Scusate lo sfogo
di
Fuuka
genere
sentimentali
È Fuuka che vi parla. Scusate per questo spazio, per questo sfogo improvviso, ma stanotte le pareti della mia stanza mi sembravano più strette del solito e ho bisogno di buttare fuori tutto.
Sono stufa. Stufa fino al midollo di essere la ragazza perfetta in tutto. Stufa di dover compiacere chiunque mi conosca, di dover essere per forza "quella brillante", quella che ha sempre la risposta pronta, il sorriso rassicurante e la strada spianata. È un'etichetta che mi è stata cucita addosso fin da quando sono nata.
La mia vita, in qualsiasi momento, è stata decisa dai miei genitori. Non ho mai avuto il lusso di improvvisare. Hanno tracciato loro il percorso: partendo dalle scuole elementari fino alla scelta dell'università. La regola era semplice ma soffocante: sempre voti alti, non sgarrare mai, essere l'orgoglio di casa. C'è stato un momento, in quarta liceo, in cui questa facciata si è incrinata. Avevo preso un'insufficienza, una singola, stupida insufficienza. Mia madre mi ha ripresa, facendomela pesare come se avessi commesso un crimine. Lì non ho retto più. Il peso di quegli anni mi è crollato addosso tutto in un secondo e, dalla rabbia cieca, ho preso il bastone dell'armadio per i vestiti e l'ho piegato in due con le mani, proprio davanti a lei. Poi sono scoppiata a piangere, crollando sul pavimento. È stata l'unica volta in cui hanno visto il mostro di frustrazione che si nasconde dietro la mia perfezione.
Eppure, sono una contraddizione vivente. Fin dall'adolescenza sono sempre stata attratta dalle ragazze, e su questo i miei genitori non mi hanno mai fatto pesare nulla. Mi hanno sempre sostenuta. A 17 anni mi sono seduta davanti a loro, con il cuore in gola, e ho detto: "Amo le ragazze". Sono stati comprensivi, aperti, fantastici. Ma, paradossalmente, questa loro accettazione incondizionata su un lato così personale mi ha fatto sentire ancora più in debito verso di loro, incatenandomi ancora di più a quel ruolo di figlia impeccabile in tutto il resto.
Ora ho 23 anni. Studio Economia all'università, abito ancora con i miei, e ogni volta che apro un manuale mi chiedo: ma a me, di tutto questo, importa davvero qualcosa? Tante volte penso a cosa farò quando mi laureerò e mi sento scivolare nel vuoto. Mi sento veramente persa. Indosso una maschera anche con i miei compagni di corso, faccio finta di avere le idee chiare, ma dentro sto urlando.
E poi c'è l'amore. Ho amato "tante" donne, ho cercato in loro quella libertà che a me manca. L'ultima... non molto tempo fa. L'ho conosciuta qua. Forse, anzi senza forse, la amo ancora. Ma non la merito. Sono arrivata alla conclusione che non merito la sua luce. L'ho ignorata per troppo tempo, ho alzato un muro fatto di silenzi e finte scuse. Inconsciamente ho deciso io di troncare. Mi sono detta che l'ho fatto per non farla soffrire, o forse, se devo essere brutalmente onesta con me stessa, per non soffrire io.
Perché io ho un talento speciale per rovinare tutto quello che ho di prezioso.
Appena qualcosa diventa bellissimo, intimo e sfugge al mio ferreo controllo, mi spavento. Lei mi vedeva per quella che ero, oltre la maschera della studentessa modello di Economia. E questo mi terrorizzava. Se avesse visto quanto sono fragile e rotta dentro, mi avrebbe abbandonata? Così l'ho fatto io per prima. Ho distrutto io il nostro castello di carte, perché almeno, distruggendolo io, potevo controllarne la caduta.
Ed è proprio per questo che sono qui. Scrivo qua dei racconti anche per avere un poco di quella libertà che mi manca nella vita reale. Tra queste righe non devo essere perfetta, non devo prendere bei voti o rassicurare i miei genitori. Posso esplorare vite che non sono la mia. Ma la verità è che il mio caos interiore mi segue anche qui: so di non essere mai costante con i racconti. Inizio a creare mondi in cui fuggire, ma poi tanti non li finisco nemmeno. Li abbandono a metà, irrisolti. Proprio come faccio con me stessa, o con le persone che amo, non appena le cose iniziano a farsi vere e richiedono di andare fino in fondo.
Sto seduta qui, a fissare il soffitto, sapendo che vorrei prenderle la mano e invece mi ritrovo a scrivere frammenti di storie su uno schermo. Scusate per questo sfogo. Ne avevo solo, disperatamente, bisogno.
Sono stufa. Stufa fino al midollo di essere la ragazza perfetta in tutto. Stufa di dover compiacere chiunque mi conosca, di dover essere per forza "quella brillante", quella che ha sempre la risposta pronta, il sorriso rassicurante e la strada spianata. È un'etichetta che mi è stata cucita addosso fin da quando sono nata.
La mia vita, in qualsiasi momento, è stata decisa dai miei genitori. Non ho mai avuto il lusso di improvvisare. Hanno tracciato loro il percorso: partendo dalle scuole elementari fino alla scelta dell'università. La regola era semplice ma soffocante: sempre voti alti, non sgarrare mai, essere l'orgoglio di casa. C'è stato un momento, in quarta liceo, in cui questa facciata si è incrinata. Avevo preso un'insufficienza, una singola, stupida insufficienza. Mia madre mi ha ripresa, facendomela pesare come se avessi commesso un crimine. Lì non ho retto più. Il peso di quegli anni mi è crollato addosso tutto in un secondo e, dalla rabbia cieca, ho preso il bastone dell'armadio per i vestiti e l'ho piegato in due con le mani, proprio davanti a lei. Poi sono scoppiata a piangere, crollando sul pavimento. È stata l'unica volta in cui hanno visto il mostro di frustrazione che si nasconde dietro la mia perfezione.
Eppure, sono una contraddizione vivente. Fin dall'adolescenza sono sempre stata attratta dalle ragazze, e su questo i miei genitori non mi hanno mai fatto pesare nulla. Mi hanno sempre sostenuta. A 17 anni mi sono seduta davanti a loro, con il cuore in gola, e ho detto: "Amo le ragazze". Sono stati comprensivi, aperti, fantastici. Ma, paradossalmente, questa loro accettazione incondizionata su un lato così personale mi ha fatto sentire ancora più in debito verso di loro, incatenandomi ancora di più a quel ruolo di figlia impeccabile in tutto il resto.
Ora ho 23 anni. Studio Economia all'università, abito ancora con i miei, e ogni volta che apro un manuale mi chiedo: ma a me, di tutto questo, importa davvero qualcosa? Tante volte penso a cosa farò quando mi laureerò e mi sento scivolare nel vuoto. Mi sento veramente persa. Indosso una maschera anche con i miei compagni di corso, faccio finta di avere le idee chiare, ma dentro sto urlando.
E poi c'è l'amore. Ho amato "tante" donne, ho cercato in loro quella libertà che a me manca. L'ultima... non molto tempo fa. L'ho conosciuta qua. Forse, anzi senza forse, la amo ancora. Ma non la merito. Sono arrivata alla conclusione che non merito la sua luce. L'ho ignorata per troppo tempo, ho alzato un muro fatto di silenzi e finte scuse. Inconsciamente ho deciso io di troncare. Mi sono detta che l'ho fatto per non farla soffrire, o forse, se devo essere brutalmente onesta con me stessa, per non soffrire io.
Perché io ho un talento speciale per rovinare tutto quello che ho di prezioso.
Appena qualcosa diventa bellissimo, intimo e sfugge al mio ferreo controllo, mi spavento. Lei mi vedeva per quella che ero, oltre la maschera della studentessa modello di Economia. E questo mi terrorizzava. Se avesse visto quanto sono fragile e rotta dentro, mi avrebbe abbandonata? Così l'ho fatto io per prima. Ho distrutto io il nostro castello di carte, perché almeno, distruggendolo io, potevo controllarne la caduta.
Ed è proprio per questo che sono qui. Scrivo qua dei racconti anche per avere un poco di quella libertà che mi manca nella vita reale. Tra queste righe non devo essere perfetta, non devo prendere bei voti o rassicurare i miei genitori. Posso esplorare vite che non sono la mia. Ma la verità è che il mio caos interiore mi segue anche qui: so di non essere mai costante con i racconti. Inizio a creare mondi in cui fuggire, ma poi tanti non li finisco nemmeno. Li abbandono a metà, irrisolti. Proprio come faccio con me stessa, o con le persone che amo, non appena le cose iniziano a farsi vere e richiedono di andare fino in fondo.
Sto seduta qui, a fissare il soffitto, sapendo che vorrei prenderle la mano e invece mi ritrovo a scrivere frammenti di storie su uno schermo. Scusate per questo sfogo. Ne avevo solo, disperatamente, bisogno.
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