La Lu' (2)
scritto il 2026-10-06 tempo di lettura 9 min
di
Arcturus
genere
etero
cura
A
È quella tipica domenica in cui non ti va di fare nulla e trascorri il pomeriggio sul divano, un po’ addormentato, un po’ con un minimo di attenzione alla televisione accesa. Sento a malapena la suoneria che mi annuncia l’arrivo di un messaggio. Inaspettato.
“Ciao, come stai? Mi chiedevo cosa stessi facendo.”
Mittente: Luisa. E subito un colpo di calore mi attanaglia lo stomaco.
Avrei dovuto scriverle prima, lo so, ma sono stato così impegnato che non ho avuto tempo. E di sera mi sembrava inopportuno. O forse sono solo scuse… In realtà la serata trascorsa insieme ancora campeggiava nella mia testa.
Rispondo dopo cinque minuti.
“Tutto bene. Niente di che, seguo il campionato alla TV. Tipica domenica da ozio.”
La sua replica non tarda ad arrivare.
“Non ti sei fatto più vivo.”
“Sì, scusami, ho avuto una settimana piena. Poi tu avevi detto che non volevi innamorarti…”
“E tu hai pensato bene di fare lo stronzo e sparire…”
Sorrido, anche se non sono certo che stia scherzando.
“Che dici? È stata una casualità.”
Una pausa un po’ più lunga. Poi torna a scrivere.
“Ti stavo pensando.”
Sospiro.
“Mi fa piacere…”
“Sei solo?”
Un’altra volta mi si stringe lo stomaco.
“Sì.”
Questa volta non ricevo una risposta scritta. Ricevo un messaggio vocale. Premo play e porto il cellulare all’orecchio. Vengo accolto dalla sua voce sensuale.
“In realtà non ti stavo pensando così per dire. Ti stavo pensando diciamo… intensamente. Ho appena fatto un bagno caldo. E adesso sono nel mio accappatoio tutto slacciato che immagino di… insomma… di stare con te.”
Non rispondo tramite vocale. Mi vergogno. Scrivo.
“Sarai bagnata, spero.”
Altro vocale.
“Più che bagnata, direi che sono allagata. Dovresti venire a dare un’occhiata, secondo me. Visto che sei tu la causa di questa situazione. A meno che la partita non sia così importante…”
Più la ascolto, più vengo assalito dal ricordo delle sue labbra attorno al mio pene, di come lo prendeva in bocca con gusto. Mi ero masturbato almeno tre volte a rivivere quel momento.
“Non la sto nemmeno seguendo. E sì, credo sia meglio che venga a controllare quella situazione.”
“Dovresti correre, perché qui non so più come placarla.”
Arrivo a casa sua in un quarto d’ora. Anche se in quei giorni ero deciso a non chiamarla, adesso non desidero che vederla e possederla. L’eccitazione mi annebbia la vista. In mente ho solo lei che mi ipnotizza con la voce come una sirena e mi promette cose eccezionali con la sua bocca.
Al citofono mi annuncia di salire al terzo piano. Lo ricordo bene. Immagino di trovarmela davanti sul pianerottolo parecchio svestita, invece trovo solo la porta leggermente aperta. Varco l’ingresso e mi immergo nel salone rischiarato a malapena da una luce soffusa. Ogni cosa come quella sera: le tende, la grande libreria, i tappeti, i quadri, il tavolo in legno. E poi il divano. E sull’ampia seduta lei sdraiata, già completamente nuda.
«Finalmente. Vieni qui.»
Lascio la giacca su una sedia e mi avvicino a lei. La luce dell’abat-jour sulla sua pelle scura, erede di una lunga estate calda. E il segno chiaro dell’abbronzatura del bikini che ben contrasta con il resto della carnagione.
Mi inginocchio per salutarla, visto che lei non ne vuole proprio sapere di abbandonare quella posizione.
«Sei arrivato, finalmente. Non sai quanto ti ho aspettato.»
Mi avvicino per baciarla. Si avventa sulle mie labbra come a estirpare ogni mia essenza. Ci scambiamo le lingue. Ho bisogno di attingere liquido dalla sua bocca come un viandante assetato. La mia mano le accarezza il seno. Le sue tette sono piccole e poco piene. I capezzoli molto turgidi. Lascio poi la mano scivolare lungo il ventre piatto, attraversando la distesa morbida della sua pelle. Una folta distesa di peli mi annuncia che sto per varcare la zona d’ombra. E quando le dita affondano più in basso, mi accorgo che lo scenario è esattamente come me lo aveva descritto nel vocale.
«Accidenti…» le sussurro.
«Visto? Non ce la facevo più a masturbarmi. Fa’ qualcosa. Aiutami…»
Con una mano spinge leggermente il mio capo verso il basso. Capisco cosa vuole. Vuole che affondi nei suoi umori come quella sera lei aveva fatto con me. Non mi faccio pregare. Scendo velocemente verso il basso e mi pongo di fronte a lei, ancora vestito. Le sue gambe si sollevano per agevolare il mio ingresso. Io tergiverso baciando leggermente le cosce. Prima la sinistra, poi la destra. La sua mano sui miei capelli mi esortano ad andare al sodo. Io invece prendo ancora tempo. La bacio sotto l’ombelico, poi scendo ancora esplorando la zona circostante. Ma lei è impaziente. Cerca con i movimenti del bacino di instradarmi verso la sua fica. E allora accetto. Affondo con la lingua tra le grandi labbra, gesto accolto da un suo gemito liberatorio. Mi trovo davvero in un acquitrino. Sono fiero di poter causare tanta voglia in una donna. E allora cerco di dare il giusto compenso a quell’attestato di stima. Subito inizio a perlustrare le pareti, attraverso movimenti circolatori. Lenti, molto lenti. Lei sembra apprezzare perché con la mano stringe più forte i capelli ed emette ancora versi di piacere. Abbasso un po’ il capo in modo da infilare il naso in quel pertugio, mi inebrio dei suoi umori. Ha un sapore deciso ma piacevole. E quindi accetto di bere tutto. Inabisso la lingua, dando le giuste attenzioni anche al clitoride. Mi concentro a fondo, ricordando come aveva fatto lei così bene col mio cazzo. Prendo solo una pausa per respirare, nel frattempo infilo due dita nella sua vagina, muovendole con decisione. Lei si agita, ansima, mi desidera. E quando torno ad affondare con la lingua la sento esplodere in un orgasmo vertiginoso. Non urla in modo forsennato, ma lascia nell’aria gemiti di piacere autentici che alimentano la mia erezione. So che non si accontenterà di un cunnilingus, anche se lo ha anelato tanto. Così mi sollevo e inizio a togliermi la maglia e a sbottonarmi la cinta. Mi guarda affamata. Sono oltre il divano, lei si adagia con il sedere al bordo della seduta. Non tolgo i pantaloni, mi limito ad abbassarli. Il mio pene è già eretto, non ha bisogno di ulteriori sollecitazioni, anche se avrei gradito volentieri un altro suo pompino. Poggio la cappella proprio all’ingresso del suo mondo interiore. Strofino contro le pareti circostanti.
«Scopami» è l’unica frase che proferisce.
Obbedisco. Con una leggera pressione, il mio pene scivola nella sua vagina senza incontrare barriere.
Accoglie l’ingresso con un sospiro di giubilo, allontanando la testa all’indietro. Solleva le gambe in modo da avvantaggiare la penetrazione. C’è poco da avvantaggiare. È già tutto dentro e quasi nuota in quella inondazione. Mi adagio sopra di lei e affondo. Si aggancia a me con le mani. Ci scambiamo un breve bacio in cui può assaggiare i suoi umori di cui è cosparsa la mia bocca. E inizio a spingere. Si allontana dalla mia bocca per abbandonare il capo e poter emanare i sospiri con la bocca aperta. Le gambe si allacciano al mio corpo e con i piedi cerca di ritmare la mia penetrazione. Mi sollevo solo un po’ per trovare la migliore angolazione e poi torno a scoparla. Una serie di colpi forti e regolari. Il suo piacere aumenta di volume. I suoi gemiti si fanno sempre più vigorosi. Le unghie affondano nella mia carne così ha la certezza di non potersi staccare. Di lì a breve esplode in un secondo fragoroso orgasmo. Questa volta i suoi gemiti li sento vicino alle mie orecchie e mi eccitano fortemente. Quando rallenta con gli spasmi, mi accorgo che ho dato tutto in quella posizione. Così mi sollevo. La invito a voltarsi. Lei mi risponde con un sorriso di approvazione.
«Forse preferisci i bei culi di quelle tipe giovani in palestra…»
«Mi piace il tuo culo» replico. Non mi metto a fare questioni di lana caprina.
«Dovrò fare più squat» dice abbassandosi.
Non rispondo. Bado solo a infilarglielo nella fica. Lei muove il bacino leggermente per accoglierlo dentro. E ci riesce subito. Si adagia sugli avambracci e inarca il fondoschiena quel poco che basta a rendermi ancora più impaziente di penetrarla.
Il sedere non è male. Non da sballo, certo, piccolo ma con una forma proporzionata. E poi noto che non ha cellulite. La afferro dai fianchi e do un colpo in profondità. Il suo gemito riecheggia nel salone già pieno dei suoi orgasmi. Inizio a muovermi da subito con decisione, le ginocchia poggiate appena dietro di lei. Sono eccitato da morire ma sento che posso durare ancora un po’, anche se in quella posizione so che capitolerò presto. I miei colpi sono energici, osservo i suoi capelli ondeggiare seguendo il ritmo della spinta, costante e regolare. A un tratto si abbassa, come per trovare una posizione più rilassante, ne approfitto per sollevarmi leggermente e penetrarla ancora più forte. Poggia una guancia sulla superficie del divano e si lascia sopraffare dai miei colpi, con gli occhi chiusi. Mi fermo anche io. Scendo dal divano, la faccio indietreggiare un po’. La penetro nuovamente, il mio pene entra senza alcuna difficoltà in quel buco del desiderio. Resto fermo. Questa volta è lei a muoversi avanti e indietro. Poi rallenta, rotea il bacino, lascia che il mio cazzo si goda completamente il suo ambiente accogliente. Mentre prima era stata famelica nel voler farsi possedere, adesso vuole godersi il rapporto in ogni gesto. Si solleva e io l’afferro dai seni per poterla stringere a me. Restiamo un po’ così, fermi, l’ultima pausa prima del rush finale. Infatti non appena torna in posizione, viene nuovamente sopraffatta dalla mia spinta energica. Le mani poggiate sul fondoschiena, assesto colpi ripetuti e decisi fino a quando mi accorgo che arriva anche per me il momento di far esplodere il mio orgasmo. Cambio all’ultimo il desiderio di venirle in bocca. Estraggo il pene e le inondo il fondoschiena. I miei gemiti sono più rumorosi del solito, voglio che avverta in maniera nitida il piacere che mi ha provocato. Svuoto fino all’ultima goccia. Poi affondo sopra di lei e restiamo sdraiati, in silenzio, per almeno dieci minuti scambiandoci, di tanto in tanto, qualche bacio.
«Mi ci voleva proprio, stronzo.»
“Ciao, come stai? Mi chiedevo cosa stessi facendo.”
Mittente: Luisa. E subito un colpo di calore mi attanaglia lo stomaco.
Avrei dovuto scriverle prima, lo so, ma sono stato così impegnato che non ho avuto tempo. E di sera mi sembrava inopportuno. O forse sono solo scuse… In realtà la serata trascorsa insieme ancora campeggiava nella mia testa.
Rispondo dopo cinque minuti.
“Tutto bene. Niente di che, seguo il campionato alla TV. Tipica domenica da ozio.”
La sua replica non tarda ad arrivare.
“Non ti sei fatto più vivo.”
“Sì, scusami, ho avuto una settimana piena. Poi tu avevi detto che non volevi innamorarti…”
“E tu hai pensato bene di fare lo stronzo e sparire…”
Sorrido, anche se non sono certo che stia scherzando.
“Che dici? È stata una casualità.”
Una pausa un po’ più lunga. Poi torna a scrivere.
“Ti stavo pensando.”
Sospiro.
“Mi fa piacere…”
“Sei solo?”
Un’altra volta mi si stringe lo stomaco.
“Sì.”
Questa volta non ricevo una risposta scritta. Ricevo un messaggio vocale. Premo play e porto il cellulare all’orecchio. Vengo accolto dalla sua voce sensuale.
“In realtà non ti stavo pensando così per dire. Ti stavo pensando diciamo… intensamente. Ho appena fatto un bagno caldo. E adesso sono nel mio accappatoio tutto slacciato che immagino di… insomma… di stare con te.”
Non rispondo tramite vocale. Mi vergogno. Scrivo.
“Sarai bagnata, spero.”
Altro vocale.
“Più che bagnata, direi che sono allagata. Dovresti venire a dare un’occhiata, secondo me. Visto che sei tu la causa di questa situazione. A meno che la partita non sia così importante…”
Più la ascolto, più vengo assalito dal ricordo delle sue labbra attorno al mio pene, di come lo prendeva in bocca con gusto. Mi ero masturbato almeno tre volte a rivivere quel momento.
“Non la sto nemmeno seguendo. E sì, credo sia meglio che venga a controllare quella situazione.”
“Dovresti correre, perché qui non so più come placarla.”
Arrivo a casa sua in un quarto d’ora. Anche se in quei giorni ero deciso a non chiamarla, adesso non desidero che vederla e possederla. L’eccitazione mi annebbia la vista. In mente ho solo lei che mi ipnotizza con la voce come una sirena e mi promette cose eccezionali con la sua bocca.
Al citofono mi annuncia di salire al terzo piano. Lo ricordo bene. Immagino di trovarmela davanti sul pianerottolo parecchio svestita, invece trovo solo la porta leggermente aperta. Varco l’ingresso e mi immergo nel salone rischiarato a malapena da una luce soffusa. Ogni cosa come quella sera: le tende, la grande libreria, i tappeti, i quadri, il tavolo in legno. E poi il divano. E sull’ampia seduta lei sdraiata, già completamente nuda.
«Finalmente. Vieni qui.»
Lascio la giacca su una sedia e mi avvicino a lei. La luce dell’abat-jour sulla sua pelle scura, erede di una lunga estate calda. E il segno chiaro dell’abbronzatura del bikini che ben contrasta con il resto della carnagione.
Mi inginocchio per salutarla, visto che lei non ne vuole proprio sapere di abbandonare quella posizione.
«Sei arrivato, finalmente. Non sai quanto ti ho aspettato.»
Mi avvicino per baciarla. Si avventa sulle mie labbra come a estirpare ogni mia essenza. Ci scambiamo le lingue. Ho bisogno di attingere liquido dalla sua bocca come un viandante assetato. La mia mano le accarezza il seno. Le sue tette sono piccole e poco piene. I capezzoli molto turgidi. Lascio poi la mano scivolare lungo il ventre piatto, attraversando la distesa morbida della sua pelle. Una folta distesa di peli mi annuncia che sto per varcare la zona d’ombra. E quando le dita affondano più in basso, mi accorgo che lo scenario è esattamente come me lo aveva descritto nel vocale.
«Accidenti…» le sussurro.
«Visto? Non ce la facevo più a masturbarmi. Fa’ qualcosa. Aiutami…»
Con una mano spinge leggermente il mio capo verso il basso. Capisco cosa vuole. Vuole che affondi nei suoi umori come quella sera lei aveva fatto con me. Non mi faccio pregare. Scendo velocemente verso il basso e mi pongo di fronte a lei, ancora vestito. Le sue gambe si sollevano per agevolare il mio ingresso. Io tergiverso baciando leggermente le cosce. Prima la sinistra, poi la destra. La sua mano sui miei capelli mi esortano ad andare al sodo. Io invece prendo ancora tempo. La bacio sotto l’ombelico, poi scendo ancora esplorando la zona circostante. Ma lei è impaziente. Cerca con i movimenti del bacino di instradarmi verso la sua fica. E allora accetto. Affondo con la lingua tra le grandi labbra, gesto accolto da un suo gemito liberatorio. Mi trovo davvero in un acquitrino. Sono fiero di poter causare tanta voglia in una donna. E allora cerco di dare il giusto compenso a quell’attestato di stima. Subito inizio a perlustrare le pareti, attraverso movimenti circolatori. Lenti, molto lenti. Lei sembra apprezzare perché con la mano stringe più forte i capelli ed emette ancora versi di piacere. Abbasso un po’ il capo in modo da infilare il naso in quel pertugio, mi inebrio dei suoi umori. Ha un sapore deciso ma piacevole. E quindi accetto di bere tutto. Inabisso la lingua, dando le giuste attenzioni anche al clitoride. Mi concentro a fondo, ricordando come aveva fatto lei così bene col mio cazzo. Prendo solo una pausa per respirare, nel frattempo infilo due dita nella sua vagina, muovendole con decisione. Lei si agita, ansima, mi desidera. E quando torno ad affondare con la lingua la sento esplodere in un orgasmo vertiginoso. Non urla in modo forsennato, ma lascia nell’aria gemiti di piacere autentici che alimentano la mia erezione. So che non si accontenterà di un cunnilingus, anche se lo ha anelato tanto. Così mi sollevo e inizio a togliermi la maglia e a sbottonarmi la cinta. Mi guarda affamata. Sono oltre il divano, lei si adagia con il sedere al bordo della seduta. Non tolgo i pantaloni, mi limito ad abbassarli. Il mio pene è già eretto, non ha bisogno di ulteriori sollecitazioni, anche se avrei gradito volentieri un altro suo pompino. Poggio la cappella proprio all’ingresso del suo mondo interiore. Strofino contro le pareti circostanti.
«Scopami» è l’unica frase che proferisce.
Obbedisco. Con una leggera pressione, il mio pene scivola nella sua vagina senza incontrare barriere.
Accoglie l’ingresso con un sospiro di giubilo, allontanando la testa all’indietro. Solleva le gambe in modo da avvantaggiare la penetrazione. C’è poco da avvantaggiare. È già tutto dentro e quasi nuota in quella inondazione. Mi adagio sopra di lei e affondo. Si aggancia a me con le mani. Ci scambiamo un breve bacio in cui può assaggiare i suoi umori di cui è cosparsa la mia bocca. E inizio a spingere. Si allontana dalla mia bocca per abbandonare il capo e poter emanare i sospiri con la bocca aperta. Le gambe si allacciano al mio corpo e con i piedi cerca di ritmare la mia penetrazione. Mi sollevo solo un po’ per trovare la migliore angolazione e poi torno a scoparla. Una serie di colpi forti e regolari. Il suo piacere aumenta di volume. I suoi gemiti si fanno sempre più vigorosi. Le unghie affondano nella mia carne così ha la certezza di non potersi staccare. Di lì a breve esplode in un secondo fragoroso orgasmo. Questa volta i suoi gemiti li sento vicino alle mie orecchie e mi eccitano fortemente. Quando rallenta con gli spasmi, mi accorgo che ho dato tutto in quella posizione. Così mi sollevo. La invito a voltarsi. Lei mi risponde con un sorriso di approvazione.
«Forse preferisci i bei culi di quelle tipe giovani in palestra…»
«Mi piace il tuo culo» replico. Non mi metto a fare questioni di lana caprina.
«Dovrò fare più squat» dice abbassandosi.
Non rispondo. Bado solo a infilarglielo nella fica. Lei muove il bacino leggermente per accoglierlo dentro. E ci riesce subito. Si adagia sugli avambracci e inarca il fondoschiena quel poco che basta a rendermi ancora più impaziente di penetrarla.
Il sedere non è male. Non da sballo, certo, piccolo ma con una forma proporzionata. E poi noto che non ha cellulite. La afferro dai fianchi e do un colpo in profondità. Il suo gemito riecheggia nel salone già pieno dei suoi orgasmi. Inizio a muovermi da subito con decisione, le ginocchia poggiate appena dietro di lei. Sono eccitato da morire ma sento che posso durare ancora un po’, anche se in quella posizione so che capitolerò presto. I miei colpi sono energici, osservo i suoi capelli ondeggiare seguendo il ritmo della spinta, costante e regolare. A un tratto si abbassa, come per trovare una posizione più rilassante, ne approfitto per sollevarmi leggermente e penetrarla ancora più forte. Poggia una guancia sulla superficie del divano e si lascia sopraffare dai miei colpi, con gli occhi chiusi. Mi fermo anche io. Scendo dal divano, la faccio indietreggiare un po’. La penetro nuovamente, il mio pene entra senza alcuna difficoltà in quel buco del desiderio. Resto fermo. Questa volta è lei a muoversi avanti e indietro. Poi rallenta, rotea il bacino, lascia che il mio cazzo si goda completamente il suo ambiente accogliente. Mentre prima era stata famelica nel voler farsi possedere, adesso vuole godersi il rapporto in ogni gesto. Si solleva e io l’afferro dai seni per poterla stringere a me. Restiamo un po’ così, fermi, l’ultima pausa prima del rush finale. Infatti non appena torna in posizione, viene nuovamente sopraffatta dalla mia spinta energica. Le mani poggiate sul fondoschiena, assesto colpi ripetuti e decisi fino a quando mi accorgo che arriva anche per me il momento di far esplodere il mio orgasmo. Cambio all’ultimo il desiderio di venirle in bocca. Estraggo il pene e le inondo il fondoschiena. I miei gemiti sono più rumorosi del solito, voglio che avverta in maniera nitida il piacere che mi ha provocato. Svuoto fino all’ultima goccia. Poi affondo sopra di lei e restiamo sdraiati, in silenzio, per almeno dieci minuti scambiandoci, di tanto in tanto, qualche bacio.
«Mi ci voleva proprio, stronzo.»
di
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