Il regalo del papà
scritto il 2026-10-06 tempo di lettura 6 min
di
Nicola Pavelli
genere
incesti
cura
A
Scrivo racconti erotici personalizzati su commissione. Se interessati/e, scrivetemi sul mio indirizzo e-mail: nicola.pavelli@gmail.com
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BUONA LETTURA
Il ristorante era vuoto. I camerieri avevano tolto la tovaglia sporca di briciole e vino, lasciando solo il lucido del legno e l’odore di aglio e fondi di caffè. Mio padre, Cesare, si era alzato per pagare. Lo guardai mentre estraeva il portafoglio, le dita lunghe e nodose, le stesse che per venticinque anni avevano chiuso le cerniere del mio giubbotto, firmato i compiti, acceso la luce nel corridoio di notte.
“Grazie per la cena, papà.” “Non chiamarmi papà stasera.” La sua voce era piatta, un’affermazione. Non un’imposizione, un fatto. Mise via il portafoglio e mi guardò. I suoi occhi, del mio stesso grigio-verde, non sorridevano. Studiavano. La lampada a sospensione sopra di noi gettava un cono di luce gialla che tagliava il suo viso a metà, lasciando l’altra nell’ombra.
“Come vuoi che ti chiami?” “Cesare. Sono Cesare.” Annui. Il cuore batteva così forte che sentivo il polso nelle orecchie. Avevamo bevuto due bottiglie di rosso. Il calore mi era sceso nello stomaco, poi più in basso, un’onda opaca e insistente. Il viaggio in taxi fino a casa sua fu silenzioso. Guardavo i lampioni che sfumavano sul vetro bagnato. Lui guidava guardando la strada, una mano sul cambio, l’altra appoggiata al finestrino. Non mi toccò. Non disse nulla.
Il suo appartamento odorava di legno vecchio e di tabacco leggero. Chiuse la porta e il clic della serratura fu un punto finale. Appoggiò le chiavi sul mobiletto dell’ingresso. “Vieni.” Lo seguii in salotto. Non accese la luce principale. Solo una lampada da terra proiettava lunghe ombre sui libri alle pareti. Si voltò verso di me. Il suo corpo, alto e magro nella camicia bianca stropicciata, era una silhouette familiare eppure totalmente nuova.
“È quello che vuoi?” chiese. Non c’era traccia del padre nella voce. C’era un uomo che chiedeva a una donna. “Sì,” dissi, e la mia voce non tremò. “Dimmi cosa vuoi.” Inspirai. L’aria sapeva di lui, di quella lozione che usava da sempre. “Voglio che tu mi lecchi. Che mi lecchi la fica. Per il mio compleanno.” Le parole, così grezze, così fuori posto in quella stanza piena dei nostri ricordi familiari, rimasero sospese. Lui non batté ciglio. Fece un cenno con il capo.
“Siediti sul divano.” Mi sedetti. La stoffa ruvida del vecchio Chesterfield mi scalfì le cosce nude sotto il vestito. Lui si inginocchiò sul tappeto davanti a me. Non con devozione. Con precisione. Uno che si mette all’opera. “Alza il vestito.” Lo feci, tirando su la stoffa leggera fino ai fianchi. Avevo le mutandine di pizzo nero, comprate quel pomeriggio per questo, sapendo che lui le avrebbe viste. Lui guardò, il suo sguardo scure come quello di un gioielliere che valuta una pietra. Poi portò le mani alle mie cosce. Le sue dita erano calde. Le aprì.
“Non ti sei risparmiata,” mormorò, non come un complimento, come una constatazione. Spinse leggermente, e io mi lasciai cadere all’indietro contro i cuscini, le gambe divaricate per lui. Con movimenti lenti, deliberati, abbassò le mie mutandine. Le fece scivolare giù per le gambe e le lasciò cadere a terra. Poi rimase lì, in ginocchio, a guardarmi esposta. Sentii l’aria fresca della stanza sulla pelle umida. Ero già bagnata, un’umidità calda e insistente che sentivo brillare sulle labbra.
“Sei bellissima,” disse, e per la prima volta la sua voce si incrinò, mostrando qualcosa sotto la calma. Fiero? Possessivo? Affamato? Non seppi decifrarlo. Poi chinò la testa.
Il primo contatto non fu la lingua. Fu il suo fiato, caldo, che mi sfiorò il pelo pubico, poi le pieghe più esterne. Un brivido violento mi percorse la spina dorsale. Gemetti, un suono basso e strozzato che non riconoscevo come mio. Poi la lingua.
Larga, piatta, umida. Una lunga, lenta passata dall’alto in basso, che coprì tutto, dalle labbra esterne fino a sfiorare quel puntino di carne già gonfio e palpitante. Non era un leccare esitante o esplorativo. Era un’affermazione. Una presa di possesso. Sentii la sua barba sfregare contro la pelle più tenera delle mie cosce interne, una sensazione ruvida che contrastava con la morbidezza liquida della sua bocca.
“Cesare,” ansimai. “Zitta,” ordinò, la voce ovattata contro di me. “Goditi il regalo.”
E iniziò a lavorare. La sua tecnica non era selvaggia. Era metodica, teatrale nella sua dedizione. Usava la punta della lingua per tracciare cerchi stretti e precisi attorno al clitoride, senza toccarlo direttamente, lasciandomi agonizzare nel bisogno. Poi la lasciava scivolare più in basso, fino all’ingresso della vagina, dove si fermava a premere, a sentire come cedevo, come lo accoglievo già solo con quel tocco. Sentivo il suono umido, schioccante, dei suoi movimenti, un rumore osceno e ipnotico che riempiva il silenzio della stanza.
“Sei così dolce,” mormorò, sollevando la testa per un secondo. La sua bocca era lucida della mia umidità. “Come il miele. Il mio miele.” Poi tornò giù, e questa volta la sua lingua si fece più insistente, più rapida. La punta martellava ora direttamente sul clitoride, un ritmo preciso e implacabile. Con una mano mi tenne il pube fermo, le dita affondate nella mia carne, mentre l’altra scivolò tra le mie natiche, un tocco che mi fece sobbalzare.
“Sì,” ringhiò contro di me. “Ti piace. Lo sento. La tua fica mi sta parlando. Mi sta dicendo che vuole venire.” La pressione aumentò. La sua lingua era ovunque, dentro di me, su di me, intorno a me. Succhiò le mie labbra tra i suoi, le fece vibrare. La sensazione era così intensa, così concentrata, che il mondo fuori scomparve. C’era solo il calore umido della sua bocca, la barba che sfregava, il suo respiro affannoso che mi scaldava la pelle, e quel punto di piacere che si costruiva, si accumulava, diventava un’unica cosa pulsante e bianca.
“Papà… Cesare… sto per…” “Vieni,” ordinò, e affondò la lingua dentro di me, profonda, mentre il pollice premeva sul clitoride.
Fu un’esplosione muta prima che un urlo mi strappasse la gola. Il corpo si irrigidì, arcuato contro i cuscini, le dita che si aggrappavano alla stoffa del divano. Un’onda di piacere puro, accecante, mi travolse dalla radice dei capelli alla punta delle dita dei piedi. Lo sentii bere, la sua bocca che si serrava su di me, che succhiava ogni contrazione, ogni tremito, mentre io gemevo, senza controllo, un suono rotto e animalesco.
Quando l’orgasmo cominciò a svanire, in piccole ondate successive, la sua lingua si fece più lenta, più carezzevole, leccando via l’umidità in eccesso, calmando la pelle iperstimolata. Alla fine si sollevò. Il suo viso era serio, gli occhi scuri, la bocca e il mento bagnati, luccicanti di me.
Mi guardò per un lungo momento, mentre io giacevo sfatta, il respiro ancora affannoso, le cosce che tremavano. “Buon compleanno, figlia mia,” disse.
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BUONA LETTURA
Il ristorante era vuoto. I camerieri avevano tolto la tovaglia sporca di briciole e vino, lasciando solo il lucido del legno e l’odore di aglio e fondi di caffè. Mio padre, Cesare, si era alzato per pagare. Lo guardai mentre estraeva il portafoglio, le dita lunghe e nodose, le stesse che per venticinque anni avevano chiuso le cerniere del mio giubbotto, firmato i compiti, acceso la luce nel corridoio di notte.
“Grazie per la cena, papà.” “Non chiamarmi papà stasera.” La sua voce era piatta, un’affermazione. Non un’imposizione, un fatto. Mise via il portafoglio e mi guardò. I suoi occhi, del mio stesso grigio-verde, non sorridevano. Studiavano. La lampada a sospensione sopra di noi gettava un cono di luce gialla che tagliava il suo viso a metà, lasciando l’altra nell’ombra.
“Come vuoi che ti chiami?” “Cesare. Sono Cesare.” Annui. Il cuore batteva così forte che sentivo il polso nelle orecchie. Avevamo bevuto due bottiglie di rosso. Il calore mi era sceso nello stomaco, poi più in basso, un’onda opaca e insistente. Il viaggio in taxi fino a casa sua fu silenzioso. Guardavo i lampioni che sfumavano sul vetro bagnato. Lui guidava guardando la strada, una mano sul cambio, l’altra appoggiata al finestrino. Non mi toccò. Non disse nulla.
Il suo appartamento odorava di legno vecchio e di tabacco leggero. Chiuse la porta e il clic della serratura fu un punto finale. Appoggiò le chiavi sul mobiletto dell’ingresso. “Vieni.” Lo seguii in salotto. Non accese la luce principale. Solo una lampada da terra proiettava lunghe ombre sui libri alle pareti. Si voltò verso di me. Il suo corpo, alto e magro nella camicia bianca stropicciata, era una silhouette familiare eppure totalmente nuova.
“È quello che vuoi?” chiese. Non c’era traccia del padre nella voce. C’era un uomo che chiedeva a una donna. “Sì,” dissi, e la mia voce non tremò. “Dimmi cosa vuoi.” Inspirai. L’aria sapeva di lui, di quella lozione che usava da sempre. “Voglio che tu mi lecchi. Che mi lecchi la fica. Per il mio compleanno.” Le parole, così grezze, così fuori posto in quella stanza piena dei nostri ricordi familiari, rimasero sospese. Lui non batté ciglio. Fece un cenno con il capo.
“Siediti sul divano.” Mi sedetti. La stoffa ruvida del vecchio Chesterfield mi scalfì le cosce nude sotto il vestito. Lui si inginocchiò sul tappeto davanti a me. Non con devozione. Con precisione. Uno che si mette all’opera. “Alza il vestito.” Lo feci, tirando su la stoffa leggera fino ai fianchi. Avevo le mutandine di pizzo nero, comprate quel pomeriggio per questo, sapendo che lui le avrebbe viste. Lui guardò, il suo sguardo scure come quello di un gioielliere che valuta una pietra. Poi portò le mani alle mie cosce. Le sue dita erano calde. Le aprì.
“Non ti sei risparmiata,” mormorò, non come un complimento, come una constatazione. Spinse leggermente, e io mi lasciai cadere all’indietro contro i cuscini, le gambe divaricate per lui. Con movimenti lenti, deliberati, abbassò le mie mutandine. Le fece scivolare giù per le gambe e le lasciò cadere a terra. Poi rimase lì, in ginocchio, a guardarmi esposta. Sentii l’aria fresca della stanza sulla pelle umida. Ero già bagnata, un’umidità calda e insistente che sentivo brillare sulle labbra.
“Sei bellissima,” disse, e per la prima volta la sua voce si incrinò, mostrando qualcosa sotto la calma. Fiero? Possessivo? Affamato? Non seppi decifrarlo. Poi chinò la testa.
Il primo contatto non fu la lingua. Fu il suo fiato, caldo, che mi sfiorò il pelo pubico, poi le pieghe più esterne. Un brivido violento mi percorse la spina dorsale. Gemetti, un suono basso e strozzato che non riconoscevo come mio. Poi la lingua.
Larga, piatta, umida. Una lunga, lenta passata dall’alto in basso, che coprì tutto, dalle labbra esterne fino a sfiorare quel puntino di carne già gonfio e palpitante. Non era un leccare esitante o esplorativo. Era un’affermazione. Una presa di possesso. Sentii la sua barba sfregare contro la pelle più tenera delle mie cosce interne, una sensazione ruvida che contrastava con la morbidezza liquida della sua bocca.
“Cesare,” ansimai. “Zitta,” ordinò, la voce ovattata contro di me. “Goditi il regalo.”
E iniziò a lavorare. La sua tecnica non era selvaggia. Era metodica, teatrale nella sua dedizione. Usava la punta della lingua per tracciare cerchi stretti e precisi attorno al clitoride, senza toccarlo direttamente, lasciandomi agonizzare nel bisogno. Poi la lasciava scivolare più in basso, fino all’ingresso della vagina, dove si fermava a premere, a sentire come cedevo, come lo accoglievo già solo con quel tocco. Sentivo il suono umido, schioccante, dei suoi movimenti, un rumore osceno e ipnotico che riempiva il silenzio della stanza.
“Sei così dolce,” mormorò, sollevando la testa per un secondo. La sua bocca era lucida della mia umidità. “Come il miele. Il mio miele.” Poi tornò giù, e questa volta la sua lingua si fece più insistente, più rapida. La punta martellava ora direttamente sul clitoride, un ritmo preciso e implacabile. Con una mano mi tenne il pube fermo, le dita affondate nella mia carne, mentre l’altra scivolò tra le mie natiche, un tocco che mi fece sobbalzare.
“Sì,” ringhiò contro di me. “Ti piace. Lo sento. La tua fica mi sta parlando. Mi sta dicendo che vuole venire.” La pressione aumentò. La sua lingua era ovunque, dentro di me, su di me, intorno a me. Succhiò le mie labbra tra i suoi, le fece vibrare. La sensazione era così intensa, così concentrata, che il mondo fuori scomparve. C’era solo il calore umido della sua bocca, la barba che sfregava, il suo respiro affannoso che mi scaldava la pelle, e quel punto di piacere che si costruiva, si accumulava, diventava un’unica cosa pulsante e bianca.
“Papà… Cesare… sto per…” “Vieni,” ordinò, e affondò la lingua dentro di me, profonda, mentre il pollice premeva sul clitoride.
Fu un’esplosione muta prima che un urlo mi strappasse la gola. Il corpo si irrigidì, arcuato contro i cuscini, le dita che si aggrappavano alla stoffa del divano. Un’onda di piacere puro, accecante, mi travolse dalla radice dei capelli alla punta delle dita dei piedi. Lo sentii bere, la sua bocca che si serrava su di me, che succhiava ogni contrazione, ogni tremito, mentre io gemevo, senza controllo, un suono rotto e animalesco.
Quando l’orgasmo cominciò a svanire, in piccole ondate successive, la sua lingua si fece più lenta, più carezzevole, leccando via l’umidità in eccesso, calmando la pelle iperstimolata. Alla fine si sollevò. Il suo viso era serio, gli occhi scuri, la bocca e il mento bagnati, luccicanti di me.
Mi guardò per un lungo momento, mentre io giacevo sfatta, il respiro ancora affannoso, le cosce che tremavano. “Buon compleanno, figlia mia,” disse.
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