Le crisi di Matilde 9
di
Tilde
genere
saffico
Le sorprese non finiscono
L'aria nella camera si è fatta più fresca, ma il calore della pelle di Giovanni contro la mia è ancora un'ancora di salvezza. Stacco lentamente la testa dal suo petto, sentendo la resistenza dei suoi muscoli che si rilassano, e mi siedo sul bordo del letto. I nastri di seta rossa, ora sciolti e privi di tensione, sono sparsi sul lenzuolo aggrovigliati, come serpenti addormentati dopo aver compiuto il loro dovere. Lui si alza e, mentre la sua figura si staglia contro la luce dalla finestra, schermata da una tenda a disegni geometrici grigi e bianchi, inizia a raccogliere i vestiti dal pavimento.
L'ambiente è stranamente spoglio, giusto un armadio in legno di quelli vecchi a due ante e, in fianco alla porta, uno specchio sopra una cassettiera col top in marmo bluastro, che riflette la mia curiosità e una copia della "lampada ad arco" di Balla sulla testata del letto in ferro battuto scuro. Le lenzuola, le noto adesso, di cotone giallo e arancio, zuppe di me. Apro la porta, come se fossi di casa, poi quella della lavanderia e mi regalo una doccia, veloce, ma da sola.
Rientro stropicciando i capelli nell'asciugamano poi, davanti a lui, lascio cadere quel telo rosa a terra, nuda. Mentre cerco di districare i riccioli con le dita, mi porge un abito da quell'armadio della nonna: un vestitino in lino bianco a pois blu, che prendo festosa. Le nostre dita si sfiorano, un contatto che è un brivido. Non ha più nulla dell'aggressività di stamattina è solo l'amante tenero che mi ha asciugata e goduta. Però c'è un'ansia nei suoi occhi chiari, quasi adoranti, un'ombra di chi ha paura di perdere.
- Matilde... -
Mormora, mentre infila la camicia. Si ferma con le mani sui fianchi, i bottoni ancora aperti a rivelare il petto peloso ed un ombelico perfetto, poi mi fissa con un'intensità che mi fa stringere il vestito contro il petto.
- ...Devo dirtelo. Mi sono innamorato di te. -
Le parole rimbalzano nella stanza. Io resto immobile, con il respiro che si blocca per un secondo nella gola. È una confessione sommessa, quasi dolorosa. Mi avvicino a lui, sentendo l'odore del sesso e del suo profumo che si mescolano nell'aria. Poggio una mano sulla sua guancia ruvida, sentendo la barba che sfrega contro il palmo.
- Giova. Non confonderlo. Quello che abbiamo fatto... quello che mi hai fatto sentire... è stato magnifico. È stato fuoco e passione pura, un abisso di piacere in cui sono caduta insieme a te. -
Rispondo a voce bassa. Poi mi metto in punta di piedi per sfiorare le sue labbra con le mie in un bacio leggero.
- Ma l'amore è diverso. È una cosa più complessa, più radicata. Io amo Ale. Con tutti i suoi difetti, amo mio marito. -
Lui chiude gli occhi per un istante, assorbendo il rifiuto senza ritrarsi, quando li riapre, c'è in loro una comprensione malinconica.
- Lo so. -sussurra.
- Non significa che non possa desiderare altri. Né che tu debba rinunciare a cercare ciò che ti appaga. Noi siamo esseri umani, Giova, non statue; con sentimenti spesso contrastanti. Il sesso è una cosa, ma il mio cuore appartiene a un altro. -
Dico questo e la mano scivola dal suo viso al collo, sentendo il battito accelerare sotto la pelle.
Lui annuisce, impercettibile. Finisce di abbottonarsi la camicia e si fa più serio.
- Andiamo. Il capo ti sta aspettando. -
Mi prende per mano, è una presa forte e sicura che mi guida fuori dalla camera. Attraversiamo il corridoio che adesso vedo, fra le opere appese un Tintoretto e un Ligabue. Non mi fermo, la sua mano mi tira, odo i nostri passi risuonare sordi sul cotto, le sue scarpe ed i miei piedi scalzi. Fino a raggiungere una porta in legno scuro. Giovanni la apre, mandandomi avanti.
Entro in uno studio raccolto. Le pareti sono rivestite di scaffali pieni di libri rilegati in pelle o colorati, l'odore della vecchia carta è forte e pervade l'ambiente. Ciò che vedo oltre le grandi finestre a tutta altezza è un giardino all'italiana curato e filari di vite, puntinati dal cupo dei grappoli, oltre ad un'unghia di Firenze in lontananza.
- Chi comanda davvero arriverà tra minuti. Resta qui. Apprezza la pazienza. -
Dice Giovanni sulla soglia prima di chiudere la porta dietro di sé, lasciandomi sola nel silenzio della stanza. Il clic della serratura risuona come un verdetto. Resto immobile per un momento, ascoltando il battito del mio cuore che sembra l'unico rumore nel mondo. Ma la mia curiosità irrequieta non riesco a spegnerla completamente.
Mi avvicino alla scrivania, un po' vecchiotta, penso sia di mogano, al centro della stanza. Sul piano in pelle verde non c'è nulla a parte una penna con il monogramma "sm" e una lampada liberty con lo stemma dell'Elba.
Poso le dita sul bordo del cassetto centrale. Con un respiro trattenuto, lo tiro verso di me. Legno scivola contro legno gemendo. All'interno, tra le carte ordinate, un plico bianco aperto male. Dentro ci sono foto, istantanee crude e colorate. Riconosco quella che mi aveva inviato Lapo.
- Il bastardo non è stato di parola. -
Le mie parole scappano dai denti stretti, mentre vedo le altre di me: a cena con lo sceicco Yasser, con Greta, con lo scrittore, con altri ospiti del resort fra cui l'attore Luca, sul motoscafo dell'hotel; ed un sorriso godurioso mi attraversa la faccia.
Gli scatti sono tanti ed inequivocabili: c'è complicità nelle pose, una voluttuosità che tradisce intimità.
Ma la peggiore è proprio quella di Lapo. Anche se tagliata, mi riconosco subito. La pelle olivastra, i capelli castani ribelli, l'anello - un pezzo unico - che mi regalò Franco tre anni fa quando mi nominò direttrice. E l'uomo con me: l'ingegner Sapienza. Il peggior nemico del dottore in Sicilia.
Sento le guance bruciare. Non ricordo il momento di quegli scatti, ma l'immagine non mente. L'ultima volta è stato prima di Pasqua, al suo hotel di Roma. Ma qui mi sembra più quello di Taormina, quand'era... Ah, sì, ottobre.
Sotto le foto, c'è un documento ufficiale, una lottizzazione sembra, ma non la sfoglio, leggo solo di terreni vasti e fertili nei pressi di Catania. Ricordo che Franco ha cercato di acquisire per anni e senza successo in quelle zone.
Il battito del cuore rimbomba nelle mie orecchie, un ritmo frenetico che sembra voler rompere il silenzio pesante di questo studio. Le mie dita tremano leggermente mentre rimetto tutto al suo posto - con precisione maniacale - e chiudo nel cassetto le prove del mio tradimento o, forse, della mia ingenuità.
Lo sguardo corre ancora fuori, nella luce che volge al tardo pomeriggio. Non mangio da più di un giorno, ma tanto l'appetito è migrato chissà dove. Avrei sete, quella sì, d'acqua e d'aria.
Un vento sembra alzarsi agitando rametti e foglie, potessi, spalancherei questi vetri per fare entrare l'odore delle vigne e dei roseti in fiore, così da cambiare quest'aria viziata, densa di segreti ed odori di carta e cuoio.
Uno scrocco interrompe i miei pensieri. La porta si spalanca cigolando sui cardini, un soffio di vento accarezza le mie gambe e la mia schiena, mentre un fondo d'agrumi e vaniglia solletica le mie narici, facendomi sobbalzare.
L'ansia mi blocca e non mi volto subito.
Il riflesso sul vetro di un Ribera, dai toni cupi, appeso fra le due finestre, mi sorprende. Ad entrare non è il mio Franco Pecci, come pensavo, ma una donna. Non aspetto il comando e giro sulle punte nude dei piedi.
È alta, slanciata, severa ed autorevole nonostante il gonnellino bianco da tennis velato di terra ed un top nero aderente nero ombreggiato di sudore. Ha tra i quaranta e i cinquant'anni, un fisico tonico ed atletico, i capelli rossi raccolti in una coda che le scopre il collo snello e muscoloso. Il suo trucco leggero fa risaltare i suoi occhi verdi, che mi fissano come fossi un insetto dentro una teca.
Si ferma dritta davanti a me; silenziosa, mi offre un sorriso sottile, tagliente, forse più beffardo. Poi la sua voce esce, formale, ferma, feroce. Ma, allo stesso tempo e per le mie orecchie, calda e deliziosamente erotica.
- Finalmente ci conosciamo. Bello il vestito. Sono Giulia. -
Il mio respiro si blocca. Conosco quel nome. È lo stesso della moglie dell'Ingegnere Sapienza. L'uomo con cui ho firmato l'accordo segreto per l'hotel in Sicilia. Il tradimento verso il dottore che non posso perdonarmi, assume ora un volto concreto e pericoloso.
- Ho visto le foto -continua- sembri molto presa da mio marito. -
Un brivido gelido mi scorre lungo la schiena. Nego con un cenno del capo, istintivamente, le mie mani che si agitano in un gesto di diniego.
- No, io... Signora, non è quello che pensate. È solo lavoro. -
Giulia non mi ascolta. Si gira verso la scrivania massiccia e, con una piccola spinta, si siede sul bordo. Il legno cricchiola sotto il suo peso. Accavalla le gambe, il gonnellino bianco si alza leggermente, rivelando la sua pelle più chiara e delicata. La posa è maliziosa, dominante, sembra una regina sul suo trono che attende omaggio. Mi fissa con occhi di ghiaccio, in attesa. Un tempo dilatato che sembra infinito precipita in un comando perentorio.
- Avvicinati. -
Il mio piede obbedisce prima che la mia testa possa capire la parola. Mi muovo verso di lei, sentendo il pavimento scivolare sotto le piante dei miei piedi. Schiude le sue gambe e mi fermo. Lei mi invita fra esse, un passo ancora che mi porta dentro il suo odore. Acre di sudore, aspro e dolce di donna e di potere.
Giulia non distoglie lo sguardo. Appoggia le mani sulle mie anche, le dita forti che affondano nel tessuto del mio vestito, pizzicando la pelle sottostante.
- Essi sincera, Matilde. Che mentire ti dona poco. -
Mi tira verso di sé. Io vacillo; cadendo in avanti, rigida, sento i suoi seni premere contro i miei e le sue labbra posarsi sulle mie.
Un bacio senza tenerezza, duro di possesso e dominio. Non oppongo resistenza e la sua lingua invade la mia bocca con decisione, esplorando, assaggiando la mia paura e la mia eccitazione confusa. Respiro affannosamente di naso, con le mie mani incerte, esitanti, sulle sue spalle.
Si ritrae appena, lasciandomi con le labbra gonfie e il respiro corto. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio, vedo i suoi occhi verdi bruciare al calor bianco.
- Voglio rovinarlo -sussurra sulla mia pelle- Voglio strappargli tutto. E tu, mia cara, sarai l'arma che userò per farlo. -
La mia mente corre in pensieri contorti, rapida, per cercare soluzioni e vantaggi. L'accordo con l'Ingegnere Sapienza per l'hotel in Sicilia... il tradimento verso il Franco... Se aiuto Giulia a distruggere suo marito, se fornisco le prove per il divorzio, forse posso cancellare il mio errore. Forse posso offrire al dottore la testa del suo nemico su un piatto d'argento come atto di redenzione. È un'opportunità dolorosa, un bacio di Giuda che potrebbe salvarmi la vita, o almeno la carriera.
- Cosa devo fare? -
La voce tremola appena, fioca, un misto di sottomissione calcolata e vera disperazione. Lei sorride, pregustando una facile vittoria.
- Sarai la sua ossessione. Lo sedurrai fino a quando non chiederà pietà. E mentre lo fai, mi apparterrai. Ogni suo sospiro, ogni suo gemito, ogni suo orgasmo, tutto sarà un piacere che dovrai donare a me. -
Le sue mani scivolano sul mio vestito, afferrano il tessuto della mia scollatura e, con un gesto brusco, lo tirano giù, esponendo il mio seno piccolo e pallido alla luce fredda del giorno che muore. Il contatto dell'aria e delle sue dita, sulla pelle delicata, mi fa inturgidire i capezzoli, ma i suoi occhi non guardano con desiderio romantico; valutano, come un perito la merce in pegno.
- Inginocchiati. -
Mi spinge a terra, le mie ginocchia che battono sul piancito di cotto, duro e irregolare. Mi trovo all'altezza delle sue cosce, il gonnellino bianco che mi sfiora il viso. Giulia scorre col bacino sull'orlo del tavolo, la sua biancheria intima nera, già umida di desiderio o di sudore. Non importa quale sia l'origine, il comando è chiaro, con le sue dita che s'intrecciano nei miei ricci e mi tirano verso di lei.
- Dimostrami che vali l'investimento. -
Lei è il mio nuovo padrone. Io sono lo strumento di piacere ed offesa. Il cuore batte forte, mentre il pensiero corre a Franco ed alla salvezza che questo abisso di piacere e controllo potrebbe rappresentare. Sono pronta a diventare artefice della rovina di un uomo per salvarne un altro.
Il respiro mi manca mentre le mie labbra sfiorano la pelle calda e vellutata delle cosce di Giulia. È il sapore del sale che sommerge la mia lingua al tocco della sua intimità. Bevo avidamente il suo desiderio ed Il profumo intenso di lei inonda i miei sensi, stordendomi più dell'alcool. Le sue dita, su di me, sono una presa ferma, a ricordarmi chi comanda.
Proprio mentre la mia lingua è pronta ad affondare in lei, un rumore di passi giunge dal corridoio, in un avvicinarsi di suole di cuoio.
Mi irrigidisco. Ogni muscolo del mio corpo si contrae in un istante. Le mie labbra si staccano dalla pelle di Giulia con un suono bagnato quanto flebile. Sollevo lo sguardo, cercando nel viso di lei una risposta.
È immobile. Non trema. Anzi, sulle sue labbra prende forma un sorriso che, dal basso, sembra raggiunge i suoi occhi verdi, adesso, glaciali. È il sorriso di una gatta che gioca col topo in trappola. La sua presa nei miei capelli si affievolisce, trasformandosi in una carezza morbida sul mio viso ironico.
- Ferma! -dice sottovoce- È lui. -
Il panico mi sale alla gola: il marito, l'ingegnere. Ma si stempera subito nella tranquillità della mia padrona che, scivolando la mano dal mio viso alla spalla, mi spinge via.
- È appena rientrato -prosegue- E tu non sei qui. Capito? ...bene. adesso sotto, nasconditi sotto la scrivania e riprendi da dove hai interrotto. -
La mia mente si ribella. È pazzesco. È suicidio. Ma le gambe non mi obbediscono più, sono sue. Mi spingo indietro, strisciando sul pavimento a quattro zampe come una cagna ubbidiente. Aggiro la scrivania e mi infilo sotto di essa, accovacciata nello spazio ristretto tra le cassettiere del mobile. Sopra di me, celato, il mio destino. La penombra mi avvolge, nascondendomi dal mondo, ma esponendo me e la mia padrona a un rischio indicibile.
Dal basso, vedo Giulia riaggiustarsi. Scendere dal bordo del mobile, raddrizza la gonnellina bianca e prende un libro dallo scaffale. Con una noncuranza studiata si siede sulla Chesterfield, scivola appena sulla seduta fino a sfiorare le mie orecchie con le ginocchia. La lampada liberty, accesa, proietta un'ombra lunga e distorta sulla parete, un teatro di ombre cinesi in cui lei è la protagonista.
La porta si apre. La luce del corridoio inonda la stanza per un secondo, poi viene interrotta dalla sagoma di un uomo che entra.
- Ma'? -
La voce è giovane. Maschile, profonda, ma priva della gravità ruvida che mi ricordavo di Sapienza. È la voce che ha risuonato nelle mie orecchie tra sussurri e gemiti per tutta la mattina.
- Non può essere. - mi dico sottovoce.
Il mio cuore salta un battito, poi due. Mi stringo contro il pannello posteriore della scrivania, mentre odo la voce di Giulia calma, autoritaria, senza un accenno di tensione, dire che lo stava aspettando.
- Ma', ho eliminato la tonaca e riportato il furgoncino, ho anche pagato quel coglione di Lapo. Che stai leggendo? -
- Il conte di Montecristo. Bravo, amore di mamma, hai fatto bene. -
La voce di Giulia è tremendamente dolce e, per un attimo, godo di quelle note come se fossero per me. Ma le sue gambe adesso si muovono sotto il legno. Le sue caviglie nude, abbronzate, si sfiorano. Poi, lentamente, una gamba si scosta. L'altra si sposta verso il bordo opposto.
Dalla mia posizione rannicchiata, ho una vista mozzafiato ed invitante. La gonna di Giulia è sollevata. Sotto la scrivania, al buio, lei è esposta. La sua fica, depilata e gonfia, è proprio lì, davanti ai miei occhi, a pochi centimetri dalla mia faccia.
Il messaggio è chiaro quanto un ordine urlato: "continua."
Il mio obbligo è il mio desiderio. Così la mia bocca raggiunge di nuovo la sua femminilità e le mie mani risalgono le sue gambe, in una carezza leggera che la fa vibrare; proprio mente Giovanni chiede se ci sia altro da fare. La risposta di Giulia è una voce appena rotta da un sospiro.
Il terrore di essere scoperta è un sapore nuovo. La situazione è assurda e perversa. Sono nascosta, invisibile, eppure sono al centro di tutto. Giovanni è lì, a pochi passi da me, ignaro che sua madre sia aperta e offerta sotto i suoni occhi, ignaro che io sia qui, ad obbedire ai voleri di quella donna.
Giulia muove le anche in avanti, sotto il piano, aiutandomi a privarla dell'intimo. La sua fica sfiora la mia spalla. È un invito ed una minaccia. Giovanni nota, forse, un'esitazione nel tono di lei, o un movimento strano. C'è premura nelle sue parole a chiedere se andasse tutto bene.
- Tutto perfetto, tesoro, solo un po' stanca, penso non cenerò. Dillo tu a Gastone. -
Chiudo gli occhi per un secondo, poi li riapro. Non posso fermarmi. Se mi fermo, perdo. Se mi fermo, Giulia potrebbe tradirmi. E poi... Dio, perché l'idea di farlo mentre lui è lì mi eccita così tanto?
Mi spingo in avanti, lentamente, voglio che abbia il massimo del piacere dal mio tocco. Le mie mani afferrano le cosce di lei, sode e dalla pelle calda e liscia sotto le mie dita. Porto la bocca su di lei. La mia lingua lecca la vulva umida, dal basso verso l'alto, senza fretta, raccogliendo il sapore salato e dolce della sua eccitazione.
Sopra di me, Giulia emette un sospiro impercettibile, quasi un respiro profondo. Mi piace pensare che chiuda un attimo gli occhi.
- Serve altro? - chiede Giovanni.
- No, vai a riposarti. È stata una giornata lunga. -
La voce nella sua risposta è diventata un filo più profonda, tradisce un principio di godimento. Sento le sue dita nei miei capelli sotto la scrivania, spingendo la mia faccia più a fondo nella sua fica, costringendomi a mangiarla con più forza.
Apro la bocca e succhio il clitoride di Giulia, sentendolo indurire sulla mia lingua. Lei si contrae, le cosce stringono leggermente le mie tempie. Il mio cuore è impazzito nel torace, ma la mia bocca è precisa, devota. Lecco, succhio, mordo delicata, facendo vibrare la lingua contro di lei mentre suo figlio discute di cose che non seguo.
- E la... ragazza? -chiede Giovanni gelandomi il sangue- Matilde, che fine ha fatto? -
- Non preoccuparti per lei, è sotto controllo. -
Giulia ride nella risposta. Ma è una risata mescolata ai primi mugolii di piacere, che vibra attraverso il suo bacino direttamente nella mia bocca.
Mi stringe i capelli più forte, dolorosamente, spingendo la mia faccia contro di lei mentre io le lecco avidamente la fica, bevendo le sue stille più preziose come se fossero l'unica mia fonte di sostentamento.
Odo passi allontanarsi, poi lo scatto della maniglia. Siamo tornate sole.
L'aria nella camera si è fatta più fresca, ma il calore della pelle di Giovanni contro la mia è ancora un'ancora di salvezza. Stacco lentamente la testa dal suo petto, sentendo la resistenza dei suoi muscoli che si rilassano, e mi siedo sul bordo del letto. I nastri di seta rossa, ora sciolti e privi di tensione, sono sparsi sul lenzuolo aggrovigliati, come serpenti addormentati dopo aver compiuto il loro dovere. Lui si alza e, mentre la sua figura si staglia contro la luce dalla finestra, schermata da una tenda a disegni geometrici grigi e bianchi, inizia a raccogliere i vestiti dal pavimento.
L'ambiente è stranamente spoglio, giusto un armadio in legno di quelli vecchi a due ante e, in fianco alla porta, uno specchio sopra una cassettiera col top in marmo bluastro, che riflette la mia curiosità e una copia della "lampada ad arco" di Balla sulla testata del letto in ferro battuto scuro. Le lenzuola, le noto adesso, di cotone giallo e arancio, zuppe di me. Apro la porta, come se fossi di casa, poi quella della lavanderia e mi regalo una doccia, veloce, ma da sola.
Rientro stropicciando i capelli nell'asciugamano poi, davanti a lui, lascio cadere quel telo rosa a terra, nuda. Mentre cerco di districare i riccioli con le dita, mi porge un abito da quell'armadio della nonna: un vestitino in lino bianco a pois blu, che prendo festosa. Le nostre dita si sfiorano, un contatto che è un brivido. Non ha più nulla dell'aggressività di stamattina è solo l'amante tenero che mi ha asciugata e goduta. Però c'è un'ansia nei suoi occhi chiari, quasi adoranti, un'ombra di chi ha paura di perdere.
- Matilde... -
Mormora, mentre infila la camicia. Si ferma con le mani sui fianchi, i bottoni ancora aperti a rivelare il petto peloso ed un ombelico perfetto, poi mi fissa con un'intensità che mi fa stringere il vestito contro il petto.
- ...Devo dirtelo. Mi sono innamorato di te. -
Le parole rimbalzano nella stanza. Io resto immobile, con il respiro che si blocca per un secondo nella gola. È una confessione sommessa, quasi dolorosa. Mi avvicino a lui, sentendo l'odore del sesso e del suo profumo che si mescolano nell'aria. Poggio una mano sulla sua guancia ruvida, sentendo la barba che sfrega contro il palmo.
- Giova. Non confonderlo. Quello che abbiamo fatto... quello che mi hai fatto sentire... è stato magnifico. È stato fuoco e passione pura, un abisso di piacere in cui sono caduta insieme a te. -
Rispondo a voce bassa. Poi mi metto in punta di piedi per sfiorare le sue labbra con le mie in un bacio leggero.
- Ma l'amore è diverso. È una cosa più complessa, più radicata. Io amo Ale. Con tutti i suoi difetti, amo mio marito. -
Lui chiude gli occhi per un istante, assorbendo il rifiuto senza ritrarsi, quando li riapre, c'è in loro una comprensione malinconica.
- Lo so. -sussurra.
- Non significa che non possa desiderare altri. Né che tu debba rinunciare a cercare ciò che ti appaga. Noi siamo esseri umani, Giova, non statue; con sentimenti spesso contrastanti. Il sesso è una cosa, ma il mio cuore appartiene a un altro. -
Dico questo e la mano scivola dal suo viso al collo, sentendo il battito accelerare sotto la pelle.
Lui annuisce, impercettibile. Finisce di abbottonarsi la camicia e si fa più serio.
- Andiamo. Il capo ti sta aspettando. -
Mi prende per mano, è una presa forte e sicura che mi guida fuori dalla camera. Attraversiamo il corridoio che adesso vedo, fra le opere appese un Tintoretto e un Ligabue. Non mi fermo, la sua mano mi tira, odo i nostri passi risuonare sordi sul cotto, le sue scarpe ed i miei piedi scalzi. Fino a raggiungere una porta in legno scuro. Giovanni la apre, mandandomi avanti.
Entro in uno studio raccolto. Le pareti sono rivestite di scaffali pieni di libri rilegati in pelle o colorati, l'odore della vecchia carta è forte e pervade l'ambiente. Ciò che vedo oltre le grandi finestre a tutta altezza è un giardino all'italiana curato e filari di vite, puntinati dal cupo dei grappoli, oltre ad un'unghia di Firenze in lontananza.
- Chi comanda davvero arriverà tra minuti. Resta qui. Apprezza la pazienza. -
Dice Giovanni sulla soglia prima di chiudere la porta dietro di sé, lasciandomi sola nel silenzio della stanza. Il clic della serratura risuona come un verdetto. Resto immobile per un momento, ascoltando il battito del mio cuore che sembra l'unico rumore nel mondo. Ma la mia curiosità irrequieta non riesco a spegnerla completamente.
Mi avvicino alla scrivania, un po' vecchiotta, penso sia di mogano, al centro della stanza. Sul piano in pelle verde non c'è nulla a parte una penna con il monogramma "sm" e una lampada liberty con lo stemma dell'Elba.
Poso le dita sul bordo del cassetto centrale. Con un respiro trattenuto, lo tiro verso di me. Legno scivola contro legno gemendo. All'interno, tra le carte ordinate, un plico bianco aperto male. Dentro ci sono foto, istantanee crude e colorate. Riconosco quella che mi aveva inviato Lapo.
- Il bastardo non è stato di parola. -
Le mie parole scappano dai denti stretti, mentre vedo le altre di me: a cena con lo sceicco Yasser, con Greta, con lo scrittore, con altri ospiti del resort fra cui l'attore Luca, sul motoscafo dell'hotel; ed un sorriso godurioso mi attraversa la faccia.
Gli scatti sono tanti ed inequivocabili: c'è complicità nelle pose, una voluttuosità che tradisce intimità.
Ma la peggiore è proprio quella di Lapo. Anche se tagliata, mi riconosco subito. La pelle olivastra, i capelli castani ribelli, l'anello - un pezzo unico - che mi regalò Franco tre anni fa quando mi nominò direttrice. E l'uomo con me: l'ingegner Sapienza. Il peggior nemico del dottore in Sicilia.
Sento le guance bruciare. Non ricordo il momento di quegli scatti, ma l'immagine non mente. L'ultima volta è stato prima di Pasqua, al suo hotel di Roma. Ma qui mi sembra più quello di Taormina, quand'era... Ah, sì, ottobre.
Sotto le foto, c'è un documento ufficiale, una lottizzazione sembra, ma non la sfoglio, leggo solo di terreni vasti e fertili nei pressi di Catania. Ricordo che Franco ha cercato di acquisire per anni e senza successo in quelle zone.
Il battito del cuore rimbomba nelle mie orecchie, un ritmo frenetico che sembra voler rompere il silenzio pesante di questo studio. Le mie dita tremano leggermente mentre rimetto tutto al suo posto - con precisione maniacale - e chiudo nel cassetto le prove del mio tradimento o, forse, della mia ingenuità.
Lo sguardo corre ancora fuori, nella luce che volge al tardo pomeriggio. Non mangio da più di un giorno, ma tanto l'appetito è migrato chissà dove. Avrei sete, quella sì, d'acqua e d'aria.
Un vento sembra alzarsi agitando rametti e foglie, potessi, spalancherei questi vetri per fare entrare l'odore delle vigne e dei roseti in fiore, così da cambiare quest'aria viziata, densa di segreti ed odori di carta e cuoio.
Uno scrocco interrompe i miei pensieri. La porta si spalanca cigolando sui cardini, un soffio di vento accarezza le mie gambe e la mia schiena, mentre un fondo d'agrumi e vaniglia solletica le mie narici, facendomi sobbalzare.
L'ansia mi blocca e non mi volto subito.
Il riflesso sul vetro di un Ribera, dai toni cupi, appeso fra le due finestre, mi sorprende. Ad entrare non è il mio Franco Pecci, come pensavo, ma una donna. Non aspetto il comando e giro sulle punte nude dei piedi.
È alta, slanciata, severa ed autorevole nonostante il gonnellino bianco da tennis velato di terra ed un top nero aderente nero ombreggiato di sudore. Ha tra i quaranta e i cinquant'anni, un fisico tonico ed atletico, i capelli rossi raccolti in una coda che le scopre il collo snello e muscoloso. Il suo trucco leggero fa risaltare i suoi occhi verdi, che mi fissano come fossi un insetto dentro una teca.
Si ferma dritta davanti a me; silenziosa, mi offre un sorriso sottile, tagliente, forse più beffardo. Poi la sua voce esce, formale, ferma, feroce. Ma, allo stesso tempo e per le mie orecchie, calda e deliziosamente erotica.
- Finalmente ci conosciamo. Bello il vestito. Sono Giulia. -
Il mio respiro si blocca. Conosco quel nome. È lo stesso della moglie dell'Ingegnere Sapienza. L'uomo con cui ho firmato l'accordo segreto per l'hotel in Sicilia. Il tradimento verso il dottore che non posso perdonarmi, assume ora un volto concreto e pericoloso.
- Ho visto le foto -continua- sembri molto presa da mio marito. -
Un brivido gelido mi scorre lungo la schiena. Nego con un cenno del capo, istintivamente, le mie mani che si agitano in un gesto di diniego.
- No, io... Signora, non è quello che pensate. È solo lavoro. -
Giulia non mi ascolta. Si gira verso la scrivania massiccia e, con una piccola spinta, si siede sul bordo. Il legno cricchiola sotto il suo peso. Accavalla le gambe, il gonnellino bianco si alza leggermente, rivelando la sua pelle più chiara e delicata. La posa è maliziosa, dominante, sembra una regina sul suo trono che attende omaggio. Mi fissa con occhi di ghiaccio, in attesa. Un tempo dilatato che sembra infinito precipita in un comando perentorio.
- Avvicinati. -
Il mio piede obbedisce prima che la mia testa possa capire la parola. Mi muovo verso di lei, sentendo il pavimento scivolare sotto le piante dei miei piedi. Schiude le sue gambe e mi fermo. Lei mi invita fra esse, un passo ancora che mi porta dentro il suo odore. Acre di sudore, aspro e dolce di donna e di potere.
Giulia non distoglie lo sguardo. Appoggia le mani sulle mie anche, le dita forti che affondano nel tessuto del mio vestito, pizzicando la pelle sottostante.
- Essi sincera, Matilde. Che mentire ti dona poco. -
Mi tira verso di sé. Io vacillo; cadendo in avanti, rigida, sento i suoi seni premere contro i miei e le sue labbra posarsi sulle mie.
Un bacio senza tenerezza, duro di possesso e dominio. Non oppongo resistenza e la sua lingua invade la mia bocca con decisione, esplorando, assaggiando la mia paura e la mia eccitazione confusa. Respiro affannosamente di naso, con le mie mani incerte, esitanti, sulle sue spalle.
Si ritrae appena, lasciandomi con le labbra gonfie e il respiro corto. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio, vedo i suoi occhi verdi bruciare al calor bianco.
- Voglio rovinarlo -sussurra sulla mia pelle- Voglio strappargli tutto. E tu, mia cara, sarai l'arma che userò per farlo. -
La mia mente corre in pensieri contorti, rapida, per cercare soluzioni e vantaggi. L'accordo con l'Ingegnere Sapienza per l'hotel in Sicilia... il tradimento verso il Franco... Se aiuto Giulia a distruggere suo marito, se fornisco le prove per il divorzio, forse posso cancellare il mio errore. Forse posso offrire al dottore la testa del suo nemico su un piatto d'argento come atto di redenzione. È un'opportunità dolorosa, un bacio di Giuda che potrebbe salvarmi la vita, o almeno la carriera.
- Cosa devo fare? -
La voce tremola appena, fioca, un misto di sottomissione calcolata e vera disperazione. Lei sorride, pregustando una facile vittoria.
- Sarai la sua ossessione. Lo sedurrai fino a quando non chiederà pietà. E mentre lo fai, mi apparterrai. Ogni suo sospiro, ogni suo gemito, ogni suo orgasmo, tutto sarà un piacere che dovrai donare a me. -
Le sue mani scivolano sul mio vestito, afferrano il tessuto della mia scollatura e, con un gesto brusco, lo tirano giù, esponendo il mio seno piccolo e pallido alla luce fredda del giorno che muore. Il contatto dell'aria e delle sue dita, sulla pelle delicata, mi fa inturgidire i capezzoli, ma i suoi occhi non guardano con desiderio romantico; valutano, come un perito la merce in pegno.
- Inginocchiati. -
Mi spinge a terra, le mie ginocchia che battono sul piancito di cotto, duro e irregolare. Mi trovo all'altezza delle sue cosce, il gonnellino bianco che mi sfiora il viso. Giulia scorre col bacino sull'orlo del tavolo, la sua biancheria intima nera, già umida di desiderio o di sudore. Non importa quale sia l'origine, il comando è chiaro, con le sue dita che s'intrecciano nei miei ricci e mi tirano verso di lei.
- Dimostrami che vali l'investimento. -
Lei è il mio nuovo padrone. Io sono lo strumento di piacere ed offesa. Il cuore batte forte, mentre il pensiero corre a Franco ed alla salvezza che questo abisso di piacere e controllo potrebbe rappresentare. Sono pronta a diventare artefice della rovina di un uomo per salvarne un altro.
Il respiro mi manca mentre le mie labbra sfiorano la pelle calda e vellutata delle cosce di Giulia. È il sapore del sale che sommerge la mia lingua al tocco della sua intimità. Bevo avidamente il suo desiderio ed Il profumo intenso di lei inonda i miei sensi, stordendomi più dell'alcool. Le sue dita, su di me, sono una presa ferma, a ricordarmi chi comanda.
Proprio mentre la mia lingua è pronta ad affondare in lei, un rumore di passi giunge dal corridoio, in un avvicinarsi di suole di cuoio.
Mi irrigidisco. Ogni muscolo del mio corpo si contrae in un istante. Le mie labbra si staccano dalla pelle di Giulia con un suono bagnato quanto flebile. Sollevo lo sguardo, cercando nel viso di lei una risposta.
È immobile. Non trema. Anzi, sulle sue labbra prende forma un sorriso che, dal basso, sembra raggiunge i suoi occhi verdi, adesso, glaciali. È il sorriso di una gatta che gioca col topo in trappola. La sua presa nei miei capelli si affievolisce, trasformandosi in una carezza morbida sul mio viso ironico.
- Ferma! -dice sottovoce- È lui. -
Il panico mi sale alla gola: il marito, l'ingegnere. Ma si stempera subito nella tranquillità della mia padrona che, scivolando la mano dal mio viso alla spalla, mi spinge via.
- È appena rientrato -prosegue- E tu non sei qui. Capito? ...bene. adesso sotto, nasconditi sotto la scrivania e riprendi da dove hai interrotto. -
La mia mente si ribella. È pazzesco. È suicidio. Ma le gambe non mi obbediscono più, sono sue. Mi spingo indietro, strisciando sul pavimento a quattro zampe come una cagna ubbidiente. Aggiro la scrivania e mi infilo sotto di essa, accovacciata nello spazio ristretto tra le cassettiere del mobile. Sopra di me, celato, il mio destino. La penombra mi avvolge, nascondendomi dal mondo, ma esponendo me e la mia padrona a un rischio indicibile.
Dal basso, vedo Giulia riaggiustarsi. Scendere dal bordo del mobile, raddrizza la gonnellina bianca e prende un libro dallo scaffale. Con una noncuranza studiata si siede sulla Chesterfield, scivola appena sulla seduta fino a sfiorare le mie orecchie con le ginocchia. La lampada liberty, accesa, proietta un'ombra lunga e distorta sulla parete, un teatro di ombre cinesi in cui lei è la protagonista.
La porta si apre. La luce del corridoio inonda la stanza per un secondo, poi viene interrotta dalla sagoma di un uomo che entra.
- Ma'? -
La voce è giovane. Maschile, profonda, ma priva della gravità ruvida che mi ricordavo di Sapienza. È la voce che ha risuonato nelle mie orecchie tra sussurri e gemiti per tutta la mattina.
- Non può essere. - mi dico sottovoce.
Il mio cuore salta un battito, poi due. Mi stringo contro il pannello posteriore della scrivania, mentre odo la voce di Giulia calma, autoritaria, senza un accenno di tensione, dire che lo stava aspettando.
- Ma', ho eliminato la tonaca e riportato il furgoncino, ho anche pagato quel coglione di Lapo. Che stai leggendo? -
- Il conte di Montecristo. Bravo, amore di mamma, hai fatto bene. -
La voce di Giulia è tremendamente dolce e, per un attimo, godo di quelle note come se fossero per me. Ma le sue gambe adesso si muovono sotto il legno. Le sue caviglie nude, abbronzate, si sfiorano. Poi, lentamente, una gamba si scosta. L'altra si sposta verso il bordo opposto.
Dalla mia posizione rannicchiata, ho una vista mozzafiato ed invitante. La gonna di Giulia è sollevata. Sotto la scrivania, al buio, lei è esposta. La sua fica, depilata e gonfia, è proprio lì, davanti ai miei occhi, a pochi centimetri dalla mia faccia.
Il messaggio è chiaro quanto un ordine urlato: "continua."
Il mio obbligo è il mio desiderio. Così la mia bocca raggiunge di nuovo la sua femminilità e le mie mani risalgono le sue gambe, in una carezza leggera che la fa vibrare; proprio mente Giovanni chiede se ci sia altro da fare. La risposta di Giulia è una voce appena rotta da un sospiro.
Il terrore di essere scoperta è un sapore nuovo. La situazione è assurda e perversa. Sono nascosta, invisibile, eppure sono al centro di tutto. Giovanni è lì, a pochi passi da me, ignaro che sua madre sia aperta e offerta sotto i suoni occhi, ignaro che io sia qui, ad obbedire ai voleri di quella donna.
Giulia muove le anche in avanti, sotto il piano, aiutandomi a privarla dell'intimo. La sua fica sfiora la mia spalla. È un invito ed una minaccia. Giovanni nota, forse, un'esitazione nel tono di lei, o un movimento strano. C'è premura nelle sue parole a chiedere se andasse tutto bene.
- Tutto perfetto, tesoro, solo un po' stanca, penso non cenerò. Dillo tu a Gastone. -
Chiudo gli occhi per un secondo, poi li riapro. Non posso fermarmi. Se mi fermo, perdo. Se mi fermo, Giulia potrebbe tradirmi. E poi... Dio, perché l'idea di farlo mentre lui è lì mi eccita così tanto?
Mi spingo in avanti, lentamente, voglio che abbia il massimo del piacere dal mio tocco. Le mie mani afferrano le cosce di lei, sode e dalla pelle calda e liscia sotto le mie dita. Porto la bocca su di lei. La mia lingua lecca la vulva umida, dal basso verso l'alto, senza fretta, raccogliendo il sapore salato e dolce della sua eccitazione.
Sopra di me, Giulia emette un sospiro impercettibile, quasi un respiro profondo. Mi piace pensare che chiuda un attimo gli occhi.
- Serve altro? - chiede Giovanni.
- No, vai a riposarti. È stata una giornata lunga. -
La voce nella sua risposta è diventata un filo più profonda, tradisce un principio di godimento. Sento le sue dita nei miei capelli sotto la scrivania, spingendo la mia faccia più a fondo nella sua fica, costringendomi a mangiarla con più forza.
Apro la bocca e succhio il clitoride di Giulia, sentendolo indurire sulla mia lingua. Lei si contrae, le cosce stringono leggermente le mie tempie. Il mio cuore è impazzito nel torace, ma la mia bocca è precisa, devota. Lecco, succhio, mordo delicata, facendo vibrare la lingua contro di lei mentre suo figlio discute di cose che non seguo.
- E la... ragazza? -chiede Giovanni gelandomi il sangue- Matilde, che fine ha fatto? -
- Non preoccuparti per lei, è sotto controllo. -
Giulia ride nella risposta. Ma è una risata mescolata ai primi mugolii di piacere, che vibra attraverso il suo bacino direttamente nella mia bocca.
Mi stringe i capelli più forte, dolorosamente, spingendo la mia faccia contro di lei mentre io le lecco avidamente la fica, bevendo le sue stille più preziose come se fossero l'unica mia fonte di sostentamento.
Odo passi allontanarsi, poi lo scatto della maniglia. Siamo tornate sole.
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