Ubriachi
di
NUMB
genere
incesti
Ecco il racconto, scritto in prima persona, come se lo stessi raccontando io anni dopo. Niente esagerazioni, niente scene da film. Solo quello che è successo quella notte, così come lo ricordo.Avevo ventisei anni. Lei cinquantacinque. Eravamo tornati da un matrimonio di parenti. Entrambi ubriachi, ma non sbronzi da non capire. Solo abbastanza da non fermarci in tempo.Lei indossava un vestito da sera nero, scollato, che le lasciava vedere i seni grandi e un po’ cadenti. Ai piedi sandali aperti con tacco alto almeno dieci centimetri. Io camicia bianca e pantaloni neri. Uno zio ci aveva accompagnati a casa verso le due di notte.Saliamo le scale. Lei cammina davanti, il tacco che batte leggero, il vestito che le si muove sui fianchi. Io la guardo e sento qualcosa di sbagliato e allo stesso tempo impossibile da ignorare. L’alcol rendeva tutto più diretto.Entriamo. Lei chiude la porta e si toglie i sandali. Io mi sbottono la camicia. Andiamo in cucina. Lei beve un bicchiere d’acqua. Io resto lì, vicino.Ci guardiamo. Silenzio. Poi lei si avvicina e mi sistema il colletto, gesto normale. Ma le dita restano un secondo di troppo sul petto. Non mi scosto. Lei nemmeno.Non so chi ha fatto il primo movimento. Credo io. L’ho presa per i fianchi e l’ho spinta dolcemente contro il tavolo. Il vestito le è salito sulle cosce. Le ho messo una mano sotto il tessuto. Non aveva le mutandine. Era già umida. Lei ha tirato un respiro lungo e non ha detto di no.Le ho alzato il vestito fino alla vita. Lei stessa ha abbassato la cerniera dei miei pantaloni e mi ha preso il cazzo fuori. Era duro. L’ho sollevata un po’, le ho aperto le gambe e sono entrato. Lentamente, fino in fondo. Era stretta, calda, bagnata. Lei ha chiuso gli occhi e ha morso il labbro inferiore.Ho iniziato a spingere. Colpi profondi, regolari. Lei teneva le mani sul mio collo, poi sulle spalle. I seni le ballavano dentro la scollatura a ogni movimento. Il vestito nero stropicciato tra noi. Il suono umido dei nostri corpi riempiva la cucina.«Più forte», ha sussurrato a un certo punto. Voce bassa, rotta.Ho accelerato. Lei ha alzato una gamba e me l’ha messa sul fianco. Continuavo a entrare e uscire, sentendo ogni centimetro. A un tratto si è irrigidita, ha stretto le unghie sulla mia schiena e ha venuto. Gemiti corti, soffocati contro la mia spalla. La vagina che mi stringeva a ondate.Quello mi ha fatto venire anch’io. Sono rimasto dentro e ho sparato tutto. Getti caldi, uno dopo l’altro. Lei mi teneva ancora stretto, ansimando.Pochi secondi di silenzio. Solo i respiri. Poi sono uscito. Lo sperma le colava lungo la coscia. Lei ha abbassato il vestito in fretta, si è pulita con un canovaccio. Io mi sono sistemato i pantaloni.Non ci siamo guardati negli occhi.«Vai a dormire», ha detto solo.Sono andato in camera mia. Lei nella sua.La mattina dopo mi sono svegliato con la testa pesante e lo stomaco chiuso. Sono sceso. Lei era già in cucina, in pigiama, che preparava il caffè. Mi ha detto buongiorno con voce normale. Io pure. Ma non riuscivo a guardarla dritto. Quando mi ha passato la tazza le dita si sono sfiorate e lei le ha ritirate subito.Per giorni abbiamo fatto finta di niente. Vergogna, confusione, un senso di sporco che non andava via. Ogni tanto mi tornava in mente il suo corpo contro il mio, il suono dei suoi gemiti, e poi mi odiavo per averci pensato.Non è mai più successo. Non ne abbiamo mai parlato. Ma quella notte resta lì, reale, senza filtri. Due persone ubriache che hanno attraversato un limite e il giorno dopo non sapevano più come stare nella stessa stanza.
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