1. Staranzano: Sabina, la vacca tettona, alla sagra

di
genere
esibizionismo

Mi guardavo allo specchio e sentivo già il calore salirmi tra le gambe. Quella canotta gialla era un crimine: scollatissima, quasi trasparente, stringeva i miei seni enormi spingendoli verso l'alto fino a farne uscire metà dei capezzoli a ogni respiro. La minigonna era così corta che bastava un movimento brusco per mostrare tutto, e i sandali con i lacci che risalivano i polpacci completavano l'immagine di una puttana pronta per essere consumata. Sapevo che Federico, il mio padrone e marito, avrebbe adorato vedermi così; lui vive per esibirmi, per sapere che ogni cazzo nel raggio di chilometri è duro come il marmo pensando a me. Mentre partivo per la sagra, sentivo già l'umidità bagnarmi le mutandine, un misto di vergogna atroce e un'eccitazione animalesca.

Appena arrivata allo stand alimentare, l'atmosfera era elettrica. Il caldo della cucina, l'odore di salsicce e fritto, e poi quegli sguardi. I due cuochi, due pezzi di carne grassi, stempiati e coperti di sudore, mi fissarono come se fossi un piatto di portata. Mentre aiutavo a preparare le patatine, uno di loro, con le mani sporche di grasso, "accidentalmente" urtò il mio seno, stringendo con forza quella massa di carne che traboccava dalla canotta. Sentii un gemito soffocato salirmi in gola. L'altro, approfittando che mi chinassi per prendere un vassoio, mi infilò una mano sotto la gonna, palpeggiandomi le natiche con una voracità disgustosa. Ero in imbarazzo, sentivo il volto bruciare per la sfacciataggine di quei due porci, ma proprio quel senso di essere ridotta a un oggetto, a un pezzo di carne da toccare, mi faceva pulsare il clitoride in modo insopportabile.

Quando arrivò la sera e il tendone si riempì di gente, divenne un inferno di sesso e volgarità. Servendo al bancone, ero preda di tutti. Un gruppo di vecchi avvinazzati, con l'alito che puzzava di vino rosso, non nascondeva nulla. Uno di loro, mentre prendeva un panino, mi afferrò il seno con una morsa violenta, mentre un altro mi sussurrava all'orecchio: "Ma guarda che tettone che hai, troia, scommetto che sono pesanti da morire, vorrei solo affogarci dentro". Mi insultavano, chiamandomi "puttana" e "vacca da monta", e io, invece di offendermi, sentivo il mio corpo rispondere. Più erano volgari, più io mi sentivo eccitata, assecondando ogni loro tocco furtivo, ogni mano che scivolava lungo la mia schiena o che cercava di infilarsi tra le mie cosce mentre servivo i tavoli.

Poi arrivarono i giovinastri. Erano baldi, aggressivi, carichi di testosterone. Mi circondarono, ridendo e commentando ad alta voce quanto fosse osceno il mio corpo. Uno di loro fingeva di chiedermi informazioni sul menu, ma la sua mano era piantata saldamente sulla mia coscia, risalendo pericolosamente verso l'interno. Io non mi spostavo; anzi, inarcavo la schiena per spingere le mie tettone ancora più in fuori, offrendole ai loro sguardi famelici ed eccitati. Sentivo i loro cazzi duri contro di me mentre passavo tra i tavoli, e l'idea che tutti quegli uomini desiderassero scoparmi proprio lì, in mezzo alla folla, mi faceva ansimare.

Tornai a casa alle due di notte, tremante, con le gambe che cedevano e l'interno delle cosce fradicio di piacere. Federico mi aspettava in salotto. Appena varcata la soglia, mi lanciai ai suoi piedi, ancora vestita con quella canotta gialla ormai stropicciata e sporca di sudore e grasso.

"Federico ... non puoi immaginare," ansimai, iniziando a raccontare ogni singolo dettaglio. Descrissi le mani grasse dei cuochi, le parole sporche dei vecchi, le palpeggiature dei ragazzi. Mentre parlavo, vedevo il suo cazzo gonfiarsi e tendere i pantaloni. Federico aveva gli occhi lucidi di eccitazione; adorava sapere che la sua schiava era stata desiderata e toccata da tutti.

"Sei stata una piccola puttana esibizionista, vero Sabina?" ringhiò Federico, afferrandomi per i capelli e tirandomi indietro la testa.

Senza aggiungere nessuna altra parola, mi trascinò in bagno. Mi sbatte' contro le piastrelle fredde, strappandomi la canotta gialla con un gesto violento, liberando i miei grossi seni che rimbalzarono con un suono sordo. Mi girò di schiena, mi sollevò la minigonna e, senza nemmeno togliermi le mutandine, le spostò di lato e affondò il suo cazzo in me con una spinta brutale. Urlai di piacere, sentendo la sua dominazione totale accarezzandomi le tettone con forza, quasi a voler lasciare il segno di quel desiderio collettivo che avevo accumulato per tutta la serata. Federico mi scopava furiosamente, ogni spinta era un marchio di possesso, mentre io godevo del fatto di essere la sua troia, esibita al mondo e poi reclamata con violenza.

Poi mi sono fatta una doccia e sono andata a letto con Federico e, prima di addormentarmi, ho scritto tutto questo anche al mio amico e ammiratore Frank per farlo eccitare.

[P.S.: per commenti federicoesabina@hotmail.it oppure https://federicoesabina.wixsite.com/sabina]
scritto il
2026-09-09
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