Ceretta brasiliana
di
Daniela.94
genere
dominazione
Storia del nostro primo incontro.
Come tutto ha avuto inizio.
-
È troppo stupido per vivere! Mi insegue. Cammino veloce sui dannati tacchi, sbatto contro la gente, mi tiro dietro la borsetta. Mi esplode dentro la rabbia. Come cazzo ho pensato di poter uscire con questo coglione? Una dannata serata sprecata. E una serata così a Milano la paghi oro: ha fatto temporale nel pomeriggio, l’aria è fresca e pulita, le luci luminose. C’è fuori il mondo sui Navigli e io ho un coglione che mi corre dietro chiedendomi scusa.
Mi siedo a un tavolino sul marciapiede, vista sul canale e sulla gente in tiro. Prende una sedia per sedersi anche lui. Raccolgo tutte le mie energie, cerco di ordinarle per non esplodere e con tutta la calma di cui sono capace gli dico:
«No, Andrea, tu adesso ti levi dalle palle e vedi di andare a fanculo.»
L’ultima parola esce come uno strillo. Qualcuno si gira.
Guardo in basso, il raccoglitore dei tovaglioli. Sono soddisfatta di me stessa.
Subito arriva il cameriere: qui il tempo è denaro e non importa a nessuno se la mia serata va a rotoli. Ordino un Negroni Sbagliato e controllo subito sul menu quanto ho speso. Vanno aggiunti ai venticinque della ceretta brasiliana di stamattina. Buttati via insieme alla speranza di una scopata ben fatta. E tutto per colpa di un coglione. A casa mi aspettano il bagno e il letto che sono uno schifo. Ci ho messo due ore per scegliere cosa mettermi e come truccarmi. Cazzo se ero eccitata. E ora sono qui sola, in mezzo alla gente felice, gambe accavallate sulla figa che mi brucia ancora.
Seduto al tavolino di fianco c’è un altro solitario. Meno di quarant’anni, un tipo rilassato, in pace col mondo. Guarda la gente che passa senza davvero vederla. Non aspetta nessuno. Si gode la bella serata, punto.
Con l’angolo dell’occhio osserva i miei movimenti. Stasera mi sono messa figa: gambe nude e tette nella camicetta. A trent’anni faccio ancora girare le teste. Ma lui no. Mi guarda perché lo incuriosisco. Mi mette a disagio e nello stesso tempo mi fa sentire speciale. Non sono una delle comparse che ci sfilano davanti.
Alzo gli occhi. Lui non distoglie lo sguardo. Non sorride. Solo mi guarda, calmo, come se avessimo già qualcosa in comune. Il Negroni arriva. Pago al volo col cellulare e il cameriere si dilegua. Bevo un sorso lungo. Io resto lì, gambe accavallate, la figa che brucia ancora, e penso che può essere una bella serata. Guardo la gente come fa lui.
È un istinto di quelli che ti segnano la vita. Mi alzo di scatto, in mano il bicchierone con la fetta d’arancia annegata tra i cubetti di ghiaccio, la borsetta che mi balla contro il fianco.
«Posso?»
Lui non è sorpreso. Acconsente alzando la mano aperta, come una mezza benedizione. Sono già pentita, ma mi siedo di fronte a lui.
«Daniela.»
«Marco.»
Ha una voce piena, maschile.
Il cameriere fa già sedere una coppia al mio tavolino. Rido.
«Certo che qui non perdono un secondo!»
È solo per rompere il ghiaccio.
Fa spallucce. Guardiamo insieme le coppie che passano. Due innamorati che inciampano, tanto sono incollati. Stanno correndo a scopare.
Torniamo a guardarci. Sono inquieta come davanti a una telecamera accesa. Mi vedo nei suoi occhi e mi sento improvvisamente inadeguata. Non abbastanza. Eppure sono convinta di interessargli.
È il gioco a chi parla per primo. Ha un sorriso nascosto tra le labbra. Mi offre una sigaretta light. Non me l’accende, mi passa l’accendino. Sono impacciata. Il fumo mi fa lacrimare l’occhio.
Mi piace tutto di lui. Vorrei sentire che profumo ha sul collo, ma mi arriva solo un vago sentore di qualcosa di fresco e costoso. Mi pare inavvicinabile e allo stesso tempo di carne. Bel fisico, si tiene in forma come se non gli importasse. Giacca di un colore indefinito, t-shirt di marca, barba di due giorni. Mi fissa le tette senza nascondere lo sguardo, me le sta valutando. Non fingo di incazzarmi. Sto già immaginandomi come scopa. Il suo cazzo di carne.
Improvvisamente mi sento libera. Sto bene qui con lui.
Butta il fumo di lato, ammette la sconfitta. Parla lui per primo.
«Dimmi qualcosa di te.»
Non gli racconto chi sono, dove abito, che merda di lavoro faccio. Non interessa a nessuno dei due. Spengo la sigaretta stropicciandola male e mi spingo in avanti sul tavolo, gli occhi il più vicino possibile ai suoi.
«Mi brucia la figa.»
Si tira indietro, aggrottando le sopracciglia in una smorfia sorpresa, quasi divertita.
L’ho detto per buttarla sul ridere, ma adesso non ho più voglia di ridere. Mi riappoggio allo schienale. Fingo di essere sicura di me.
«Stamattina mi sono fatta la ceretta per quello là… Vuoi scopare?»
Marco si gratta la testa dietro e scuote la testa, sconsolato.
«Devi essere uno spettacolo allora.»
«… ma non vuoi scopare con me.» Continuo io.
«È diverso. Io voglio te.»
Si alza.
Lo seguo. Lo raggiungo zampettante sui dannati tacchi.
«Dove hai la macchina?»
Si ferma, si volta verso di me. Mi pizzica il capezzolo tra pollice e indice piegato, la mano chiusa a pugno. Una scarica nelle mutandine.
«No, abito appena qui dietro, andiamo.»
Marco cammina un passo davanti, senza voltarsi a controllare se lo seguo.
Ai Navigli le strade sono ancora piene, ma lui si infila in un vicolo mai visto.
Qui si lascia abbracciare. Sento il suo profumo, la sua erezione contro il mio stomaco pieno di farfalle. Piego indietro la testa per baciarlo ma lui mi trascina per il polso, attraverso stradine piene di auto e per vicoli bui.
Siamo arrivati, traffica per aprire un portoncino di una casa con l’intonaco vecchio. C’è subito una scala stretta con i gradini di pietra consumati, il muro stinto e la luce debole. Tre piani, due porte per pianerottolo e di nuovo il suo mazzo di chiavi. Finalmente la porta si apre.
Mi spinge da parte, contro il muro dell’ingresso. Io mi slaccio la camicetta inciampando con le dita nervose mentre le sue mani mi cercano pesanti e mi artigliano seni e glutei. Mi abbassa gonna e slip in un gesto solo. S’inginocchia tra le cosce imprigionate dalle mutandine, mi lecca e mi azzanna come un animale.
«Sì, sììì!»
Sono depilata, la lingua scivola liscia, i denti mi fanno impazzire, la mia figa nella sua bocca. Si rialza, mi morde ovunque, io cerco di toccarlo, voglio il cazzo, ma lui mi tira per i capelli.
Fino in camera.
Sul letto.
Nella furia ha controllo. Mi mette ginocchioni, gambe larghe, e accende tutte le luci per vedermi. Sono esposta. Una carezza sui capelli, come a una cagnolina da far star buona, e mi palpa e penetra a due mani, figa e ano, un ditalino solo per il suo piacere.
Smette, sento la cerniera, ho due dita in fica e il pollice in culo.
Le leva, punta il cazzo allargandomi le labbra bagnate. Un solo colpo che mi apre, lungo fino alle palle che sento sbattermi sulle cosce. Urlo nel cervello. È il cazzo che mi sogno nelle masturbazioni, vorrei provare godimento, ma è tutto troppo.
Mi sbatte da dannato. Spinge da maledetto, mi fa crollare sul materasso. È sulla mia schiena, mi scopa più a fondo possibile e intanto si libera rabbioso dei vestiti. Senza uscire da me.
Si ferma, lo tira fuori, mi sento derubata. Mi sposta le natiche e lo punta.
«No! Aspetta!»
Una mano arrotola il lenzuolo e me lo ficca in bocca. Ho sull’ano tutto il suo peso. Insostenibile. Un male che mi urla nelle orecchie. Il buchetto cede, lo sfintere si rivolta all’indentro, la cruda carne del cazzo mi cala in culo lenta, di peso, e mi strazia le pareti. È asciutto, rovente che brucia. Mordo il lenzuolo. Prima sono due gocce, poi è una pisciata che non posso trattenere, tra le cosce che mi tremano.
Mi scopa in culo paralizzandomi il respiro. Ci va pesante come mai nessuno prima. Batte così forte che sono sberle sulle chiappe. Ma ora almeno mi scivola dentro, è come essere pugnalata. Mi strizza le tette sotto, mi tormenta la figa, ma io sento solo il culo. Non è solo dolore, è cattura, rapimento, possesso.
Viene alle mie preghiere. S’irrigidisce sulla mia schiena e mi sborra dentro. Per me è solo sollievo. Attende senza levarsi, riprende fiato e mi si accascia al fianco.
Raccoglie la mia testa, i miei capelli sudati e mi bacia in bocca. Cedo all’istante. Limono contro la sua guancia dura che mi graffia. Spingo la lingua, ma è lui che vuole penetrarmi. E mi lecca le lacrime da farmi piangere di gioia. Ci rotoliamo da amanti. Io accolgo le sue carezze, ascolto il mio corpo a pezzi. Tiene le mani raccolte sul mio capo, come per proteggermi. Mi trovo il suo cazzo in bocca. Ancora duro. Col sapore del mio dolore. Cedo subito, lo succhio riconoscente.
No, così non si può, devo andare in bagno. Me lo indica. Mi lavo veloce sul bidè, ma il più delicatamente possibile. Nello specchio vedo i suoi denti sotto il seno. Con un asciugamano mi strappo via il trucco sbavato. Torno in camera. Ha abbassato le luci. Cerco la mia roba vicino al letto e in ingresso. Mi rivesto di fretta. Mi apre lui la porta.
I tacchi risuonano veloci nella tromba delle scale. Mi manca l’aria.
La trovo in strada, fresca e pulita. Cerco il cellulare nella borsetta. Sono le undici e mezza. Lo sapevo che questa era una serata da dimenticare.
Cerco di orientarmi nelle stradine. Ho fretta di arrivare alla mia auto. Il corpo mi urla di tornare.
E sto tornando indietro. Mi gira la testa, non mi ricordo più dove sia, perché sono lì.
Eccolo: il portoncino di legno. Il citofono a sei campanelli. Provo con quello in alto. Un minuto e risponde una voce femminile. Spaventata.
«Chi è?»
Scappo. Sono stata una scema. Rallento. Le scarpe mi fanno male ai piedi. La macchina è lontana. Mi sento persa. E torno indietro.
Provo col pulsante sotto.
Silenzio. Poi la voce di Marco, calma:
«Sali.»
Lo scatto del portoncino.
Mi accoglie nell’ingresso. A torso nudo, in pantaloni della tuta. I miei occhi fissano lì.
Me li benda con una mascherina da aereo. Non protesto ed è quello che voglio, ho troppa vergogna per guardare. Sento il suo respiro. Mi spoglia lentamente, quasi senza sfiorarmi. Prima mutandine e gonna. Le scarpe le ho già scalciate io. Lentamente, un indumento per volta. Credo che me li ripieghi sulla poltroncina. Per ultimi gli orecchini, dopo avermi liberata del reggiseno.
Mi tocca.
Ho fatto la ceretta brasiliana.
Come tutto ha avuto inizio.
-
È troppo stupido per vivere! Mi insegue. Cammino veloce sui dannati tacchi, sbatto contro la gente, mi tiro dietro la borsetta. Mi esplode dentro la rabbia. Come cazzo ho pensato di poter uscire con questo coglione? Una dannata serata sprecata. E una serata così a Milano la paghi oro: ha fatto temporale nel pomeriggio, l’aria è fresca e pulita, le luci luminose. C’è fuori il mondo sui Navigli e io ho un coglione che mi corre dietro chiedendomi scusa.
Mi siedo a un tavolino sul marciapiede, vista sul canale e sulla gente in tiro. Prende una sedia per sedersi anche lui. Raccolgo tutte le mie energie, cerco di ordinarle per non esplodere e con tutta la calma di cui sono capace gli dico:
«No, Andrea, tu adesso ti levi dalle palle e vedi di andare a fanculo.»
L’ultima parola esce come uno strillo. Qualcuno si gira.
Guardo in basso, il raccoglitore dei tovaglioli. Sono soddisfatta di me stessa.
Subito arriva il cameriere: qui il tempo è denaro e non importa a nessuno se la mia serata va a rotoli. Ordino un Negroni Sbagliato e controllo subito sul menu quanto ho speso. Vanno aggiunti ai venticinque della ceretta brasiliana di stamattina. Buttati via insieme alla speranza di una scopata ben fatta. E tutto per colpa di un coglione. A casa mi aspettano il bagno e il letto che sono uno schifo. Ci ho messo due ore per scegliere cosa mettermi e come truccarmi. Cazzo se ero eccitata. E ora sono qui sola, in mezzo alla gente felice, gambe accavallate sulla figa che mi brucia ancora.
Seduto al tavolino di fianco c’è un altro solitario. Meno di quarant’anni, un tipo rilassato, in pace col mondo. Guarda la gente che passa senza davvero vederla. Non aspetta nessuno. Si gode la bella serata, punto.
Con l’angolo dell’occhio osserva i miei movimenti. Stasera mi sono messa figa: gambe nude e tette nella camicetta. A trent’anni faccio ancora girare le teste. Ma lui no. Mi guarda perché lo incuriosisco. Mi mette a disagio e nello stesso tempo mi fa sentire speciale. Non sono una delle comparse che ci sfilano davanti.
Alzo gli occhi. Lui non distoglie lo sguardo. Non sorride. Solo mi guarda, calmo, come se avessimo già qualcosa in comune. Il Negroni arriva. Pago al volo col cellulare e il cameriere si dilegua. Bevo un sorso lungo. Io resto lì, gambe accavallate, la figa che brucia ancora, e penso che può essere una bella serata. Guardo la gente come fa lui.
È un istinto di quelli che ti segnano la vita. Mi alzo di scatto, in mano il bicchierone con la fetta d’arancia annegata tra i cubetti di ghiaccio, la borsetta che mi balla contro il fianco.
«Posso?»
Lui non è sorpreso. Acconsente alzando la mano aperta, come una mezza benedizione. Sono già pentita, ma mi siedo di fronte a lui.
«Daniela.»
«Marco.»
Ha una voce piena, maschile.
Il cameriere fa già sedere una coppia al mio tavolino. Rido.
«Certo che qui non perdono un secondo!»
È solo per rompere il ghiaccio.
Fa spallucce. Guardiamo insieme le coppie che passano. Due innamorati che inciampano, tanto sono incollati. Stanno correndo a scopare.
Torniamo a guardarci. Sono inquieta come davanti a una telecamera accesa. Mi vedo nei suoi occhi e mi sento improvvisamente inadeguata. Non abbastanza. Eppure sono convinta di interessargli.
È il gioco a chi parla per primo. Ha un sorriso nascosto tra le labbra. Mi offre una sigaretta light. Non me l’accende, mi passa l’accendino. Sono impacciata. Il fumo mi fa lacrimare l’occhio.
Mi piace tutto di lui. Vorrei sentire che profumo ha sul collo, ma mi arriva solo un vago sentore di qualcosa di fresco e costoso. Mi pare inavvicinabile e allo stesso tempo di carne. Bel fisico, si tiene in forma come se non gli importasse. Giacca di un colore indefinito, t-shirt di marca, barba di due giorni. Mi fissa le tette senza nascondere lo sguardo, me le sta valutando. Non fingo di incazzarmi. Sto già immaginandomi come scopa. Il suo cazzo di carne.
Improvvisamente mi sento libera. Sto bene qui con lui.
Butta il fumo di lato, ammette la sconfitta. Parla lui per primo.
«Dimmi qualcosa di te.»
Non gli racconto chi sono, dove abito, che merda di lavoro faccio. Non interessa a nessuno dei due. Spengo la sigaretta stropicciandola male e mi spingo in avanti sul tavolo, gli occhi il più vicino possibile ai suoi.
«Mi brucia la figa.»
Si tira indietro, aggrottando le sopracciglia in una smorfia sorpresa, quasi divertita.
L’ho detto per buttarla sul ridere, ma adesso non ho più voglia di ridere. Mi riappoggio allo schienale. Fingo di essere sicura di me.
«Stamattina mi sono fatta la ceretta per quello là… Vuoi scopare?»
Marco si gratta la testa dietro e scuote la testa, sconsolato.
«Devi essere uno spettacolo allora.»
«… ma non vuoi scopare con me.» Continuo io.
«È diverso. Io voglio te.»
Si alza.
Lo seguo. Lo raggiungo zampettante sui dannati tacchi.
«Dove hai la macchina?»
Si ferma, si volta verso di me. Mi pizzica il capezzolo tra pollice e indice piegato, la mano chiusa a pugno. Una scarica nelle mutandine.
«No, abito appena qui dietro, andiamo.»
Marco cammina un passo davanti, senza voltarsi a controllare se lo seguo.
Ai Navigli le strade sono ancora piene, ma lui si infila in un vicolo mai visto.
Qui si lascia abbracciare. Sento il suo profumo, la sua erezione contro il mio stomaco pieno di farfalle. Piego indietro la testa per baciarlo ma lui mi trascina per il polso, attraverso stradine piene di auto e per vicoli bui.
Siamo arrivati, traffica per aprire un portoncino di una casa con l’intonaco vecchio. C’è subito una scala stretta con i gradini di pietra consumati, il muro stinto e la luce debole. Tre piani, due porte per pianerottolo e di nuovo il suo mazzo di chiavi. Finalmente la porta si apre.
Mi spinge da parte, contro il muro dell’ingresso. Io mi slaccio la camicetta inciampando con le dita nervose mentre le sue mani mi cercano pesanti e mi artigliano seni e glutei. Mi abbassa gonna e slip in un gesto solo. S’inginocchia tra le cosce imprigionate dalle mutandine, mi lecca e mi azzanna come un animale.
«Sì, sììì!»
Sono depilata, la lingua scivola liscia, i denti mi fanno impazzire, la mia figa nella sua bocca. Si rialza, mi morde ovunque, io cerco di toccarlo, voglio il cazzo, ma lui mi tira per i capelli.
Fino in camera.
Sul letto.
Nella furia ha controllo. Mi mette ginocchioni, gambe larghe, e accende tutte le luci per vedermi. Sono esposta. Una carezza sui capelli, come a una cagnolina da far star buona, e mi palpa e penetra a due mani, figa e ano, un ditalino solo per il suo piacere.
Smette, sento la cerniera, ho due dita in fica e il pollice in culo.
Le leva, punta il cazzo allargandomi le labbra bagnate. Un solo colpo che mi apre, lungo fino alle palle che sento sbattermi sulle cosce. Urlo nel cervello. È il cazzo che mi sogno nelle masturbazioni, vorrei provare godimento, ma è tutto troppo.
Mi sbatte da dannato. Spinge da maledetto, mi fa crollare sul materasso. È sulla mia schiena, mi scopa più a fondo possibile e intanto si libera rabbioso dei vestiti. Senza uscire da me.
Si ferma, lo tira fuori, mi sento derubata. Mi sposta le natiche e lo punta.
«No! Aspetta!»
Una mano arrotola il lenzuolo e me lo ficca in bocca. Ho sull’ano tutto il suo peso. Insostenibile. Un male che mi urla nelle orecchie. Il buchetto cede, lo sfintere si rivolta all’indentro, la cruda carne del cazzo mi cala in culo lenta, di peso, e mi strazia le pareti. È asciutto, rovente che brucia. Mordo il lenzuolo. Prima sono due gocce, poi è una pisciata che non posso trattenere, tra le cosce che mi tremano.
Mi scopa in culo paralizzandomi il respiro. Ci va pesante come mai nessuno prima. Batte così forte che sono sberle sulle chiappe. Ma ora almeno mi scivola dentro, è come essere pugnalata. Mi strizza le tette sotto, mi tormenta la figa, ma io sento solo il culo. Non è solo dolore, è cattura, rapimento, possesso.
Viene alle mie preghiere. S’irrigidisce sulla mia schiena e mi sborra dentro. Per me è solo sollievo. Attende senza levarsi, riprende fiato e mi si accascia al fianco.
Raccoglie la mia testa, i miei capelli sudati e mi bacia in bocca. Cedo all’istante. Limono contro la sua guancia dura che mi graffia. Spingo la lingua, ma è lui che vuole penetrarmi. E mi lecca le lacrime da farmi piangere di gioia. Ci rotoliamo da amanti. Io accolgo le sue carezze, ascolto il mio corpo a pezzi. Tiene le mani raccolte sul mio capo, come per proteggermi. Mi trovo il suo cazzo in bocca. Ancora duro. Col sapore del mio dolore. Cedo subito, lo succhio riconoscente.
No, così non si può, devo andare in bagno. Me lo indica. Mi lavo veloce sul bidè, ma il più delicatamente possibile. Nello specchio vedo i suoi denti sotto il seno. Con un asciugamano mi strappo via il trucco sbavato. Torno in camera. Ha abbassato le luci. Cerco la mia roba vicino al letto e in ingresso. Mi rivesto di fretta. Mi apre lui la porta.
I tacchi risuonano veloci nella tromba delle scale. Mi manca l’aria.
La trovo in strada, fresca e pulita. Cerco il cellulare nella borsetta. Sono le undici e mezza. Lo sapevo che questa era una serata da dimenticare.
Cerco di orientarmi nelle stradine. Ho fretta di arrivare alla mia auto. Il corpo mi urla di tornare.
E sto tornando indietro. Mi gira la testa, non mi ricordo più dove sia, perché sono lì.
Eccolo: il portoncino di legno. Il citofono a sei campanelli. Provo con quello in alto. Un minuto e risponde una voce femminile. Spaventata.
«Chi è?»
Scappo. Sono stata una scema. Rallento. Le scarpe mi fanno male ai piedi. La macchina è lontana. Mi sento persa. E torno indietro.
Provo col pulsante sotto.
Silenzio. Poi la voce di Marco, calma:
«Sali.»
Lo scatto del portoncino.
Mi accoglie nell’ingresso. A torso nudo, in pantaloni della tuta. I miei occhi fissano lì.
Me li benda con una mascherina da aereo. Non protesto ed è quello che voglio, ho troppa vergogna per guardare. Sento il suo respiro. Mi spoglia lentamente, quasi senza sfiorarmi. Prima mutandine e gonna. Le scarpe le ho già scalciate io. Lentamente, un indumento per volta. Credo che me li ripieghi sulla poltroncina. Per ultimi gli orecchini, dopo avermi liberata del reggiseno.
Mi tocca.
Ho fatto la ceretta brasiliana.
0
voti
voti
valutazione
0
0
il tuo voto
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Moglie per un giorno
Commenti dei lettori al racconto erotico