Il semaforo

di
genere
gay

Racconto tratto da fatti realmente accaduti. Ho sempre saputo che agli uomini piaccio. Non è presunzione: li vedo, gli sguardi, quando cammino per strada con i lunghissimi capelli biondi sciolti fino alla cintola guardandomi nei i riflessi nelle vetrine. Ma quella sera lo sguardo era diverso, non curioso, non indagatore.

Era appoggiato alla portiera di un'auto scura lucida nel parcheggio del mio quartiere quando gli passai accanto. Capelli ingrigiti sulle tempie, viso ben rasato, fisico asciutto, una camicia chiara con le maniche arrotolate che lasciava vedere avambracci forti. Non distolse gli occhi quando incrociai i suoi, e nemmeno io. Fu un contatto lungo, teso, come se entrambi sapessimo già cosa sarebbe successo dopo. Mi sorrise appena e venne verso di me con quel passo di chi non ha mai avuto bisogno di correre.

«Sei Chris, vero?» La voce era bassa, roca, come chi ha fumato per anni e certe cose le dice solo quando servono. Non mi chiese come stavo, ne mi disse come sapesse il mio nome. Non c'era niente di casuale nel modo in cui mi sfiorò il braccio, due dita calde sulla mia pelle nuda.

«Dipende chi lo chiede» risposi, inclinando la testa e portandomi i capelli da un lato. Lo feci lentamente, come piace a me quando voglio che un uomo guardi sensualmente.

«Marco.» Si presentò come se bastasse. E in quel momento bastò davvero ad entrambi.

Restammo così, vicini, senza toccarci davvero, mentre la notte si stringeva intorno al parcheggio deserto. Sentivo l'odore della sua acqua di colonia, qualcosa di pungente, e sotto quella l'odore più caldo della pelle.

«Ti va di fare un giro?» chiese, indicando l'auto con un cenno del capo.

Non risposi subito. Mi piaceva guardarlo mentre aspettava, le dita che si chiudevano piano contro il palmo. Poi annuii in un mezzo sorriso.

Salii in auto senza chiedere dove saremmo andati e senza sapere chi fosse la mia guida, ma mi tormentava il fatto che lui mi conoscesse. Le portiere si chiusero con un tonfo morbido, l'abitacolo profumava di pelle e tabacco freddo. Marco partì senza accendere la radio, e il quartiere cominciò a scorrere oltre i finestrini, silenzioso e arancione sotto le luci artificiali dei lampioni.

Il semaforo della rotonda era rosso quando rallentò. Non c'era nessuno, solo il battito sordo del motore al minimo e la luce forte del semaforo. Marco spense il motore e mi guardò.

«Scendi.» mi ordinò.

Lo disse piano, ma non era una richiesta era un'ordine. Scesi. L'aria fresca mi colpì le cosce scoperte, e i miei stivali neri scricchiolarono sull'asfalto. Marco mi venne dietro, mi prese per i fianchi e mi spinse contro il cofano. Il metallo era freddo attraverso la canotta a rete che avevo addosso. Mi chiesi che volesse fare a quell'incrocio, ma lo intuii presto e la cosa tutto sommato non mi dispiaceva.

Mi abbassò gli Shorts con un gesto secco, lasciandomi esposta, piegata in avanti sulla macchina, i capelli biondi sparsi sul cofano come seta rovesciata a coprirmi il volto.

Sentii le sue mani grandi e ruvide stringermi i fianchi. Quando mi penetrò la figa anale fu tutto in una volta, un colpo solo, profondo e netto. Il fiato mi uscì in un gemito spezzato. Cominciò a muoversi subito dentro di me, senza cerimonie, con spinte forti e regolari che mi facevano scivolare sul cofano lucido. Il semaforo era ancora rosso, la rotonda deserta, ma le case del quartiere erano lì intorno, finestre buie e persiane socchiuse. Chiunque avrebbe potuto affacciarsi o spiare. L'idea mi fece stringere intorno a lui, la sua mano affondava nei miei capelli.

«Ti piace così, vero?» La sua voce era roca contro la mia nuca, rotta dal ritmo delle spinte.

Non risposi: il corpo e i miei sospiri parlavano da soli, mi sbatteva contro il cofano a ogni colpo, le mie unghie che cercavano presa sulla lamiera liscia. L'odore di benzina e asfalto riempiva l'aria fresca della notte. Da lontano, il motore ovattato di altre auto che si avvicinavano. Alzai la testa scostandomi i lunghissimi capelli dal viso, le luci dei fanali mi impedivano di contarle, ma credetti di vederne almeno tre o quattro. A poca distanza da noi, le auto frenarono e si accodarono. Erano effettivamente quattro. Due si misero ai lati della nostra, altre due, una davanti a noi, l'altra dietro, circondandoci da ogni angolo. L'uomo senza scomporsi continuava a scoparmi duramente, sollevandomi addirittura una gamba e facendomela appoggiare al parafango per entrare meglio dentro di me fino alle palle.

Impazzivo sotto i suoi colpi e ansimavo come una cagna sospirando e osservando chi si era piazzato attorno a noi per godersi lo spettacolo che offriavamo. Al semaforo verde nessuna delle quattro auto riparti', restando con i motori al minimo. La luce verde invase la strada, e Marco affondò dentro me un'ultima volta prima di ingravidarmi con il suo sperma caldo a spruzzi regolari: uno.. due.. tre. Lasciandomi ansimante e tremante sul cofano caldo del mio stesso corpo.

«Dai sali in macchina» ordinò poi, tirandomi su i pantaloncini frettolosamente.

Rientrammo. Ripartì subito insieme alle altre auto che ora si sparpagliavano ognuna in una direzione diversa. Girò per vie laterali, strade che conoscevo da sempre e che di notte sembravano un altro posto, più nero e più disponibile. Mi teneva una mano sulla coscia, le dita infilate sotto l'orlo dei pantaloncini, e a ogni buca affondava un po' di più.

Non dissi nulla, nemmeno quando la sua mano risalì più su, perché sapevo che non aspettava una risposta. I finestrini erano abbassati e l'aria della notte entrava a folate, asciugandomi il sudore sulla pelle. Lui guidava con una sola mano, l'altra che disegnava cerchi lenti sulla mia coscia, come se il gesto fosse la cosa più naturale del mondo. «Dove mi vuoi portare adesso?» chiesi finalmente con un sussurro ansimante dallo sforzo appena concluso. Marco non rispose subito. Accostò davanti a un cancello di ferro, una villa che conoscevo per sentito dire, ma mai vista da così vicino. Spense il motore e il silenzio divenne improvviso. Si voltò verso di me, e nella penombra del cruscotto i suoi occhi erano due fessure scure. «Casa mia.» La mano mi premette sulla coscia, un invito più che una richiesta. «Prendi le tue cose e vieni su. Non prometto niente, ma questa notte non voglio passarla da solo.» Rimasi ferma un secondo, il cuore che martellava ancora, la testa piena di semafori verdi motori di auto e la sua voce roca che mi chiedeva di restare. Aprì la portiera e scese, lo seguii senza pensarci, perché di notte certe decisioni non hanno bisogno di parole. Chi fosse quell'uomo di cui conoscevo solamente il nome non l'ho mai saputo. Ne ho mai saputo come facesse a conoscere il mio.

chrisbabyface@libero.it
scritto il
2026-09-06
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