri, un'esplosione di vita che rispecchiava l'energia della città. Mi sedetti a un tavolino di metallo all'aperto, ordinando uno Spritz che si condensò immediatamente sull'acciaio freddo.
Furono pochi minuti. Tra il via vai di turisti e romani stanchi, i miei occhi incrociarono i suoi. Era seduto ad un tavolino poco distante, ma sembrava appartenere a un'altra epoca.
Non distolsi lo sguardo o, meglio, non subito. Attesi che il respiro accelerasse, poi cercai rifugio negli occhi innocenti di una bambina che passava con la sua famiglia. Le sorrisi; e vidi suo padre stringerla a sé ricambiando. Ripensai a tutte le occasioni mancate dal mio, con un sospiro. Poi tornai da quegli occhi che mi sentivo addosso.
Lui era, è, Pietro.
Cinquant'anni portati con una sicurezza disarmante, i capelli grigi spettinati dal vento, una camicia di lino bianca a righine azzurre che si apriva leggermente sul petto, rivelando una peluria argentea e curata. I suoi occhi erano scuri, profondi; mi fissarono non con l'arroganza dei ragazzi della mia età, ma con una calma, un'attenta valutazione che mi fece scorrere un brivido lungo la schiena, nonostante il caldo.
Quando si avvicinò, non usò battute scontate o un complimento cringe.
- Lo Spritz è la bevanda dei filosofi, o di chi ha bisogno di dimenticare quanto ha camminato. -
La sua voce era calda, confortevole.
Risi, forse un tono più alto del previsto, e lo invitai a sedersi. La conversazione scivolò via come il Tevere sotto di noi, fluida e inesorabile. Scoprimmo di essere entrambi naufraghi nel mondo delle parole, scrittori solitari che cercavano un pubblico. Quando l'argomento deragliò su cosa scrivessimo davvero, il suo sguardo si fece più profondo, le labbra si curvarono in un mezzo sorriso che fu tutto promessa.
- Racconti erotici? Quindi cerchi di mettere ordine nel caos del desiderio, come faccio io. -
Quella frase fu la scintilla che accese la paglia. Uscimmo dal bar lasciando metà drink nei bicchieri. Passeggiammo per le strade di Roma, sotto il giallo di lanterne e lampioni, dal Trastevere verso il centro, con la distanza tra i nostri corpi che si annullava gradualmente. Parlammo di tutto: della psicologia della folla, dell'arte barocca che sembrava urlare dolore e piacere insieme, dei viaggi in Marocco e in Spagna dove il sole brucia come la passione. Ogni sua parola era una carezza, ogni mia risata un invito. La tensione erotica cresceva, visibile, tangibile, come l'elettricità nell'aria prima di un temporale.
Ci fermammo davanti all'Ara Pacis, illuminata da una luce spettrale e bellissima. Lì, senza preavviso, lui mi prese il viso tra le mani ruvide e mi baciò. Fu un bacio timido, sulle prime, poi un assalto. Le sue labbra erano calde, saporite di gin e desiderio, la sua lingua invase la mia bocca con autorità, reclamando un territorio che non sapevo di aver offerto. Morsi il suo labbro inferiore, sentendo il suo odore fresco di colonia; la barba rasata pungere contro la mia pelle, e lui emise un sospiro, più un lamento soffocato che mi fece bagnare le mutandine istantaneamente.
- piccola allieva, dov'è il tuo hotel? A questo prof non piace che torni da sola -
Voleva fare passare per premura ciò che, la voce incrinata, gridava voglia.
Non riuscii a formare parole, tranne il nome dell'albergo e indicare la direzione. La camminata fu una tortura deliziosa, le nostre mani si toccavano, si sfioravano, i corpi si urtavano cercando attrito. Davanti l'ingresso, un bacio più intenso.
- Sali. -
Fu un ordine perentorio a cui rispose senza esitare. In ascensore, stretto, le nostre mani si cercavano. Appena le chiavi girarono nella serratura, il controllo si spezzò. Mi spinse contro la porta laccata, le sue mani affondarono nei miei ricci, la sua bocca che scendeva lungo il collo, mordicchiando la pelle sensibile dietro l'orecchio. Gemetti, le mie mani che cercavano la sua schiena, i suoi glutei, tirandolo contro di me.
In camera, ci spogliammo con una fretta disperata. Lui mi guardò, i suoi occhi percorsero il mio corpo, i miei seni piccoli, i fianchi.
- Sei bellissima, Matilde. -
Le sue parole sembravano una preghiera profana. Mi spinse sul letto, la sua bocca si chiuse su un seno, leccando, succhiando con forza, mentre le sue dita esploravano la mia figa già bagnata e pulsante. Io gemevo, le anche che si alzavano incontro alla sua mano, cercando più pressione, più profondità.
Lui scivolò giù, spalancando le mie cosce con decisione, e la sua lingua mi colpì l'intimità. Fu un assalto preciso, ritmico. Le sue mani mi tenevano ferma, i polsi piantati sul materasso, un controllo maschile che mi fece sentire completamente vinta e viva.
- Prof... Pietro... -
Un sussurro, diventato una richiesta di autorità. Lui alzò lo sguardo, gli occhi scuri e lucidi, mi sorrise prima di tornare a leccarmi, più duro, più veloce, fino a quando persi il controllo delle gambe.
Non finì lì. Si risollevò, il suo sesso premeva contro la mia coscia. Lo guardai, ammirando la sua virilità, la differenza di età, ora, sembrava solo un'opportunità. Quando entrò in me, fu lento, profondo, delicato. Io lo avvolsi con le gambe, i talloni che premevano nella sua schiena, spingendolo più a fondo. Il ritmo divenne intenso. Mi baciò di nuovo, assaggiando il mio respiro, mentre il mio piacere si avvicinava come un treno in corsa.
Venimmo quasi insieme, io tremando e mordendo la sua spalla, lui gemendo il mio nome nell'orecchio.
Dopo, ci coccolammo nel buio, le lenzuola arruffate, i corpi ancora intrecciati. Lui mi carezzava i capelli, io ascoltavo il battito del suo cuore rallentare. Era una pace che non provavo da tempo.
Ma la mattina portò una realtà diversa. Mi svegliai sola. Il lato del letto era freddo. Sul cuscino, accanto alla mia testa, c'era un biglietto staccato da un blocco per appunti dell'hotel. La calligrafia era uno sconnesso forzato. Segno di un turbamento. Di una certezza che copre il dubbio.
Matilde, la notte è stata perfetta, ma la luce del giorno porta ragioni che il buio nasconde. Ho il doppio dei tuoi anni e una vita che non può essere messa in pausa. Sarebbe una relazione impossibile, una ferita certa. Grazie per il fuoco.
Pietro.
Il biglietto mi scivolò tra le dita. Non piansi. Sentii solo un vuoto gelido al centro dello stomaco, come se mi avessero tolto un organo vitale senza anestesia. Mi vestii in silenzio e uscii dall'hotel.
I miei piedi mi portarono, senza che io lo decidessi, esattamente dove tutto era iniziato. L'Ara Pacis svettava bianca contro il cielo azzurro. E lui era lì. Pietro. In piedi, con le mani in tasca, a fissare il monumento come se contenesse i segreti dell'universo.
Mi fermai a pochi metri da lui. Il cuore mi batteva così forte da farmi male al petto. Volevo correre da lui, urlare, baciarlo di nuovo, convincerlo che l'età non contava nulla. Volevo che mi prendesse di nuovo, con quella forza disperata. Ma poi vidi la sua espressione. Era stanca, risoluta. Un uomo che ha già preso la sua decisione.
Il panico mi montò alla gola. Non potevo affrontarlo. Non potevo sentire altre parole che avrebbero fatto male ad entrambi. Mi voltai di scatto, la borsa mi sbatté contro il fianco e raggiunsi la strada, agitando la mano freneticamente. Un taxi si fermò.
- Stazione Termini -
Lo dissi con voce rotta, emozionata, mentre chiudevo lo sportello e mi lasciavo crollare sul sedile posteriore. Guardai fuori mentre Roma scorreva via, una macchia di colori e storia, che mi chiedeva se avrei mai potuto scrivere un finale diverso per noi.
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