Il tavolo degli scarti - Parte 2

di
genere
etero

L'Intesa Cinica
Il padre della sposa stava parlando da dodici minuti netti. Lorenzo lo sapeva perché stava cronometrando la sua agonia sul quadrante dell'orologio, nascosto sotto il polsino della camicia ormai umido.
«...e ricordo ancora quando, a cinque anni, si mise le scarpe col tacco della mamma e inciampò nel corridoio...» gracchiò la voce amplificata, tremante di un'emozione costruita a tavolino per far piangere le zie.
Al tavolo 18, un gemito quasi impercettibile sfuggì dalle labbra di Camilla. Lei teneva lo sguardo fisso sul tovagliolo che stava torturando con le dita.
«Se dice che è lì che ha capito che Giulia sarebbe diventata una donna forte che sa rialzarsi,» sussurrò lei a denti stretti, senza alzare gli occhi, «giuro che prendo questa forchetta e mi lobotomizzo qui, davanti a tutti.»
Lorenzo soffocò una risata tossendo nel pugno. Avvicinò la sedia di pochi centimetri, un movimento coperto dallo scroscio di applausi educati della sala. Il contatto tra le loro ginocchia sotto il tavolo, che fino a quel momento era stato una pressione costante ma statica, divenne dinamico. Lui fece scivolare lentamente la sua gamba contro quella di lei, sentendo il calore della sua pelle nuda irradiarsi attraverso il tessuto leggero dei suoi pantaloni.
«Non sprecarla,» mormorò Lorenzo, chinandosi verso di lei come per confidarle un segreto di stato. Sentì il profumo dei suoi capelli, un misto di shampoo costoso e l'odore acre della pelle accaldata. «Quella forchetta potrebbe servirti per difenderti quando Zio Anselmo cercherà di invitarti a ballare il liscio. Ti ha guardato i polpacci per tutto l'antipasto.»
Camilla rabbrividì visibilmente, un brivido che corse lungo la schiena nuda e che Lorenzo seguì con lo sguardo. «Sei crudele, Valenti. Mi piace.»
Si voltò finalmente verso di lui, e per un attimo la facciata sociale crollò del tutto. I suoi occhi color nocciola erano lucidi per il vino e la stanchezza, e c’era una fame in quello sguardo che non aveva nulla a che fare con il buffet dei dolci che tardava ad arrivare.
«Siamo all’inferno, Camilla. Dobbiamo pur trovare un modo per non bruciare di noia.»
Lui lasciò cadere la mano destra sotto il tavolo. Non fu un gesto improvviso, ma una discesa calcolata, pesante. La mano atterrò sul ginocchio di lei. La seta dell'abito era scivolosa, quasi liquida sotto il suo palmo sudato. Camilla non sussultò. Al contrario, espirò lentamente il fumo di una sigaretta immaginaria, accogliendo quel peso come un'ancora di salvezza.
«Sai cosa stavo pensando mentre il padre di Giulia elencava le sue virtù domestiche?» chiese lei, la voce roca, mentre con una mano faceva ruotare il vino nel calice, ipnotica.
«Che vorresti essere ovunque tranne qui? Magari a casa, sul divano, senza scarpe?»
«A parte quello. Stavo guardando la tua cravatta. È storta.»
Lorenzo si toccò il nodo con la mano libera, sorridendo storto. «È un atto di ribellione passiva. O forse è solo che ho smesso di provarci alle 12:30.»
«È sexy,» lo corresse lei, secca, diretta come un pugno. «In un modo molto 'impiegato di Wall Street dopo il crack finanziario'. Mi piace anche il fatto che stai sudando. Almeno sei vero. Guardati intorno: sono tutti così... incerati. Tu sembri uno che ha appena corso una maratona o fatto a pugni nel parcheggio.»
La sincerità brutale di quel complimento lo colpì allo stomaco più di qualsiasi frase romantica. Sotto il tavolo, la sua mano risalì di pochi centimetri lungo la sua coscia, stringendo appena la carne morbida. Sentì il muscolo della gamba di lei tendersi in risposta, reattivo.
«E tu,» ribatté Lorenzo, la voce che scendeva di un'ottava, facendosi intima, «sembri una che è appena scappata da un set cinematografico degli anni '50 dopo aver incendiato la roulotte del regista. Quel vestito è illegale, Camilla. Dovrebbe esserci una legge contro l'indossare seta con questo caldo. Ti si sta incollando addosso in modi che mi stanno rendendo molto difficile concentrarmi sulla commozione generale.»
Camilla abbozzò un sorriso laterale, malizioso, leccandosi il labbro superiore. «È l'effetto desiderato. Si chiama 'marketing della disperazione'. E poi, non porto il reggiseno. È la mia piccola, silenziosa vendetta contro la sposa che mi ha obbligato a venire.»
Lorenzo deglutì a vuoto. L'aveva notato, ovviamente — i capezzoli erano due punti fermi sotto il tessuto verde salvia — ma sentirglielo dire con quella nonchalance era diverso. «Una vendetta molto efficace. Credo che il cameriere abbia versato l'acqua fuori dal bicchiere due volte guardandoti.»
«Povero caro. Spero non venga licenziato.»
Risero insieme, una risata bassa, complice, che li isolò ulteriormente nella loro bolla di cinismo e desiderio crescente. Erano due naufraghi su un'isola di noia, e l'unica risorsa disponibile per sopravvivere erano i loro corpi.
Il padre della sposa concluse finalmente il suo monologo con un brindisi lacrimoso che sembrò durare un'era geologica. La sala esplose in un applauso di sollievo, fragoroso non per approvazione ma per liberazione.
Le luci si abbassarono leggermente, cambiando tonalità verso un viola discoteca di cattivo gusto. Il DJ, un uomo con troppo gel nei capelli e una camicia hawaiana che urlava vendetta, prese il microfono come se fosse una rockstar a San Siro.
«E ora, signore e signori! Prima del taglio della torta, voglio vedervi tutti in piedi! È il momento di sciogliere la tensione! Parte il trenino dell'amore!»
Le prime note di A E I O U o qualche altra atrocità latina degli anni '90 invasero la sala a volume assordante, facendo tremare i bicchieri sul tavolo.
«Oh Cristo santo,» gemette Camilla, portandosi una mano alla fronte e chiudendo gli occhi. «Il trenino. È la fine. È davvero la fine della civiltà occidentale.»
«Dobbiamo andarcene,» disse Lorenzo. La musica era troppo forte, il caldo stava aumentando con la gente che iniziava a muoversi freneticamente, e la mano sulla coscia di Camilla non era più sufficiente. Era diventata una tortura necessaria. Sentiva il bisogno fisico di toccare di più, di sentire quella pelle senza la barriera della seta.
Intorno a loro scoppiò il caos. La zia col cappello si stava alzando, battendo le mani fuori tempo, rischiando di rovesciare la bottiglia di vino. Zio Anselmo veniva tirato su di peso da una cugina entusiasta. Una fila di persone sudate e urlanti iniziò a serpeggiare tra i tavoli, bloccando il corridoio centrale.
«C'è una porta di servizio,» disse Lorenzo rapidamente, avvicinandosi al suo orecchio per farsi sentire sopra la musica. «Laggiù, dietro la colonna. Credo porti fuori.»
«Andiamo,» rispose lei, afferrando la sua giacca. «Adesso.»
Fecero per alzarsi, ma il "trenino" virò bruscamente. Una massa compatta di parenti urlanti, guidata dallo sposo ubriaco, circondò il Tavolo 18, tagliando ogni via di fuga. Erano in trappola. Se si fossero alzati in quel momento, sarebbero stati inghiottiti dalla catena umana, costretti a mettere le mani sui fianchi di qualche zia sudata.
«Cazzo,» imprecò Lorenzo, ricadendo pesante sulla sedia.
Camilla si lasciò andare accanto a lui, sbuffando. «Circondati. È un assedio.»
Erano gli unici rimasti seduti in quell'angolo di sala, nascosti parzialmente dalle spalle e dalle schiene degli invitati che ballavano intorno a loro. Quella barriera umana, paradossalmente, creò una zona d'ombra ancora più intima. Nessuno li guardava; tutti erano concentrati a non perdere il passo.
Lorenzo non tolse la mano dalla gamba di lei. Anzi, approfittando del fatto che il tavolo fosse ora l'unico punto fermo nel caos, strinse la presa. Le dita affondarono nella carne morbida dell'interno coscia, risalendo pericolosamente verso l'inguine.
Camilla reagì immediatamente. Invece di scostarsi, intrappolò la mano di lui tra le sue cosce, stringendo le gambe con una forza sorprendente. Lo guardò dritto negli occhi, sfidandolo.
«Siamo bloccati qui, Valenti,» sibilò lei, un sorriso predatorio che le curvava le labbra. «Tanto vale approfittarne.»
«Appena finisce questa canzone, scappiamo,» promise lui, ma la sua voce era impastata, e le sue dita stavano già accarezzando la seta proprio lì, dove le gambe di lei si univano.
«Forse,» rispose lei, prendendo un altro sorso di vino e guardandolo sopra il bordo del bicchiere. «O forse aspettiamo che si spengano le luci.»
Rimasero lì, seduti mentre il mondo intorno a loro impazziva nel ritmo banale della festa, legati da quella mano sotto la tovaglia che prometteva un disastro imminente e meraviglioso.
scritto il
2026-01-02
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