Professionale 6

di
genere
etero

Melissa mi aveva chiamato nel tardo pomeriggio, secca come sempre.
“Max. Solito Hotel nono piano, 912. Alle ventidue. Tre ore. Pagamento già accreditato”
Sapevo già tutto. Non c’era bisogno di altri dettagli. Quella donna tornava in città tre, forse quattro volte l’anno. Sempre lo stesso hotel, sempre la stessa suite, sempre la stessa richiesta: solo Max. Non le avevo mai chiesto il nome. Non me l’aveva mai detto. Dopo tante volte non serviva più. Bastava sapere che quando arrivava, voleva me. Nient’altro.
Arrivai all’Hotel alle 21:52. L’atrio era quasi vuoto, luci basse, odore di legno e soldi. Conoscevo il percorso a memoria. Ascensore privato del nono piano, corridoio silenzioso, porta 912. Mi fermai un attimo, sistemai la camicia nera aperta sul petto, e bussai due volte.
“Avanti”
La voce era sempre quella: bassa, calma, già carica di attesa.
Aprii la porta e chiusi dietro di me.
La stanza era immersa in una luce calda e soffusa, solo le due abat-jour ai lati del letto accese. Lei era già lì, esattamente come le altre volte: seduta sul materasso, la schiena appoggiata alla spalliera imbottita. Indossava soltanto un reggiseno di pizzo nero e le mutandine abbinate. Le coperte le coprivano le gambe fino a metà coscia, lasciando scoperti i fianchi morbidi e la pancia leggermente curvy. Aveva circa cinquant’anni, ma il viso era ancora molto carino: tratti regolari, labbra piene e lucide, occhi chiari che mi fissavano senza sorridere. I capelli biondi tinti, corti a caschetto, le incorniciavano il volto con una precisione quasi professionale.
Mi guardò dall’alto in basso, lenta, mentre io restavo fermo vicino alla porta. Non disse niente. Non ne aveva bisogno. Dopo tante volte sapevamo entrambi come funzionava.
Mi tolsi la giacca e la posai sulla poltrona. Poi mi avvicinai al bordo del letto.
Lei non disse una parola. Continuò a fissarmi mentre mi sbottonavo la camicia e la lasciavo cadere a terra. Mi tolsi le scarpe, i pantaloni, i boxer. Restai completamente nudo. Il mio cazzo, ancora molle, pendeva pesante sulla coscia, grosso anche a riposo. La guardai dritto negli occhi, senza sorridere. Sapevo già cosa voleva. Sesso. Sesso spinto, selvaggio, senza freni. Voleva godere in tutti i modi possibili.
Salii sul letto in ginocchio. Lei allargò appena le gambe sotto le coperte e mi fece spazio. Mi chinai su di lei e le labbra si incontrarono. Il bacio fu subito profondo, lingue che si cercavano, denti che sfioravano. Lei mi afferrò la nuca e mi tenne stretto mentre le sue mani scendevano lungo il mio petto, poi più in basso. Una mi accarezzò i fianchi, l’altra arrivò dritta al mio cazzo. Lo prese in mano, lo strinse, lo sentì pesare ancora molle contro il suo palmo. Iniziò ad accarezzarlo lentamente, dal glande alla base, mentre continuavamo a limonare a bocca aperta.
Lei si staccò di scatto dal bacio, gli occhi già velati di voglia. Allargò le gambe con decisione, spingendo via le coperte. Il reggiseno di pizzo nero e le mutandine abbinate erano tutto ciò che le restava addosso. Mi guardò e non ebbe bisogno di dire niente: le intenzioni erano chiare.
Mi abbassai. Presi una delle sue cosce e la sollevai, iniziando a leccarle la pelle calda dalla parte interna, lentamente, scendendo centimetro dopo centimetro. Quando arrivai vicino alle mutandine sentii un odore netto di rosa. Si era lavata e profumata proprio lì, tra le gambe, come se avesse preparato tutto per me.
Spostai il pizzo di lato con le dita e affondai la lingua. La divorai. Non ci andai piano. Leccai, succhiai, le aprii le labbra e le infilai la lingua dentro, mentre il mio naso le premeva contro il clitoride. Lei sussultò subito, un gemito basso le uscì dalla gola.
Sapevo cosa voleva. Selvaggio. Aggiunsi un dito, lo spinsi fino in fondo. Poi un secondo. Lei si inarcò e mi afferrò i capelli. Continuai a leccarle il clitoride con ritmo deciso mentre le dita andavano e venivano, sempre più profonde. Quando ne aggiunsi un terzo la sentii stringersi forte intorno a me.
“Cazzo… così… non fermarti…”
La leccavo e la scopavo con le dita senza pietà. Lei sussultava a ogni spinta, i fianchi che si muovevano contro la mia bocca, i gemiti che diventavano sempre più alti e rochi. Godette come una pazza, le cosce che mi tremavano intorno alla testa, le unghie quasi conficcate nel mio cuoio capelluto mentre veniva addosso alle mie dita e alla mia lingua.
Lei era ancora tremante quando mi afferrai i capelli e mi tirò su. Gli occhi le brillavano di pura voglia.
“Voglio il tuo cazzo”, ansimò, la voce roca. “Voglio che mi riempi. Voglio essere scopata. Duro. Selvaggia. Voglio sentirlo fino in fondo, voglio che mi fotti finché non riesco più a pensare”
Mi spinse indietro e si mise a sedere. Mi afferrò il cazzo semi duro e con entrambe le mani iniziò a menarlo, lenta all’inizio, poi più decisa. Lo strinse, lo tirò, lo accarezzò dalla base al glande con un ritmo sicuro, da donna che sa esattamente cosa vuole.
“Non mi piace succhiare”, mormorò contro di me. “Ma mi piace sentirlo, soprattutto quello pesanti come il tuo”
Si chinò e lo baciò. Labbra calde sul glande, poi lo sfregò contro una guancia, poi sull’altra, lasciando una scia umida. Continuò a menarlo mentre lo teneva contro il viso, respirando contro la pelle calda. Il mio cazzo reagì subito. Si indurì tra le sue dita, diventò pesante, teso, pronto.
Lei alzò lo sguardo e sorrise, ancora tenendolo stretto.
“Ecco… adesso sei pronto. Adesso puoi riempirmi”
La presi per i fianchi e la girai di scatto sulla pancia. Lei non oppose resistenza, anzi allargò subito le gambe e sollevò appena il culo, offrendosi. Mi sistemai tra le sue cosce, afferrai il mio cazzo ormai duro puntandolo proprio tra le labbra bagnate.
“Lo so che è così che ti piace di più”, le dissi, la voce bassa contro la sua schiena. “Essere presa da dietro, distesa, senza poterti muovere troppo. Solo sentirti riempire”
Appoggiai la cappella contro di lei e iniziai a spingere piano. Solo la testa, entrando millimetro dopo millimetro. Lei emise un gemito lungo, roco, e sporse il bacino all’indietro per aiutarmi.
Continuai lento. Il glande scomparve, poi un altro pezzo, poi ancora. La sentivo stretta e calda, che mi avvolgeva. Ogni centimetro in più le strappava un gemito più profondo. Quando fui dentro fino in fondo mi fermai un attimo, sentendola pulsare intorno a me.
“Cazzo… così…”, ansimò lei, la faccia affondata nel cuscino. “Non fermarti… continua…”
Iniziai a muovermi. Lente, profonde spinte da dietro, tenendola ferma per i fianchi mentre la scopavo.
Le afferrai il collo con una mano, non troppo forte, giusto abbastanza da farle sentire la presa, e mi stesi quasi sopra di lei. Il mio petto premeva contro la sua schiena mentre continuavo a spingere.
Lei mugolò di piacere, un suono basso e rotto che le usciva dalla gola ogni volta che affondavo.
Allora accelerai. Non più lento. Selvaggio. Spinte dure, profonde, il bacino che batteva contro il suo culo con un ritmo secco e costante. La mano sul collo la teneva ferma, mentre l’altra scivolò sotto di lei, tra le cosce, e trovò il clitoride già gonfio. Iniziai a strofinarlo con due dita, accompagnando ogni penetrazione.
Lei gemette più forte, il corpo che si contraeva sotto di me.
“Cazzo… Max, non fermarti…», ansimò, la voce strozzata dalla presa sul collo e dal piacere.
La scopavo senza pietà, affondando fino in fondo a ogni colpo mentre le dita le lavoravano il clitoride. Il suono umido della carne che si scontrava riempiva la stanza, mescolato ai suoi mugolii sempre più alti.
Lei venne di nuovo.
Il corpo le si contrasse tutto, un grido strozzato le uscì dalla gola mentre si stringeva intorno al mio cazzo a ondate. Non mollai la presa sul collo né le dita sul clitoride. Continuai a scoparla attraverso l’orgasmo, sentendola pulsare e tremante sotto di me.
Pochi secondi dopo esplosi anch’io.
Affondai fino in fondo e mi svuotai dentro di lei, getto dopo getto, riempiendola completamente. Sapevo di poterlo fare: l’avevo già scopata altre volte, conoscevo i suoi limiti e sapevo che voleva proprio quello. Restai premuto contro di lei finché non finì di pulsare, sentendo il caldo del mio sborro che le usciva un poco intorno all’asta.
Poi la girai di scatto.
La presi per i capelli e le diedi una sberla secca sulla guancia, era quasi un copione ormai sapevo quello che la donna cercava.
“Troia”, le dissi, la voce bassa e dura.
La trascinai giù dal letto senza delicatezza. Lei non oppose resistenza, anzi mi seguì quasi di corsa mentre la spingevo verso il bagno. La luce era più fredda lì dentro. C’era un grande specchio che copriva quasi tutta la parete, davanti a un lungo piano di marmo bianco con due lavandini. La spinsi contro il piano, facendola piegare in avanti, il culo nudo ancora lucido del mio seme.
La sbattei letteralmente contro il piano di marmo.
Il corpo le si piegò in avanti, le mani si aggrapparono ai bordi dei lavandini mentre lo specchio le restituiva l’immagine di sé stessa: viso arrossato, capelli corti scompigliati. Le sollevai una gamba e gliela appoggiai sul marmo freddo, aprendo completamente le cosce. Non ci andai piano. Afferrai il cazzo ancora lucido dei suoi umori e lo puntai contro l’ingresso già bagnato e pieno, entrai con una spinta secca fino in fondo.
Lei emise un gemito acuto, quasi un urlo, mentre io iniziavo a sbatterla forte. Spinte dure, ritmiche, il bacino che batteva contro il suo culo con un suono umido e secco. La tenevo ferma per un fianco e per la coscia sollevata, costringendola a guardarsi allo specchio mentre la scopavo senza pietà. Era quello che voleva, un copione già scritto.
“Guardati”, le dissi contro l’orecchio, continuando a martellarla. “Guardati mentre ti scopo di brutto”
Lei ansimava, gli occhi socchiusi fissi nel proprio riflesso, il corpo che tremava a ogni colpo.
Le afferrai i seni con entrambe le mani, stringendoli forte mentre continuavo a martellarla senza rallentare. Le dita le premevano sui capezzoli duri, tirandoli e strofinandoli a ogni spinta. Lei gemette più forte, il corpo che si piegava ancora di più sul marmo.
Poi una mano scese. Sfilai le dita tra le cosce, trovando il clitoride già gonfio e sensibile. Iniziai a stuzzicarlo con movimenti circolari precisi, mentre il cazzo continuava ad affondare fino in fondo a ritmo forsennato.
“Vieni di nuovo”, le ordinai contro l’orecchio. “Adesso”
Lei non resistette a lungo. Il corpo le si contrasse di scatto, un urlo strozzato le uscì dalla gola mentre l’orgasmo la scuoteva tutta. Si strinse intorno a me a ondate, le gambe che tremavano, la coscia ancora appoggiata sul marmo che le scivolava. Continuai a strofinarle il clitoride e a scoparla attraverso gli spasmi, finché non la sentii iniziare a calmarsi, il respiro ancora corto e irregolare.
Solo allora lo tirai fuori.
La girai di scatto verso di me. Il viso era rosso, gli occhi lucidi, le labbra semiaperte. La presi per la nuca e la baciai a bocca aperta, lingua contro lingua, mentre lei mi stringeva le spalle ancora tremante.
Lei si staccò dal bacio e riprese il controllo di sé in pochi secondi. Non disse una parola e andò dritta verso la doccia. Aprì l’acqua e ci entrò senza nemmeno guardarmi.
Aspettai.
Sentii il rumore dell’acqua scorrere, poi spegnersi. Lei uscì, si asciugò con un asciugamano bianco dell’hotel e tornò in camera senza un sguardo. Si infilò di nuovo sotto le coperte, la schiena contro la spalliera, esattamente come l’avevo trovata all’inizio.
Entrai in bagno a mia volta. Mi feci una doccia rapida, mi asciugai e mi rivestii. Camicia, pantaloni, giacca. Nessuna parola.
Quando uscii dal bagno lei era ancora a letto, gli occhi chiusi. Non mi guardò. Non dissi niente.
Aprii la porta, la chiusi dietro di me e lasciai la suite.
Non servivano parole.
di
scritto il
2026-09-24
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