L'abisso 2
di
Tilde
genere
dominazione
La voce di Lapo, bassa e imperiosa, risuonava ancora nelle mie orecchie, un eco che non potevo cancellare. Mi alzai, i piedi nudi insaccati nei sandali, non tornai a casa, presi il mio gippino all'hotel e scappai. Passai due ore in banchina prima che il traghetto partisse con le speranze dell'alba davanti. Poi il treno per Firenze fu un sospiro di metallo e scintille. Quasi vuoto.
Chiamai Sara solo quando fui in stazione. Un taxi e fui davanti l'uscio del suo palazzo in Oltrarno. Quando mi vide, scese i gradini di corsa. Il suo abbraccio fu violento, un urlo silenzioso trasformato in contatto fisico. Il suo odore di vaniglia, mi avvolse, staccandomi dalla realtà della notte passata.
- Sei qui! Ero quasi sicura che non saresti venuta. -
Fu un sussurro con la faccia sepolta nel mio collo. Le sue mani mi strinsero la schiena, quasi a voler fondere i nostri corpi in un blocco tenace.
La sentii tremare leggermente, o forse ero io a vibrare come una corda troppo tesa. Le sue labbra sfiorarono la mia guancia, un bacio che era più una benedizione che un saluto. Per un istante, il calore del suo corpo mi fece dimenticare il freddo del guinzaglio invisibile che Lapo mi aveva promesso. Entrammo in casa, il parquet scuro che scricchiolava sotto i nostri piedi nudi. Sara mi portò in salotto, versò due tazze di the rosso che sembrava sangue nella porcellana.
- Bere -ordinò dolcemente, accarezzandomi i capelli- poi doccia, dobbiamo cancellare il sentore del mare da te. -
Prima che potessi assaporare l'infuso fumante, il campanello suonò. Sara mi guardò, alzando le spalle. Andò alla porta e tornò con un pacchetto di carta vellutata nera, sigillata con ceralacca rossa. Non c'era indirizzo, solo un simbolo impresso sulla ceralacca: una maschera veneziana stilizzata.
Sara, strappò la ceralacca. Dentro un biglietto ed un plico.
- È per te. Un invito. Per stasera. Al castello Marignolle, accesso riservato agli iniziati. -
- Non ho voglia di feste, Sara. Voglio solo dormire. -
- Strano che lo abbiano portato qui, non credi, Tesoro? -
- Direi troppo, ma ho il terrore di aver capito. -
Solo pochi secondi ed arrivò un vocale, che ordinava di non mancare e di indossare l'abito consegnato. Le parole erano una droga, ed un ricatto a cui non potevo sottrarmi.
- Devo andarci, Sara. -
- Vengo con te. -
Sara aprì il plico. Dentro un vestito di pizzo nero, trasparente in punti strategici, che aderiva alla pelle come una seconda epidermide. Mentre mi aiutava a infilarlo, le sue dita sfiorarono i miei seni, indurendo i capezzoli al contatto con il tessuto ruvido. «Sei bellissima,» mormorò, i suoi occhi scuri che mi fissavano con intensità.
- Sarai una predatrice stasera. -
- Sarò preda. -
Lo dissi con un'arrendevolezza disarmante. La mia amica non si perse d'animo, mi sfilò l'abito e mi spinse fin sotto la doccia. Lei con me, ridendo e toccandomi maliziosa.
Le nostre labbra si avvicinarono pericolosamente fino al punto di baciarci, rise negandosi e si allontanò da me. Il tempo di ristabilire il comando e tornò su di me con fame e desiderio. Le nostre bocche di fusero in una, la sua lingua mi invase e spinse se stessa contro di me. Stretta fra il freddo delle piastrelle ed il calore del suo corpo morbido, flagellata dall'acqua, gemetti del suo tocco alla mia intimità.
Mi inginocchiai alla sua statuaria bellezza ed affondai la mia faccia nel suo profumo di femmina. Le mie mani su di lei, le mie dita a gustare la sua pelle. Le sue, affondate nei miei capelli fradici.
La porta del bagno si aprì con un leggero cigolio sui cardini, il suo gatto entrò con le mie mutandine sulla testa e noi due scoppiammo a ridere crollando sedute a terra.
Ma la sera calò su Firenze come un sipario di velluto. Il castello, a pochi minuti, mi vide arrivare in orario, nessuno nello spiazzo di ghiaia in fondo al viale alberato. Solo il portone chiuso ed una lanterna rossa accesa in fianco. Sara in un lamé blu elettrico, io nel nero.
Dentro era un mix di profumi costosi, sudore e potere. Tutti indossavano maschere: maschere di volto intero in pelle bianca, maschere d'oro, maschere di ferro che nascondevano l'identità ma esaltavano la lussuria. La musica era un basso profondo che risuonava nel petto, sincronizzandosi con i battiti del mio cuore.
Sara fu fagocitata dalla folla quasi subito, attratta da un gruppo di maschere che ridevano troppo forte. O, forse, separata da me. Mi ritrovai sola, un'isola di pizzo nero in un mare di seta e mistero. Mi avvicinai a un tavolo dei buffet, cercando di calmare i nervi con un sorso di champagne. Le maschere intorno mi fissavano, i loro sguardi nudi e carichi di intenti che non avevano bisogno di parole. Sentii le loro occhiate scivolare sul mio decolté, sui miei fianchi, immaginando cosa ci fosse sotto il vestito.
Poi, l'aria cambiò. Il profumo di cuoio e tabacco mi avvolse, una scia che riconobbi istantaneamente. Il mio corpo si irrigidì, la figa iniziò a pulsare in una risposta traditrice di paura e desiderio. Mi voltai lentamente.
Lapo era lì. Indossava una maschera nera semplice, che lasciava scoperta la bocca crudele e il mento squadrato. Il suo abito scuro era perfetto, senza una piega, ma emanava un pericolo palpabile. Non mi salutò. Si limitò a fissarmi, attraversando la stanza con passo lento e spavaldo, come se fosse il proprietario di quel luogo e di ogni persona dentro di esso.
Si fermò a un niente da me, troppo vicino. Il suo calore mi investì. La sua voce fu un sussurro che graffiava le mie orecchie come la sabbia sul vetro.
- Cagnolina, ci sei. Hai pensato di poter scappare? Che Firenze fosse abbastanza lontana per nasconderti dal tuo padrone? -
- Non sono tua. -
Risposi, ma la voce uscì debole, un filo di suono che si perse nel frastuono della musica.
Lapo rise, privo di gioia. Le sue dita sfiorarono il mio collo, premendo leggermente sulla carotide. Sentii il battito accelerare.
- Sbagliato, sei mia finché non decido di averti finito. E stasera... stasera voglio che tutti vedano quanto sei mia. -
Lo disse avvicinando le labbra al mio orecchio ed un tremito si impossessò di me. Mi afferrò per un polso, mi girò, facendomi guardare la folla di sconosciuti che danzava e rideva, ignara della scena che stava per giocarsi.
- Guardali, tutti questi mascherati. Nessuno sa chi sei. Nessuno sa che sei una puttana assetata di cazzo che ha bisogno di essere dominata per sentirsi viva. -
La vergogna mi arrossì le guance, ma un caldo umido mi allagò le mutandine. La sua mano scivolò sulla mia schiena, trovando la cerniera del vestito.
- La sessione inizia ora, Matilde. Qui. Davanti a loro. -
La sua mano scese più in basso, afferrando il mio culo con forza, spingendo la mia pelvi contro la sua coscia rigida.
- Sei pronta a mostrare a questi estranei cosa succede quando disobbedisci? O preferisci inginocchiarti e leccare le mie scarpe in mezzo alla pista? -
Il cuore mi batteva forte, i volti mascherati sembravano ruotare intorno a noi, una galleria di voyeur in attesa dello spettacolo. Lapo non stava scherzando. La sfida era lì, nuda e cruda come il mio desiderio di essere posseduta in quel modo umiliante. La sua mano si strinse sul mio collo, tagliando leggermente il respiro, come un promessa di soffocamento e piacere estremo.
- La gabbia è aperta, troia. Disobbedisci ed il tuo posto è lì dentro -
Il freddo del marmo contro le mie ginocchia fu un brivido che risalì lungo la schiena, ma non osai alzare lo sguardo. La mano di Lapo si era posata sulla mia nuca, non più una minaccia, ma un collare invisibile, una guida ferma. La mia lingua uscì, esitante, per poi posarsi sulla lucida pelle delle sue scarpe Oxford. Il sapore del cuoio e il leggero retrogusto di polvere da strada riempirono la mia bocca, un miscuglio umile e sgradevole che fece pulsare tra le mie cosce un caldo vergognoso. Leccai il puntale con lentezza, sentendo la ruvidità della lingua contro la levigatezza della materia, mentre un silenzio improvviso, pesante come una lapide, calava sulla sala.
Un raggio di luce accecante, piombò dall'alto trafiggendomi. I miei occhi si abituarono gradualmente, socchiudendo contro l'abbagliamento. Vidi Lapo fare un passo su di me, schiacciandomi la faccia sul pavimento con la suola.
- Signore e signori, ecco il lotto della serata tanto atteso: una novizia tanto calda quanto docile. -
la sua voce rimbombò, amplificata dalle pareti di pietra del Salone. Intorno a noi, l'atmosfera da festa spensierata si crepò e mutò in qualcosa di più feroce. Un fruscio di seta e velluto si levò dalla folla, un suono serpentino di tonache che si aprivano. Maschere d'oro, argento e pelle nera si fecero avanti, ma non erano più ospiti eleganti. Erano predatori. Corpi nudi, o seminudi, sudati e tremanti di desiderio, iniziarono a chiudersi in cerchio attorno al podio dove mi trovavo. Vidi torri muscolose, seni che sfidavano la gravità, cazzi duri che pulsavano all'aria aperta, fighe bagnate che brillavano sotto le luci. Tutti gli occhi erano puntati su di me, una fame collettiva che mi strappò l'aria dai polmoni.
- Spogliati. - comandò Lapo, con una voce dura che non ammetteva repliche.
Le mie mani, che tremavano come foglie al vento, cercarono la cerniera del vestito di pizzo. Il rumore metallico del dentello che scorreva sembrò un colpo di pistola in quel silenzio. Il pizzo scivolò via dalle mie spalle, accumulandosi ai miei piedi in una pozzanghera di tenebra. Rimasi esposta, la mia pelle ambrata illuminata da quel riflettore crudele, offerta alla mercé di quegli sconosciuti mascherati. Lapo mi spinse leggermente con il piede, costringendomi a girare, a mostrare ogni angolo, ogni difetto e ogni pregio.
- Toccati! - sibilò un uomo dalla maschera di ferro, altri ripeterono l'ordine come un coro di demoni.
Le mie dita scivolarono sui miei seni, pizzicando i capezzoli già duri, poi scesero verso l'ombra umida tra le cosce. Mi masturbai lì, sotto quella luce, mentre le offerte iniziavano a volare come proiettili.
- Duemila! -
- Cinque! - una voce femminile
- Settemila cinquecento! -
Le cifre non erano denaro, erano il prezzo della mia dignità. La mia eccitazione era una vergogna fisica, un fiume che scendeva lungo la coscia, visibile a tutti. Il pubblico impazziva, mani che affondavano nelle carni altrui, gemiti soffocati, un'orgia voyeuristica che si nutriva della mia umiliazione.
- Kinbaku-bi! Nawashi! -
Un coro ipnotizzante, ripetuto come un canto, si levò nella sala.
- Daruma! Daruma! - grida qualcuno
- Gyaku ebi!- qualcun altro
- Kaikyaku, Kaikyaku, Kaikyaku -
All'improvviso, un nastro rosso calò dal soffitto alto, oscillando leggermente come un serpente appeso. Lapo afferrò le corde di canapa grezza che erano legate alla sua estremità. La sua espressione cambiò, diventando chirurgica, artistica. Si avvicinò a me, e per un istante, nel caos di quella bestia umana, i nostri occhi si incontrarono. Non c'era crudeltà in quello sguardo, solo una promessa. Una fiducia assurda, folle, si instaurò tra noi in quel secondo. Lui avrebbe controllato la caduta ed il piacere che mi avrebbe regalato.
Iniziò la shibari. Le corde si avvolsero attorno ai miei polsi, strette, sicure, mordendo la pelle senza tagliare. Fece un nodo a otto, poi un altro, intrecciando la canapa attorno al mio busto, sollevando e offrendo i miei seni come frutti maturi. Ogni passaggio era una dichiarazione di possesso, ogni nodo un sigillo. Ogni scorrere di corda una sensazione sempre più piacevole. Sentii il peso del mio corpo spostarsi mentre legava le mie cosce, gemevo di un lamento erotico, il piacere divenne incontenibile quando sfiorò la mia intimità lasciando la mia figa completamente aperta, vulnerabile, un bersaglio chiaro.
- Su. - mormorò, poi tirò le corde.
I miei piedi lasciarono il suolo. Un urlo si bloccò nella mia gola mentre mi ritrovai sospesa, ruotata nel vuoto. La gravità fece scorrere il sangue verso la testa, ma la sensazione dominante era quella di essere intrappolata, una mosca in un'opera d'arte di ragnatele rosse e marroni. Lapo mi fece girare lentamente, in vetrina, in mostra.
Da quella prospettiva capovolta, vidi la folla in tutta la sua orribile gloria. Uomini che si masturbavano furiosamente, donne che si leccavano a vicenda mentre mi fissavano, mani che tenevano in alto i cartelli con le cifre in un delirio frenetico. L'aria era pesante di odore di sesso, sudore e potere.
- Ventimila! - ruggì una voce.
- Venticinque! - un eco ancora femminile.
Le offerte salivano, folli, impossibili. Il mio corpo ondeggiava al ritmo delle corde, un'ancora di salvezza in un oceano di lussuria. Ero esausta, eccitata oltre ogni limite, un pupazzo nelle mani di un burattinaio che stava vendendo il mio corpo e la mia anima al miglior offerente.
Il trambusto si placò di colpo. Un vuoto si aprì nella folla, un uomo vestito interamente di rosso avanzò. Non indossava maschera, o forse il suo viso era la maschera stessa. I suoi occhi erano freddi, vuoti, e portava con sé un'aura di pericolo tangibile che fece rabbrividire persino Lapo.
- Aggiudicato. - disse l'uomo in rosso. La sua voce era la fine di tutto.
Lapo allentò le corde, facendomi scendere a terra con dolcezza, ma l'uomo in rosso fu su di me prima che potessi riprendere fiato. Mi afferrò per i capelli, sollevandomi la faccia, e il suo tocco fu gelido. Mi spinse con violenza in avanti, con i polsi bloccati non potei riprendermi e finii viso a terra, proprio accanto alle scarpe che avevo appena leccato. Le gambe divaricate. Sentii il suo cazzo duro premere contro la mia entrata, bagnata e pronta per lui, non per scelta, ma per istinto animale. Mi dette un calcio sul culo col tacco e gridai, mentre rovinavo a terra dolorante.
- Non qui, cagna. Ora appartieni a me. -
La sua voce fu un colpo più duro: la conoscevo. Poi ordinò a Lapo di sciogliermi i polsi e mettermi il guinzaglio la folla esplose in un applauso assordante che copriva i miei gemiti. Ero stata venduta, ero stata presa, e in quel caos di corpi e urla, non c'era più niente da fare se non arrendersi.
Chiamai Sara solo quando fui in stazione. Un taxi e fui davanti l'uscio del suo palazzo in Oltrarno. Quando mi vide, scese i gradini di corsa. Il suo abbraccio fu violento, un urlo silenzioso trasformato in contatto fisico. Il suo odore di vaniglia, mi avvolse, staccandomi dalla realtà della notte passata.
- Sei qui! Ero quasi sicura che non saresti venuta. -
Fu un sussurro con la faccia sepolta nel mio collo. Le sue mani mi strinsero la schiena, quasi a voler fondere i nostri corpi in un blocco tenace.
La sentii tremare leggermente, o forse ero io a vibrare come una corda troppo tesa. Le sue labbra sfiorarono la mia guancia, un bacio che era più una benedizione che un saluto. Per un istante, il calore del suo corpo mi fece dimenticare il freddo del guinzaglio invisibile che Lapo mi aveva promesso. Entrammo in casa, il parquet scuro che scricchiolava sotto i nostri piedi nudi. Sara mi portò in salotto, versò due tazze di the rosso che sembrava sangue nella porcellana.
- Bere -ordinò dolcemente, accarezzandomi i capelli- poi doccia, dobbiamo cancellare il sentore del mare da te. -
Prima che potessi assaporare l'infuso fumante, il campanello suonò. Sara mi guardò, alzando le spalle. Andò alla porta e tornò con un pacchetto di carta vellutata nera, sigillata con ceralacca rossa. Non c'era indirizzo, solo un simbolo impresso sulla ceralacca: una maschera veneziana stilizzata.
Sara, strappò la ceralacca. Dentro un biglietto ed un plico.
- È per te. Un invito. Per stasera. Al castello Marignolle, accesso riservato agli iniziati. -
- Non ho voglia di feste, Sara. Voglio solo dormire. -
- Strano che lo abbiano portato qui, non credi, Tesoro? -
- Direi troppo, ma ho il terrore di aver capito. -
Solo pochi secondi ed arrivò un vocale, che ordinava di non mancare e di indossare l'abito consegnato. Le parole erano una droga, ed un ricatto a cui non potevo sottrarmi.
- Devo andarci, Sara. -
- Vengo con te. -
Sara aprì il plico. Dentro un vestito di pizzo nero, trasparente in punti strategici, che aderiva alla pelle come una seconda epidermide. Mentre mi aiutava a infilarlo, le sue dita sfiorarono i miei seni, indurendo i capezzoli al contatto con il tessuto ruvido. «Sei bellissima,» mormorò, i suoi occhi scuri che mi fissavano con intensità.
- Sarai una predatrice stasera. -
- Sarò preda. -
Lo dissi con un'arrendevolezza disarmante. La mia amica non si perse d'animo, mi sfilò l'abito e mi spinse fin sotto la doccia. Lei con me, ridendo e toccandomi maliziosa.
Le nostre labbra si avvicinarono pericolosamente fino al punto di baciarci, rise negandosi e si allontanò da me. Il tempo di ristabilire il comando e tornò su di me con fame e desiderio. Le nostre bocche di fusero in una, la sua lingua mi invase e spinse se stessa contro di me. Stretta fra il freddo delle piastrelle ed il calore del suo corpo morbido, flagellata dall'acqua, gemetti del suo tocco alla mia intimità.
Mi inginocchiai alla sua statuaria bellezza ed affondai la mia faccia nel suo profumo di femmina. Le mie mani su di lei, le mie dita a gustare la sua pelle. Le sue, affondate nei miei capelli fradici.
La porta del bagno si aprì con un leggero cigolio sui cardini, il suo gatto entrò con le mie mutandine sulla testa e noi due scoppiammo a ridere crollando sedute a terra.
Ma la sera calò su Firenze come un sipario di velluto. Il castello, a pochi minuti, mi vide arrivare in orario, nessuno nello spiazzo di ghiaia in fondo al viale alberato. Solo il portone chiuso ed una lanterna rossa accesa in fianco. Sara in un lamé blu elettrico, io nel nero.
Dentro era un mix di profumi costosi, sudore e potere. Tutti indossavano maschere: maschere di volto intero in pelle bianca, maschere d'oro, maschere di ferro che nascondevano l'identità ma esaltavano la lussuria. La musica era un basso profondo che risuonava nel petto, sincronizzandosi con i battiti del mio cuore.
Sara fu fagocitata dalla folla quasi subito, attratta da un gruppo di maschere che ridevano troppo forte. O, forse, separata da me. Mi ritrovai sola, un'isola di pizzo nero in un mare di seta e mistero. Mi avvicinai a un tavolo dei buffet, cercando di calmare i nervi con un sorso di champagne. Le maschere intorno mi fissavano, i loro sguardi nudi e carichi di intenti che non avevano bisogno di parole. Sentii le loro occhiate scivolare sul mio decolté, sui miei fianchi, immaginando cosa ci fosse sotto il vestito.
Poi, l'aria cambiò. Il profumo di cuoio e tabacco mi avvolse, una scia che riconobbi istantaneamente. Il mio corpo si irrigidì, la figa iniziò a pulsare in una risposta traditrice di paura e desiderio. Mi voltai lentamente.
Lapo era lì. Indossava una maschera nera semplice, che lasciava scoperta la bocca crudele e il mento squadrato. Il suo abito scuro era perfetto, senza una piega, ma emanava un pericolo palpabile. Non mi salutò. Si limitò a fissarmi, attraversando la stanza con passo lento e spavaldo, come se fosse il proprietario di quel luogo e di ogni persona dentro di esso.
Si fermò a un niente da me, troppo vicino. Il suo calore mi investì. La sua voce fu un sussurro che graffiava le mie orecchie come la sabbia sul vetro.
- Cagnolina, ci sei. Hai pensato di poter scappare? Che Firenze fosse abbastanza lontana per nasconderti dal tuo padrone? -
- Non sono tua. -
Risposi, ma la voce uscì debole, un filo di suono che si perse nel frastuono della musica.
Lapo rise, privo di gioia. Le sue dita sfiorarono il mio collo, premendo leggermente sulla carotide. Sentii il battito accelerare.
- Sbagliato, sei mia finché non decido di averti finito. E stasera... stasera voglio che tutti vedano quanto sei mia. -
Lo disse avvicinando le labbra al mio orecchio ed un tremito si impossessò di me. Mi afferrò per un polso, mi girò, facendomi guardare la folla di sconosciuti che danzava e rideva, ignara della scena che stava per giocarsi.
- Guardali, tutti questi mascherati. Nessuno sa chi sei. Nessuno sa che sei una puttana assetata di cazzo che ha bisogno di essere dominata per sentirsi viva. -
La vergogna mi arrossì le guance, ma un caldo umido mi allagò le mutandine. La sua mano scivolò sulla mia schiena, trovando la cerniera del vestito.
- La sessione inizia ora, Matilde. Qui. Davanti a loro. -
La sua mano scese più in basso, afferrando il mio culo con forza, spingendo la mia pelvi contro la sua coscia rigida.
- Sei pronta a mostrare a questi estranei cosa succede quando disobbedisci? O preferisci inginocchiarti e leccare le mie scarpe in mezzo alla pista? -
Il cuore mi batteva forte, i volti mascherati sembravano ruotare intorno a noi, una galleria di voyeur in attesa dello spettacolo. Lapo non stava scherzando. La sfida era lì, nuda e cruda come il mio desiderio di essere posseduta in quel modo umiliante. La sua mano si strinse sul mio collo, tagliando leggermente il respiro, come un promessa di soffocamento e piacere estremo.
- La gabbia è aperta, troia. Disobbedisci ed il tuo posto è lì dentro -
Il freddo del marmo contro le mie ginocchia fu un brivido che risalì lungo la schiena, ma non osai alzare lo sguardo. La mano di Lapo si era posata sulla mia nuca, non più una minaccia, ma un collare invisibile, una guida ferma. La mia lingua uscì, esitante, per poi posarsi sulla lucida pelle delle sue scarpe Oxford. Il sapore del cuoio e il leggero retrogusto di polvere da strada riempirono la mia bocca, un miscuglio umile e sgradevole che fece pulsare tra le mie cosce un caldo vergognoso. Leccai il puntale con lentezza, sentendo la ruvidità della lingua contro la levigatezza della materia, mentre un silenzio improvviso, pesante come una lapide, calava sulla sala.
Un raggio di luce accecante, piombò dall'alto trafiggendomi. I miei occhi si abituarono gradualmente, socchiudendo contro l'abbagliamento. Vidi Lapo fare un passo su di me, schiacciandomi la faccia sul pavimento con la suola.
- Signore e signori, ecco il lotto della serata tanto atteso: una novizia tanto calda quanto docile. -
la sua voce rimbombò, amplificata dalle pareti di pietra del Salone. Intorno a noi, l'atmosfera da festa spensierata si crepò e mutò in qualcosa di più feroce. Un fruscio di seta e velluto si levò dalla folla, un suono serpentino di tonache che si aprivano. Maschere d'oro, argento e pelle nera si fecero avanti, ma non erano più ospiti eleganti. Erano predatori. Corpi nudi, o seminudi, sudati e tremanti di desiderio, iniziarono a chiudersi in cerchio attorno al podio dove mi trovavo. Vidi torri muscolose, seni che sfidavano la gravità, cazzi duri che pulsavano all'aria aperta, fighe bagnate che brillavano sotto le luci. Tutti gli occhi erano puntati su di me, una fame collettiva che mi strappò l'aria dai polmoni.
- Spogliati. - comandò Lapo, con una voce dura che non ammetteva repliche.
Le mie mani, che tremavano come foglie al vento, cercarono la cerniera del vestito di pizzo. Il rumore metallico del dentello che scorreva sembrò un colpo di pistola in quel silenzio. Il pizzo scivolò via dalle mie spalle, accumulandosi ai miei piedi in una pozzanghera di tenebra. Rimasi esposta, la mia pelle ambrata illuminata da quel riflettore crudele, offerta alla mercé di quegli sconosciuti mascherati. Lapo mi spinse leggermente con il piede, costringendomi a girare, a mostrare ogni angolo, ogni difetto e ogni pregio.
- Toccati! - sibilò un uomo dalla maschera di ferro, altri ripeterono l'ordine come un coro di demoni.
Le mie dita scivolarono sui miei seni, pizzicando i capezzoli già duri, poi scesero verso l'ombra umida tra le cosce. Mi masturbai lì, sotto quella luce, mentre le offerte iniziavano a volare come proiettili.
- Duemila! -
- Cinque! - una voce femminile
- Settemila cinquecento! -
Le cifre non erano denaro, erano il prezzo della mia dignità. La mia eccitazione era una vergogna fisica, un fiume che scendeva lungo la coscia, visibile a tutti. Il pubblico impazziva, mani che affondavano nelle carni altrui, gemiti soffocati, un'orgia voyeuristica che si nutriva della mia umiliazione.
- Kinbaku-bi! Nawashi! -
Un coro ipnotizzante, ripetuto come un canto, si levò nella sala.
- Daruma! Daruma! - grida qualcuno
- Gyaku ebi!- qualcun altro
- Kaikyaku, Kaikyaku, Kaikyaku -
All'improvviso, un nastro rosso calò dal soffitto alto, oscillando leggermente come un serpente appeso. Lapo afferrò le corde di canapa grezza che erano legate alla sua estremità. La sua espressione cambiò, diventando chirurgica, artistica. Si avvicinò a me, e per un istante, nel caos di quella bestia umana, i nostri occhi si incontrarono. Non c'era crudeltà in quello sguardo, solo una promessa. Una fiducia assurda, folle, si instaurò tra noi in quel secondo. Lui avrebbe controllato la caduta ed il piacere che mi avrebbe regalato.
Iniziò la shibari. Le corde si avvolsero attorno ai miei polsi, strette, sicure, mordendo la pelle senza tagliare. Fece un nodo a otto, poi un altro, intrecciando la canapa attorno al mio busto, sollevando e offrendo i miei seni come frutti maturi. Ogni passaggio era una dichiarazione di possesso, ogni nodo un sigillo. Ogni scorrere di corda una sensazione sempre più piacevole. Sentii il peso del mio corpo spostarsi mentre legava le mie cosce, gemevo di un lamento erotico, il piacere divenne incontenibile quando sfiorò la mia intimità lasciando la mia figa completamente aperta, vulnerabile, un bersaglio chiaro.
- Su. - mormorò, poi tirò le corde.
I miei piedi lasciarono il suolo. Un urlo si bloccò nella mia gola mentre mi ritrovai sospesa, ruotata nel vuoto. La gravità fece scorrere il sangue verso la testa, ma la sensazione dominante era quella di essere intrappolata, una mosca in un'opera d'arte di ragnatele rosse e marroni. Lapo mi fece girare lentamente, in vetrina, in mostra.
Da quella prospettiva capovolta, vidi la folla in tutta la sua orribile gloria. Uomini che si masturbavano furiosamente, donne che si leccavano a vicenda mentre mi fissavano, mani che tenevano in alto i cartelli con le cifre in un delirio frenetico. L'aria era pesante di odore di sesso, sudore e potere.
- Ventimila! - ruggì una voce.
- Venticinque! - un eco ancora femminile.
Le offerte salivano, folli, impossibili. Il mio corpo ondeggiava al ritmo delle corde, un'ancora di salvezza in un oceano di lussuria. Ero esausta, eccitata oltre ogni limite, un pupazzo nelle mani di un burattinaio che stava vendendo il mio corpo e la mia anima al miglior offerente.
Il trambusto si placò di colpo. Un vuoto si aprì nella folla, un uomo vestito interamente di rosso avanzò. Non indossava maschera, o forse il suo viso era la maschera stessa. I suoi occhi erano freddi, vuoti, e portava con sé un'aura di pericolo tangibile che fece rabbrividire persino Lapo.
- Aggiudicato. - disse l'uomo in rosso. La sua voce era la fine di tutto.
Lapo allentò le corde, facendomi scendere a terra con dolcezza, ma l'uomo in rosso fu su di me prima che potessi riprendere fiato. Mi afferrò per i capelli, sollevandomi la faccia, e il suo tocco fu gelido. Mi spinse con violenza in avanti, con i polsi bloccati non potei riprendermi e finii viso a terra, proprio accanto alle scarpe che avevo appena leccato. Le gambe divaricate. Sentii il suo cazzo duro premere contro la mia entrata, bagnata e pronta per lui, non per scelta, ma per istinto animale. Mi dette un calcio sul culo col tacco e gridai, mentre rovinavo a terra dolorante.
- Non qui, cagna. Ora appartieni a me. -
La sua voce fu un colpo più duro: la conoscevo. Poi ordinò a Lapo di sciogliermi i polsi e mettermi il guinzaglio la folla esplose in un applauso assordante che copriva i miei gemiti. Ero stata venduta, ero stata presa, e in quel caos di corpi e urla, non c'era più niente da fare se non arrendersi.
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