Chi sei tu? (parte-1)
scritto il 2026-10-06 tempo di lettura 9 min
di
DootCinque
genere
dominazione
cura
A
L’aria di fine settembre a Modena aveva ancora qualcosa di estivo, ma già si sentiva il cambio di stagione. Il sole batteva più basso, le ombre si allungavano prima, e la città sembrava tornare a un ritmo più serio dopo i mesi caldi. Tra le vie del centro e le zone un po’ più defilate, la vita scorreva ordinata: studenti che rientravano, impiegati che uscivano dagli uffici, operai che finivano il turno.
Margherita camminava con il passo sicuro di chi sa esattamente dove sta andando. Ventiquattro anni, capelli neri lisci tagliati a caschetto che le battevano leggermente contro le guance a ogni movimento, fisico magro e tonico che tradiva anni di ginnastica e di palestra. Indossava jeans scuri e una camicia leggera, niente di particolare, eppure c’era in lei quella naturale baldanza di chi non ha bisogno di farsi notare per esistere.
Lavorava in una fabbrica di pelletteria dalla parte opposta della città e studiava. Viveva ancora con i genitori e con Rosa, la sorella minore appena diventata maggiorenne. Non era una vita eccezionale, ma funzionava. Lei la teneva insieme con disciplina e un certo orgoglio silenzioso.
Quel pomeriggio doveva passare in banca.
L’agenzia era in una via laterale del centro, una di quelle filiali mediamente affollate nel tardo pomeriggio. Margherita entrò, diede un’occhiata veloce allo schermo dei numeri e si sedette ad aspettare. Non era di quelle che si agitano o controllano continuamente il telefono. Stava ferma, schiena dritta, gambe incrociate, lo sguardo che di tanto in tanto vagava verso il bancone.
Quando il suo numero apparve, si alzò e si avvicinò allo sportello indicato.
Dietro il bancone c’era un uomo sulla cinquantina. Capelli brizzolati, occhiali sottili, camicia chiara e una giacca sobria. Niente di particolarmente memorabile a un primo sguardo. Un impiegato come tanti.
«Buongiorno», disse lui con voce calma, professionale. «Mi dica pure.»
Margherita spiegò la questione legata allo stipendio e ad alcuni movimenti sul conto. Parlava in modo chiaro, diretto, senza giri di parole. Lui ascoltava, annuiva, prendeva appunti con gesti precisi. Di tanto in tanto alzava lo sguardo verso di lei, non in modo invadente, ma abbastanza da far capire che stava prestando attenzione non solo ai numeri.
«Ha portato tutta la documentazione?», chiese a un certo punto.
«Sì», rispose lei, estraendo i fogli dalla borsa con un movimento sicuro. «Dovrebbe esserci tutto.»
Lui li prese, li scorse rapidamente, poi tornò a guardarla.
«Perfetto. Ci vorranno un paio di giorni lavorativi per completare l’operazione. Le mando una conferma via email appena è fatta.»
Margherita annuì. «Va bene. Grazie.»
Ci fu un attimo di silenzio mentre lui digitava qualcosa sulla tastiera. Poi, senza alzare troppo la voce, aggiunse:
«Lavora in zona, se non erro?»
Lei lo guardò, leggermente sorpresa dalla domanda, ma non infastidita. «Sì. In una fabbrica di pelletteria, dalla parte di…» e fece un gesto vago con la mano.
Lui sorrise appena, un sorriso piccolo, cortese. «Capita spesso di vedere studenti-lavoratori. Non è semplice tenere tutto insieme.»
«Si fa», rispose lei con un tono quasi sprezzante, come a dire che non era un problema. Poi si corresse leggermente: «Cioè, si fa se uno vuole.»
Enzo annuì lentamente, come se avesse preso nota di quella frase più di quanto mostrasse.
«Giusto», disse solo. Poi le riconsegnò i documenti. «È tutto a posto. Buona giornata.»
Margherita prese i fogli, li infilò nella borsa e si allontanò con lo stesso passo sicuro di quando era entrata. Non si voltò. Non aveva motivo di farlo.
Dietro il bancone, Enzo la seguì con lo sguardo per qualche secondo, poi tornò allo schermo. Il volto era tornato impassibile, professionale. Solo gli occhi, per un attimo, avevano qualcosa di più attento, di più fermo.
Erano passate quasi tre settimane.
Margherita aveva quasi dimenticato l’impiegato della banca. Non del tutto — qualcosa nel tono calmo e nell’attenzione un po’ troppo precisa le era rimasto impresso — ma non abbastanza da pensarci attivamente. La vita aveva ripreso il suo ritmo: fabbrica, università, palestra, qualche uscita con le amiche nel weekend. Niente di particolare.
Quel giovedì pomeriggio era uscita un po’ prima dal lavoro. Aveva tempo prima di una lezione serale e aveva deciso di fermarsi in un bar del centro, uno di quelli frequentati da un misto di studenti, impiegati e gente che semplicemente voleva un momento di pausa. Non un locale alla moda, solo un posto tranquillo con tavolini all’esterno e una sala interna sobria.
Si era seduta a un tavolo vicino alla vetrata, aveva ordinato un caffè e stava scorrendo il telefono quando sentì una voce familiare.
«Mi scusi… Margherita, giusto?»
Alzò lo sguardo. Era lui. L’impiegato della banca. Stessa camicia chiara, stessi occhiali, stessa aria ordinata e anonima. Aveva una cartella di lavoro sotto il braccio e sembrava sinceramente sorpreso di vederla.
«Sì», rispose lei, un po’ colta di sorpresa ma non a disagio. «Buonasera.»
«Che coincidenza. Stavo tornando a casa e ho pensato di fermarmi un momento.» Indicò il bancone con un leggero cenno del capo. «Posso… o preferisce restare da sola?»
Margherita esitò un attimo, poi fece un piccolo gesto verso la sedia libera. «Si accomodi pure. Tanto sto solo aspettando l’orario della lezione.»
Enzo si sedette con naturalezza, senza sembrare troppo contento né troppo distaccato. Ordinò un tè e per qualche minuto parlarono di cose banali: il lavoro, il traffico, il fatto che settembre stesse finendo troppo in fretta. Lui ascoltava più di quanto parlasse, e quando parlava lo faceva con quella calma misurata che aveva già mostrato in banca.
A un certo punto, dopo un silenzio non scomodo, chiese:
«Com’è andata con la pratica dello stipendio? Tutto a posto?»
«Sì, grazie. Arrivata la conferma dopo due giorni, come aveva detto.»
Lui annuì. «Bene.» Poi, dopo un attimo: «Lavora ancora gli stessi orari?»
«Più o meno. Dipende dai turni. A volte finisco prima, a volte no.»
«E l’università? Riesce a tenere il passo?»
Margherita sorrise a mezzo, un sorriso sicuro, quasi un po’ sprezzante verso l’idea che qualcuno potesse pensare che non ce la facesse. «Si fa. Non è che abbia scelta, comunque.»
Enzo la guardò per un secondo più lungo del necessario, poi abbassò lo sguardo verso la tazza.
«Ha un modo molto concreto di affrontare le cose», disse. Non era un complimento sdolcinato, né un giudizio. Sembrava quasi un’osservazione fatta per sé.
Lei alzò leggermente un sopracciglio. «È un difetto?»
«No», rispose lui con calma. «Anzi. È raro.»
Non aggiunse altro. Non insistette. Cambiò discorso con naturalezza, chiedendole se conosceva qualche posto decente in zona per mangiare qualcosa di veloce la sera, e la conversazione scivolò di nuovo su argomenti leggeri.
Rimasero insieme poco più di venti minuti. Poi Margherita guardò l’ora, disse che doveva andare e si alzò. Enzo si alzò anch’egli, cortese.
«È stato un piacere rivederla», disse semplicemente. «Magari ci si rivede in giro.»
«È possibile», rispose lei, con quello stesso tono sicuro e un po’ distaccato che usava spesso.
Uscì dal bar senza voltarsi. Camminava veloce, schiena dritta, capelli neri che si muovevano leggermente a ogni passo.
Dietro il vetro, Enzo la seguì con lo sguardo fino a quando sparì dietro l’angolo. Poi si sedette di nuovo, prese il telefono e digitò qualcosa di breve. Il volto era tornato impassibile. Solo gli occhi avevano quella stessa attenzione ferma di tre settimane prima.
Erano passati sei giorni dal bar.
Margherita era in pausa alla fabbrica, seduta su una panchina esterna con il telefono in mano, quando il numero sconosciuto chiamò. Rispose con il tono abituale, un po’ frettoloso.
«Pronto?»
«Buongiorno, sono Enzo, della filiale di…» disse la voce calma e riconoscibile. «Spero di non disturbarla.»
Lei si raddrizzò leggermente, sorpresa. «No, dica pure.»
«La richiamo per una questione di servizio. La sua carta bancomat risulta in scadenza entro la fine del mese. Volevo solo ricordarle di passare a ritirare la nuova quando vuole, così evitiamo interruzioni.»
«Ah. Grazie. Non ci avevo fatto caso.»
«È una cosa che capita spesso», rispose lui con naturalezza. «Se preferisce, posso prenotarle un appuntamento in un orario comodo, così non perde tempo.»
Margherita esitò un attimo. «Va bene, magari verso metà settimana, nel tardo pomeriggio.»
«Perfetto. Annoto. Buona giornata, allora.»
«Anche a lei.»
La chiamata durò meno di un minuto. Quando riattaccò, Margherita restò un secondo a guardare lo schermo, poi scrollò le spalle e tornò a quello che stava facendo. Una telefonata di servizio. Niente di più.
Era un martedì. Margherita era uscita dalla fabbrica per la pausa pranzo e stava camminando verso un bar-tavola calda che frequentava ogni tanto, quando lo vide. Enzo stava uscendo da un portone di uffici a una cinquantina di metri di distanza, con la solita cartella sotto il braccio.
Si notarono quasi nello stesso momento. Lui alzò una mano in un saluto sobrio. Lei rispose con un cenno del capo.
«Che coincidenza», disse lui avvicinandosi. «Anche lei in pausa?»
«Sì. Stavo andando a mangiare qualcosa di veloce.»
Enzo guardò l’orologio, poi lei. «Se non le dispiace la compagnia, posso unirmi. Conosco un posto qui vicino, semplice ma decente.»
Margherita valutò per un secondo. Non aveva appuntamenti, non aveva particolari voglie di stare da sola, e lui non le dava l’impressione di essere invadente. Annuì.
«Va bene.»
Il posto era una trattoria piccola, senza pretese, con tavoli di legno e un menù del giorno scritto a mano. Ordinarono entrambi piatti semplici. La conversazione partì leggera: il lavoro, il traffico, il fatto che ottobre stesse diventando improvvisamente più freddo.
Poi, mentre aspettavano il caffè, Enzo chiese con tono disinvolto:
«Come fa a tenere insieme tutto? Fabbrica, università, palestra… Non deve essere semplice.»
Margherita scrollò le spalle, sicura. «Si organizza. Io sono fatta così: se non ho le cose in ordine mi sento a disagio.»
Lui annuì lentamente. «Quindi le piace avere il controllo.»
Non era una domanda, era quasi un’affermazione. Lei lo guardò un attimo, poi sorrise a mezzo.
«Diciamo che non mi piace quando le cose sfuggono di mano.»
«Capita a tutti, prima o poi», rispose lui con calma. «Anche a chi è abituato a tenerle ferme.»
Non insistette. Cambiò discorso poco dopo, chiedendole dei corsi universitari e di come si trovava con i compagni di studio. Margherita rispose con la sua solita franchezza, senza rendersi conto di quanto stesse rivelando del suo modo di funzionare.
Quando uscirono, si salutarono in modo cordiale. Nessuna proposta di rivedersi, nessun messaggio immediato.
Solo mentre camminava verso la fabbrica, Margherita si accorse di aver parlato più del solito. E di non essersene pentita.
Margherita camminava con il passo sicuro di chi sa esattamente dove sta andando. Ventiquattro anni, capelli neri lisci tagliati a caschetto che le battevano leggermente contro le guance a ogni movimento, fisico magro e tonico che tradiva anni di ginnastica e di palestra. Indossava jeans scuri e una camicia leggera, niente di particolare, eppure c’era in lei quella naturale baldanza di chi non ha bisogno di farsi notare per esistere.
Lavorava in una fabbrica di pelletteria dalla parte opposta della città e studiava. Viveva ancora con i genitori e con Rosa, la sorella minore appena diventata maggiorenne. Non era una vita eccezionale, ma funzionava. Lei la teneva insieme con disciplina e un certo orgoglio silenzioso.
Quel pomeriggio doveva passare in banca.
L’agenzia era in una via laterale del centro, una di quelle filiali mediamente affollate nel tardo pomeriggio. Margherita entrò, diede un’occhiata veloce allo schermo dei numeri e si sedette ad aspettare. Non era di quelle che si agitano o controllano continuamente il telefono. Stava ferma, schiena dritta, gambe incrociate, lo sguardo che di tanto in tanto vagava verso il bancone.
Quando il suo numero apparve, si alzò e si avvicinò allo sportello indicato.
Dietro il bancone c’era un uomo sulla cinquantina. Capelli brizzolati, occhiali sottili, camicia chiara e una giacca sobria. Niente di particolarmente memorabile a un primo sguardo. Un impiegato come tanti.
«Buongiorno», disse lui con voce calma, professionale. «Mi dica pure.»
Margherita spiegò la questione legata allo stipendio e ad alcuni movimenti sul conto. Parlava in modo chiaro, diretto, senza giri di parole. Lui ascoltava, annuiva, prendeva appunti con gesti precisi. Di tanto in tanto alzava lo sguardo verso di lei, non in modo invadente, ma abbastanza da far capire che stava prestando attenzione non solo ai numeri.
«Ha portato tutta la documentazione?», chiese a un certo punto.
«Sì», rispose lei, estraendo i fogli dalla borsa con un movimento sicuro. «Dovrebbe esserci tutto.»
Lui li prese, li scorse rapidamente, poi tornò a guardarla.
«Perfetto. Ci vorranno un paio di giorni lavorativi per completare l’operazione. Le mando una conferma via email appena è fatta.»
Margherita annuì. «Va bene. Grazie.»
Ci fu un attimo di silenzio mentre lui digitava qualcosa sulla tastiera. Poi, senza alzare troppo la voce, aggiunse:
«Lavora in zona, se non erro?»
Lei lo guardò, leggermente sorpresa dalla domanda, ma non infastidita. «Sì. In una fabbrica di pelletteria, dalla parte di…» e fece un gesto vago con la mano.
Lui sorrise appena, un sorriso piccolo, cortese. «Capita spesso di vedere studenti-lavoratori. Non è semplice tenere tutto insieme.»
«Si fa», rispose lei con un tono quasi sprezzante, come a dire che non era un problema. Poi si corresse leggermente: «Cioè, si fa se uno vuole.»
Enzo annuì lentamente, come se avesse preso nota di quella frase più di quanto mostrasse.
«Giusto», disse solo. Poi le riconsegnò i documenti. «È tutto a posto. Buona giornata.»
Margherita prese i fogli, li infilò nella borsa e si allontanò con lo stesso passo sicuro di quando era entrata. Non si voltò. Non aveva motivo di farlo.
Dietro il bancone, Enzo la seguì con lo sguardo per qualche secondo, poi tornò allo schermo. Il volto era tornato impassibile, professionale. Solo gli occhi, per un attimo, avevano qualcosa di più attento, di più fermo.
Erano passate quasi tre settimane.
Margherita aveva quasi dimenticato l’impiegato della banca. Non del tutto — qualcosa nel tono calmo e nell’attenzione un po’ troppo precisa le era rimasto impresso — ma non abbastanza da pensarci attivamente. La vita aveva ripreso il suo ritmo: fabbrica, università, palestra, qualche uscita con le amiche nel weekend. Niente di particolare.
Quel giovedì pomeriggio era uscita un po’ prima dal lavoro. Aveva tempo prima di una lezione serale e aveva deciso di fermarsi in un bar del centro, uno di quelli frequentati da un misto di studenti, impiegati e gente che semplicemente voleva un momento di pausa. Non un locale alla moda, solo un posto tranquillo con tavolini all’esterno e una sala interna sobria.
Si era seduta a un tavolo vicino alla vetrata, aveva ordinato un caffè e stava scorrendo il telefono quando sentì una voce familiare.
«Mi scusi… Margherita, giusto?»
Alzò lo sguardo. Era lui. L’impiegato della banca. Stessa camicia chiara, stessi occhiali, stessa aria ordinata e anonima. Aveva una cartella di lavoro sotto il braccio e sembrava sinceramente sorpreso di vederla.
«Sì», rispose lei, un po’ colta di sorpresa ma non a disagio. «Buonasera.»
«Che coincidenza. Stavo tornando a casa e ho pensato di fermarmi un momento.» Indicò il bancone con un leggero cenno del capo. «Posso… o preferisce restare da sola?»
Margherita esitò un attimo, poi fece un piccolo gesto verso la sedia libera. «Si accomodi pure. Tanto sto solo aspettando l’orario della lezione.»
Enzo si sedette con naturalezza, senza sembrare troppo contento né troppo distaccato. Ordinò un tè e per qualche minuto parlarono di cose banali: il lavoro, il traffico, il fatto che settembre stesse finendo troppo in fretta. Lui ascoltava più di quanto parlasse, e quando parlava lo faceva con quella calma misurata che aveva già mostrato in banca.
A un certo punto, dopo un silenzio non scomodo, chiese:
«Com’è andata con la pratica dello stipendio? Tutto a posto?»
«Sì, grazie. Arrivata la conferma dopo due giorni, come aveva detto.»
Lui annuì. «Bene.» Poi, dopo un attimo: «Lavora ancora gli stessi orari?»
«Più o meno. Dipende dai turni. A volte finisco prima, a volte no.»
«E l’università? Riesce a tenere il passo?»
Margherita sorrise a mezzo, un sorriso sicuro, quasi un po’ sprezzante verso l’idea che qualcuno potesse pensare che non ce la facesse. «Si fa. Non è che abbia scelta, comunque.»
Enzo la guardò per un secondo più lungo del necessario, poi abbassò lo sguardo verso la tazza.
«Ha un modo molto concreto di affrontare le cose», disse. Non era un complimento sdolcinato, né un giudizio. Sembrava quasi un’osservazione fatta per sé.
Lei alzò leggermente un sopracciglio. «È un difetto?»
«No», rispose lui con calma. «Anzi. È raro.»
Non aggiunse altro. Non insistette. Cambiò discorso con naturalezza, chiedendole se conosceva qualche posto decente in zona per mangiare qualcosa di veloce la sera, e la conversazione scivolò di nuovo su argomenti leggeri.
Rimasero insieme poco più di venti minuti. Poi Margherita guardò l’ora, disse che doveva andare e si alzò. Enzo si alzò anch’egli, cortese.
«È stato un piacere rivederla», disse semplicemente. «Magari ci si rivede in giro.»
«È possibile», rispose lei, con quello stesso tono sicuro e un po’ distaccato che usava spesso.
Uscì dal bar senza voltarsi. Camminava veloce, schiena dritta, capelli neri che si muovevano leggermente a ogni passo.
Dietro il vetro, Enzo la seguì con lo sguardo fino a quando sparì dietro l’angolo. Poi si sedette di nuovo, prese il telefono e digitò qualcosa di breve. Il volto era tornato impassibile. Solo gli occhi avevano quella stessa attenzione ferma di tre settimane prima.
Erano passati sei giorni dal bar.
Margherita era in pausa alla fabbrica, seduta su una panchina esterna con il telefono in mano, quando il numero sconosciuto chiamò. Rispose con il tono abituale, un po’ frettoloso.
«Pronto?»
«Buongiorno, sono Enzo, della filiale di…» disse la voce calma e riconoscibile. «Spero di non disturbarla.»
Lei si raddrizzò leggermente, sorpresa. «No, dica pure.»
«La richiamo per una questione di servizio. La sua carta bancomat risulta in scadenza entro la fine del mese. Volevo solo ricordarle di passare a ritirare la nuova quando vuole, così evitiamo interruzioni.»
«Ah. Grazie. Non ci avevo fatto caso.»
«È una cosa che capita spesso», rispose lui con naturalezza. «Se preferisce, posso prenotarle un appuntamento in un orario comodo, così non perde tempo.»
Margherita esitò un attimo. «Va bene, magari verso metà settimana, nel tardo pomeriggio.»
«Perfetto. Annoto. Buona giornata, allora.»
«Anche a lei.»
La chiamata durò meno di un minuto. Quando riattaccò, Margherita restò un secondo a guardare lo schermo, poi scrollò le spalle e tornò a quello che stava facendo. Una telefonata di servizio. Niente di più.
Era un martedì. Margherita era uscita dalla fabbrica per la pausa pranzo e stava camminando verso un bar-tavola calda che frequentava ogni tanto, quando lo vide. Enzo stava uscendo da un portone di uffici a una cinquantina di metri di distanza, con la solita cartella sotto il braccio.
Si notarono quasi nello stesso momento. Lui alzò una mano in un saluto sobrio. Lei rispose con un cenno del capo.
«Che coincidenza», disse lui avvicinandosi. «Anche lei in pausa?»
«Sì. Stavo andando a mangiare qualcosa di veloce.»
Enzo guardò l’orologio, poi lei. «Se non le dispiace la compagnia, posso unirmi. Conosco un posto qui vicino, semplice ma decente.»
Margherita valutò per un secondo. Non aveva appuntamenti, non aveva particolari voglie di stare da sola, e lui non le dava l’impressione di essere invadente. Annuì.
«Va bene.»
Il posto era una trattoria piccola, senza pretese, con tavoli di legno e un menù del giorno scritto a mano. Ordinarono entrambi piatti semplici. La conversazione partì leggera: il lavoro, il traffico, il fatto che ottobre stesse diventando improvvisamente più freddo.
Poi, mentre aspettavano il caffè, Enzo chiese con tono disinvolto:
«Come fa a tenere insieme tutto? Fabbrica, università, palestra… Non deve essere semplice.»
Margherita scrollò le spalle, sicura. «Si organizza. Io sono fatta così: se non ho le cose in ordine mi sento a disagio.»
Lui annuì lentamente. «Quindi le piace avere il controllo.»
Non era una domanda, era quasi un’affermazione. Lei lo guardò un attimo, poi sorrise a mezzo.
«Diciamo che non mi piace quando le cose sfuggono di mano.»
«Capita a tutti, prima o poi», rispose lui con calma. «Anche a chi è abituato a tenerle ferme.»
Non insistette. Cambiò discorso poco dopo, chiedendole dei corsi universitari e di come si trovava con i compagni di studio. Margherita rispose con la sua solita franchezza, senza rendersi conto di quanto stesse rivelando del suo modo di funzionare.
Quando uscirono, si salutarono in modo cordiale. Nessuna proposta di rivedersi, nessun messaggio immediato.
Solo mentre camminava verso la fabbrica, Margherita si accorse di aver parlato più del solito. E di non essersene pentita.
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