Foresta bagnata 2. Il padrone

scritto il 2026-11-04 tempo di lettura 9 min

di
genere
Dominazione, Feticismo, Tradimenti
cura
A

Lo incontrò un martedì, in una sala riunioni dell'azienda di lui, con la porta a vetri e due colleghe nel corridoio. Fulvio le aveva scritto solo: «Alle undici. Lui già sa.»
Jacopo si alzò quando lei entrò. Quarantacinque anni, tempie appena grigie, giacca blu senza cravatta, mani curate. Niente a che fare con Fulvio e le sue camicie sudate. Aveva la voce bassa di chi non ha bisogno di alzarla e una cadenza toscana che rendeva ogni parola un po' più sporca di quanto fosse.
— Dottoressa Michela. Fulvio parla di lei con un'ammirazione quasi… tecnica.
— Fulvio parla molto.
— Non di tutto. Solo delle cose belle. E dei dettagli.
La mano restò nella sua un secondo più del dovuto. Si sedette con le cosce serrate: sotto la gonna non aveva le mutandine, e non sapeva più se fosse stata un'idea di Fulvio o sua.
Parlarono di forniture per venti minuti. Lui sfogliava le carte, ma guardava lei: la bocca, il collo, la camicetta, la bocca di nuovo. Sotto il tavolo la punta della sua scarpa le sfiorò la caviglia, risalì lungo il polpaccio. Lei non si ritrasse. Allargò le ginocchia di un centimetro, e vide negli occhi di lui che se n'era accorto.
— Ecco — mormorò. — Un primo dato.
Nel corridoio vuoto del seminterrato, davanti al bagno, la fermò con una mano sulla vita.
— Dieci minuti. Non ho bisogno di più. Se vuole andarsene, la scala è là.
Michela entrò. Il chiavistello lo girò lei.
Lui la voltò contro il lavabo e le alzò la gonna con due dita, come si scopre un oggetto prezioso.
— Fulvio non mentiva. Lui dice pelliccia, io direi bosco. Qualcosa in cui ci si perde volentieri.
Le affondò la mano fra le cosce, trovò il clitoride gonfio e lo accarezzò in cerchi lenti. Lei si aggrappò al marmo, gli occhi sullo specchio: la sua faccia arrossata, quella di lui alle sue spalle, calma.

— È bagnata. Moltissimo. Le piace che io sappia? Che Fulvio mi abbia raccontato come geme? Come dice «sono una troia» quando è lì sul tavolo?
Lei gemette, e lui le mise la mano libera sulla bocca.
— Shh. Qui sentono tutto.
— Qui no… ti prego, Jacopo… se qualcuno…
— Il chiavistello è lì. Le basta una mano.
Lei non si mosse. Scosse la testa, con le lacrime che le rigavano il mascara, e spingeva il bacino contro le sue dita.
La fece venire così, in silenzio, con il palmo sulle labbra. Lui si portò la mano alla bocca e la leccò guardandola nello specchio.
— Buona. Come aveva detto.
Lei cercò la sua cintura. Lui le fermò le mani, con dolcezza.
— Non oggi. Voglio che lo desideri per tutta la settimana. Giovedì. Se ha ancora voglia di me.
— E se non ce l'ho?
Per la prima volta lei vide qualcosa di crudele sotto l'eleganza.
— Ce l'ha già.
Tornarono in sala riunioni a un minuto di distanza. Alle quattro, in ufficio, le arrivò un messaggio di Fulvio: «Allora? Che te pare Jacopo?»
Michela guardò lo schermo a lungo, le cosce ancora bagnate sotto la scrivania. Scrisse:
«Dimmi solo a che ora giovedì.»


Il messaggio arrivò la sera prima, e non era di Fulvio.

Giovedì, ore 15, a casa sua. Tailleur grigio, collant velato, le décolleté col tacco dieci. Non si lavi, non si cambi. Se viene, viene perché lo vuole. Se non vuole, basta non rispondere. — J.
Lo lesse tre volte, con le cosce serrate sotto la scrivania. Rispose: sì.
Fulvio entrò per primo e si sedette sul divano con le mani sulle ginocchia, come a una funzione. Jacopo arrivò un passo dopo, la giacca di lino sul braccio, e guardò la casa con attenzione quasi affettuosa.
— Che bella casa. Peccato dovremo sporcarla un pochino.
Michela era in piedi nell'ingresso, i piedi chiusi nelle scarpe da dodici ore. Sentiva il sudore asciugato dietro le ginocchia, nell'incavo dei seni, tra le cosce. Non si era lavata. Era il suo regalo.
— La porta è alle sue spalle e non è chiusa a chiave. Se vuole andarsene, lo faccia ora.
Lei non si mosse.
— Brava. Allora cominciamo.
La fece spogliare lì, in piedi, un indumento alla volta, e li ordinò sul bracciolo come pezzi di un inventario. Poi le girò intorno con le mani dietro la schiena.
— Mi dica, dottoressa. Quante volte al giorno si bagna in ufficio, pensando a Fulvio?
— …Si…non so.
— Davanti ai colleghi?
— Sì.
— Più forte. Che sentano anche le piante.
— Sì, davanti ai colleghi.
— E suo marito? Quand'è stata l'ultima volta che l'ha fatta venire così?
Lei esitò. Lui le prese il mento.
— Non sia timida. È l'unica cosa che non le sta bene.
— Mai. Non… non mi ha mai fatta venire così.
— E lei dove sta, adesso? Davanti a due uomini, nuda, con i piedi che puzzano di una giornata di lavoro. Lo dica con le sue parole.
Lei deglutì.
— Sono una donna sposata, laureata, con un ruolo, e sono nuda in casa mia davanti a un fornitore e al mio amante. Ho la figa bagnata e i piedi sudati, e mi piace che lo sappiate.
— Una frase corretta. Il resto vien da sé.
Le sollevò un seno, lo soppesò, lo strinse.
— Sa che in azienda corrono voci, dottoressa? E tra i fornitori, ancora di più. Nessuno sa niente, ma tutti inventano: che esce dal seminterrato col rossetto sbavato, che firma le delibere con le gambe incrociate troppo strette. Si parla di lei. E lei è contenta.
— No…
— Sì. Si bagna all'idea che una mattina due colleghi smettano di parlare quando passa, e lei finga di non capire. Guardi qui. — Due dita tra le cosce, poi davanti ai suoi occhi, lucide. — Lo dica.
— Mi piace.
— Che cosa le piace?
— Che parlino di me. Che mi guardino… e non sappiano.
— Brava. Quelle sono chiacchiere. Il resto è roba nostra.
La fece sedere sul bracciolo e le sfilò una scarpa con lentezza liturgica. Annusò la pelle tiepida, a occhi chiusi.
— Per Fulvio un piede è un piede. Per me è un archivio: il corridoio, il parcheggio, la scrivania. Il tragitto di una donna importante.
Le leccò la pianta attraverso il nylon, dal tallone alle dita, poi con i denti aprì il velo sull'alluce. Lei lasciò andare un gemito che non voleva concedere. Lui allungò l'altra scarpa a Fulvio, senza guardarlo.

— Annusa. Dimmi se ho ragione.
— Ammazza, capo… è 'n incendio.
— Parli come un camionista, ma ha il naso giusto. Tienila ferma, e non farti venire. Oggi non spetta a te.
La portò al tavolo, le lacerò il collant sulla coscia con un suono sottile, la aprì sul bordo.
— Adesso mi faccia il listino. Quello che sono i suoi pregi, nel modo in cui li venderebbe a uno che paga.
— Ho il sesso folto, naturale. Odora di una giornata di lavoro. I capezzoli si induriscono quando mi annusano. I piedi sono sudati dalle otto del mattino. E sono bagnata da prima che lei arrivasse.
— Questo è un listino. — Le schiaffeggiò il sesso con due dita, un colpo secco e bagnato. — E questo è l'acconto.
Lei rise, sussultando, e lui le schiaffeggiò di nuovo la figa, più forte.
— Qui non si ride. Qui si ringrazia.
— Grazie, Jacopo.
Si chinò e la leccò come nessuno l'aveva mai fatto, lingua piatta, lentissima, poi la punta, poi i denti sulle labbra gonfie, e due dita dentro, curve, a cercare un punto che sembrò conoscere da sempre. Lei urlò. Fulvio le stringeva la caviglia, a denti stretti.
La portò in ginocchio tra loro due. Il cazzo era lungo, venoso, già lucido.
— Questo non si succhia come quello di Fulvio. Questo si venera.
Lei lo prese in bocca, sempre più giù, finché lui le tenne la testa e la spinse fino in gola, con i conati, le lacrime, la saliva che colava tra i seni.
— Guardi com'è bella, Fulvio. Guarda una donna che sa cos'è.

Si staccò, ansimando, con la bava che le univa le labbra alla cappella. Lui le accarezzò la guancia, quasi con tenerezza.
— In azienda non la chiamano in nessun modo. Foresta l'ha detto Fulvio una sera, ridendo, ed è rimasto nostro. Quando parliamo di lei, siamo in tre a sapere di chi si parla. Le dispiace, il nome?
— No.
— Allora, brava Foresta.
La portarono di sopra e la misero a quattro zampe: Fulvio dietro, Jacopo davanti, uno la possedeva, l'altro la dirigeva.
— Piano, Fulvio. Non è una gara. Voglio che lei senta ogni centimetro.
Fulvio entrò con un respiro spezzato. Lei gemette contro il lenzuolo, e Jacopo le sollevò il mento.
— Mi guardi. Chi è il padrone di questo letto?
— Mio marito.
— Dice bene, ma sbaglia. Riprovi.
— …Tu.
— Perfetto.
Gli bastò una parola, brava, per farla venire. Fulvio dovette fermarsi a metà colpo.
— Esci. Non è il tuo turno.
Jacopo si sdraiò, la fece salire sopra di sé, centimetro dopo centimetro. Le sputò sul petto, spalmò con il palmo, le morse i capezzoli. Si portò alla bocca i piedi, ancora in una calza lacerata, e leccò le dita una per una.
— Le sue scarpe, Michela. Tutto questo è nelle sue scarpe.
Lei tremava. — Mi vergogno… ti prego, basta…

— La porta è là. Se vuole che mi fermi, mi basta una frase.
Lo fissò, ansimando, con gli occhi lucidi.
— Non si fermi.
— Allora continui a pregare. Mi piace sentirla.
Venne guardandolo, e per un attimo non riconobbe la propria voce.
IL SALUTO
Lui venne sul suo viso, in lunghi getti caldi, e lei lo ripulì con la lingua.
— Stasera, quando torna suo marito, mi pensi. E domattina in ufficio, quando due colleghi smettono di parlare al suo passaggio, mi pensi ancora.
Fulvio, ancora duro e a bocca asciutta, lo seguì verso la porta come un cane al guinzaglio.
— Alla prossima, Foresta.
Michela restò sul letto, nuda, con il sapore di lui in bocca e il telefono che vibrava sul comodino. Un gruppo nuovo, creato dieci minuti prima. L'ultimo messaggio:
Benvenuta, Foresta.
Lo lesse. Poi, con le mani che le tremavano e la figa che ricominciava a pulsare, scrisse una parola sola.
Giovedì?
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