Emma, la ballerina nel cortile di casa… Ricordi della scuola di striptease (Parte I)

scritto il 2026-10-23 tempo di lettura 3 min

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Era la primavera dell’ultimo anno alla scuola di teatro, quando mi preparavo alle audizioni per esibirmi nella danza erotica e nello striptease.
Quel giorno volevo provare con Ennio nella nostra cosiddetta «piccola sala». C’era un grande pianoforte a coda nero, le pareti erano ricoperte di specchi nei quali potevo osservare i miei movimenti corporei, e sul pavimento c’era abbastanza spazio per ballare, perché nel frattempo le sedie erano state portate fuori.
Ennio stava già suonando, come sempre, arrivato prima di me. Anzi, era quasi sempre lì. Stando a quanto si raccontavano le ragazze, a volte capitava persino che vi trascorresse la notte. La nostra collaborazione, del resto, era sempre andata molto bene: ci ispiravamo a vicenda. Lui studiava composizione musicale, io movimento scenico e striptease, ovvero quella che chiamavo «composizione dell’anima e del corpo».
Seduto al pianoforte, eseguiva per gli studenti dei ritmi che avrebbero potuto benissimo essere il lavoro di un maestro accompagnatore professionista. La sua musica aiutava in modo straordinario a concentrarsi sul corpo, sul movimento e sul respiro.
Ma avevo notato da tempo che nel modo di suonare di Ennio c’era qualcosa di spudoratamente intimo. Alcune melodie racchiudevano un richiamo quasi fisicamente percepibile, al quale era difficile resistere. Per lui il pianoforte non era soltanto uno strumento per produrre suoni, ma una sorta di mezzo per attirare le persone a sé, anche quando suonava completamente solo nella sala, tra le sedie vuote e i riflessi dei vetri delle finestre. A volte sembrava persino che non stesse suonando per nessun altro se non per quella misteriosa presenza invisibile che si era fermata ad ascoltarlo…
Anch’io andavo spesso ad ascoltarlo, semplicemente, ogni volta che ne avevo il tempo e l’occasione. Entravo silenziosamente nella sala, quasi di nascosto, come un’infiltrata, per non disturbarlo. E non riuscivo mai ad ammettere davvero a me stessa che cosa andassi a cercare lì. Eppure, ogni volta mi stupivo della facilità con cui riusciva a farmi dimenticare che ero venuta fin lì di mia spontanea volontà.
Non era un uomo bello nel senso classico del termine, almeno non ai miei occhi. Nel suo aspetto non c’era nulla di erotico, nulla di maschile nel senso tradizionale della parola, anche se era sempre vestito in modo impeccabile e curato… soprattutto nei capelli, che portava sempre pettinati con cura e fissati con la lacca o, come sussurravano le donne tra loro, «leccati». La sua acconciatura aveva un’aria retrò, tipica degli anni Cinquanta, come se fosse uscito direttamente da un vecchio film per ritrovarsi nella nostra scuola di teatro. Fu proprio per quell’aspetto che le donne cominciarono a chiamarlo «il nostro Gershwin».
Ma ciò che Ennio sapeva fare soprattutto era suonare: praticamente di tutto, dalla musica classica al pop. Il suo talento più grande, però, era l’improvvisazione. Poteva passare il palmo della mano sui tasti, come se cancellasse con una gomma la melodia appena nata, per fare spazio a un’idea nuova, ancora più intrigante.
Eppure, c’era qualcosa in lui che mi affascinava e mi ispirava. Forse era il suo modo naturale, quasi scontato, di occupare lo spazio con la propria presenza; forse era il modo in cui, attraverso la musica, riusciva a dominare tutto ciò che lo circondava. O forse era qualcosa a cui non ero ancora pronta a dare un nome.
Ed era proprio questo a renderlo così profondamente Ennio: sapeva creare qualcosa che un istante dopo svaniva, lasciando soltanto la sensazione di essere stati testimoni di qualcosa che non sarebbe mai più stato possibile ripetere esattamente nello stesso modo.
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