​Una tenerezza silenziosa

di
genere
sentimentali

Anche quest’anno, l’estate mi ha riportata qui. Nel respiro di legno scuro e tatami della nostra casa di famiglia, tra i vicoli stretti di Higashiyama.
​Kyoto, in questi mesi, non è solo una città: è un abbraccio denso. Il calore umido dell’aria ti avvolge come una seconda pelle, intriso del profumo grave e dolciastro dell’incenso che sale incessantemente dai templi nascosti. Mi perdo spesso a guardare la luce dorata del tramonto che scivola lenta sui tetti di tegole curve, trasformando le strade di pietra in sentieri di brace spenta. Le colline verdi che cingono la città come un grembo sembrano addormentarsi nella foschia serale, mentre giù, a valle, il fiume Kamo scorre lento sotto il vasto cielo d'estate, portando via con sé il mormorio dei passanti. E poi ci sono loro, le geishe, che a volte incrocio nei vicoli in ombra: passano silenziose, i volti candidi che affiorano nel crepuscolo come apparizioni di seta e cipria, per poi svanire dietro una porta scorrevole.
​Eppure, in ogni angolo di questa bellezza languida e malinconica, io non faccio che pensare a te.
​Ti ho pensata ancora prima di fare le valigie, prima ancora che l’aereo sfiorasse la pista. È un paradosso buffo e crudele: tu sei più giapponese di me. Ami questa terra, questa cultura, con una purezza e una devozione che io stessa, pur portandone il sangue, sento di non possedere. Guardi al Giappone con occhi che sanno scorgere la poesia dove io vedo solo la quotidianità.
​A luglio, quando il Gion Matsuri ha trasformato la città in un palcoscenico di sogni antichi, la tua assenza si è fatta quasi tangibile. Ho camminato tra la folla densa, lasciandomi trascinare dal battito ipnotico dei tamburi taiko e dal canto acuto e nostalgico dei flauti di bambù. Quando i grandi carri yamaboko avanzavano maestosi, come navi di legno e arazzi naviganti su un mare di persone, sentivo di far parte di un respiro antico, di una creatura viva che pulsava da secoli. L'odore dell'estate, di pioggia lontana, di legno e di festa permeava ogni vicolo. Le lanterne di carta si accendevano una dopo l’altra lungo le grondaie, macchie di luce calda nel buio della sera.
​In quelle notti, circondata da tutta quella bellezza, ho preso in mano il telefono infinite volte. Ho digitato il tuo nome. Volevo scriverti. Volevo raccontarti il colore esatto del cielo, il suono della folla, volevo dirti: saresti felice, qui.
​Ma ho sempre trattenuto la mano. Ho cancellato ogni parola, lasciando lo schermo spegnersi nel buio della mia stanza.
​Sarebbe stato un gesto egoistico. C’è qualcosa di così prezioso e fragile in ciò che sei, in ciò che siamo – o che non siamo mai state – che ho il terrore di incrinarlo. Non voglio cambiare nulla. Ho troppa paura di deluderti, di spezzare l'immagine perfetta che hai di questo mondo sovrapponendovi la mia imperfezione. E, se devo essere del tutto onesta con me stessa, non volevo correre il rischio di far sì che ti ricordassi di me. È più sicuro rimanere un'ombra silenziosa, una custode lontana che cammina nei luoghi che tu ami, senza chiederti nulla in cambio.
​E così è arrivato agosto. Il tempo è scivolato via, liquido e inesorabile, portandomi fino a stasera.
​Sono seduta in silenzio, come il resto della città. È la notte del Daimonji, il Gozan no Okuribi. Sulle montagne circostanti, nel buio d'inchiostro che inghiotte Kyoto, le fiamme si sono accese. Enormi caratteri di fuoco ardono contro il cielo scuro, vibranti, vivi. È un momento di una bellezza che spezza il respiro. L’intera città tace, unita in un silenzio collettivo e riverente, osservando i fuochi che guidano gli spiriti degli antenati verso l'altro mondo.
​Dal balcone della mia stanza, posso quasi immaginare di percepire il calore lontano di quelle fiamme. Le guardo tremare e consumarsi, e sento scendere addosso una malinconia dolcissima. È l’estate che sta per finire. Sono le fiamme che brillano, ardono e poi, inevitabilmente, si spengono, lasciando dietro di sé solo la quiete della notte.
​Come questo desiderio trattenuto, come questa tenerezza silenziosa che ti dedico da lontano. Domani il sole sorgerà di nuovo su Higashiyama, e io continuerò a vivere in questa bellezza. Senza dirtelo. Senza disturbarti. Custodendoti qui, tra il suono segreto dei flauti e le luci lontane della collina, esattamente dove sei sempre stata.
di
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2026-09-10
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