La forma della resa 1

di
genere
dominazione

Non riesco a respirare.

È una sensazione fisica, meccanica, come se qualcuno avesse versato del cemento a presa rapida nei miei polmoni. L'aria entra, ma si ferma alla base della gola, bloccata da un nodo così stretto che mi fa venire la nausea.

Fisso le pagine del manuale di Diritto Privato aperto sul tavolo del salotto. Le righe nere evidenziate di giallo acido si sovrappongono, si mescolano, diventano un ammasso incomprensibile di nozioni che il mio cervello si rifiuta categoricamente di assorbire. Sono le sette di sera. L'esame è tra meno di quarantotto ore, e io non so niente. O meglio, so tutto ma non ricordo nulla, perché la mia testa è un fottuto rumore bianco ininterrotto.

Mi porto l'indice destro alle labbra e comincio a mordicchiare la pellicina attorno all'unghia. È un vizio che mi porto dietro da bambina, ma ultimamente è diventato una mutilazione compulsiva. I miei denti strappano un lembo di pelle secca. Sento il sapore di ruggine del sangue, ma non mi fermo. Il piccolo, acuto dolore fisico è l'unica cosa che riesce a bucare per un millesimo di secondo la nebbia del panico.

Il salotto intorno a me è lo specchio esatto della mia mente: un disastro. Ci sono tre tazze di caffè incrostate sul tavolo di cristallo, fogli sparsi sul tappeto, la mia borsa rovesciata sulla poltrona. Ho lasciato i vestiti di ieri abbandonati sul divano, un mucchio informe di felpe e jeans che sanno di fumo e di ansia. Indosso una felpa grigia di due taglie più grande, rubata dall'armadio di Sofia. Ha ancora un vago odore del suo ammorbidente, un profumo pulito, strutturato, geometrico. Me la sono messa sperando che mi calmasse, ma mi fa solo sentire ancora più patetica, come una bambina che si nasconde nei vestiti degli adulti per fingere di saper stare al mondo.

Ma io non ci so stare in questo mondo di merda.

È questo il punto. Non è solo l'esame. È tutto. È l'università, sono le scadenze, l'affitto, la spesa, le decisioni. "Scegli il piano di studi, Martina. Scegli cosa mangiare stasera, Martina. Scegli chi vuoi diventare, Martina." Ogni singola scelta è un peso che mi schiaccia le vertebre. La chiamano libertà, la chiamano età adulta. Per me è solo un oceano nero in cui sto affogando, paralizzata dall'infinita fatica di dover pensare. Non voglio più decidere niente. Vorrei solo che qualcuno mi prendesse il cervello, lo spegnesse con un interruttore e mi dicesse esattamente cosa fare.

Il rumore metallico della serratura mi fa sobbalzare.

La porta d'ingresso si apre. Il suono dei tacchi di Sofia sul parquet dell'ingresso è cadenzato, misurato, perfetto. Non c'è mai fretta nei suoi passi, non c'è mai disordine.

Smetto di respirare del tutto. Il cuore mi esplode nel petto, martellando contro le costole con una violenza tale che mi fa fischiare le orecchie. Sfilo il dito insanguinato dalla bocca e lo nascondo sotto la coscia.

Sofia entra in salotto.

Indossa un tailleur pantalone blu notte, la camicia di seta bianca abbottonata fino alla base del collo. I suoi ventotto anni sembrano quaranta per l'autorità che emana, eppure è bellissima, di una bellezza fredda, affilata, che non ammette repliche. Ha i capelli castani raccolti in un fermaglio ordinato, il trucco intatto nonostante le dieci ore passate in ufficio.

Si ferma a due metri dal tavolo. I suoi occhi chiari scansionano la stanza.

Osserva le tazze sporche. I vestiti sul divano. I libri gettati a terra. Poi, inesorabilmente, il suo sguardo scende su di me. Su di me, rannicchiata sulla sedia, con le ginocchia al petto, i capelli arruffati e gli occhi lucidi di un terrore infantile.

Urla, penso disperatamente. Ti prego, Sofia, cazzo, urla. Dimmi che sono una fallita, dimmi che sono un disastro, arrabbiati. Inizia a sistemare, prendi il controllo. Sgridami.

Faccio queste cose apposta, a volte. Lascio il disordine, fingo di dimenticare le sue piccole regole di convivenza solo per innescare una sua reazione. Ho bisogno che si arrabbi, perché quando si arrabbia, lei prende il timone.

Ma Sofia non urla.

Rimane in silenzio. È un silenzio denso, pesante, che satura l'aria del salotto e mi toglie l'ossigeno. Con una lentezza deliberata, angosciante, si sfila la giacca del tailleur. La piega con cura estrema, allineando le cuciture, e la appoggia sullo schienale di una sedia. Non distoglie mai lo sguardo da me. I suoi occhi sono due lame di ghiaccio che mi smontano pezzo per pezzo, analizzando la mia crisi isterica con la calma spietata di un chirurgo che osserva un tumore in fase terminale.

Sotto quello sguardo, qualcosa dentro di me si rompe.

Non è solo il panico a invadermi. È una sensazione fisica, viscerale, totalmente inappropriata per il momento, ma così violenta da farmi tremare le cosce. La paura di deluderla, il peso del suo giudizio silenzioso si trasformano, in una frazione di secondo, in un'eccitazione divorante.

Il sangue precipita dal mio viso dritto verso il basso ventre. Sotto i pantaloni della tuta, la mia figa si gonfia all'improvviso, pesante e dolorante. Sento il clitoride indurirsi contro il cotone delle mutandine, una pulsazione ritmica, calda e sorda, che segue esattamente i battiti del mio cuore impazzito. Le mie cosce si stringono l'una contro l'altra in uno spasmo involontario.

Oddio. Sono fradicia.

Basta il suo silenzio, basta il suo sguardo deluso e assoluto per farmi bagnare come una ragazzina in calore. Un rivolo di umidità calda mi scivola lungo la piega dell'inguine, appiccicando il tessuto alla pelle iper-sensibile. È disgustoso. È umiliante. Sto avendo un crollo nervoso per un esame di diritto, la mia vita è un caos incontrollabile, e la mia unica reazione corporea davanti alla donna che amo e che sto esasperando è quella di eccitarmi fino a sentir male.

«S-Sofia...» balbetto. La mia voce è un raschio patetico.

Lei non risponde. Fa un passo avanti. Il rumore del suo tacco sul legno è una sentenza. Poi ne fa un altro. Si avvicina al tavolo, aggirando il disastro di fogli caduti a terra. L'odore del suo profumo, qualcosa di secco e speziato, mi entra nelle narici, mescolandosi all'odore aspro del mio stesso sudore e del mio desiderio trattenuto.

Si ferma proprio accanto alla mia sedia. Sono costretta ad alzare il viso per guardarla, esponendo il mio collo, le mie occhiaie, la mia totale vulnerabilità.

Lentamente, Sofia alza una mano. Le sue dita, dalle unghie corte e laccate di nudo, si avvicinano al mio viso. Trattengo il fiato. Chiudo gli occhi, aspettandomi uno schiaffo, o una carezza, o qualsiasi cosa che rompa questo limbo insopportabile. Invece, la sua mano scende. Afferra con decisione il mio polso destro, quello nascosto sotto la coscia.

Lo tira su con forza inaudita ma controllata, esponendo la mia mano alla luce del lampadario. Il dito indice sta ancora sanguinando. Una goccia rossa sporca la nocca.

Sofia osserva il sangue. Poi fissa i miei occhi. Non c'è rabbia nel suo sguardo. C'è qualcosa di molto più profondo, oscuro e inamovibile. C'è l'intenzione assoluta di arginarmi.

Il suo pollice accarezza la base del mio polso, premendo leggermente sulle vene, sentendo il mio battito accelerato. Il contrasto tra la freddezza della sua pelle e il calore febbrile della mia mi fa inarcare la schiena, facendo sfregare ancora di più le mie labbra intime bagnate contro la sedia. Un piccolo gemito spezzato mi sfugge dalla gola, un suono misero che tradisce tutta la mia disperazione e la mia fame.

Voglio che mi prenda. Voglio che mi strappi via questo libro, che mi butti a terra, che mi faccia male finché non smetto di pensare. Voglio che mi dica che sono una stupida incapace e che da oggi deciderà lei ogni mio singolo respiro.

Sofia lascia andare il mio polso. La sua mano si sposta, scivolando fredda e rassicurante dietro la mia nuca. Le sue dita si intrecciano tra i miei capelli sudati, stringendo alla radice con una forza appena sufficiente a costringermi a tenere la testa alta, a non distogliere lo sguardo dal suo.

«Guardati, Martina» sussurra.

La sua voce è bassa, vellutata, un sussurro che mi vibra direttamente nelle ossa e mi manda una scossa elettrica dritta nel centro del sesso.

«Guarda cosa sei diventata quando ti lascio da sola a gestire te stessa. Sei un disastro.»

Ogni sua parola è una martellata sulle mie insicurezze e, contemporaneamente, una carezza sulla mia anima devastata. Annuisco, le lacrime che finalmente iniziano a scendere, calde e silenziose, lungo le mie guance.

Sì, sono un disastro. Sono un fottuto disastro.

E in questo momento, mentre il mio corpo pulsa di bisogno e la mia mente implora pietà, so per certo che l'unica cosa che mi salverà non è superare quell'esame, ma arrendermi totalmente, definitivamente e senza condizioni alla disciplina spietata della donna che mi sta tenendo per i capelli.
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2026-09-19
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