Nudo di donna al carboncino

di
genere
saffico

Un artista disegna un nudo di donna: nelle sue mani esperte un carboncino.
Un foglio bianco, carta ruvida, grezza e pesante, sarà il nido, l'utero da cui, da semplici tratti neri su bianco, prenderà vita una donna giovane e sensuale.
Un abbozzo soltanto. Il capo reclinato, i capelli neri sulla spalla nuda, la curva tonda dei fianchi, il profilo del seno con i capezzoli scuri, leggermente a punta in su.
Semplici linee, eppure il pittore, come una divinità minore, ha già creato una forma di vita primordiale. Fascino e sentimenti, enfasi e patos si intrecciano nelle linee dai contorni irregolari. E già un'anima palpita, in attesa di un compimento.
Ma il disegnatore supremo già fugge, attratto dai moti perpetui della vita, e la donna resta incompiuta, disperatamente sola, in cerca di una completezza negata, forse solo dolorosamente rinviata.
Nella notte il disegno pulsa, prende vita, chiede al carboncino di finire l'opera, concretizzare il profilo, dare vita ai tratti.
E pure il carboncino, magicamente, si anima di un sospiro vitale e comincia ad accarezzare i profili della donna, le curve dell'addome e del sedere, il ciuffo di peli scuri dove la tonda pienezza del ventre lascia il posto a un vuoto da colmare, i dettagli degli occhi e del seno, le sfumature della schiena. Uno sguardo triste in cerca di una risposta, un anelito che attende un riconoscimento.
Nasce un dialogo sensuale tra il carboncino che prende vita nel disegno della donna, e un concerto di carezze dai contorni neri di una figura animata.
Carezze ardite tinteggiate di rimmel su un corpo che prende vita, si forma, sembra che si muova, che un respiro sollevi il seno nudo ben ritratto.
Eppure manca sempre qualcosa, indefinibile, fastidiosamente inefficiente, per dar vita al disegno.

La donna, spazientita e insoddisfatta, prende lei stessa il carboncino e comincia a disegnarsi da sola, lungo le linee del proprio desiderio, le fantasie narrate dal sogno.
Le ascelle, il collo, il ventre, la curvatura ombreggiata che dà pienezza e volume al seno, fino a tratteggiare sfumature sulle linee inguinali, convergendo sul delta scuro del pube.
Ma si ritrova disperatamente sola, finché non percepisce un'altra presenza, un interesse segreto per il proprio anelito.
Un'altra donna l'osserva, rapita dalla magia che si sta manifestando sotto ai suoi occhi increduli. Questa presenza sensibile, un'anima devota e aperta, gradualmente si lascia sedurre dal tentativo di compimento della figura in bianco e nero.
Il disegno lascia il carboncino.
Mani gentili e rispettose, prima timidamente, poi con più fiducia, osano sempre di più.
Costruiscono una nuova tela, lungo uno schema nuovo, fuori dalle aspettative del disegno.
La donna in bianco e nero si lascia ridipingere da una idea, che la rinnova con sfumature inedite per portarla a una nuova frontiera, un orizzonte degli eventi.
Una timida fiducia viene cullata nelle amorevoli mani della donna disegnatrice e il disegno assume tridimensionalità.
Sussurri e sospiri lasciano il posto ai primi gemiti, mentre il carboncino esacerba e insiste sui tratti più sensibili della donna disegnata, finché una mano sorge sul disegno per sovrapporsi a quella che disegna e insieme guidarsi alla scoperta di un nuovo corpo, scosso da sussulti di vita primordiale.
La donna disegnata gira il suo sguardo verso l'altra.
"Chi sei?" Sussurra, in un gemito non trattenuto.
Ma la voce si perde nella logica della ragione, il retaggio che impedisce di dare vita ai sogni, parola ai ritratti.
La donna in bianco e nero prende forma, si innalza come per sfuggire al foglio che la trattiene nella sua realtà a due dimensioni.
La pelle vibra, i seni fremono in cerca di carezze, calore, i fianchi sporgono incontro alla mano morbida e calda che l'accarezza con il carbone. La vulva si distende come in un anelito, un invito, una supplica per essere cullata, visitata, per offrirsi al possesso e trovare pace e compimento.
Una mano sfida il tratto a disegno e si sposta per stringere un seno, modellare il capezzolo tra due dita.
"Non lasciarmi sola, fatti conoscere, toccare, accarezzare." Bisbiglia la donna che cerca di sfuggire alla ruvida carta.
Con due dita trattiene l'indice della mano rosea, vitale; ne sfiora la pelle finemente irregolare, segue il profilo sporgente delle vene in rilievo sul dorso, percorrendo sentieri azzurri verso un ignoto cielo di libertà.
Per un momento le due mani si incontrano, le dita custodite nel nido accogliente dei palmi concavi.
Delicate carezze in cerca di intimità, desiderio di corpi ansiosi.
La mano dipinta al carboncino raccoglie i suoi tratti e si solleva dal foglio sfiorando il polso e poi il braccio della donna che le ha dato vita, dissetandosi del suo calore, nutrendosi delle sue sfumature di colore.
Il volto perfora la piatta superficie sporgendo le labbra in cerca di un bacio, mentre l'artista accarezza il rilievo del seno tratteggiato, avvolgendo con le dita il capezzolo di spire concentriche. Un piccolo bacio al germoglio sul vertice del seno per poi cercare il contatto con le morbide labbra di nero vestite.
Un nuovo contatto, più concreto e finalmente le labbra si schiudono per lasciare dialogare tra loro le punte delle lingue.
Le mani disegnano coreografie sul seno che erompe dal foglio, mentre le dita create al carbone cercano rifugio sul seno della donna creatrice.
La figura dipinta si sporge, erompe, si divincola come se fosse partorita, schizza, scappa ed emerge dal disegno.
Occhi scuri dai riflessi di cristallo ora osservano l'ambiente che circonda una figura scappata dalle sue dimensioni irreali.
Il foglio è una culla vuota, un sudario senza più tracce, un vergine manto innevato.
L'immagine che fu disegnata si muove con circospezione nell'ambiente a tre dimensioni che non riconosce come proprio, in cui rischia di perdersi senza più ritrovarsi.
Solo un sussurro, un accenno di panico, ma colei che ha completato il disegno riprende i fili del gioco.
Le dita delle due figure si intrecciano e nuovo colore imporpora le sfumature di carboncino che un poco di più si arrendono a una linfa vitale che scorre tra le due persone che ancora si contemplano, incerte e curiose.
I due corpi sono vicini, i seni si sfiorano prima di appoggiarsi e premersi, quando le bocche si uniscono e si schiudono, perché due fiammelle rosse di desiderio si incontrino per conoscersi e toccarsi.
La donna vera, più calda e consistente, stringe le sue dita su quelle dell'imprevedibile compagna, per tirarla a sé, a contatto col suo corpo, emissario di vita e di calore.
"Sei tu che mi dai vita? Potrò giacere tra le tue braccia per ritrovarmi tra i tuoi sospiri?" Geme la donna rapita dal foglio.
"Ssssst..."
La musa generatrice la stringe a sé, mentre con la lingua sembra voler prendere possesso della sua bocca.
Una mano calda scivola su una schiena ancora in cerca di vita. Ne delinea l'incavo mentre l'altro corpo si abbandona, morbido e flessuoso come un giovane bambù, nell'abbraccio che lo sostiene.
Le dita sfiorano le curve del sedere, giocando intorno alla linea che divide i glutei; si inoltrano, spingendosi in basso, fino a raggiungere, da dietro, il vestibolo già umido della vulva.
"Amami, prendimi, entra in me." Implora in un gemito il volto dai tratti sfumati.
L'altra donna si piega sul collo offerto in olocausto, come gesto di resa e supplica.
Disegna un sentiero di umidi baci che scende, si sofferma sull'incavo incerto della clavicola il tempo per un arabesco dipinto con la lingua, per scendere verso l'ascella e soffermarsi sul seno.
La lingua distilla lacrime di passione convergendo con lente spirali intorno al capezzolo, ritto nell'areola gonfia di desiderio, scura e lucida.
La donna in sfumature di fumo inarca la schiena stringendo a sé il corpo che la stimola e da cui trae calore e vita. Spinge il pube accarezzando il basso ventre della sua compagna, intreccia, aprendole, le sue cosce al corpo che ancora la sorregge, per mettere in contatto le due culle della vita.
Le mani danzano sui corpi avvolti, strisce di seta morbida per polpastrelli curiosi, in cerca di profondi percorsi bagnati.
Tutta la notte le due donne si amano, si stringono, si abbracciano.
I baci si alternano ai gemiti, forse solo sospiri sussurrati all'orecchio, persi nella gola una dell'altra, quando le loro bocche si incontrano.
Le carezze si fanno insistenti e intime. Dita che affondano voluttuose nei seni elastici, mani in affanno che cercano, placandosi solo tra le gambe, alla sorgente bagnata del piacere. Polpastrelli gentili strofinano i capezzoli, scivolano sui boccioli tumidi al vertice degli atri vaginali.
Spinte profonde scompaiono nei ventri, incontro a simmetriche ondulazioni del bacino.
Una danza di ventri intorno a dita in cerca di profondi pertugi.
"Forse mi abbandonerai qui, dolce pittrice, dopo avermi dato vita e colore?" Chiede la donna che fu ritratta, cercando un nome per la sua compagna, frugando nei suoi pensieri, creata da un desiderio non confessato. "Dopo che mi hai rapita dal freddo foglio, ridato forme e calore?"
La pittrice si ferma, assorta. Gli occhi umidi di passione, il respiro ancora rotto, dopo l'ultimo orgasmo consumato insieme.
Ma senza rispondere stringe la figura al proprio seno. Appoggia il capo su una spalla pallida; una lacrima stabilisce una nuova connessione tra i due corpi, le due volontà.
Sul tavolo giace un foglio bianco, dove prima capeggiavano tratti di carboncino.
"Portami con te, donna creatrice, e insieme navigheremo sulle onde, verso un nuovo oriente."
Un silenzio imbarazzato e colpevole assorbe ogni sentore, ogni stilla.
Un altro bacio, ancora una carezza.
L'amante di carne percepisce sulla bocca labbra ruvide e screpolate.
Tra i polpastrelli la sensazione di una sabbia fine.
Si guarda le dita, trovandole nere di polvere di carbone.
"Oh, no!"
"Cosa succede?"
Sugli occhi scuri del ritratto un'espressione angosciata; le sfumature della pelle ridotte a un'ordinata sequenza di grigi hanno preso il posto del colore vellutato.
La disegnatrice si guarda intorno alla ricerca di un perché.
Dalle persiane della finestra filtra deciso il raggio del sole del primo mattino, il prematuro giustiziere della lunga notte d'amore tra le due donne.
"Amore, non lasciarmi!" Si sente sussurrare una voce, dispersa nella stanza.
La donna creatrice si volge alla sua amante imprevista, non trovandola più di fronte a lei.
Il sole che filtra dalle imposte disegna un ambiguo profilo di polvere impalpabile.
"Non te ne andare!"
Sul foglio è ricomparso il disegno di un profilo, gli occhi sbarrati narrano di una supplica, un sogno non completato, un'angoscia muta e velata.
"Cercami ancora, nel lago di ninfee, di fronte al giardino di re Laurino, nel momento in cui sbocciano le rose, e sarò tua per sempre."
Una specie di sussurro che sembra aleggiare nell'aria, tra le polveri nere.
Una mano tesa, un urlo strozzato tra i singhiozzi.
Dal disegno sembra tendersi un arto, ma è solo la spietata ombra della fiamma spenta di un ikebana a tre elementi.

Una donna cammina, da sola, sulla spiaggia.
Incontro al tramonto, inseguendo un sole rosso che sembra sempre di più sfuggirle tra le mani, oltre la prossima duna, al di là dell'onda successiva.
Il vento la colpisce sul volto, le scompiglia i capelli che lei, pazientemente, continua a spostare dagli occhi.
Eppure non evita il vento, non si lamenta: sembra quasi che lo segua, lo cerchi, lo invochi.
I suoi passi sulla battigia vengono dissolti dalle onde, continue, monotone.
La donna cammina sulla sabbia senza lasciare una traccia.
Una lacrima le riga il volto.
Un riflesso del sole le brilla sulla guancia, prima che i capelli cancellino la traccia delle sue emozioni.
La donna avanza decisa, verso una meta che non può raggiungere, lasciando una traccia che nessuno seguirà, perchè celata tra i sussurri del mare, inaccessibile.
Una donna avvolta dai suoi pensieri, trame scure che le sferzano il volto e che lei pazientemente ricompone, per non perdere la traccia che la guida al sole che, però, continuamente la sfugge.
Un sole calante diretto verso un orizzonte in cui rinascerà come Sol Levante.
Terre lontane.
Pensieri svaniti nel vento.
Capelli ribelli in un soffio dispettoso; la donna non vuole essere consolata.
Cammina sulla sabbia bagnata, le onde le lambiscono piedi bianchi e nudi.
I guizzi del mare accompagnano i suoi passi con una triste canzone.
Ora si ferma, osserva una conchiglia portata dalle onde. Si avvicina incuriosita, ma un'altra onda le ruba il contatto e la conchiglia ritorna in mari e spazi che lei non può raggiungere.
La dama si china sulla sabbia fine, prende tra le dita la rena e la passa tra i polpastrelli, in cerca di un contatto, una sensazione, un ricordo che continua a dissolversi nella sua mente, che sfugge dalla sua carne.
Con un dito disegna qualcosa, scritte senza senso, ideogrammi senza volto.
Un'onda cancella i suoi gesti.
Lei prende sabbia asciutta e disegna una scritta, un simbolo.
La sabbia bagnata assorbe i suoi pensieri e una nuova onda raccoglie il suo sospiro per consegnarlo alle profondità insondabili del mare.
"Ti amo, sai? Ti ritroverò, donna sfuggente, effimera visione, fugace apparizione scolpita nella mia carne, lacerata nel mio cuore?"
Solo giochi sulla sabbia, che le onde raccolgono pietosamente e riconsegnano al mare, senza tempo, in ogni luogo.
La donna scrive di nuovo sulla sabbia restando a osservare le onde che, ineluttabilmente, raccolgono l'opera delle sue dita per dissolverla ancora nell'oblio dell'infinità.
Il vento fischia tra i capelli, solleva spruzzi di sale dalle onde.
Stille salate si infrangono sulle lacrime che rigano gote in cerca di un bacio, una carezza, un contatto, una sensazione.
Un anelito, forse un sogno.
La donna cammina sulla sabbia, mentre il sole le sfugge tra le dita.
Luce rossa si rifrange tra i capelli che le mascherano uno sguardo diretto verso l'infinito.
Il sole frigge toccando la superficie piatta dell'orizzonte a occidente, immergendosi nel liquido pensiero.
"Esiste davvero un giardino di rose che fiorisce solo al tramonto? Dove si trova il regno di Laurino?"
Ricordi evanescenti di ninfee in bilico incerto sulla superficie tremolante di un laghetto orientale, intorno a una pagoda su una colonna sola. Richiami di terre lontane, culture secolari, il canto senza voce di monaci buddisti.
Il sole scende sull'orizzonte, ma l'anima in pena non rallenta il suo passo incontro al tramonto.
Le onde le fanno da cornice, modellano le orme dei suoi piedi stanchi, la seguono e la accarezzano, ma lei non può essere consolata.
Con un dito sposta una ciocca di capelli che le è scivolata sulla bocca, scuote la testa per liberare la fronte dal nero crine che le dirige i pensieri.
Il sole sta scomparendo oltre l'orizzonte verso cui ancora cammina; la brezza le regala un brivido mentre si stringe il pareo sulle spalle e intorno al petto.
Tra le dita ancora il ruvido della sabbia, lavoro millenario di dissoluzione di solide convinzioni.
Pensieri inarrestabili che evolvono, convoluti come nuvole su un quadro di Van Gogh.
Ruvido ricordo di carboncino, labbra screpolate, dolci baci dal sapore orientale.
"Ti amo, donna dagli occhi neri come la notte, profondi come il mare. Donna dai capelli scuri quali ali di corvo spettinate dal vento."
La donna si ferma.
Il sole è sotto l'orizzonte quando un luminoso raggio verde la ferisce agli occhi, consegnando la sua coscienza e i suoi pensieri alla notte incipiente.
Solo un lampo: una lama la trafigge lasciandola folgorata; un baleno, un barlume.
"Esiste davvero il regno di Laurino? Rose rosse che fioriscono solo al tramonto e che muoiono consegnandosi al gorgo vorace della notte, per rinascere ai colori timidi dell'alba successiva?"
Col riflesso verde che le brilla ancora negli occhi, la figura pensosa riprende a camminare verso un orizzonte che si confonde con la notte; le onde cancellano le sue tracce.
di
scritto il
2026-09-02
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