Impulso
di
Daniela.94
genere
dominazione
Ho bisogno di carne. Un pezzo di carne.
Pelle sudata, muscoli tesi, uccello caldo. Niente ristoranti, niente sguardi lunghi, niente falsi arrivederci. Il vibratore mi dà tutto e meglio di chiunque, ma masturbarmi mi scarica e allo stesso tempo mi lacera, denudando la mia condizione di sconfitta.
Dopo cinque anni Marco è tornato dalla sua ex. Si preoccupa di lei, è fatto così. A lei sta benissimo che esista io, quella senza nome e senza dignità. Lei si tiene la parte gestibile di Marco, quella che sul letto dorme e si risveglia per prepararle il caffè.
Non mi sento abbandonata né tradita. Ho mille difetti, ma non sono ridicola. Nemmeno mi irrita che Marco continui a scoparsi la bella Giulia. È fatto così: si preoccupa di tutte.
In cinque anni non ci siamo allontanati. Si sono solo allungate le attese: settimane, mesi. Sono un suo oggetto che tiene in fondo al cassetto. Un paio di boxer che ogni tanto ritrova e indossa.
Il prossimo weekend vanno in Liguria.
E io voglio carne.
Adesso è facile, sempre più facile. Sfoglio gli annunci senza eccitazione, come la mia professoressa che sceglieva nell’elenco chi interrogare. Il dito che scorreva su e giù, e il mio brivido.
Lo trovo:
«Black bull, XXL, 22 anni, solo donne, no mercenarie.»
Ci sono due foto, entrambe senza viso.
Nella prima è in piedi, di tre quarti, contro un muro chiaro. Pelle scura, di un nero caldo e uniforme, quasi opaca sotto la luce del flash. Giovane, ventidue anni veri. Spalle larghe, petto lucido e compatto, pettorali quadrati, addome piatto con i muscoli appena segnati, non da palestra esagerata ma da corpo che lavora o corre. Le braccia sono toniche, le vene del braccio destro già visibili. I fianchi stretti, le cosce solide. Porta solo un paio di boxer scuri abbassati fino al pelo riccio. Mi piace la sua spalla tonda, forte, da giocatore di pallacanestro.
Nella seconda foto il fuoco è più basso, primo piano sull’attrezzo di lavoro. Esamino il cazzo che gli pende semirigido, pesante, scuro più del resto del corpo. Non è in erezione completa: è proprio quello che apprezzo. Quelli che mettono subito la foto del cazzo ritto mi sembrano puerili, come ragazzi che mostrano il giocattolo nuovo. Questo invece è reale. A riposo è già grosso, il tronco spesso, le vene in rilievo che gli corrono lungo il lato sinistro, il glande più nero e largo che spunta appena dal prepuzio. Gli pende verso sinistra, pieno.
Ma sono i coglioni che mi tengono ferma.
Pesanti, scuri, bassi, raccolti in un sacco teso che gli riempie il palmo. Densi, quasi aggressivi. Li guardo più a lungo del cazzo. So che è da lì che comincia tutto. Sono loro che spingono un uomo a cercare, a desiderare, a voler entrare e possedere. Senza quei coglioni pieni nessun ragazzo di ventidue anni metterebbe un annuncio e verrebbe a casa di una sconosciuta solo per svuotarsi. Sono loro che obbligano gli uomini a volermi.
Le riguardo.
Le mie mani su quel petto scuro, le unghie che scavano appena. La bocca sul collo, sul capezzolo quasi nero. Le cosce aperte intorno a quei fianchi stretti. Quel cazzo semirigido che mi riempie prima la mano, poi la bocca, poi la gola. Lo vedo già mentre mi apre: lento all’inizio perché è spesso e voglio sentirlo centimetro dopo centimetro, poi fino in fondo, le palle che mi battono pesanti contro quando inizia a scoparmi sul serio. Lo lecco dopo, ancora lucido del mio liquido. Lo tengo duro per ore, sofferente, senza farlo venire. Gli prendo i coglioni in bocca uno alla volta, li peso sulla lingua, li succhio finché non gli tremano le gambe. Ogni parte di quel corpo ha già un uso preciso nella mia testa. So cosa farci anche con l’alluce.
Gli rispondo senza una parola. Le parole mentono e ti fanno sentire in colpa. Scrivo solo «35» seguito dal mio numero di cellulare. E mando una foto scattata al mare, dal lettino: le gambe abbronzate, il ventre piatto che sembra più lungo e sulle ossa dei fianchi il tanga che fa da ponticello.
È mezzanotte passata. Inutile aspettarsi una risposta.
Mi arriva un WhatsApp in ufficio.
È venerdì. Lavoro fino a mezzogiorno, mi sta bene questo pomeriggio. Si chiama David. Pochi messaggi e si combina. Il ragazzo è arrogante, fa lo spavaldo e ha una vena razzista. Non lo fa per soldi: gli piace far godere le fighe bianche, scrive, con un cazzo nero sono le migliori. Si vanta. Mi chiede se ho mai visto un cazzone come il suo.
No, rispondo. E non mento. I cazzi sono tutti diversi. E uguali.
Non lavoro più. Mi organizzo nel cervello. La casa è a posto, ci sono viveri e surgelati. Anche il Cialis che Marco usa per tenermi inchiodata. I cazzi pesanti possono essere una delusione nele maratone, mi eccitano gli uccelli morbidi ma oggi lo voglio duro. Un vero cazzo razzista. Con gli asiatici non serve, sembra di ciucciare un pestello di legno, per la fuoa di chi dice che le dimensioni non contano.
È tutto a posto. Devo solo decidermi cosa voglio.
No, non mi sto immaginando nulla. Solo la mia domenica. La domenica voglio essere sola e dormire senza sogni.
Cinque anni con Marco mi hanno indurita.
David non lo sa. Deve imparare.
Mi ci vuole così poco a farmi un giocattolo personale. Da tenere nel mio cassetto.
Deciderò poi. Seguirò il mio impulso.
Adesso voglio carne.
Pelle sudata, muscoli tesi, uccello caldo. Niente ristoranti, niente sguardi lunghi, niente falsi arrivederci. Il vibratore mi dà tutto e meglio di chiunque, ma masturbarmi mi scarica e allo stesso tempo mi lacera, denudando la mia condizione di sconfitta.
Dopo cinque anni Marco è tornato dalla sua ex. Si preoccupa di lei, è fatto così. A lei sta benissimo che esista io, quella senza nome e senza dignità. Lei si tiene la parte gestibile di Marco, quella che sul letto dorme e si risveglia per prepararle il caffè.
Non mi sento abbandonata né tradita. Ho mille difetti, ma non sono ridicola. Nemmeno mi irrita che Marco continui a scoparsi la bella Giulia. È fatto così: si preoccupa di tutte.
In cinque anni non ci siamo allontanati. Si sono solo allungate le attese: settimane, mesi. Sono un suo oggetto che tiene in fondo al cassetto. Un paio di boxer che ogni tanto ritrova e indossa.
Il prossimo weekend vanno in Liguria.
E io voglio carne.
Adesso è facile, sempre più facile. Sfoglio gli annunci senza eccitazione, come la mia professoressa che sceglieva nell’elenco chi interrogare. Il dito che scorreva su e giù, e il mio brivido.
Lo trovo:
«Black bull, XXL, 22 anni, solo donne, no mercenarie.»
Ci sono due foto, entrambe senza viso.
Nella prima è in piedi, di tre quarti, contro un muro chiaro. Pelle scura, di un nero caldo e uniforme, quasi opaca sotto la luce del flash. Giovane, ventidue anni veri. Spalle larghe, petto lucido e compatto, pettorali quadrati, addome piatto con i muscoli appena segnati, non da palestra esagerata ma da corpo che lavora o corre. Le braccia sono toniche, le vene del braccio destro già visibili. I fianchi stretti, le cosce solide. Porta solo un paio di boxer scuri abbassati fino al pelo riccio. Mi piace la sua spalla tonda, forte, da giocatore di pallacanestro.
Nella seconda foto il fuoco è più basso, primo piano sull’attrezzo di lavoro. Esamino il cazzo che gli pende semirigido, pesante, scuro più del resto del corpo. Non è in erezione completa: è proprio quello che apprezzo. Quelli che mettono subito la foto del cazzo ritto mi sembrano puerili, come ragazzi che mostrano il giocattolo nuovo. Questo invece è reale. A riposo è già grosso, il tronco spesso, le vene in rilievo che gli corrono lungo il lato sinistro, il glande più nero e largo che spunta appena dal prepuzio. Gli pende verso sinistra, pieno.
Ma sono i coglioni che mi tengono ferma.
Pesanti, scuri, bassi, raccolti in un sacco teso che gli riempie il palmo. Densi, quasi aggressivi. Li guardo più a lungo del cazzo. So che è da lì che comincia tutto. Sono loro che spingono un uomo a cercare, a desiderare, a voler entrare e possedere. Senza quei coglioni pieni nessun ragazzo di ventidue anni metterebbe un annuncio e verrebbe a casa di una sconosciuta solo per svuotarsi. Sono loro che obbligano gli uomini a volermi.
Le riguardo.
Le mie mani su quel petto scuro, le unghie che scavano appena. La bocca sul collo, sul capezzolo quasi nero. Le cosce aperte intorno a quei fianchi stretti. Quel cazzo semirigido che mi riempie prima la mano, poi la bocca, poi la gola. Lo vedo già mentre mi apre: lento all’inizio perché è spesso e voglio sentirlo centimetro dopo centimetro, poi fino in fondo, le palle che mi battono pesanti contro quando inizia a scoparmi sul serio. Lo lecco dopo, ancora lucido del mio liquido. Lo tengo duro per ore, sofferente, senza farlo venire. Gli prendo i coglioni in bocca uno alla volta, li peso sulla lingua, li succhio finché non gli tremano le gambe. Ogni parte di quel corpo ha già un uso preciso nella mia testa. So cosa farci anche con l’alluce.
Gli rispondo senza una parola. Le parole mentono e ti fanno sentire in colpa. Scrivo solo «35» seguito dal mio numero di cellulare. E mando una foto scattata al mare, dal lettino: le gambe abbronzate, il ventre piatto che sembra più lungo e sulle ossa dei fianchi il tanga che fa da ponticello.
È mezzanotte passata. Inutile aspettarsi una risposta.
Mi arriva un WhatsApp in ufficio.
È venerdì. Lavoro fino a mezzogiorno, mi sta bene questo pomeriggio. Si chiama David. Pochi messaggi e si combina. Il ragazzo è arrogante, fa lo spavaldo e ha una vena razzista. Non lo fa per soldi: gli piace far godere le fighe bianche, scrive, con un cazzo nero sono le migliori. Si vanta. Mi chiede se ho mai visto un cazzone come il suo.
No, rispondo. E non mento. I cazzi sono tutti diversi. E uguali.
Non lavoro più. Mi organizzo nel cervello. La casa è a posto, ci sono viveri e surgelati. Anche il Cialis che Marco usa per tenermi inchiodata. I cazzi pesanti possono essere una delusione nele maratone, mi eccitano gli uccelli morbidi ma oggi lo voglio duro. Un vero cazzo razzista. Con gli asiatici non serve, sembra di ciucciare un pestello di legno, per la fuoa di chi dice che le dimensioni non contano.
È tutto a posto. Devo solo decidermi cosa voglio.
No, non mi sto immaginando nulla. Solo la mia domenica. La domenica voglio essere sola e dormire senza sogni.
Cinque anni con Marco mi hanno indurita.
David non lo sa. Deve imparare.
Mi ci vuole così poco a farmi un giocattolo personale. Da tenere nel mio cassetto.
Deciderò poi. Seguirò il mio impulso.
Adesso voglio carne.
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